C’era una volta – Pax Mediterranea cercasi

Gerusalemme, foto di Joshua Armstrong on Unsplash

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“Le Primavere arabe sono un capitolo chiuso. Purtroppo. Ovunque hanno prevalso le contradizioni interne. Dobbiamo essere noi a fare le mosse strategiche” [1].

Sono queste le parole di Alessandro Minuto-Rizzo, Presidente della Nato Defense College Foundation, che ha tenuto a Roma due giorni di incontro con il mondo accademico, imprenditoriale e politico sul tema dell’energia (abbiamo pubblicato il policy paper di Massimo Nicolazzi). E data l’entità dell’argomento, l’energia non è altro che il centro di una circonferenza dal raggio molto lungo; sembra che le 200 miglia nautiche non bastino più!

“La destabilizzazione provocata nel 2011 dall’iniziativa franco-inglese, con la copertura dell’allora amministrazione americana del duo Obama-Clinton, è stata insieme alla guerra civile siriana il frutto più avvelenato di una stagione che ha sconvolto gli equilibri dell’area MENA (Middle East-North Africa). Equilibri che ci vedevano continuare con qualche variante la politica della Prima Repubblica, imperniata sul sostegno economico e sul rapporto politico privilegiato con i nuovi stati usciti dal processo di decolonizzazione” [2].

Così commenta le primavere arabe Gianni Bonini sul think tank di geopolitica ed economia interazionale Il Nodo di Gordio (abbiamo contribuito all’ultimo paper). I media occidentali, in maniera superficiale, hanno subito letto nella fattispecie l’ansia legittima di libertà, senza prendere minimamente in considerazione

“la fragilità delle strutture sociali ed economiche chiamate a sostenere una transizione democratica che ha bisogno di tempi lunghi di metabolizzazione [3].

Il Mediterraneo diviso

La colpa dell’instabilità della regione magrebina post 2011 è anche delle borghesie arabe, le quali non hanno saputo distinguere tra politica e potere; la politica si è trasformata in mera occupazione del potere e il processo di ammodernamento dei paesi procede a rilento.

Minuto-Rizzo è più che convinto che l’aiuto delle democrazie occidentali sia determinante “senza scadere in atteggiamenti neocoloniali” precisa. L’idea europea era quella di creare un’unione rivierasca tra tutti i paesi e popoli che si affacciano sul Mediterraneo, processo miseramente fallito poiché la realtà del Mediterraneo non è altro che divisione e differenziazione. “Più Pirenne che Braudel”. La possibilità di collaborazione è una scoperta recente. Basta pensare all’Unione Magrebina: il confine tra Marocco ed Algeria è chiuso! Di che collaborazione si parla? A livello di integrazione regionale, il mondo arabo rimane molto frammentato.

Citando sempre Bonini:

“La Pace nel Mediterraneo si può dire che sia il filo-forte che lega la storia della nostra politica estera, una necessità geopolitica che Roma seppe realizzare pienamente con una capacità inclusiva, di cui la Constitutio Antoniniana del 212 con l’estensione della cittadinanza a tutto l’impero è un unicum, ma sempre perseguita con tenacia. Penso alla crisi di Sigonella e alla lucidità con cui Bettino Craxi, che considerava prioritario lo scacchiere mediterraneo e mediorientale, seppe gestire la tensione con Washington, assumendosi i rischi che le decisioni politiche difficili comportano” [4].

Per i paesi europei meridionali bagnati dal Mediterraneo, Italia in primis, la stabilità dei vicini dell’altra sponda dovrebbe essere una priorità. È un ragionamento utilitaristico ed egoista, per tornaconto personale, ma indispensabile.

La NATO, concepita all’origine come strumento per contenere l’espansione sovietica, oggi è rivolta in direzione Sud alla ricerca di “partenariati ed un dialogo euro-mediterraneo più globale”. [5]

La difficoltà che bisogna superare è quella di far cambiare opinione sull’Occidente ai popoli rivieraschi: questi, infatti, vedono gli occidentali come dei rapaci desiderosi di mettere le mani sulle loro ricchezze, ben consapevoli che siamo lontani anni luce da un nuovo miracolo in stile Enrico Mattei.

A questo scopo le interconnessioni in campo economico e infrastrutturale, soprattutto nel settore energetico, sono particolarmente importanti.

“Se si deve gestire insieme una infrastruttura come un oleodotto attraverso due sponde dello stesso mare non c’è niente da fare: alla fine si collabora e si continua a farlo…lo sviluppo registra tempi lenti” [6].

Il ruolo inglese post Brexit

“Dai Romani alla talassocrazia britannica fino al secolo americano, la solidità della missione di una nazione si fonda sulla continuità della sua politica estera” [7] e l’Italia deve decidere se crescere o meno: continuare ad ignorare la sua configurazione geografica e i vantaggi che ne potrebbero derivare o prenderne coscienza e assumersi le responsabilità contribuendo significativamente a creare una concordia duratura. La dialettica politica sia a Nord che a Sud delle acque non va certamente soffocato, bensì incanalato sui terreni della sicurezza e della difesa delle coste e dei commerci.

Sulla scia delle riflessioni del presidente della NATO Foundation Defense College, sulla talassocrazia britannica bisogna riconoscere che ha sempre dato una spinta verso Nord alle politiche del Continente. Ma ha anche una lunga storia ed una lunga tradizione di impegno nel Mediterraneo. È una mera impostazione concettuale questa: è un “pezzo” di Europa che non deve girarsi dall’altra parte. La Francia da sola si è rivelata incapace di sostenere il peso di un tale incarico.

L’inverno politico che le primavere hanno generato

“Con la morte di Gheddafi, le primavere arabe costringevano l’Italia recalcitrante, ad una riconsiderazione della sua posizione e delle sue alleanze nel quadrante mediterraneo” [8].

Russi e turchi si sono espansi nel Mediterraneo guadagnando un ruolo che prima gli era precluso; al “problema Libia” non si troverà una soluzione nel futuro prossimo. Anzi sembra più opportuno parlare di “Libie” perché l’attuale divisione perdurerà ancora a lungo.

La Cina, non più vicina, ma in casa, è più che mai presente in Africa e dal 2017 col Pireo e gli altri terminal del Mediterraneo la sua presenza è molto salda e destinata a consolidarsi ed espandersi.

Alessandro Minuto-Rizzo offre lo spunto per una riflessione legittima: l’immigrazione è una costante indipendente, ma allo stesso tempo, intimamente collegata al bisogno di ricostruire i paesi vittime degli sconvolgimenti del 2011. Gestire i flussi migratori è di primaria importanza e senza dialogare con i potenziali attori in campo non è possibile gestire un bel nulla, ma un processo serio di state building, e perché no anche di nation, building è altrettanto indispensabile. Sono problemi questi spesso sovrapponibili, ma non sempre.

Adesso il quadro generale si è complicato a causa della massiccia presenza russa e turca nelle acque vicino casa: un tempo bastava contrattare con i vari capi delle tribù autoctone ed il gioco era fatto perché, essendo questi privi di una chiara visione politica ed animati da tornaconti personali, si “accontentavano” di poco. Lo stesso ragionamento non è valido per i russi e per i turchi che in merito hanno le idee fin troppo chiare. A tal proposito il lettore richiami alla mente le immagini dei rifugiati siriani che il governo turco avrebbe dovuto controllare secondo l’accordo stipulato con l’UE, ma che in piena pandemia a febbraio del 200 vollero attraversare il confine Turchia- Grecia e giungere in Europa.

Costruire una cultura dello sviluppo nel medio e lungo periodo è questa la strategia vincente.

Che cos’è una ZEE?

Il regime di sovranità sugli spazi marittimi è stato definito a seguito di un lungo processo di negoziazione condotto nell’ambito della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare e conclusosi nel 1982 con la Conferenza di Montego Bay, entrata ufficialmente in vigore nel 1994 e ratificata anche dall’Italia. Stabilisce che uno stato costiero può reclamare sino a 200 miglia nautiche dal limite della linea di costa.

La ZEE permette allo Stato di tutelare lo sfruttamento esclusivo di tutte le risorse presenti in mare.

La corsa all’istituzione della propria ZEE è stata iniziata da Cipro nei primi anni del 2000 attraverso la stipulazione di accordi circa la sua definizione con Libano, Israele ed Egitto. All’iniziativa della piccola Repubblica Cipriota si sono ben presto accodati altri Paesi del bacino mediterraneo quali Tunisia, Libia, Spagna, Francia e più recentemente Algeria.

Un mare che non basta più per tutti

Le ZEE sono dunque accordi bilaterali con gli altri stati. Le 200 miglia nautiche che ogni stato ha o dovrebbe avere a sua disposizione, nel Mediterraneo, non ci sono per tutti e si devono incastrare in qualche modo. La zona esclusiva dell’Algeria, per esempio, va quasi a toccare Cagliari. E qui sorge un altro problema: un conto è giungere ad un accordo con paesi dell’Unione Europea, un altro con i paesi del versante meridionale, versante dalla storia complessa e dall’attuale situazione abbastanza incerta.

L’ammiraglio Fabio Caffio, intervistato da Limes [9], precisa che in Italia, la legge che istituisce e autorizza l’esistenza della ZEE, deve ancora essere approvata dal Parlamento, più precisamente siamo in attesa dell’approvazione in Senato perché alla Camera è già passata all’unanimità. L’Italia ha già stipulato diversi accordi con la Grecia ed anche con gli altri paesi dell’ex Jugoslavia, con la Spagna, con la Tunisia.

A sud la situazione è molto complessa a causa della presenza del golfo della Sirte: alcune mappe lo considerano come se le sue acque fossero acque interne alla Libia e quindi tutti i confini si spostano verso nord perché i libici considerano quella zona acque loro interne e rivendicano di conseguenza una ZEE più ampia.

Altro nodo è Malta: la ZEE maltese ingloba le isole Pelagie. Pretesa questa avanzata nel 1980 davanti alla Corte di Giustizia quando intervennero nella causa anche Tunisia e Libia ed è rimasta immutata da allora.

L’attività di offshore non è molto proficua in zone dai confini mal definiti. La certezza dei confini è un elemento importante per lo sviluppo e l’esercizio delle attività economiche. Un’altra controversia che ha per protagonista Malta è quella con la Libia del 1985 in cui interviene anche l’Italia: ad est del meridiano 15, il meridiano dell’Etna i maltesi non avevano il diritto di spartirsi le acque di diritto continentale con la Libia in quanto l’Italia è uno stato terzo e può rivendicare il proprio diritto su queste acque. L’ammiraglio propone una sua interpretazione personale di cui tenere conto al momento del tracciare la ZEE italiana: spingersi a sud fino al meridiano 16 e proporre a Malta una joint offshore nelle acque che questa continua a pretendere.

Ripensare il Mediterraneo

Stabilire dei modus vivendi provvisori e semplificati di coesistenza. Perché, come suggerisce anche Laura Canali, disegnatrice delle carte di Limes, zona economica esclusiva non vuol dire solo petrolio e gas, ma anche energie rinnovabili ricavate dal vento principalmente, eoliche offshore, wind farms che sono il futuro; vuol dire protezione ambientale, ovvero lotta alla pesca illegale. Esistono dei progetti per installare delle pale eoliche nel mare a circa 35 km dalle coste italiane [10]. La stessa Canali ci mette in guardia dalla trappola del green: anche la scelta green ha un impatto ambientale. Si pensi per esempio a Carloforte in Sardegna. Il turista si ritrova queste pale eoliche in mezzo al mare.

Ci sono ben due progetti in fase avanzata per quanto riguarda l’eolico: uno presentato dal gruppo danese Copenaghen Offshore Partners (un totale di 250 metri al largo delle Egadi) ed il secondo avanzato dal gruppo Toto che si è assicurato, in due progetti, 1.837 megawatt davanti alle coste del Maryland negli USA. Il gruppo Toto si è avviato verso la realizzazione della prima centrale galleggiante italiana: l luogo scelto è il canale di Sicilia a oltre 60 chilometri dalla costa tra la Tunisia e la zona tra Mazara del Vallo e Trapani: qui saranno ancorate 190 turbine, distanziate l’una dall’altra di 3,5 chilometri, per un totale installato di 2.900 megawatt, l’equivalente di energia sufficiente per 3,4 milioni di famiglie e un fatturato annuo a regime pari a un miliardo di euro. Mentre l’investimento complessivo del progetto ammonta a 9 miliardi di euro [11].

In Italia è ancora in vigore una moratoria sulle trivellazioni presenti soprattutto nel Adriatico, una novantina circa a detta dell’ammiraglio, e oltre a queste non se ne concedono più. Perciò lo sfruttamento di energie rinnovabili è fondamentale.

“Il Mediterraneo nuovo” di Bonini

“[…] Pensare di adottare delle politiche neomalthusiane a danno dei popoli in via di sviluppo, sarebbe comunque impossibile per lo slancio che la globalizzazione ha impresso alla domanda di beni su scala mondiale. In questo contesto le energie rinnovabili rappresentano una straordinaria opportunità, a patto che usciamo dalla faciloneria e dagli slogan dei NO senza se e senza ma, che spesso nascondono solo egoismi di casta, per affrontare la questione energetica nella sua dimensione reale” [12]

Scrive lucidamente Gianni Bonini (ispiratore de Il Tazebao) nel suo libro “Il Mediterraneo nuovo”.

Parla di due energie rinnovabili in particolare: il fotovoltaico perché il clima è particolarmente favorevole e le biomasse perché “la generazione elettrica da biogas su scala dell’azienda agricola media e attraverso forme consortili può rappresentare un reddito aggiuntivo per l’agricoltura e risolvere almeno in parte il problema del trattamento degli scarti agricoli, comunque peraltro anche al nostro Paese” [13].

In Italia esiste un sapere industriale avanzato e il mercato mediterraneo potrebbe rappresentare per l’imprenditoria nazionale, orfana degli incentivi per le rinnovabili, una ghiotta occasione di crescita che coinciderebbe con le necessità urgenti di questi paesi.

Obiettivo irrinunciabile è l’adozione di un modello di gestione smart grid, cioè la combinazione di reti d’informazione di distribuzione elettrica che permettano una gestione intelligente del sistema di produzione e di fornitura, in modo da evitare sovraccarichi e cadute di tensione nella rete elettrica.

L’Europa e l’Italia, che “non esistono storicamente senza il Mediterraneo” [14], non possono non essere protagoniste a pieno titolo di un nuovo rinascimento nella regione. Non possono assolutamente girare le spalle e affidare un compito così delicato a russi, turchi e cinesi desiderosi di “sporcarsi le mani” per conto dell’Unione Europea per poter in seguito avanzare pretese esorbitanti.


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