Turchia: prigioniera della sua posizione geografica e della sua ambigua politica estera. Gli occhi rivolti a Occidente, ma il cuore batte a Oriente

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A colloquio con Filippo Cicciù, giornalista ed esperto di Turchia.

Il Medioriente è di nuovo in fiamme. La questione palestinese (di cui abbiamo trattato di recente) è ritornata a galla. Nella regione tutti puntano il dito, e alcuni anche qualche razzo, contro Israele. Le monarchie del Golfo danno segni positivi di apertura e dialogo. La Turchia si mostra disponibile a riallacciare i rapporti deterioratisi con il tempo con i propri vicini.

Abbiamo scambiato qualche parola al riguardo con Filippo Cicciù che dal 2015 è collaboratore della Radiotelevisione Svizzera Italiana dalla Turchia. Vive a Istanbul. Ha scritto per Limes, Idee e Lifestyle del Sole 24 ORE, Osservatorio Balcani e Caucaso, Treccani e molte altre.

Come scrive Business Insider: “La Turchia di Recep Tayyip Erdoğan ha deciso che la lista dei nemici o degli stati ostili che la circondano stava diventando un elenco troppo lungo. Così dopo aver constatato che la famosa frase della passata diplomazia turca “zero problemi con i paesi vicini” era ormai diventata “zero paesi vicini senza problemi” […]

C’è fermento nel mondo musulmano sunnita (non va taciuto che sia frutto anche degli Accordi di Abramo): L’Arabia Saudita ha aperto al Qatar, alleato della Turchia su più fronti, dopo tre anni di embargo.

Quali ricadute avrà questa mossa di Riyad sulla Turchia che si è subito dimostrata disponibile al dialogo?

“In questo momento il ministro degli esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu si trova a Riyad. Altra presenza importante nella capitale saudita è l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al-Thani. È una visita molto importante per quel che riguarda il Qatar perché avviene dopo la rottura dei rapporti nel 2017 quando il Qatar venne isolato dai paesi del golfo. Da quell’anno la Turchia ha consolidato i rapporti con il Qatar costruendo una grande base militare nel paese della penisola del Golfo. La presenza di truppe turche all’estero cresce a dismisura. Questo rispecchia la necessità di Ankara di centralizzare il suo potere nel Golfo e di impossessarsi di uno sbocco vitale sulle più importanti rotte commerciali del mondo verso l’Asia sudorientale. Il mantenere rapporti con il Golfo si è rivelato utile quando le relazioni tra Ankara e Riyad è sbiadita in seguito all’omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi nel consolato saudita di Istanbul il 2 Ottobre 2018. Un omicidio ancora oscuro per molti aspetti, ma per gli USA, lo zampino del principe ereditario Bin Salman nella faccenda, è inconfutabile. Forti critiche da parte di Ankara si sono alzate contro Riyad in seguito a questo episodio, anche se il presidente Erdoğan ha voluto mantenere le relazioni con il re saudita Salman; la stessa cosa non si può dire valga anche con il principe ereditario.

Oggi la situazione è cambiata. La ripresa del dialogo tra il campo saudita e l’alleanza tra turco-qatariota potrà avere conseguenze importanti. Per la Turchia significa prima di tutto la fine del boicottaggio dei suoi prodotti, che l’anno scorso ha provocato una riduzione del 98 per cento delle esportazioni verso l’Arabia Saudita. Ankara ha sicuramente bisogno di questa boccata d’ossigeno. La normalizzazione fra le due potenze regionali ha forti implicazioni economiche.

L’Arabia Saudita ha annunciato, di recente, anche di voler chiudere 8 delle 26 scuole turche operanti nel regno. Nodo cruciale questo per Ankara. Vedremo cosa potrà fare al riguardo.

Ricordiamo anche che, all’indomani del colpo di stato in Egitto contro Mohammed Morsi, sostenuto dalla Fratellanza Musulmana e dalla Turchia, l’Arabia Saudita, invece, abbracciò fin da subito il cambiamento. Ankara, messa alle strette da una situazione economica fortemente precaria e non potendo più mantenere una posizione di forza nella regione, ha deciso di avere di nuovo dei vicini”.

Ankara si muove anche all’ombra delle Piramidi. Sono in corso dialoghi “esplorativi” anche con l’Egitto di Morsi, nonostante il presidente turco era (lo è ancora?) filo-Al Sisi.

Egitto, Cipro, Grecia, Israele, Italia, Giordania e Palestina hanno siglato, nella mattinata di martedì 22 settembre, la Carta dell’East Mediterranean Gas Forum (EMGF), un documento che istituisce ufficialmente, tra i Paesi firmatari, un’organizzazione internazionale regionale, con il suo quartier generale al Cairo.

La grande assente è Ankara. Cosa spera di ottenere Erdoğan, si accontenterà solo di un maggior spazio di manovra nel Mediterraneo orientale?

“Il riavvicinamento all’Egitto è legato a questi due eventi: Cipro e Libia.

La situazione è legata alla questione di Cipro, la più lunga controversia della storia. Uno stato diviso, uno di questo è membro a pieno titolo dell’Unione Europea, l’altro non gode di alcun riconoscimento internazionale ad eccezione della Turchia. Cipro, con la sua posizione magica nel Mediterraneo, è indispensabile alla Turchia. Ankara ritiene che la Turchia non possa essere esclusa dalla partita del gas nel Mediterraneo orientale. La posizione politica di Ankara è spiegabile anche dalla sua posizione geografica: ponte fra due mondi. Le mosse turche sono sempre ben studiate e il suo atteggiamento ostile all’inizio, si ammorbidisce nel tempo: dopo una fase iniziale di ostilità e scaramucce con la Grecia, la Turchia è pronta a collaborare a patto che la sua presenza nella zona non venga messa in discussione. Purtroppo, dai dialoghi esplorativi con l’Egitto, non è emerso nulla di buono: Ankara vorrebbe maggiore spazio di manovra al largo della costa cipriota. L’Egitto ha leggermente attenuato il suo sostegno ad Haftar in Libia. La situazione qui è molto complessa: Al-Sisi, ancor prima dell’incontro, aveva chiesto a gran voce il ritiro dei mercenari turchi dal confine Egitto-Libia.

Erdoğan ha sempre voluto ergersi a guida politica dell’Islam sunnita e in Egitto gode di buona fama per questo. In più, molti esponenti della Fratellanza Musulmana hanno trovato asilo in Turchia. All’alba dell’incontro ‘esplorativo’ tenutosi a Il Cairo, Ankara avrebbe ordinato a El-Sharq TV, un canale simpatizzante dei Fratelli Musulmani con sede in Turchia e ai canali politicamente vicini Watan TV e Mekameleen, di interrompere immediatamente la messa in onda di trasmissioni critiche nei confronti dell’Egitto. L’Egitto però non si accontenta solo di questo: vuole l’estradizione di queste persone”.

“Ma il punto in comune tra tutti questi (monarchie del Golfo e Turchia) paesi è un distanziamento dagli Stati Uniti, alleato comune di cui non si fidano più” scrive Internazionale.

Per quanto riguarda la Turchia, cosa deve aspettarsi dall’amministrazione Biden e viceversa?

“La Turchia si aspetta dall’amministrazione Biden un atteggiamento molto diverso rispetto a quello tenuto dall’amministrazione Trump nei rapporti con Ankara, come del resto è già stato dimostrato. Tra Erdoğan e Trump, anche se ci sono stati dei lievi conflitti, il rapporto era improntato ad una relazione personale, anche se Trump ha avvallato un’operazione turca contro le forze curde nel nord della Siria nel 2018. Trump ha anche sanzionato la Turchia per l’acquisto del sistema di difesa missilistico dalla Russia. Formalmente è stata esclusa Ankara dal programma F35, un programma di costruzione e condivisione dei caccia F35. Già dai primi mesi dell’amministrazione Biden il cambiamento è stato evidente: il presidente americano non ha tenuto contatti diretti per mesi da quando è stato eletto e ha deciso di telefonare al capo di stato turco soltanto il 23 aprile 2021, il giorno prima di riconoscere ufficialmente il genocidio armeno. Nonostante il dialogo sia non dei migliori, Ankara è costretta a dialogare con Washington. Le relazioni della Turchia con gli altri stati sono ad ampio raggio e controverse per certi versi: basta ricordare l’episodio del 2015 quando l’aviazione turca abbatté un jet russo in Siria creando una crisi diplomatica con Mosca. Ciononostante, Erdoğan e Putin collaborano sempre su più fronti. Ma non dimentichiamoci che a poco più di un anno dall’abbattimento del jet russo in Siria e quando le relazioni tra Turchia e Russia si erano da poco riprese l’ambasciatore russo in Turchia è stato ucciso in una galleria d’arte ad Ankara. Sicuramente Putin sa come mettere pressione al suo omologo e amico turco: dopo la visita del presidente ucraino Zelens’kyj ad Ankara, Putin ha annunciato il blocco dei voli verso la Turchia a causa del Covid-19″.

Biden ha inaugurato la sua amministrazione con un iniziale silenzio nei confronti di Ankara. Quest’ultima ha tentato di ‘flirtare’ con la bandiera a strisce e stelle annunciando la costruzione del secondo canale sul Bosforo, annuncio al quale i turchi, ormai, sono abituati. Gesto propagandistico quest’ultimo che ha fatto infuriare l’opposizione turca, o quello che ne rimane dell’opposizione, ma davvero gli americani necessitano il canale?

“Questo è il progetto più ambizioso di Erdoğan. Si parla da ormai dieci anni della costruzione del canale sul Bosforo. Adesso sembra sia giunto il momento di portarlo a termine. È stata aperta una gara d’appalto per la costruzione di ponti su questo famigerato canale e alcuni terreni su cui dovrebbe sorgere il canale sono stati acquistati da costruttori del Qatar. In realtà nulla di più è stato fatto. Si vocifera che il 1° giugno, Erdoğan potrebbe inaugurare l’inizio dei lavori. Dall’altra parte c’è un’opposizione molto eterogenea che si oppone al progetto: ambientalisti, gruppi di sinistra, il sindaco di Istanbul si è fortemente opposto (esponente dell’opposizione che ha vinto a mani basse le elezioni nel 2019), sono arrivate proteste anche da parte di un gruppo di militari in pensione che hanno scritto una lettera al presidente esprimendo la loro preoccupazione per l’uscita del paese dalla convenzione di Montreaux che consente ad Ankara il controllo del Bosforo. Se davvero Erdoğan fosse convinto dell’abbandonare la convenzione, gli USA e gli altri stati che non si affacciano sul mar Nero potrebbero usufruirne liberamente. Dieci dei militari che hanno scritto la lettera di opposizione alla costruzione del canale, sono stati arrestati per una settimana. Erdoğan ha comunque rassicurato tutti dicendo di non avere alcuna intenzione di abbandonare Montreaux. La lettera ricorda a molti i comunicati dei militari prima dei colpi di stato”.

Nonostante il tentativo, poco riuscito, di corteggiare gli USA, Biden ha riconosciuto il genocidio degli armeni. Quali sono state le reazioni di Erdoğan? Per la cena di Iftar (06/05/2021), ha invitato a tavola le guide delle comunità religiose del paese.

“L’invito del presidente turco alle autorità religiose, dall’esterno, può sembrare curioso, ma in realtà è qualcosa di normale. Sono immagini che in Occidente non vengono neanche mostrate perché risulterebbero incomprensibili. In realtà, il patriarca ecumenico di Costantinopoli è un cittadino turco come anche il patriarca armeno. Erdoğan, prima in qualità di primo ministro e poi da presidente, è stato il primo politico turco ad ammorbidire i toni sulla questione ‘genocidio armeno’. Sotto la presidenza di Abdullah Gül, presidente dal 2007 al 2014, e sotto il premierato di Erdoğan, sono state riaperte delle strade per cercare di riaprire il confine chiuso tra Armenia e Turchia, che è chiuso dagli anni ’90. In seguito alla recente guerra tra Armenia e Azerbaijan sostenuto da Ankara, la condizione secondo cui la Turchia dovrebbe avere il confine chiuso con l’Armenia, è caduta in qualche modo. Questo potrebbe far sperare in un qualche tipo di riavvicinamento.

Le critiche mosse da Erdoğan a Biden per il riconoscimento del genocidio degli armeni, non sono state così forti e questo va letto come la necessità di Ankara di mantenere le relazioni con Washington”.

La vendita dei droni Bayraktar TB2 all’Ucraina potrebbe contribuire alla distensione dei rapporti fra Ankara e Washington?

“Può certamente contribuire allo sviluppo dell’industria della difesa turca che è un settore in forte crescita. Erdoğan ha anche confessato l’interesse saudita nell’acquisto dei droni turchi. I droni turchi si sono rivelati molto efficaci. Sinceramente non so quanto possa contribuire a distendere i rapporti con Washington, sicuramente non li danneggia. In Ucraina Erdoğan si gioca anche la carta dei tatari scappati dalla Crimea in seguito all’occupazione russa nel 2014″.

L’apertura di Ankara a Washington non ha lasciato indifferente Mosca che, in risposta, ha bloccato i voli e il turismo verso la Turchia fino al 1° giugno giustificando tale mossa con il pretesto, presunto o meno, che i russi di ritorno risultavano positivi al Covid_19. Non a caso, Mosca ha scelto di far recapitare la sgradevole ambasciata a una donna. Seduta in poltrona. Ciononostante, la collaborazione fra Erdoğan e Putin continua: Ankara autorizza lo Sputnik V.

“Al di là di ogni effetto scenico, la Turchia non può assolutamente permettersi di perdere i rapporti con Mosca. Per quanto riguarda lo Sputnik V nulla è sicuro: il ministero della sanità turco ha detto che arriveranno 50 milioni di dosi di Sputnik. Anche con la Cina è stato siglato un accordo che prevedeva l’arrivo in Turchia di cento milioni di dosi di vaccino che non sono arrivate tutte probabilmente anche a causa della questione uigura. La Cina, infatti, chiede ad Ankara l’estradizione degli uiguri che vivono nel paese musulmano, ma il parlamento turco non si è espresso sulla vicenda e non ha ancora ratificato l’accordo di estradizione con Pechino. Quando il ministro degli esteri cinese si è recato ad Ankara in visita ufficiale, gli uiguri manifestavano in piazza parlando di genicidio uiguro. Il ministro degli esteri turco ha anche rilasciato qualche indiscrezione sugli argomenti trattati con l’omologo cinese: la questione uigura è stata discussa. Pochi giorni dopo il ministro della sanità turco ha detto che i vaccini dalla Cina stentano ad arrivare.

La Turchia sta acquistando anche vaccini dalla BioNtech. Erdoğan ha rassicurato i suoi connazionali dicendo che non ci saranno problemi con i vaccini. Secondo quanto riferito dal ministro della sanità almeno il 27% della popolazione è stata vaccinata. Altre fonti sostengono che in realtà solo il 13% della popolazione turca è stata vaccinata. I giornalisti stranieri sono già stati vaccinati. La questione dei vaccini mostra come il paese sia costretto a tenere aperte tutte le finestre di dialogo possibili ed Erdoğan ha ben chiaro in mente questo obiettivo.

Se prendi un giornale turco e cerchi nella sezione “politica estera”, ci sono notizie sull’Occidente, sulla Russia, sul Medioriente, sull’Africa, se, invece, leggi un giornale italiano, scopri che non dedica spazio alla politica estera, tranne rare eccezioni, tra cui la vostra rivista”.

Perché è importante l’Ucraina per la Turchia e cosa spera di ottenere Erdoğan intervenendo in un futuro/possibile conflitto?

“Il territorio ucraino è stato territorio di battaglie per gli ottomani contro l’impero zarista e oggi può ancora giocare il ruolo della bella Elena di Troia e far precipitare l'”amicizia” Erdoğan-Putin.

Ecco perché avere degli spazi su quella parte di costa del mar Nero è indispensabile per la Turchia, è tutto in un’ottica di prendere le giuste precauzioni in caso di un eventuale mutamento delle forze in gioco”.

Il 1° maggio turco: cos’è successo nelle piazze e nelle strade turche?

“Il 1° maggio è sempre un giorno delicato per la Turchia perché riporta alla memoria gli episodi del 1° maggio 1977 quando furono uccise più di trenta persone dalla polizia. Un evento tragico per la storia turca che viene ricordato ogni anno con la deposizione di una corona di fiori in piazza Taksim in segno di omaggio verso le vittime. Tutti gli anni le manifestazioni vengono vietate, ma molti scendono lo stesso in piazza a rischio di essere arrestati dalla polizia. È successo lo stesso anche quest’anno nonostante siamo sotto lockdown dal 29 aprile. Quelli che hanno occupato le piazze ad Istanbul e ad Ankara sono stati malmenati dalla polizia.

Ma nei giorni successivi, quando è scoppiato il conflitto tra Israele e Palestinesi, migliaia di persone hanno manifestato in piazza contro Israele, senza che la polizia intervenisse, nonostante la violazione del lockdown. Quello che sta succedendo ın queste ore a Gerusalemme influenza le relazioni Turchia-Israele che sono tese dall’episodio della Freedom Flotilla del 2010. Ci sono stati tentativi di riconciliazione, ma l’invito al ministro dell’energia israeliano ad Antalya per partecipare al forum energetico, è stato fagocitato dalla violenza esplosa a Gerusalemme”.

Il sindaco di Istanbul è stato indagato per l’incontro con sindaci curdi?

“Ekrem İmamoğlu ha vinto le elezioni ad Istanbul nel 2019 con quasi un milione di voti in più rispetto al candidato di Erdogan. Ad İmamoğlu è successo di tutto: la settimana scorsa è stata aperta un’inchiesta preliminare per aver incontrato dei sindaci curdi e per aver camminato con le mani incrociate dietro la schiena davanti alla tomba del sultano ottomano Mehmet il Conquistatore. Queste inchieste sono state subito archiviate”.

Come se la passa l’opposizione turca?

“L’opposizione turca esiste nonostante viene silenziata spesso. È zittita sulla maggior parte dei mezzi di comunicazione. Presenta delle grosse fratture al suo interno. Esiste un’opposizione interna al clan politico di Erdoğan.

Il terzo partito più grande del panorama politico turco è il partito filo-curdo. Hanno arrestato il leader carismatico di questo partito nel 2016 e ciononostante rimane in Parlamento e secondo i sondaggi mantiene invariato il proprio bacino elettorale. Recentemente c’è stata anche una richiesta di chiusura per presunti link con il terrorismo. La Corte Costituzionale turca ha rifiutato la prima richiesta di messa al bando. Erdoğan, che parla di nuova Turchia, agisce con prudenza perché la storia politica turca insegna come in passato l’islam politico fu messo al bando fin troppe volte. Nella sua nuova Turchia non può succedere una cosa del genere. Se davvero decidesse di fare fuori il terzo partito più grande del Parlamento turco perderebbe credibilità. Anche se per molti l’ha già persa da un po’.

Il punto cruciale da sottolineare è che l’opposizione si presenta unita nelle sfide locali (le elezioni ad Istanbul del 2019 docet), ma a livello nazionale è fortemente frammentata”.

Cipro: il tallone di Achille della Turchia. Sembra che adesso qualcosa stia cambiando: la Gran Bretagna, garante della questione e fresca di Brexit, appoggi l’aspirazione turca della soluzione a due stati.

Si sta andando incontro ad un riconoscimento internazionale della Repubblica turca di Cipro Nord?

“Il 27 aprile si è aperta a Ginevra la conferenza informale su Cipro. Per la prima volta Ankara ha proposto la soluzione a due stati. La parte greca dell’isola si mostra molto nervosa e poco incline al compromesso: Nicosia dice no alla proposta turca di due Stati. Vuole una soluzione basata sulla sovranità unica, sulla cittadinanza unica e sulla rappresentanza internazionale unica. Chiede il ritiro dei cinquanta mila soldati turchi sull’isola affermando che la Turchia è una potenza occupante. Inoltre, chiede l’eliminazione di un sistema in cui Grecia, Turchia e Gran Bretagna (nonostante le voci del possibile riconoscimento di Cipro nord) fungano da garanti per la sicurezza, proposta a cui si oppone il governo turco-cipriota.

I conflitti tra Turchia e Grecia sono molto radicati nella storia dei due stati. A luglio i colloqui proseguiranno”.

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