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Mundus furiosus Sabbia del Tempo

Il mio Marco Biagi, Gabriele Canè racconta

“Era avanti rispetto a un’Italia ancora bloccata dalle ideologie. Da giornalista si è dimostrato un ottimo divulgatore di argomenti altrimenti settoriali”

Aveva intuito, studiato e compreso le tendenze che si sarebbero verificate negli anni successivi. Avrebbe orientato il cambiamento attraverso la riforma, lo strumento che la politica ha per incidere sul reale, ammorbidendone le storture, che pur ci sono e che, oggi, sono ancor più evidenti. Grazie alla sua cultura riformista socialista, infatti, avrebbe agevolato la transizione di un mercato del lavoro, ancora rigido, novecentesco, verso un mercato dei lavori, basato sulle competenze. Marco Biagi manca da 19 anni e Gabriele Canè, ex direttore del Resto del Carlino e de La Nazione, ma anche amico personale di Biagi, lo ricorda così.

“Sono ancora arrabbiato per come lo hanno lasciato morire… indifeso. È stato vittima di un clima di intolleranza che ha scatenato i folli che lo hanno ucciso”.

“Io e Marco ci conoscevamo fin da giovani perché abbiamo frequentato lo stesso Liceo a Bologna, il Galvani. Si vedeva fin da allora che aveva una marcia in più. È sempre stato studioso, serio, preparato, non secchione però; amava i libri certo, ma anche il pallone. Quando mi iscrissi a Giurisprudenza lo ritrovai che, a 24-25 anni, era assistente del professor Giuseppe Mancini, grande giuslavorista. La scuola di Mancini è stata determinante per lui. Biagi è stato anche correlatore della mia tesi. Io allora lavoravo già al Resto del Carlino e mi trovai a fare una tesi sulla contrattazione nel lavoro giornalistico. Sarò sincero: non avevo né tempo, soprattutto, e neppure grande voglia di farla. Marco mi aiutò con la ricerca delle sentenze in materia permettendomi di completarla. Gliene sono stato sempre grato”.

“Non bisogna inoltre dimenticare che Biagi è stato anche un precoce giornalista. Un mestiere che ha iniziato, tra l’altro, prima di me. Infatti è stato anche direttore de La Rana, il giornale del nostro liceo. Successivamente, quando ero direttore, collaborò con il Resto del Carlino. Era sempre molto preciso e puntuale nel produrre gli articoli. Se dovevano arrivare alle 17, anche alle 12 già c’erano. Una collaborazione di spessore scientifico, ma anche di qualità letteraria. Marco scriveva bene con il taglio del divulgatore che sa farsi capire anche su argomenti per loro natura tecnici e settoriali”.

È stato un precursore, elaborava teorie di ampio respiro, era avanti rispetto ad un’Italia ancora ostaggio delle sedimentazioni ideologiche. Anche per questo la sua morte è stata ed è una grande perdita.

“Non è affatto vero quello che una certa sinistra ufficiale ha fatto credere: non era certo un teorico della flessibilità assoluta. Figuriamoci! Capiva semplicemente che il mercato del lavoro non poteva progredire con le rigidità e gli schematismi che lo avevano contraddistinto. Biagi era figlio di una cultura con una profonda radice popolare. Non a caso si riconosceva nella cultura socialista, in un Psi moderno, ammortizzatore rispetto alle vecchie logiche padronali, ma anche rispetto all’ideologia comunista”.

Ringraziamo sentitamente Gabriele Canè per aver condiviso i suoi ricordi con noi, restituendoci dei lati di Marco Biagi (che ho citato anche nell’ultimo contributo per il nuovo numero “Non c’è democrazia senza lavoro” della rivista Nazione Futura), umani prima che professionali-accademici, che altrimenti non avremmo conosciuto.

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Il Libano cartina di tornasole del Medioriente. Gianni Bonini e Lorenzo Somigli a colloquio con Maroun El Moujabber

“La democrazia in Libano è a rischio. Senza i cristiani in Medioriente il radicalismo è destinato ad aumentare. L’assassinio di Hariri? Il grande caos è iniziato lì…”

È dall’esplosione del 4 agosto 2020 che il mondo si è di nuovo accorto del Libano, dopo qualche anno di attenzione intermittente, riflesso sostanziale della guerra siriana che ha scaricato sul paese dei cedri 1 milione e mezzo di profughi, con una soglia di povertà che si attesta sul 75% su una popolazione residente di circa 4 milioni. Non male. Un Libano fragile, sull’orlo dell’instabilità perdurante che, da dieci anni, ha già inghiottito paesi come Libia e Siria.

Gianni Bonini e Lorenzo Somigli hanno dialogato con un ospite d’eccezione, Maroun El Moujabber, Senior Officer dell’Istituto Agronomico di Bari del CIHEAM, il Centre International de Hautes Etudes Agronomiques Méditerranéennes, organismo euromediterraneo dal 1962 formato da tredici paesi dell’area, gioiello della cooperazione italiana nel Mediterraneo.

Il Tazebao è onorato di ospitare questa che è molto di più di uno scambio di riflessioni, una vera analisi geopolitica grazie alla disponibilità di Maroun El Moujabber. A questo proposito e per dare la possibilità al lettore di inquadrare il retroterra storico, rimandiamo al pezzo di Gianni Bonini “E ora dove andiamo? Il Libano una pozione magica”, sul n.13 della rivista quadrimestrale Il Nodo di Gordio, gennaio-aprile 2017, ripreso nel suo “Il Mediterraneo Nuovo” (Samizdat, 2018), in cui discutiamo a tutto campo con Maroun di assetti e riforme istituzionali. Era una fase, comunque, di relativa stabilità che illudeva di poter guardare avanti. Così purtroppo non è stato, la pace in Medioriente è un sogno, anzi una pausa fugace dentro un incubo permanente.

Come hai trovato il Libano di recente? Ci siamo sentiti quando eri a Byblos, un paio di mesi fa, per Natale ed eri molto allarmato per la crisi finanziaria e le sue conseguenze politiche.

Il Libano sta vivendo una crisi profonda. Oggi, a cento anni dalla nascita del Grande Libano, c’è il serio pericolo che possa non mantenere questa forma-Stato, per le ragioni più disparate. La crisi finanziaria, frutto delle scelte adottate a partire dalla fine della guerra nel ‘90, ha aggravato il quadro. La classe politica si è dimostrata incapace di governare nell’interesse del popolo ma ha sempre difeso strenuamente i propri privilegi. Se la situazione rimarrà tale, non ci sarà una via d’uscita democratica e, al pari, anche una soluzione estrema come il colpo di stato non avrebbe possibilità. Il ceto medio è stato duramente colpito e non riusciamo a stabilizzare il quadro politico ed il governo del Paese, gli equilibri istituzionali sono traballanti e le famiglie soffrono la restrizione del circuito finanziario ed i tassi bancari troppo elevati, l’impossibilità delle transazioni finanziare con l’estero, anche quelle più banali”.

Si è detto in più di un’occasione che la presenza iraniana tramite Hezbollah è eccessivamente pervasiva. La stessa Raghida Derham, attenta ed apprezzata analista libanese-americana, non manca mai di puntare il dito su questa “piaga”, tanto è vero che ha lanciato l’allarme di un possibile rinnovato nuclear deal da parte di Biden. La prima volta che sono stato in Libano nel 2005, in coincidenza con le esequie di Rafiq Hariri subito dopo l’attentato, il lungomare a Beirut davanti all’Hotel St Georges era chiuso, ebbi modo di visitare Sabra e Shatila, portammo un contributo della Fondazione B. Craxi per l’asilo d’infanzia. Allora tra i libanesi si respirava una forte diffidenza, un eufemismo nel migliore dei casi, verso i palestinesi, arrivati dal 1948 a contare fino a mezzo milione tra i diversi “campi”. Si ritenevano tra i maggiori responsabili della guerra civile chiusa dagli Accordi di Ta’if nel 1990. Ricordo l’ambasciatore italiano Franco Mistretta, passava per andreottiano, che ci parlava di Hezbollah e paventava la crisi che poi sarebbe sfociata nel conflitto armato con Israele del 2006 che in sostanza ha legittimato il ruolo del Partito di Dio nella politica libanese. Oggi è una realtà determinante.

La crisi finanziaria sembra fatta apposta per incidere sulla popolarità di Hezbollah…

“La crisi è anche un modo per fare pressione su Hezbollah, praticato dagli USA di Trump e dai loro alleati soprattutto del Golfo, ma mi domando se questa pressione non rischia di buttare il Paese nelle mani degli Hezbollah. Noi Libanesi stiamo soffrendo, tutti, a prescindere dall’appartenenza politica e religiosa, ma penso che la comunità di Hezbollah sopporti meglio questa situazione e vi spiego perché. La comunità di Hezbollah è molto resiliente, con un livello di vita in generale non elevato, con stili di vita modesti, capace di sopravvivere alle sollecitazioni. Sono meno consumisti, quindi meno esposti a tali eventi. A chi ha pensato di scatenare una rivolta contro Hezbollah sfuggono questi particolari. Hezbollah subisce sanzioni da anni e ha saputo costruire un’economia parallela: ricevono soldi dall’estero, hanno le loro banche, decidono il prezzo del dollaro sul mercato nero. Paradossalmente, ma non tanto, alla luce di queste considerazioni, sono diventati più forti e forniscono assistenza e aiuto alle persone. Il tempo giuoca a loro favore, sono anche demograficamente in crescita. Sono un movimento radicato fortemente ai confini di Israele, nell’area di Tiro, sulle alture del Golan dove a cavallo tra Libano e Siria troviamo i Drusi di Walid Jumblatt alle prese con una complessa sopravvivenza politica, tra i contadini nella valle della Bekaa a Baalbek, l’Heliopolis ellenistica e romana. Nella zona intorno all’aeroporto internazionale di Beirut”.

Il Libano risente da sempre degli equilibri globali, di quelli mediorientali ovviamente in particolare. È un po’ la sua cartina di tornasole fin dai tempi di Sargon il Grande, ma anche molto prima, quando il fondatore della dinastia di Akkad, “lavò le sue armi nel Mare Superiore”, il Mediterraneo naturalmente. Hai giustamente annotato che Trump, indipendentemente dal Patto di Abramo per la normalizzazione delle relazioni tra gli Emirati Arabi e Bahrein da una parte ed Israele dall’altra, non ha fatto nuove guerre, anzi, aggiungiamo, è sembrato cercare una stabilizzazione con Russia soprattutto e Turchia. Non inganni la voce grossa, il golpe di metà luglio del 2016 per rovesciare Erdogan, attribuito a Fethullah Gülen, è precedente alla sua Presidenza, i rapporti erano già guasti. È di questi giorni la costruzione di un nuovo avamposto americano ad Ain Dewar, nei pressi di Hasaka, nell’estremità nord-orientale della Siria, e la NATO ha intenzione, ci informa Limes, “di aumentare a 4-5 mila militari la missione di addestramento in loco”.

Non è che Biden vuole riannodare il filo interrotto dalle, disgraziate per l’area MENA (Middle East North Africa), Primavere Arabe?

“Il Libano ha una posizione geografica strategica e sembra che ci siano risorse naturali ingenti che lo rende appetibile per gli attori globali e regionali. Oggi più che mai con la via della seta cinese. Con la crisi finanziaria e politica rischiamo una penetrazione intrusiva delle potenze straniere. Ogni volta che si riunisce il governo per approvare decreti sui giacimenti di gas naturale di fronte alle nostre coste il primo ministro si dimette. Sarà un caso…

Abbiamo citato gli USA. Rilevo che ci sono diverse tattiche americane, non una sola e univoca. C’è una parte di America che vuole tagliare la continuità geografica tra Teheran, Bagdad, Damasco e Beirut; un’altra invece vuole tagliare la continuità geopolitica del mondo sunnita a partire dalla Turchia. Fossi un politico europeo punterei a interrompere il filo rosso tra Turchia e Golfo.

Dopo la seconda guerra del Golfo per gli americani il Medioriente non era l’area più importante. Per Trump c’era principalmente un interesse economico. La nuova amministrazione punterà a spegnere alcuni focolai visto il grande interesse per l’area dell’Indo-Pacifico? Anche in questa ottica, Turchia e Iran, due potenze regionali, svolgono un ruolo prezioso. La Turchia da un lato ha una proiezione verso i paesi dell’Asia Centrale che possono essere utili e vogliono incassare un nuovo ruolo regionale. L’Iran dall’altro, paese d’incontro anche per Russia e Cina, usa il nucleare, la bomba atomica in fieri, come leva per contrattare con l’una o l’altra parte. È una politica vincente poiché sfrutta le debolezze altrui. Anche loro stanno mettendo in mostra le carte che hanno da offrire agli USA per contrastare la Cina. La Russia dal canto suo ripercorre la strada già battuta prima della caduta del comunismo, calibra la sua forza sulla base di precisi interessi strategici miranti a ricostituire un’ellisse di difesa dei propri confini il più vicina possibile a quella dell’URSS, senza rinunciare alla penetrazione nei mari caldi. Ora è infatti saldamente in Cirenaica. Sull’Armenia ha agito così, tranquillizzando i Turchi e riannettendosi di fatto Erevan”.

Hai descritto un puzzle di difficilissima composizione, sempre più difficile perché è un passaggio obbligato, è il caso dello Yemen sul Mar Rosso, tra l’Indo-Pacifico appunto e l’Europa. Giulio Sapelli, un esperto geopolitico italiano dà il giusto peso alla Cina, un gigante demografico ma ancora indietro sul piano economico e militare. Anche noi la pensiamo un po’ così, non perché non crediamo alla strategia della via della seta, la Silk Road Economic Belt, ma perché al di là della grancassa mediatica riteniamo sia l’Africa il continente su cui misurare la sinologia dell’oggi. Vedremo come finirà la triste storia del porto di Taranto, ma le preoccupazioni del Vaticano partono dal continente nero, dove il Cattolicesimo deve confrontarsi con la colonizzazione cinese, che esporta risorse finanziarie e tecnologiche oltre che proletarie. E la Mesopotamia non si smentisce come cerniera tra l’Asia ed il mondo euromediterraneo: i Romani d’Occidente e d’Oriente ci hanno sbattuto la faccia dai tempi di Crasso e Marco Antonio fino al califfato islamico, Parti o Sassanidi che fossero hanno tenuto in fibrillazione ininterrotta la frontiera orientale della koinè greco-romana. Gli Ottomani le regalarono un po’ di pace prima che arrivassero Gertrude Bell e Thomas Edward Lawrence e la Royal Navy sostituisse il carbone col petrolio.

“L’Iraq è sempre stato centrale nei conflitti, sia per la posizione geostrategica di cerniera appunto tra Mediterraneo ed Asia, sia per le risorse petrolifere. Con la seconda guerra del Golfo, gli americani sono diventati ancora di più protagonisti diretti – gli accordi dell’incrociatore Quincy tra Roosevelt e Ibn al-Saud risalgono al febbraio 1945 subito dopo Yalta – gli attori principali nella zona. E così hanno iniziato a comportarsi. È andata bene o male, lo si giudicherà tra cinquant’anni. Detto ciò, questa instabilità io la vivo sulla pelle. Instabilità che peraltro ricade pesantemente sui paesi arabi.

ISIS adesso ricomincia a operare e fa comodo ai vari contendenti nella zona. Lo Stato Islamico è ricomparso magicamente a Marib sotto attacco degli Huthi proprio mentre la guerra yemenita sembrava scemare d’intensità e il Parlamento Europeo l’11 febbraio adottava la solita risoluzione umanitaria. Assisteremo ad una scomparsa della componente cristiana in seno al Libano come avvenuto in Iraq: nel 2003 erano 1 milione e mezzo, oggi non superano i 500 mila. Per non parlare di quanto successo in Siria o in Egitto. Nessun politico libanese, purtroppo, sta facendo qualcosa in merito, ultimamente la Chiesa sta provando a salvare il salvabile con l’aiuto del Santo Padre. Speriamo che l’amministrazione Biden si impegni a spengere i focolai dell’intolleranza etnica e religiosa che negli ultimi anni non hanno mai smesso di crescere”.

Il tema dei cristiani in Medioriente, la terra testimone delle prime comunità dei discepoli di Cristo, che ne conserva le preziose testimonianze storiche e linguistiche – a Maaloula che ha resistito alla feroce dissacrazione di ISIS-Stato Islamico si parla ancora l’aramaico, la lingua di Gesù – è fondamentale. L’Occidente, così sensibile ai diritti di Navalny, è tuttavia indifferente alla loro sorte, prevale un senso del laicismo e della secolarizzazione subdolo che ha svuotato le chiese e lo spirito dell’Europa. “Mother Fortress”, il bellissimo film italiano sulla madre carmelitana Agnes che organizza i soccorsi in Siria, ha conosciuto un sottile boicottaggio perché non in linea con la narrazione ufficiale, quella che ci ha fatto lasciare Damasco precipitosamente nel 2012. Non possiamo regalare a Putin il testimone della cristianità. Ma tra pochi giorni (5 e 8 marzo) l’Iraq accoglierà Papa Francesco.

“Non c’è villaggio in Libano in cui la presenza dei cristiani, di noi maroniti, non funzioni da collante della comunità. Questo siamo, la componente determinante dell’identità del Paese che lo caratterizza sul piano civile, senza di noi perderebbe irrimediabilmente la sua autonomia culturale e politica che ne fa un unicum, un mediatore storico fra Occidente ed Oriente.

Prima accennavi al febbraio 2005, sono convinto che senza l’assassinio di Hariri, le Primavere Arabe non sarebbero potute accadere. La preparazione del caos è iniziata lì. Rafiq Hariri era un personaggio eccezionale, incarnava l’equilibrio fra le diverse confessioni, l’ottimismo della ricostruzione dopo la guerra civile, il pragmatismo moderato, la sovranità sapendo al contempo relazionarsi con le potenze globali che hanno sempre fatto pressing. È stata una perdita incalcolabile. Ma dobbiamo guardare avanti, all’assetto socio-economico che garantisca un minimo di stabilità. Per questo spingo per il ritorno all’agricoltura – sembra incredibile ma in Libano non esiste una pianificazione pubblica del governo del territorio – per le piccole e medie imprese, per l’impiego delle donne. Sono i progetti in cui è impegnato il CIHEAM: la stabilizzazione rurale è importante adesso e decisiva per il domani.

L’emorragia demografica, è vero, ha un’origine lontana e non tocca solo i cristiani che comunque, se il trend non si arresta, verranno a trovarsi in netta minoranza. Forse ai paesi europei fa pure comodo che migrino verso il Vecchio Continente.

Nella scuola di mio nipote diplomatosi l’anno scorso erano quasi tutti cristiani: 75 su 100 sono già all’estero. Il colpo del 4 agosto – leggo dei parenti delle vittime che protestano in strada per l’andamento dell’inchiesta – ha accelerato ulteriormente la fuga. Abbiamo 8 nipoti, 5 sono già all’estero e gli altri aspettano di partire. I cristiani hanno un ruolo fondamentale nella società libanese, come ho detto, perché riescono a fare da cemento tra le diverse componenti della società, senza di essi il radicalismo in Medioriente è destinato ad aumentare.

Nessuno di questi torna con un progetto di vita in Libano. I connazionali, sia sunniti sia sciiti, vorrebbero approfittarne per ridefinire gli equilibri, a danno dei cristiani e dei drusi, forti in Siria e in Israele, dove svolgono anche il servizio militare.

L’Europa, che purtroppo ha perso peso politico in Medioriente, non ha capito nulla se pensa che il problema non la riguardi. L’Europa, per la sua storia e per la ineguagliabile ricchezza culturale, se non ci fosse…andrebbe inventata. Speriamo riprenda coscienza del suo ruolo nel Mediterraneo”.

Grazie Maroun per questa bella chiacchierata in scioltezza (disponibile anche in inglese) che però vale più di tante letture esterne alla realtà libanese che tu vivi e riesci a trasmettere. Chi ha conosciuto Beirut non la dimentica e per i lettori de Il Tazebao un’occasione per andare al cuore della storia e delle vicende mediorientali che ci riguardano direttamente.

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Interviste Mundus furiosus

1921/2021, Tito Barbini (ex sindaco di Cortona): “La militanza nel PCI era generosità. Renzi…”

Intervista all’ex sindaco di Cortona ed ex assessore regionale Tito Barbini.

Tito Barbini è sindaco di Cortona dal 1970 al 1980. Quindi presidente della provincia di Arezzo. Con quasi 6000 preferenze nel 1990 approda in Consiglio Regionale, ricoprendo gli incarichi di assessore alla sicurezza sociale e quindi, nella legislatura successiva, all’urbanistica. Nel 2004 interrompe la sua carriera politica salvo poi aderire a Liberi e Uguali nel 2018 in aperto contrasto con Matteo Renzi. Oggi, per arricchire ulteriormente lo special sul PCI de Il Tazebao, Tito Barbini ci ha rilasciato la seguente intervista.

“Qualcuno era comunista perché credeva di essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri”, cantava Gaber. Lei perché era comunista?

“Lo diventai durante la mia adolescenza, fu naturale come bere un bicchiere d’acqua, grazie a quel senso di giustizia e di libertà che avevo preso dai miei genitori. Il senso del dovere, poi, con quelle radici profonde e potenti. Erano cose pensate per farmi crescere. Pochi concetti ma che dovevano essere ben chiari. E poi valori, che avrei dovuto tenere sempre presente. La dignità che ho incontrato nella mia Cortona, fin da ragazzo e poi da sindaco, alle Feste della Liberazione e del Primo Maggio quando c’era la distribuzione militante dell’Unità, ai cortei del sindacato o sulle panche di legno delle feste dell’Unità dove non si finiva mai di aspettare la salsiccia e il bicchiere di vino rosso, ma l’attesa non pesava perché si conversava anche con chi non avevi mai visto prima. Ecco, mi viene in mente la generosità della militanza quando la politica era una cosa bella, il senso di comunità. Dopo è arrivato il ’68 e l’impegno nella politica con il movimento studentesco. Sapevi che negli anni sessanta soltanto il 3 per cento dei figli degli operai e dei contadini arrivavano all’università?”

http://iltazebao.com/1921-2021-dentro-la-zona-rossa-le-piccole-pietroburgo-narrate-dagli-offlaga-disco-pax/

Ennesima domanda dal tono nostalgico. La mitologia della Prima Repubblica, ancora oggi, invade i salotti televisivi e il dibattito giornalistico: pare che i selfie di Renzi e Salvini facciano rimpiangere persino Andreotti. Lei che ne era parte integrante, sente la mancanza dei valori e le idee che animano l’arena politica fino a trent’anni fa? Davvero si stava meglio quando si stava peggio?

“Sì, era un’altra stagione della politica e delle istituzioni. Ora bisogna guardare avanti. Speriamo invece di uscire con l’idea di poter costruire un Paese capace di rispondere in futuro, in maniera moderna ed efficace, alle grandi emergenze del nostro tempo. Rafforziamo il nostro straordinario sistema sanitario pubblico e finanziamo finalmente, in modo serio, la ricerca. Ci troviamo di fronte a sviluppi della scienza, della conoscenza che oggi ci consentono di fronteggiare meglio eventi che fino a ieri sembravano non dominabili. E allora, che facciamo? Che risposta dà il mondo politico? E anzi: che cos’è la politica, dopo il coronavirus? Tornerà ad essere tornaconto elettorale, solo arte di arrangiarsi, conservazione di posizioni di potere, oppure può essere un’altra cosa? Per esempio, una grande stagione di innovazione della politica e delle istituzioni”.

Lei nel 2016 ha pubblicato uno dei suoi libri di maggior successo “Quell’idea che ci era sembrata così bella. Da Berlinguer a Renzi, il lungo viaggio” (2016, ASKA Editore). Cinquant’anni di vita politica e istituzionale nel filo di un racconto sul fallimento storico del comunismo. Ecco, mettendo il dito sulla piaga, cosa è andato storto in questo viaggio?

“Rispondo alla domanda con una sola riflessione. Ha ragione Umberto Eco. Anch’io penso che la voglia di rivoluzione non si esaurisce mai. Ho bisogno, ancora oggi, di una grande idea, di un progetto di vita, di una fine non banale, della voglia e della capacità di indignarmi.  Della passione per il cambiamento, infine. Allora, tutto questo ha a che vedere con quella “religiosità laica” di cui parla Eco, riconoscendo un senso del sacro, una propensione alla comunione, o comunque alla sua attesa, che riesce a convivere anche, come nel mio caso, in assenza di religione. Quell’entusiasmo di ragazzino, quando tutto era possibile, è svanito alla luce della storia e dei troppi tradimenti. Per fortuna, però, c’era dell’altro. C’è la nostra storia di comunisti italiani. C’è stato e c’è il tuo rapporto con le persone in carne e ossa. Con gli operai, gli studenti, i contadini. Una ricchezza immensa, che solo la politica in un grande Partito di massa ti poteva donare. Ecco perché è davvero triste la morte di un’idea di cambiamento e di futuro che è stata la mia idea di politica”.

Il comunismo, come il nazismo, si è macchiato di atroci genocidi, dunque si dovrebbe evitare ogni forma di proselitismo: il dispiegarsi delle commemorazioni ed iniziative per il Centenario dalla nascita del PCI ha dato adito a questa perenne ed irrisolta questione. Faziosa polemica o par condicio, a suo avviso?

“No, è sbagliato, storicamente ed eticamente, paragonare il nazismo con il genocidio della Shoah con i crimini del comunismo. Non dei comunisti italiani, tengo a precisare. Certo i comunisti hanno preso atto con troppo ritardo dell’orrore di Stalin o di Pol Pot. Ecco perché preferisco una giornata dei ricordi alla giornata del ricordo. La tragedia delle Foibe e l’Esodo, devono portarci a collocare quegli eventi nella cornice storica del loro accadere, a compimento di una guerra sciagurata, delle violenze dei fascisti italiani e quelle naziste sulla popolazione slovena, riconoscere i crimini che scortarono l’epilogo e i postumi di quel conflitto, le foibe tra quelli, è una forma di rispetto per tutte le vittime. Ho davanti a me un bel libro di Barbara Spinelli sui totalitarismi d’Europa, che racchiude una frase che trovo stupenda: “Siamo nani che camminano sulle spalle di giganti”. I giganti sono le nostre storie, i successivi e contraddittori volti che abbiamo avuto in passato e che ci portiamo dietro come bagagli. Dalle loro alte spalle possiamo vedere un certo numero di cose in più, e un po’ più lontano. Pur avendo la vista assai debole possiamo, con il loro aiuto, andare al di là della memoria e dell’oblio”.

Nell’analizzare la distribuzione dei consensi, molti opinionisti hanno definito il PD come un partito ZTL, visto che i propri voti sono soventemente concentrati nella fasce medio alte della cittadinanza che vive nei centri urbani. È questa la cifra (o il memento mori?) di una sinistra che, perdendo la fiducia dei ceti che storicamente rappresentava, ha smesso di fare la sinistra. Per Lei, con questa sua nuova veste di “polo dei poteri forte”, il Partito Democratico ha tradito i suoi padri?

“No, non solo, il Partito Democratico ha tradito i valori presenti alla sua fondazione. Insomma siamo in presenza di una assuefazione dei fenomeni degenerativi di questi anni che ci coinvolge tutti. Non mi dilungo a indicare tutti i segnali d’allarme che mi vengono dalla memoria e dalla quotidianità. Sono tanti, piccoli e grandi. Metto solo a verbale una cosa: che il clima e la gestione di Renzi, la sua influenza nel PD, hanno ormai generato un personale politico inquietante e con scarsi valori che si richiamano alla sinistra. Ormai non mi preoccupo per me, ma i miei figli e nipoti in quale paese vivranno? Ecco perché il fragile organismo della democrazia italiana ha bisogno di una grande opposizione democratica e se non reagisce vuol dire che ha perso gli anticorpi e può morirne nel sonno”.

In tal senso l’aretino rappresenta un “case study” degno di nota. Nell’ultimo lustro tutte le storiche roccaforti rosse sono state espugnate dal centrodestra: nel 2015 il centrosinistra viene sconfitto alle elezioni amministrative di Arezzo; e, negli anni successivi, le “capitali” delle quattro valli che compongono la provincia (Montevarchi, Sansepolcro, Bibbiena, Cortona) cambiano colore. Qual è la sua diagnosi?

“Renzi ci ha regalato queste sconfitte. Una dopo l’altra. Non mi fate parlare di Cortona. Il mio legame politico e sentimentale con Cortona è così grande che non riesco ad essere lucido e distaccato nell’analisi della sconfitta. Ora sono soltanto triste. I valori che hanno innervato per decenni l’azione di tanti amministratori sono franati definitivamente e le macerie hanno nascosto un patrimonio inestimabile. Forse riusciremo a riprendersi in questa nostra città, sicuramente i giovani riusciranno, con una opposizione intelligente, a guardare al futuro. Un’ultima cosa vorrei dire, riguarda Cortona e tutte le città dove il centro sinistra ha perso. Vi sembra normale che dopo avere portato il PD alla più grave sconfitta della sua storia, Renzi faccia una scissione e crei Italia Viva?”

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Gianni Bonini a Le Fonti TV analizza l’America di Biden

L’intervista di Gianni Bonini su come sta cambiando l’America con la presidenza Biden

Lo scontro Trump-Biden e la travagliata successione alla guida di un Impero che ha smarrito il suo epos, le ripercussioni sugli assetti globali, la sfida cibernetica e le nuove narrazioni. Ne ha trattato approfonditamente Gianni Bonini, Senior Fellow de Il Nodo di Gordio e ispiratore de Il Tazebao, intervenendo a Le Fonti TV. Queste alcune delle sue riflessioni, come sempre originali e stimolanti.

“Prima di tutto non dobbiamo essere tifosi né dell’una né dell’altra parte. Quattro anni fa sono stato tra i pochi ad aver dato alcune chance di vittoria al tycoon quando invece tutti lo davano per sconfitto certo. Questa volta l’America si è divisa su due modi di gestire e di intendere l’Impero. Perché, ricordiamolo, gli USA sono ancora una superpotenza, dal punto di vista militare e non solo. Trump aveva una visione più tesa a saldare il fronte interno, che però non definirei isolazionista. Dall’altra Biden scommette più sulla proiezione esterna degli Stati Uniti”.

http://iltazebao.com/il-libano-cartina-di-tornasole-del-medioriente-gianni-bonini-e-lorenzo-somigli-a-colloquio-con-maroun-el-moujabber/

Sulla sconfitta di Trump Bonini ha dichiarato: “Quando si è presidenti, quando si è imperatori, bisogna capire in anticipo come si muovono gli altri, e i segnali, a cominciare da Black Lives Matter per arrivare alla mobilitazione dell’establishment, c’erano tutti. La sconfitta, comunque sia avvenuta, mette in luce quanto Trump fosse impreparato”.

Biden ha voluto dare subito il segnale di una discontinuità, a partire dall’allestimento scelto per la Casa Bianca (ne ha parlato anche Lorenzo Somigli). “Lo vedo – ha spiegato –come un tentativo di costruire una narrazione altra che si rivolge a coloro che storicamente sono oppressi negli USA (e determinanti nel voto) e anche ai nuovi popoli che si affacciano sulla storia. Una narrazione che punta ad una nuova egemonia culturale che deve fare i conti con la fine di un ciclo per gli USA”.

Qui l’intervista completa di Gianni Bonini a Le Fonti TV

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Interviste Mundus furiosus

1921/2021: Da Mosca a Botteghe Oscure. Nel segno del rublo

L’approfondimento de Il Tazebao sui 100 anni del PCI si arricchisce con una lettura consigliata: “Berlinguer e il Diavolo” di Francesco Bigazzi e Dario Fertilio.

L’organizzazione dei partiti è da sempre un dilemma molto concreto. La raccolta e soprattutto la sedimentazione del consenso sono attività costose e continuative. Meglio di molti altri attori dell’Arco Costituzionale, il PCI seppe darsi un’organizzazione che non aveva eguali. La presenza e capacità di penetrazione del PCI nella società italiana erano inimmaginabili e tutt’ora perdurano negli epigoni di quella tradizione politica, anche solo per la pervasività nella scuola, nella cultura, nella magistratura. Per costruire, per mantenere questa organizzazione, per altro in un Paese stabilmente dentro al Patto Atlantico, furono indispensabili le elargizioni provenienti dall’URSS. È questo uno degli spunti di partenza di “Berlinguer e il Diavolo” di Francesco Bigazzi e Dario Fertilio (2021, Paesi Edizioni).

Quello del giornalista Francesco Bigazzi è uno sguardo privilegiato sui rapporti PCI-URSS essendo stato lui capo dell’ufficio dell’ANSA a Varsavia e a Mosca e quindi corrispondente de Il Giorno e di Panorama e in più ha potuto visionare gli archivi dell’ex URSS, oggi non più disponibili, non appena desegretati. Tra i tanti fatti di portata epocale che Bigazzi ha potuto seguire da vicino, ci racconta in un incontro privato insieme all’amica Laura Lodigiani, c’è stato Solidarnosc quindi tutte le vicissitudini dalla Perestroika fino a Eltsin. Tra le sue varie pubblicazioni si segnalano “Testimone a Chernobyl. La catastrofe che sconvolse l’URSS” (2020), “Il viaggio di Falcone a Mosca” (2015) e “Oro da Mosca, I finanziamenti sovietici al PCI dalla Rivoluzione d’Ottobre al crollo dell’URSS” (1999).

Il libro analizza e ricostruisce i finanziamenti tra PCI e PCUS che iniziano con Stalin (secondo altri iniziano addirittura con la scissione del 1921), che si sedimentano al tempo della Concentrazione Antifascita per terminare nel 1991, fatto salvo, come precisa l’autore, il tentativo di interruzione portato avanti proprio da Berlinguer (in altre occasioni abbiamo criticato la questione morale). Si stima che il PCI abbia ricevuto mezzo miliardo di dollari. E non solo attraverso le celebri valigette ma anche con mezzi più sofisticati come le join venture.

L’aura del PCI sulla sinistra italiana e non solo

Un dettaglio che emerge nella nostra conversazione è particolarmente interessante: il PCI aveva la capacità di esercitare un’influenza politica e culturale su una serie di partiti satellite o su correnti in seno ad altri partiti; riusciva a farlo anche e non solo con il pensiero, con la propaganda ma, più concretamente, finanziando alcune personalità dentro a questi ultimi. Anche per questo il distacco del PSI dal PCI, accompagnato da una poderosa ripulitura dottrinale, fu tutt’altro che agevole. Ovviamente al finanziamento corrispondeva una stretta osservanza dell’ideologia comunista, sempre e comunque. “Quando Nenni mostrò insofferenza verso l’URSS” ci racconta sempre l’autore citando un documento in suo possesso. “Luigi Longo andò subito a Mosca, si incontrò con Ponomariov, che era il grande distributore, chiedendogli di non dare più soldi a Nenni”.

Dove sono finiti i tesori dell’URSS?

Francesco ci ha mostrato, inoltre, un telex con la traduzione di un’intervista concessa da Stepankov, procuratore generale russo, dopo l’assassinio del giudice Falcone. Stepankov aveva individuato in Falcone l’unico interlocutore valido in tutta l’Europa. Con lui voleva ricostruire i rapporti tra PCUS e PCI perché cercava di ricostruire dove fossero finiti i soldi del PCUS dopo la caduta dell’URSS.

Anche per tutta questa serie di dettagli “Berlinguer e il Diavolo” di Bigazzi e Fertilio, che ci aiuta nel comprendere appieno la capacità del PCI di gestire il consenso, eredità politica e culturale i successori, più o meno vicini, più o meno consapevoli, ancora sopravvivono, merita un’attenta lettura.

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Da Marrakech a Nashville: da sabato 30/01 Salvatore Magazzini alla Galleria d’Arte Mentana

Intervista al Maestro Salvatore Magazzini che sarà ospite della Galleria d’Arte Mentana a partire da sabato prossimo

Marrakech ma anche Nashville, la luce calda e la luce artificiale. Alla Galleria d’Arte Mentana di Firenze sabato 30 gennaio inizierà la sua mostra personale (fino al 18 febbraio). Il Maestro Salvatore Magazzini è intervenuto a Il Tazebao.

Mediterraneo, ora luogo di incontro ora frontiera tra i popoli. Come mai il mare nostrum è così affascinante? “Quello che mi colpisce non è unione tra popoli ma le loro diversità. Non tanto nelle persone quanto nei luoghi, più luminosi, senza orpelli, luoghi essenziali ma anche gli odori e i profumi sono tanto diversi dai nostri”.

Quali città e usanze l’hanno colpita di più? “Le città che più mi hanno colpito sono Matera per l’Italia e Marrakech e Fes per l’Africa. L’usanza che più mi colpisce del mondo arabo è il loro stretto rapporto con il terreno. Infatti si siedono e sdraiano con naturalezza per terra, abitudine estranea per noi occidentali”.

Perché il colore è tanto importante nella sua Arte? Cosa ha influito? “Il colore è importante in tutta la pittura, forse nella mia ancora di più perché non do un’importanza predominante alla forma”.

Nel suo percorso artistico c’è stato anche un passaggio importante negli Stati Uniti. Cosa ha trasmesso quel Paese? Cosa si prova dentro quelle metropoli? “L’esperienza americana è importante nella mia pittura perché mi sono misurato con realtà coloristiche (vedi luce artificiale, neon) distanti dalla mia coloristica abituale. Con il passare del tempo i luoghi che non dipingerei sono sempre meno. Invece che essere selettivo nella scelta dei luoghi sono sempre più aperto verso realtà e culture diverse”.

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Craxi 21 anni dopo, Filippo Panseca: “Bettino? Lui non c’è ma…lo sento ogni giorno”

Le intuizioni sul digitale e sulla sostenibilità ma anche il rapporto professionale e umano con Bettino Craxi, Filippo Panseca si racconta al Tazebao.

Lo abbiamo contattato il 19 gennaio, il giorno dell’anniversario della scomparsa di Bettino Craxi, e lui ci ha detto, dal suo rifugio di Pantelleria, che un arcobaleno arrivava fino all’ultima patria del leader socialista. Filippo Panseca, artista totale e vero anticipatore di tendenze, è intervenuto a Il Tazebao.

Un innovatore sempre, Maestro. Le sue opere biodegradabili dimostrano una coscienza sostenibile ante-litteram? Forse avremmo dovuto seguire certe intuizioni…

“Che direi scientifiche… Nella realtà nulla si crea e nulla si distrugge ma le idee, le idee, i concetti possono vivere in eterno ed essere tramandati per contagio, orale, epistolare ed anche digitale. Sono le idee e le intuizioni che hanno generato la Società in cui viviamo, certo non tutte sono da condividere…”

Con la pandemia il digitale è penetrato ovunque rovesciando il modo di lavorare. Quando si dedicò al computer avrebbe mai immaginato che la realtà avrebbe superato l’immaginazione?

“La realtà è il futuro che giorno dopo giorno modifichiamo a seconda delle nostre esigenze, ma in tutti questi anni, secoli di trasformazioni, l’uomo ha dimenticato la cosa più importante che è quella di far parte della Natura, sia vegetale che animale, di cui si ò appropriato a suo piacimento, distruggendo foreste, animali, territori immensi trasformati, mari, laghi e riserve idriche inquinate da discariche ecosistema marino distrutto e come premio la Natura ci ha donato un bel virus sul quale al momento forse non abbiamo capito che dovremmo rivedere alcune cose sulla nostra vita e sul nostro modo di vivere. Il computer non è altro che uno strumento che può facilitare molte azioni accelerandole rendendole utilizzabili in tempo reale, ma l’importate non è averlo ma saperlo usare in modo da alleggerire il lavoro di tutti e non ad esempio sostituire il robot all’uomo e creare disoccupazione nel mondo”.

Quali prospettive vede? Ai nostri microfoni l’amica Stefania Craxi ha detto che le idee riformiste sono valide anche nel pieno della digitalizzazione…

“Le idee sono idee, anche la digitalizzazione nasce dalle idee e quindi certamente può anche contenere idee di qualsiasi tipo, scientifiche, artistiche e quant’altro, anche riformiste”.

http://iltazebao.com/craxi-21-anni-dopo-parla-stefania-craxi/

Dove si sta concentrando adesso? Quali materiali o settori vorrebbe indagare? Sta ancora sperimentando?

“Nel 1970 negli USA ho avuto modo di incontrare dei giovani ricercatori che avevano inventato un enzima che inserito durante la lavorazione nella plastica, grazie all’azione dei raggi UV del sole se abbandonata all’aperto, si sarebbe distrutta in breve tempo concimando anche il suolo dove era stata deposta. Mi si accese una lampadina e decisi di progettare, tornato in Italia, un contenitore in plastica per le bevande, realizzato in plastica biodegradabile che se abbandonato all’esterno, anziché distruggersi in circa 100 anni si sarebbe distrutto in pochi mesi. Bussai alla porta di molte aziende con il prototipo in mano, trovai la Boario grazie al suo Amministratore Avv. Canonica che decise di adottarlo purtroppo senza successo, perché il politico di turno del Governo di allora, che riuscì a contattare alla nostra presentazione del progetto al Ministero si fece una risata e disse che sicuramente il prodotto era cancerogeno ed in Italia nessun prodotto sarebbe mai stato messo dentro la plastica. A nulla valsero le pubblicazioni scientifiche prodotte e la testimonianza delle bottiglie di birra che già negli USA avevano iniziato a produrre.

Decisi allora di dedicarmi a produrre, unico artista sulla terra, opere biodegradabili che sarebbero sparite in un tempo da me programmato che sarebbe partito dal momento in cui il proprietario avrebbe deciso di aprire l’involucro che conteneva l’opera e che in breve tempo sarebbe sparita per effetto della luce.

Un mio esperimento pubblico risale al 1981 presso il chiostro dell’Accademia di Brea a Milano, dove installa sulla mano del Napoleone di Canova una Vittoria alata, in plastica bianca biodegradabile che nello spazio di 30 giorni sparisce senza lasciare alcuna traccia di inquinamento ma profumando l’ambiente circostante.

Oggi la mia ricerca consiste in opere di pittura o scultura realizzate con l’uso di nanotecnologie che permettono di vivere in simbiosi con la natura bonificando l’ambiente circostante per effetto dei raggi UV solari attraverso una fotocatalisi abbatte sia all’esterno che all’interno, odori, polvere ed altro collaborando con la natura. Al momento non ho altri riscontri di altri Artisti che lo fanno e le mie proposte, ultima una Luna Artificiale Luminosa. Si trattava di una foto catalitica di 15 metri presentata lo scorso 2019 a Venezia nel Chiostro dell’Accademia di Belle Arti di Venezia in occasione della Biennale che bonificava l’ambiente come un bosco di 300 alberi di alto fusto.

filippo-panseca-biennale-venezia-2019

Anche questa è finita nel nulla, i critici d’arte ed i politici non si sono accorti di nulla, ed anche il Sindaco di Milano Sala al quale ho chiesto un incontro per installare un albero Bionico prototipo di tanti altri da inserire nelle città per aiutare gli alberi esistenti a bonificare l’ambiente, non mi ha mai voluto incontrare, la cosa strana che tutti politici in testa si riempiono la bocca parlando di ambiente ma se trovano pronto sul piatto un lavoro prodotto da anni di ricerca da uno come certificato da CNR e Ministeri dell’ambiento, lo ignorano”.

La sua è stata una vera e propria opera di restyling politico, dal garofano in poi. Le sue scenografie intuirono la rilevanza che stava prendendo la leadership nel sistema politico. Da dove ebbe quell’intuizione?

“Dall’attualità. Una volta i Congressi si tenevano in luoghi sconosciuti e noti solo agli addetti ai lavori e qualche foto finiva sui giornali, con l’avvento della televisione e dei computer c’era la possibilità, non solo di portare fuori dalla sala congressuale le immagini ma anche le parole ed in diretta, cosa che sfruttai trasformando grazie alle scenografie in grandi eventi che venivano seguiti dai teleschermi delle case come si può seguire un qualsiasi evento, aprendo una nuova finestra per esportare le proprie idee. Criticatissimo all’inizio il mio lavoro ma copiato in malo modo successivamente dagli altri partiti”.

Le è dispiaciuto non poter commemorare di persona Bettino Craxi?

“Di persona non c’è neppure lui ma mentalmente ci sentiamo ogni giorno. Io da Pantelleria, dalla finestre della mia Caserma Studio e Lui dalla Tunisia dove è sepolto, con appuntamento al tramonto del Sole”.

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Craxi 21 anni dopo, parla Stefania Craxi

Stefania Craxi: “La stragrande maggioranza degli italiani ha restituito a Craxi il giusto merito. In questo 21esimo anniversario penso al popolo tunisino e…”

Stefania Craxi, Senatore della Repubblica e Vicepresidente della Commissione Affari esteri ed immigrazione, ha concesso un’intervista al Tazebao.

Riavvolgiamo il nastro. Gennaio 2020: esce il film su Craxi, tutto pronto per il ventennale. Dopo e prima del lockdown usciranno libri, interviste, approfondimenti… Possiamo dire che finalmente l’Italia ha saputo fare i conti con Craxi?

“Diciamo che il Coronavirus ha stroncato in parte il dibattito sulla figura di Craxi avviato non solo dal film di Amelio, un’opera intimista che non ha raccontato e non aveva in alcun modo la pretesa di raccontare la realtà storica e politica, ma dalle tante pubblicazioni – saggi, biografie, ecc. – che hanno riscontrato grande interesse e grande successo. Non mi illudo che con il ventennale l’Italia tutta abbia fatto i conti con la figura del leader socialista, su cosa abbia significato la sua parabola per i destini di questo Paese – anche perché troppi sono ancora coloro che trovano la loro legittimazione in quella stagione infausta – ma la stragrande maggioranza degli italiani ha restituito a Craxi meriti ed onori che gli competono. Molti hanno capito, anche grazie al tempo e alla battaglia di verità che ho condotto in questi vent’anni, spesso in solitaria, il perché di quella fine. Tragica ma al contempo emblematica della sua battaglia. È stato un irregolare che ha difeso la politica e il suo primato, l’Italia e gli italiani, una Nazione che voleva forte e protagonista dello scenario internazionale. Il nostro ruolo e il nostro peso oggi, beh…. sono sotto gli occhi di tutti”.

Con Craxi la “storia” italiana avrebbe preso un altro corso?

“La storia non si fa con i sé e con i ma. Ma questi anni e il confronto con la realtà ci dicono di si, la sorte italiana sarebbe stata tutt’altra. Basta leggere i suoi scritti da Hammamet per comprendere come la sua visione, nonostante la distanza, l’amarezza dell’esilio e le condizioni di salute, fosse lucida e proiettata al futuro. Ha letto per tempo le storture che avrebbe prodotto certa cultura globalista e un certo “progressismo” di maniera, le zoppie e le asimmetrie della costruzione europea, la progressiva irrilevanza dell’Italia non solo sullo scenario internazionale ma nel suo cortile di casa, il Mediterraneo e così via… Aveva la capacità di leggere il suo tempo con gli occhi del futuro, c’erano convinzione profonde e capacità di progettare il futuro. Oggi viviamo alla giornata, non vi è un credo, una idea, una sola idea che questi governanti di oggi e di ieri intendono difendere. Tutto è trattabile. Guardiamo a quanto accade in queste ore: si nobilita il peggior trasformismo per sopravvivere e si ammanta il tutto con una retorica tesa a non riconoscere la legittimità di governo dell’opposizione. Si vuole creare immotivatamente una sorta di riveduta “conventio ad excludendum” proprio quando, innanzi alla profonda crisi che attraversano le democrazie occidentali, su cui pesa enormemente il tema delle disuguaglianze, dovremmo porci il tema di ampliare la base democratica e non restringerla. Così facendo color signori saranno travolti ma andremo incontro ad una pericolosa deriva… a furia di gridare all’uomo nero per ragioni di comodo e di bottega, individuato sempre guarda caso nell’avversario di turno, prima o poi rischia di arrivare davvero. La democrazia è una conquista quotidiana non un dato acquisito…”

Quest’anno sarà sicuramente un anniversario differente. Quanto manca potere andare ad Hammamet insieme ai tanti che hanno condiviso i suoi valori?

“Dopo la parentesi delle Primavere arabe, quest’anno tanti italiani e tante italiane – non solo persone che hanno conosciuto quella stagione o ne hanno fatto parte – non potranno recarsi ad Hammamet. È ormai una sorta di rito laico che non ha nulla di amarcord come malignamente certa stampa l’ha sempre raccontato. Vi è piuttosto la volontà di tenere vivo un ricordo, di tramandarlo alle nuove generazioni, ricordare che esiste una ferita aperta che pesa sulla coscienza civile e democratica del Paese e non solo. Hammamet è un’occasione non solo per ricordare, capire, ma anche per interrogarsi, per mantenere saldo un legame con un popolo, quello tunisino, a testimonianza di un rapporto indispensabile del nostro Paese con quell’area mediterranea e mediorientale in cui possiamo e dobbiamo giocare un ruolo in funzione della pace, della stabilità e la crescita condivisa di questo grande bacino che, se non governato, se dimenticato, da fonte di opportunità diventa causa di problematiche come sta accadendo. Ecco, un pensiero in questo anniversario 2021 lo dedico proprio alla Tunisia, i cui effetti della crisi economica e sanitaria stanno mettendo a dura prova il Paese e la tenuta della giovane democrazia maghrebina, l’unica nata dalle Primavere arabe”.

“Parigi-Hammamet” è l’ultimo inedito di Craxi pubblicato dalla Fondazione a lui titolata. Un libro… originale.

“È originale la forma con cui Craxi decide, negli ultimi mesi del suo esilio, di raccontare dinamiche, interessi e attori che si celano dietro quel grande scontro che si è consumato, non solo in Italia, tra la politica e la finanza. Irritualmente sceglie la forma del romanzo, un giallo che gli consente di raccontare puntualmente, affidandoli alla finzione della narrativa, gli avvenimenti che hanno segnato anche la fine del suo percorso politico. Accadimenti così incredibili da essere così reali… Poi, se posso spoilerare, dico che nel volume il lettore troverà una autodescrizione sbalorditiva di cui, a distanza di anni, sono rimasta io stessa sorpresa… Ecco, come sempre in Craxi, l’uomo e il politico non sono scindibili”.

C’è ancora uno spazio per le idee riformiste socialiste? Anche oggi dopo la rivoluzione digitale oramai in atto?

“L’ho detto da tempo. Hanno distrutto il nostro bagaglio materiale ma non hanno potuto distruggere le nostre idee e le nostre ragioni. Quelle idee, le intuizioni e la cultura del socialismo liberale e riformista di Craxi, tra l’altro un mix sapiente tra visione nazionale e internazionale, è più che mai vivo ed attuale. Tra l’altro, proprio la rivoluzione digitale in atto pone alcune questioni essenziali in termini di libertà e democrazia, temi fondanti per la nostra cultura. Spiace però constatare che molti sedicenti socialisti, che dopo anni di abiura finalmente ritrovano il coraggio – o forse e meglio dire l’opportunismo – di dirsi “craxiani” anziché difendere quelle idee di civiltà e di progresso pensino magari di sventolare vecchi simboli abiurando a quelle idee per qualche misero posto al sole. Il socialismo è stato tante cose nella storia, spero che ci risparmino il “socialismo costruttore” o “responsabile”, una variante ancora più subalterna (e micragnosa) di quello che abbiamo conosciuto in anni non fulgenti della lunga e travagliata storia del movimento socialista e che nulla a che fare con l’eredità “craxiana”, l’unica al passo con i tempi”.