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Craxi 21 anni dopo, Ricordi tu le vedove piagge del mar toscano…

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Craxi, la Maremma e il popolo socialista: il ricordo lirico e umano al tempo stesso di Gianni Bonini e Lino Signori.

Andrea Pastorelli mi ha inviato questa bellissima fotografia: Craxi che parla ad una Piazza Dante a Grosseto piena di popolo. Sotto la camicia avranno avuto una di quelle stupende canottiere, irrisa dal giornalismo radical chic, che traspariva sotto la camicia mezza di sudore di Bettino in una torrida giornata congressuale alla Fiera del Levante a Bari nel 1991. Lo ricordo bene. Le portavano anche mio nonno e suo fratello d’estate, a Settignano, quando con l’Unità sulle gambe accavallate pranzavano in un silenzio duro, loro che mi hanno trasmesso il dna della non subalternità di classe ed il physique du rôle che ha funzionato da lasciapassare nella mia entrata nella politica pre-elitaria del Manifesto.

Sarà la seconda metà degli anni 80, azzardo con Lino Signori, amico e compagno della mia avventura manageriale maremmana, la campagna elettorale dell’87, o forse quella del 1992, oltre no chiaramente né prima. Accanto a Craxi nella foto c’è Silvano Signori da Tirli, Senatore e Sottosegretario alla Difesa nel Governo Craxi, cugino dello stesso Lino. Tirli sulla cresta di un monte a cavallo tra la Diaccia Botrona e la piana di Punta Ala, oggi resort di villeggiatura per turisti in cerca di tranquillità, vicino a cui si trova ancora un ridimensionato Poggio Ballone, centro radar del medio-alto Tirreno, quello di Ustica per intenderci, era servita fino agli anni 60 da una strada sterrata impervia.

“Partiva dai Ponti di Badia, all’altezza della villa romana del vecchio lago salmastro citata da Cicerone nel “Pro Milone”, sui cui resti ci sono le rovine di una badia. Mio cugino – racconta Lino – che era anche cugino di Silvano, negli anni Cinquanta riadattò un’ambulanza a corriera per consentire agli operai ed agli studenti del paesino del “Taglio del bosco” di Cassola di raggiungere Grosseto. Si partiva alle 6 la mattina e si tornava alle 7 di sera ed io lo aiutavo facendo i biglietti, il che mi consentiva di viaggiare gratis e di usufruire all’uscita da scuola, le Commerciali, di un posto in cui poter studiare in attesa del ritorno”.

Lino, che da grande sarà un eccellente dirigente politico-amministrativo socialista ed un grande Presidente dell’ASL di Grosseto, aveva dovuto fare la V Elementare a Follonica, dall’altra parte del monte e la mamma, è sempre lui che racconta, doveva andare a prenderlo col ciuco giù sulla strada provinciale che collega Castiglione a Follonica, ma che era una vera e propria mulattiera da Pian d’Alma a Tirli come ci si può immaginare oggi percorrendola asfaltata. Due fratelli prima di lui, erano morti di polmonite da piccoli. “Silvano aveva condiviso la stessa vita, anche più dura se possibile, era del 1929, era cresciuto nelle fila socialiste con l’orgoglio e la tenacia di chi conosce la durezza del vivere”.

Silvano Signori, nativo di Tirli e Sottosegretario nei governi Craxi I e II, era “cresciuto nelle fila socialiste con l’orgoglio e la tenacia di chi conosce la durezza del vivere”.

“Ed ora quando guardo questa foto (quella in copertina, ndr) mi vengono in mente le critiche dei benpensanti che credevano di contestare sull’onda di Mani Pulite la promozione sociale del sistema dei partiti, la formazione politica e civile che questo garantiva a tutti se dotati di buona volontà e che invece hanno prodotto una società in cui le opportunità ed il merito si sono rarefatti. Non sarà stato perfetto, aveva delle contraddizioni ci mancherebbe, ci sarà stato forse qualche nano e ballerina, e sottolineiamo forse, ma a Piazza Dante immortalato in quella foto, c’è un popolo, il popolo socialista che il suo leader ha riscattato dallo storico complesso d’inferiorità nei confronti dei comunisti e che sente condividere la sua fatica e la sua voglia di libertà. La Storia, si sa, non ha premiato questo sentimento, è successo spesso, ma per chi come noi lo ha vissuto e lo ha visto vivere nelle sezioni e nei dopolavoro come nei casali e negli orti maremmani quasi scomparsi, continuare a coltivarlo, pur con tutti gli aggiustamenti per sopravvivere, è una condizione imprescindibile di vita”.

Così conclude Lino, con i suoi occhi celesti dei cieli aperti maremmani, solo in Irlanda ne ho visti di eguali, e mi riporta alla mente una vecchia poesia di Giosuè Carducci, dimentica ai più, eppure così intrisa di antica radicale fierezza.

“Ricordi tu le vedove piagge del mar toscano,
Ove china su ‘l nubilo inseminato piano
La torre feudal
Con lunga ombra di tedio da i colli arsicci e foschi
Veglia de le rasenie cittadi in mezzo à boschi
Il sonno sepolcral,
Mentre tormenta languido sirocco gli assetati
Caprifichi che ondeggiano su i gran massi quadrati
Verdi tra il cielo e il mar,
Su i gran massi cui vigile il mercator tirreno
Saliva, le fenicie rosse vele nel seno
Azzurro ad aspettar?
Ricordi Populonia, e Roselle, e la fiera
Torre di Donoratico a la cui porta nera
Conte Ugolin bussò
Con lo scudo e con l’aquile a la Meloria infrante,
Il grand’elmo togliendosi da la fronte che Dante
Ne l’inferno ammirò?
Or (dolce a la memoria) una quercia su ‘l ponte
Levatoio verdeggia e bisbiglia, e del conte
Novella il cacciator
Quando al purpureo vespero su la bertesca infida
I falchetti famelici empiono il ciel di strida
E il can guarda al clamor.
Là tu crescesti, o sauro destrier de gl’inni, meco;
E la pietra pelasgica ed il tirreno speco
Furo il mio solo altar
E con me nel silenzio meridian fulgente
I lucumoni e gli àuguri de la mia prima gente
Veniano a conversar.
E tu pascevi, o alivolo corridore, la biada
Che nè solchi de i secoli aperti con la spada
Del console roman
Dante, etrusco pontefice redivivo, gettava;
Onde al cielo il tuo florido terzo maggio esultava,
Comune italian,
Tra le germane faide e i salmi nazareni
Esultava nel libero lavoro e ne i sereni
Canti dè mietitor.
Chi di quell’orzo il pascesi, o nobile corsiero,
Ha forti nervi e muscoli, ha gentile ed intero
Nel sano petto il cor.
Dammi or dunque, apollinea fiera, l’alato dorso:
Ecco, tutte le redini io ti libero al corso:
Corriam, fiera gentil.
Corriam de gli avversarii sovra le teste e i petti,
Dè mostri il sangue imporpori i tuoi ferrei garetti;
E a noi rida l’april,
L’april dè colli italici vaghi di mèssi e fiori,
L’april santo de l’anima piena di nuovi amori,
L’aprile del pensier.
Voliam, sin che la folgore di Giove tra la rotta
Nube ci arda e purifichi, o che il torrente inghiotta
Cavallo e cavalier,
O ch’io discenda placido dal tuo stellante arcione,
Con l’occhio ancora gravido di luce e visione,
Su ‘l toscano mio suol,
Ed al fraterno tumolo posi da la fatica,
Gustando tu il trifoglio da una bell’urna antica
Verso il morente sol”.

Giosuè Carducci (Avanti! Avanti!, III).

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