Ucraina e Kazakistan, conflitto alle porte? Lorenzo Somigli a Radio Kulturaeuropa

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L’intervento del giornalista Lorenzo Somigli, fondatore de Il Tazebao, sulla crisi Ucraina e le prospettive del conflitto.

Giornalista e fondatore de Il Tazebao, Lorenzo Somigli è intervenuto a Radio Kulturaeuropa (il podcast completo) sulla crisi Ucraina e il confronto Russia-USA.

“Non esiste guerra senza narrazione della guerra. Raccontare la guerra è uno degli esercizi più difficili per il giornalista perché presuppone capacità di distacco dalla propaganda interna. L’Italia è compenetrata dalla propaganda – non potrebbe essere altrimenti perché ha perso rovinosamente l’ultima guerra – e, come parte della propaganda, dal processo di costruzione del nemico, in questo caso l’odiata Russia. Viviamo da una parte in autolimitanti bolle social e dall’altra siamo governati da un potere che, riprendo le parole di un Senatore a vita della Repubblica, vorrebbe somministrare l’informazione. Dunque, ogni sforzo di comprensione, analitico è apprezzabile. Diffidiamo delle narrazioni, diffidiamo delle immagini ufficiali, che sono sempre le stesse”.

La Russia di Putin

“La leadership autoritaria di Putin ha evitato il collasso definitivo del paese dopo il disfacimento dell’URSS, trent’anni fa, una delle più gravi crisi geopolitiche e non solo per la deflagrazione dei conflitti etnici alla periferia dell’ex URSS. È riuscito ad aprirsi una testa di ponte nel Mediterraneo, storico obiettivo della Russia, sfondando l’ellisse degli idrocarburi. Adesso, naturalmente, la sua leadership è logora. Sembra che le sue condizioni di salute, come è naturale, non siano al massimo e ogni transizione in Russia è traumatica: non si è semplicemente sconfitti e si va all’opposizione, si scompare. Da parte degli USA sembra che la guerra fredda che noi vediamo finita non sia mai terminata, quantomeno non è finito l’armamentario ideologico né le tattiche, a partire dall’arco di crisi: fomentare crisi intorno al gigante russo, ieri l’Afghanistan, oggi l’Uzbekistan per destabilizzarlo”.

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L’Impero americano e il suo limes

“Non credo al declino dell’Impero americano, un Impero – non dimentichiamolo – perché gli USA studiano e filtrano l’esperienza latina, Luttwak insegna. Solo noi, non si sa bene perché, non studiamo più. Riprendendo la riflessione di Carl Schmitt, gli Stati Uniti, a partire dagli anni di Theodore Roosevelt e Woodrow Wilson, iniziano a saldare la Dottrina Monroe come principio ordinativo per “i grandi spazi” e la sicurezza delle vie commerciali e di comunicazione ereditata dall’Impero britannico, l’impero transnazionale per sua eccellenza. Da qui, dunque, elaborano un proprio concetto di Impero, un limes e, azzardo, anche dei popoli “federati” alla periferia, a cui delegare compiti di sorveglianza. È quindi molto difficile che adottino decisioni casuali o senza calcolare le ripercussioni. Anche il ritiro dall’Afghanistan, che viene erroneamente considerato una disfatta, rientra in questo quadro: nella gestione dell’Impero, del suo nomos e del suo limes”.

La prospettiva italiana

“All’Italia sembra sia richiesta una fedeltà assoluta. L’Italia, per la sua intrinseca debolezza – ne abbiamo una plastica rappresentazione – è il ventre molle dell’alleanza e alla sua vulnerabilità contribuisce la dipendenza energetica verso la Russia. Lo ha sottolineato il Copasir con un documento in cui si chiede di rompere la dipendenza energetica verso l’estero e lavorare seriamente sulla diversificazione delle fonti. L’Italia fu, invero, protagonista di una fase di distensione con la Russia, culminata con Pratica di Mare nel 2002. Ci furono, però, delle grandi opposizioni allora al progetto di Berlusconi e oggi è tardi per rendersi conto del logoramento dei rapporti con la Russia”.


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