C’era una volta – Crimea, gas e non solo. Il Mar Nero: mare dei miti, delle leggende e della geo-poetica

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Nel corso degli anni, molte leggende o pseudo-leggende sono state inventate e tramandate fin ai giorni nostri sul Mar Nero…

Ad oggi si contano più di trecento antichi nomi del Mar Nero. Alcuni sono associati ai popoli che vivevano nella regione: Mar Cimmerio, Mar Scita, Mar Sarmato, Mar Colchide, Mare di Rum, Mar dei Traci, Mar Russo. Altri nomi facevano riferimento alla grandezza: Mar Grande, Mar Grosso, Mar Profondo. Oppure alla collocazione geografica: Mar Settentrionale per gli arabi del sud e Mar Orientale per i greci e romani. Nominativi molto popolari erano quelli associati ai colori: non tutte le antiche civiltà vedevano il mare di “color nero”. Circolavano anche varianti come Mar Blu Scuro e anche Rosso [1].

In occasione del 31 ottobre, giornata celebrativa a livello internazionale di questo specchio d’acqua, il magazine online Discover Dobrogea, ha pubblicato un’intervista al biologo Răzvan Popescu-Mirceni, direttore della società di esplorazione oceanografica e la protezione dell’ambiente marino nella città di Costanza, in cui svelava alcuni misteri sul Mar Nero [2].

Origine dell’attuale nome

La vera origine del nome Mar Nero è di derivazione ottomana. Molti popoli, incluso quello romeno, associavano i punti cardinali e la dinamica del nostro sistema sociale, con i luoghi di provenienza della luce e del buio, del caldo e del freddo. Infatti, se richiamiamo alla mente l’espansione territoriale dell’Impero Ottomano, è facile notare come il “Mar Nero” sia stato un ‘lago’ turco per molti secoli: poiché era a nord del centro del loro impero, gli ottomani associavano questo punto cardinale con la notte e il freddo, così hanno chiamato il mare “Kara Deniz“, kara è nero, deniz significa mare in turco.

Per contrasto, il mar Mediterraneo, che si trova a sud del centro dell’Impero Ottomano, è stato definito Ak Deniz, mare bianco e tutt’oggi è chiamato così dai turchi.

Da Pontos Akseynos a Pontus Euxinus

La costa settentrionale del mar Nero, nei secoli VII-VI a.C., era dominata da coloni greci. A causa di condizioni naturali imprevedibili e tribù costiere ostili, i greci iniziarono a chiamare il mare “Pontos Akseynos”, ovvero “Mare Inospitale”. Adottarono questo nome da un’antica parola di origine persiana, “ahshayna” [3], ovvero “oscuro”, “nero”.

Non è un caso che Giasone e gli Argonauti, superando i pericoli, navigarono a bordo della nave Argo, regalo di Atena, proprio attraverso questo mare fino alla Colchide alla ricerca del Vello d’Oro. E il ‘colpevole’ Prometeo fu incatenato ai confini del mondo, oltre il mare, nella regione delle montagne del Caucaso.

Il geografo, storico e filosofo greco Strabone [4], in Geografia, scrive:

“[…] A quei tempi questo mare era irraggiungibile dal punto di vista della navigazione e si chiamava ‘Aksinsky’ a causa delle tempeste invernali e delle tribù selvagge dei dintorni, in particolare gli Sciti, poiché erano soliti sacrificare i forestieri, mangiare la loro carne e utilizzare i loro teschi come trofei. Successivamente, dopo la fondazione delle città degli Ionici sulla costa, il mare fu chiamato ‘Evksinsky’ […]”.

Il geografo romano Pomponio Mela [5], in “La Posizione della Terra”, descrive questo mare agitato come segue:

“[…] Il mare è caratterizzato da una bassa profondità, dal temperamento severo, dalle nebbie, dalle ripide sponde non sabbiose. I golfi sono rari. Il mare bagna i paesi da cui soffia il vento del nord e, a causa di questo vento, il mare è agitato e ribolle […]”.

Quando i greci diventarono abili costruttori di navi e queste divennero più sofisticate, cambiarono nome al mare in “Pontus Euxinus”, il “Mare Ospitale”; in più il Pontus Euxinus era l’unico da cui potevano bere acqua. Quando i coloni di Mileto giunsero in Dobrogea per formare la polis di Istros (in greco; Histria in latino), rimasero in viaggio per settimane con le navi, tempo durante il quale furono lasciati senza acqua potabile.

I Greci organizzavano le loro spedizioni verso il Mar Nero in primavera, quando il Danubio era al suo apice. Così, l’acqua dolce del fiume, che all’epoca era potabile, rimaneva in superficie, con una densità inferiore rispetto all’acqua salata, che rimaneva sul fondo. In pratica, il Mar Nero era l’unico mare dal quale potevano bere acqua. Poiché gettavano il secchio e prendevano l’acqua sia per bere che per altri bisogni personali direttamente dal mare, senza dover chiedere ‘permesso’ a qualcuno e perché l’acqua stessa si apprestava a questo, i greci lo chiamarono il “Mare Ospitale”.

Il poeta dei dolci carmi d’amor

Il poeta di Sulmona, poco più che cinquantenne, approda a Tomi, sul Mar Nero, nell’8 a.C. per scontare la sua relegatio. Qui morirà dieci anni dopo nella vana attesa del perdono da parte dell’imperatore Augusto. Dopo la partenza per il Mar Nero, Ovidio scrive Tristia (Tristezze), un’opera composta da cinque libri di elegie in forma prevalentemente epistolare. Le elegie sono incentrate sul contrasto Roma-Tomi, l’attuale porto romeno di Costanza. Definendo il posto che lo ospita “finis terrae” (ultima terra) [6], Ovidio mette in chiara contrapposizione lo splendore culturale di Roma, che per lui rappresenta un passato felice ma perduto, con lo squallore di una provincia barbara dal paesaggio aspro e inospitale.

“Il luogo stesso è una parte della mia pena”. [7]

Le tempeste sui mari, l’inverno rigido e la primavera sul Ponto, divengono lo specchio di una stanza interiore del poeta. Il paesaggio, quindi, acquista una dimensione spazio-temporale percossa e attonita.

Lo scrittore romeno Vintilă Horia, familiare con la condizione di esiliato, si ispira al tema dell’esilio di Ovidio quando scrive la sua opera “Dumnezeu s-a născut în exil”, “Dio è nato in esilio” del 1960. Descrive l’esilio come un inferno esistenziale che, però, porta l’esiliato a scoprire e ad entrare in contatto con un’altra parte di sé che prima non poteva neanche immaginare di avere. Proprio per questo metterà in bocca a Ovidio queste parole:

“Augusto non saprà mai quale servigio mi ha reso facendomi soffrire: solo ora sto scoprendo il vero volto di me stesso”. [8]

Dopo l’annessione di Costanza alla Romania nel 1878, la ristrutturazione del porto divenne uno dei progetti più ambizioni di re Carlo II, nel tentativo di recuperare così i fasti di un glorioso passato ancora imperiale. Le autorità romene e gli intellettuali sottolineano immediatamente dopo l’indipendenza della Dobrogea dall’impero ottomano, l’idea della romanità del territorio. In questa atmosfera di riqualificazione nazionale, il volto del poeta Ovidio appare come un simbolo della permanenza romena nel corso dei secoli. È lo stesso sovrano a rammentare la morte di Ovidio a Tomi:

“[…] dove numerosi monumenti storici ci portano alla memoria l’antica dominazione dei nostri antenati e dove ha terminato i suoi giorni il poeta Ovidio” [9].

Il mito ovidiano e le vestigia romane celebravano la latinità del popolo romeno. Fu così che lo scultore italiano Ettore Ferrari, nel 1884 realizzò una statua in bronzo alta 2.600 metri raffigurante il poeta dell’Amore in una posa profondamente meditativa. La statua venne poi inaugurata nel 1887 nella piazza Indipendenza, battezzata piazza Ovidio dopo il 1947, nel cuore della città portuale e copiata nel 1925 dalla città natale del poeta, Sulmona. La base della statua è formata da una lastra di marmo bianco, l’epitaffio del poeta, e riporta il seguente messaggio, secondo la sua ultima volontà [10]:

“HIC EGO QVI IACEO TENERORUM LVSOR AMORVM, / INGENIO PERII NASO POETA MEO./ AT TIBI QVI TRANSIS, NE SIT GRAVE, QVISQVIS AMASTI/ DICERE. NASONIS MOLLITER OSSA CVBENT”

 

“Qui giaccio io, Ovidio Nasone poeta, cantore di delicati amori, che perii per il mio ingegno; non sia grave a te, che passi e hai amato, mormorare: Le ossa di Ovidio riposino infine dolcemente”.

Il “Grande Mare”

L’unico nome di autentica origine romena attribuito al Mar Nero è il “Grande Mare“, continua nel suo racconto il biologo. Quest’affermazione è apparsa in un documento ufficiale del 1406 del voivoda, Mircea Cel Batrân, Mircea il Vecchio [11] il cui titolo di sovrano può offrirci una cronologia approssimativa della diffusione territoriale romena dell’epoca, più precisamente valacca.

“Io, in Cristo Dio, il Dio fedele e caritatevole e il Cristo amorevole e sacrificante, Io Mircea, il grande Sovrano e Signore con la misericordia di Dio e con il dono di Dio, governando e regnando su tutta la terra Ugro-Valacca e le zone al di là delle montagne, i Tartari, e Amlaş (Omlas)e Făgăraș (Fogaras), gli Hertz, e il sovrano del Banato di Severin, e su entrambi i lati in tutta la Podunavia, fino al Grande Mare e sovrano della fortezza di Dartor”.

Struttura ed Ecosistema

Un altro aspetto interessante relativo al Mar Nero è la sua struttura: è formato da due mari sovrapposti, uno vivo e uno morto. Lo strato di acqua senza vita non ha ossigeno, quindi non permette la decomposizione ad un ritmo veloce. Ha anche conservato manufatti archeologici vecchi di migliaia di anni, che non si sarebbero conservati in altri mari: oltre i 200 metri di profondità del Mar Nero, possono essere ritrovati giacere sul fondo dell’acqua. Lo stesso vale per i corpi di animali, conservati della parte inferiore del mare, quella delle acque morte, in ottime condizioni. Il Mar Nero è un ecosistema nuovo e le sue dinamiche sono molto più ampie ed originali che altrove.

Ha un ecosistema nuovo e scarsamente stabilizzato. Poche specie vivono qui, ma il numero di esemplari è molto alto.

“Se una delle specie scompare, il risultato può essere devastante. A differenza degli ecosistemi stabili, nel Mar Nero questo potrebbe portare alla scomparsa di tutte le creature viventi nel corso del tempo”, dice Razvan Popescu Mircieni. [12]

Il processo tramite il quale vede nascere nuove specie da specie esistenti è chiamato speciazione. L’emergere di una nuova specie può essere raggiunto sia convertendo una specie esistente in un’altra o dalla ramificazione di una specie in due o più nuove specie. Questo fenomeno è causato dalla microevoluzione.

La maggior parte degli organismi viventi sono presenti principalmente in prossimità delle coste: il mare, infatti, faceva parte del vecchio Mar Sarmatico, un bacino che comprendeva l’attuale Mar Caspio e il Lago d’Aral. Con il tempo è entrato in contatto con il Mediterraneo di oggi e tutto ciò che era acqua salmastra, quasi dolce fino ad allora, ha cominciato a diventare molto più salato. Di conseguenza gli organismi, salvo alcune eccezioni, possono vivere solo alle foci dei fiumi, dove la salinità è molto bassa.

Organization of Black Sea Economic Cooperation, BSEC e gas naturale

L’Organizzazione per la Cooperazione Economica del Mar Nero [13] è un’organizzazione internazionale – regionale che comprende sia i paesi bagnati dal mar Nero sia i paesi che hanno interessi in questa zona (Albania, Armenia, Azerbaigian, Grecia, Moldavia e Serbia). Questa organizzazione è nata su iniziativa turca nel 1992 e aveva lo scopo di avvicinare la mezzaluna turca all’Unione Europea.

Attraverso il Mar Nero, la Russia esporta la gran parte del suo petrolio caspico e del suo gas naturale, quest’ultimo trasportato verso la Turchia con il progetto Blue Stream. Un altro progetto, il South Stream aveva l’obiettivo di connettere direttamente il gas di produzione russo ai mercati dell’Europa centro-meridionale, Italia inclusa, attraverso un percorso, sviluppato congiuntamente da Gazprom ed ENI, sul fondo del mar Nero che evitasse il passaggio per paesi extracomunitari, soprattutto l’Ucraina. Ma in seguito all’invasione russa in Ucraina, nel 2014, il progetto venne abbandonato.

Il 21 agosto il Presidente Recep Tayyip Erdogan ha annunciato:

Nel Mar Nero la Turchia ha fatto la più grande scoperta di gas naturale della sua storia[14].

La scoperta di 320 miliardi di metri cubi di gas naturale in una parte incontestata del Mar Nero è certamente una buona notizia per un Paese che importa quasi interamente il suo fabbisogno energetico. Il nuovo giacimento di gas, ribattezzato “Sakarya”, sarà disponibile solo a partire dal 2023. Il giacimento di gas si trova a circa 2 km sotto il fondale marino e a 170 km al largo della costa turca e, cosa ancora più importante, si trova interamente in acque territoriali turche. Nonostante la mancanza di risorse energetiche interne, la Turchia è diventata una sorta di epicentro energetico, con oleodotti e gasdotti dall’Iraq e dal Caucaso che convergono in Anatolia. Uno sviluppo infrastrutturale importante è stato il TurkStream, un gasdotto che collega il gas russo sotto il Mar Nero alla rete energetica turca e poi all’Europa meridionale.

Sempre per quanto riguarda la Turchia: il gasdotto Trans-Adriatico, TAP, Trans-Adriatic Pipeline [15] è un gasdotto che dalla frontiera greco-turca attraversa Grecia e Albania per approdare in Italia nella provincia di Lecce.

Il TAP, insieme a TANAP, Trans Anatolian Pipeline che attraversa in lungo tutta la penisola anatolica, e a SCP, South Caucasus Pipeline, è una delle infrastrutture di trasporto che costituiscono il cosiddetto Corridoio Sud del Gas, consentendo l’accesso al mercato europeo delle riserve di gas proveniente dal giacimento offshore azero Shah Deniz II, situato nel Mar Caspio.

Come riporta attentamente Il Nodo di Gordio [16], il 31 dicembre 2020, “arriva in Italia il primo gas dall’Azerbaijan” attraverso il Trans Adriatic Pipeline.

Il desiderio europeo di trasformarsi nel primo continente neutro dal punto di vista climatico entro il 2050, è la più grande sfida ed opportunità del nostro tempo. La Commissione europea ha recentemente presentato il Patto verde europeo, il pacchetto di misure più ambizioso che dovrebbe consentire ai cittadini e alle imprese europei di beneficiare della transizione verso un’economia verde e sostenibile. Le risorse provenienti dal mar Nero possono contribuire direttamente allo sviluppo del Patto ecologico europeo.

Si auspica che l’audace e curioso lettore, nei panni dell’eroe greco Giasone, non abbia smarrito la strada in mezzo a tutte le informazioni ivi presenti, né si sia perso nella squisita geo- poetica e geopolitica bruta del mar Nero, ma che sia approdato a queste righe finali, alla Iolco di questo Mundus Furiosus in possesso del Vello d’Oro, di una, seppur piccola, conoscenza in più. Perché oggi più che mai è d’oro.

Bibliografia
  1. Dana Foddis, “Perché il Mar Nero si Chiama Così?”, Russia in Translation, 28/04/2019;
  2. Auris Luca, “8 Lucruri mai Puțin Cunoscute despre Marea Neagră, Discover Dobrogea, 31/12/2020;
  3. “Black Sea. Natural complexes of the seas that washed Ukraine”, Physical Geography of Ukraine;
  4. Dana Foddis, “Perché il Mar Nero si Chiama Così?”, Russia in Translation, 28/04/2019;
  5. Ibidem;
  6. Ovidio, “Tristia”, Elegia III, Libro I;
  7. Ovidio, “Tristia”, Elegia II, Libro I;
  8. “Ovidio e Vintilă Horia, due Esiliati“;
  9. Federico Donatiello, “Romania: Due Poeti Bohémienne e le Sirene del Mar Nero”, East Journal, 19/02/2017;
  10. “Statuia lui Ovidiu”, Itinerarii Pontice;
  11. Auris Luca, “8 Lucruri mai Puțin Cunoscute despre Marea Neagră, Discover Dobrogea, 31/12/2020;
  12. Ibidem;
  13. Il Mar Nero, Nuovo Epicentro di Guerra Economica, Istituto di Studi Strategici Niccolò Machiavelli, 2013;
  14. Aslı Aydıntaşbaş, “Mare in Tempesta: la Scoperta Turca dei Giacimenti di Gas del Mar Nero e i Rapporti con l’Europa”, European Council on Foreign Relations, 03/09/2020;
  15. “La Costruzione del Gasdotto”, Trans Adriatic Pipeline;
  16. Luigi Capogrosso, “TAP, Arriva in Italia il Primo Gas dall’Azerbaijan”, Il Nodo di Gordio, 31/12/2020.
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