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Craxi 21 anni dopo, Quell’eurosocialismo che guardava a Est

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In vista del ventunesimo anniversario dalla scomparsa di Bettino Craxi oggi il Tazebao approfondisce il suo eurosocialismo.

Bettino Craxi, da Segretario, si dedica immediatamente a conferire al Partito Socialista Italiano una forte impronta di politica estera volta a una ben definita direzione europeista. Il suo intento è chiaro fin da subito: creare una rete di alleanze, approfittando peraltro della collaborazione e della vicinanza dei suoi interlocutori dell’Internazionale Socialista, da Mitterand (presente con Craxi a Firenze nell’anno della Capitale della Cultura) a Soares, da Papandreu a Gonzales, fino a Olof Palme.

L’Europa craxiana deve essere in grado di conciliare identità socialista e vocazione nazionale, anche amalgamandone i rispettivi campi semantici (come sottolineato anche da Andrea Marcigliano, Senior Fellow del Nodo di Gordio). L’eurosocialismo è la pietra miliare della sua teoria politica, nonché neologismo da lui coniato e che si contrappone volutamente al termine eurocomunismo di Berlinguer. Nel corso della seduta del Comitato Centrale del maggio 1978 ne fornisce la definizione: Craxi si rivolge alla platea appellandosi a un noi collettivo, un noi che è comunità e che nella dimensione extranazionale abbraccia i fratelli socialisti, non solo quelli del Partito Socialista Italiano ma anche quelli di tutta Europa1. Unità di partiti di ispirazione socialista nel contesto della politica italiana e rispettiva conglomerazione di partiti socialisti nella dimensione europea.

Proprio in virtù di questa solidarietà socialista furono sostenuti i partiti socialdemocratici in esilio all’estero, come quello cecoslovacco e quello polacco; dall’altra, ci furono possibilità di distensione nei confronti di alcuni paesi, come dimostra la corrispondenza tra Craxi e il presidente romeno Ceaușescu. La corrispondenza con l’ambasciatore romeno Ion Mărgineanu, spesso corredata da messaggi di Nicolae Ceaușescu per il politico italiano. Alcune lettere riguardano le richieste di interessamento provenienti dall’Italia sulla mancata concessione del permesso di matrimonio a coppie miste italo-romene. Sono presenti, inoltre, veline di lettere di Craxi per Ceaușescu, programmi e resoconti della visita di Craxi in Romania, discorsi e interviste di Ceaușescu2.

Nell’ottobre del 1978 anche Bettino Craxi si recò in visita a Bucarest dove ebbe un lungo colloquio con il presidente romeno. Il verbale dell’incontro è di estremo interesse perché nel corso del lungo incontro i due leader abbordarono in maniera attenta, quasi dettagliata, l’insieme dei rapporti italo-romeni, le questioni interne dei due Paesi, del movimento socialista internazionale, le grandi questioni politiche aperte in quelle regioni del mondo particolarmente sensibili agli interessi politici ed economici dei due Paesi. Fu insomma una presa di contatto abbastanza aperta nella quale in qualche modo Craxi si presentava come un nuovo importante interlocutore leader di un Partito socialista che si apprestava a giocare un ruolo decisivo nel futuro della politica italiana.

L’importanza della Romania

È opportuno richiamare alla memoria gli avvenimenti del 1968, allorquando i carri armati sovietici entrarono a Praga per porre fine ai disordini studenteschi: l’esercito romeno fu l’unico del Patto di Varsavia a non partecipare all’aggressione. Ciò non solo offrì a Ceauşescu un’autentica base di consenso popolare, ma ne fece anche una sorta di interlocutore privilegiato degli Stati Uniti e dei loro alleati europei.

Scriveva La Pira (allora presidente della Federazione mondiale delle città unite) in una lettera inviata al leader romeno l’anno successivo gli eventi di Praga, che nel suo pensiero la Romania, nell’attuale situazione europea, rappresentava una vera e propria avanguardia storica che avrebbe potuto mettere in moto un meccanismo internazionale pronto a condurre verso un “[…] negoziato globale capace di investire i problemi del mondo e di tutti i popoli […]”3. Secondo l’esponente democristiano, la recente visita compiuta da Richard Nixon nella capitale romena (2 agosto 1969) aveva sancito il ruolo di Bucarest quale cruciale punto di convergenza tra il mondo socialista e quello non socialista e continuava, sempre riferito a Bucarest, “[…] il luogo della coesistenza pacifica!” Parigi (De Gaulle) e Bucarest (Ceauşescu), cioè due “altipiani politici e storici ove i popoli ancora contrapposti e divisi si incontrano. E anche l’America incontra qui questi popoli!”

Non stupirebbe se Craxi, forte nella sua lungimiranza e acume politici, avesse intravisto una possibilità, seppur prematura, di sottrarre ai “compagni cattivi” i popoli dell’Europa Orientale per aprire loro la strada e convertirli al socialismo riformatore.

La caduta del Muro e la fine della Prima Repubblica

All’imbrunire degli anni Ottanta la missione riformista dei socialisti si scaglia contro i regimi massimalisti che, a breve, non avrebbero più tenuto sotto scatto paesi quali la Cecoslovacchia, la Romania e altre realtà del blocco Orientale. Percepisce la possibilità di sottrarre campo ai comunisti e auspica che questi paesi sottoposti al giogo comunista possano intraprendere la strada del socialismo riformatore, democratico e liberale anche in forme diverse ma tutte collocate su di un versante progressista.

Ma la storia è una dea bendata e quello che sarebbe dovuto essere il momento del cambiamento, della rinascita e della verità, si è trasformato in un Medioevo per buona parte dei paesi dell’ala orientale: con la caduta del muro di Berlino molti partiti comunisti sono rimasti ben posizionati in sella persino in un paese come la Romania che ha sperimentato questa fase transitoria con una violenza inedita rispetto agli altri. Hanno semplicemente eliminato il termine “comunista” dalla propria sigla sostituendolo con quello “socialista” o “social-democratico” senza invece sostituire la vecchia classe dirigente.

1921/2021, “L’eretico Danubio”

A Ovest della Cortina il PSI che si era tanto speso e battuto per un’Europa libera e progressista, un’Europa dei popoli, un’Europa mediterranea, viene punito per questo spirito innovativo ed inclusivo scagliandogli addosso il giustizialismo sommario, classica costante del modus operandi italiano.

L’elaborazione della politica estera craxiana, e in generale dei partiti appartenenti all’Internazionale Socialista, si basa sull’affidare la propria identità politica, l’eurosocialismo per l’appunto, al rilancio del processo d’integrazione europea. Processo nel quale l’Italia avrebbe dovuto avere un ruolo di primo piano.


Bibliografia delle fonti
  1. B. Craxi, Discorso al Comitato Centrale, 24-25 maggio 1978, Roma.
  2. Via del Corso 476, Carte della Direzione Nazionale del PSI. Inventario a cura di Cristina Saggioro e Sebastian Mattei, Fondazione Craxi, luglio 2020, pag.306.
  3. Anic, Fond C.C. al P.C.R., Secţia Relaţii Externe, Dosar 122/1969, lettera originale autografa (più due copie una dattiloscritta e un’altra in traduzione romena) inviata da Giorgio La Pira a Nicolae Ceauşescu; non compare la data ma la missiva è risalente, con molta probabilità, alla fine dell’estate o all’inizio dell’autunno del 1969.

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