Il Libano cartina di tornasole del Medioriente. Gianni Bonini e Lorenzo Somigli a colloquio con Maroun El Moujabber

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“La democrazia in Libano è a rischio. Senza i cristiani in Medioriente il radicalismo è destinato ad aumentare. L’assassinio di Hariri? Il grande caos è iniziato lì…”

È dall’esplosione del 4 agosto 2020 che il mondo si è di nuovo accorto del Libano, dopo qualche anno di attenzione intermittente, riflesso sostanziale della guerra siriana che ha scaricato sul paese dei cedri 1 milione e mezzo di profughi, con una soglia di povertà che si attesta sul 75% su una popolazione residente di circa 4 milioni. Non male. Un Libano fragile, sull’orlo dell’instabilità perdurante che, da dieci anni, ha già inghiottito paesi come Libia e Siria.

Gianni Bonini e Lorenzo Somigli hanno dialogato con un ospite d’eccezione, Maroun El Moujabber, Senior Officer dell’Istituto Agronomico di Bari del CIHEAM, il Centre International de Hautes Etudes Agronomiques Méditerranéennes, organismo euromediterraneo dal 1962 formato da tredici paesi dell’area, gioiello della cooperazione italiana nel Mediterraneo.

Il Tazebao è onorato di ospitare questa che è molto di più di uno scambio di riflessioni, una vera analisi geopolitica grazie alla disponibilità di Maroun El Moujabber. A questo proposito e per dare la possibilità al lettore di inquadrare il retroterra storico, rimandiamo al pezzo di Gianni Bonini “E ora dove andiamo? Il Libano una pozione magica”, sul n.13 della rivista quadrimestrale Il Nodo di Gordio, gennaio-aprile 2017, ripreso nel suo “Il Mediterraneo Nuovo” (Samizdat, 2018), in cui discutiamo a tutto campo con Maroun di assetti e riforme istituzionali. Era una fase, comunque, di relativa stabilità che illudeva di poter guardare avanti. Così purtroppo non è stato, la pace in Medioriente è un sogno, anzi una pausa fugace dentro un incubo permanente.

Come hai trovato il Libano di recente? Ci siamo sentiti quando eri a Byblos, un paio di mesi fa, per Natale ed eri molto allarmato per la crisi finanziaria e le sue conseguenze politiche.

Il Libano sta vivendo una crisi profonda. Oggi, a cento anni dalla nascita del Grande Libano, c’è il serio pericolo che possa non mantenere questa forma-Stato, per le ragioni più disparate. La crisi finanziaria, frutto delle scelte adottate a partire dalla fine della guerra nel ‘90, ha aggravato il quadro. La classe politica si è dimostrata incapace di governare nell’interesse del popolo ma ha sempre difeso strenuamente i propri privilegi. Se la situazione rimarrà tale, non ci sarà una via d’uscita democratica e, al pari, anche una soluzione estrema come il colpo di stato non avrebbe possibilità. Il ceto medio è stato duramente colpito e non riusciamo a stabilizzare il quadro politico ed il governo del Paese, gli equilibri istituzionali sono traballanti e le famiglie soffrono la restrizione del circuito finanziario ed i tassi bancari troppo elevati, l’impossibilità delle transazioni finanziare con l’estero, anche quelle più banali”.

Si è detto in più di un’occasione che la presenza iraniana tramite Hezbollah è eccessivamente pervasiva. La stessa Raghida Derham, attenta ed apprezzata analista libanese-americana, non manca mai di puntare il dito su questa “piaga”, tanto è vero che ha lanciato l’allarme di un possibile rinnovato nuclear deal da parte di Biden. La prima volta che sono stato in Libano nel 2005, in coincidenza con le esequie di Rafiq Hariri subito dopo l’attentato, il lungomare a Beirut davanti all’Hotel St Georges era chiuso, ebbi modo di visitare Sabra e Shatila, portammo un contributo della Fondazione B. Craxi per l’asilo d’infanzia. Allora tra i libanesi si respirava una forte diffidenza, un eufemismo nel migliore dei casi, verso i palestinesi, arrivati dal 1948 a contare fino a mezzo milione tra i diversi “campi”. Si ritenevano tra i maggiori responsabili della guerra civile chiusa dagli Accordi di Ta’if nel 1990. Ricordo l’ambasciatore italiano Franco Mistretta, passava per andreottiano, che ci parlava di Hezbollah e paventava la crisi che poi sarebbe sfociata nel conflitto armato con Israele del 2006 che in sostanza ha legittimato il ruolo del Partito di Dio nella politica libanese. Oggi è una realtà determinante.

La crisi finanziaria sembra fatta apposta per incidere sulla popolarità di Hezbollah…

“La crisi è anche un modo per fare pressione su Hezbollah, praticato dagli USA di Trump e dai loro alleati soprattutto del Golfo, ma mi domando se questa pressione non rischia di buttare il Paese nelle mani degli Hezbollah. Noi Libanesi stiamo soffrendo, tutti, a prescindere dall’appartenenza politica e religiosa, ma penso che la comunità di Hezbollah sopporti meglio questa situazione e vi spiego perché. La comunità di Hezbollah è molto resiliente, con un livello di vita in generale non elevato, con stili di vita modesti, capace di sopravvivere alle sollecitazioni. Sono meno consumisti, quindi meno esposti a tali eventi. A chi ha pensato di scatenare una rivolta contro Hezbollah sfuggono questi particolari. Hezbollah subisce sanzioni da anni e ha saputo costruire un’economia parallela: ricevono soldi dall’estero, hanno le loro banche, decidono il prezzo del dollaro sul mercato nero. Paradossalmente, ma non tanto, alla luce di queste considerazioni, sono diventati più forti e forniscono assistenza e aiuto alle persone. Il tempo giuoca a loro favore, sono anche demograficamente in crescita. Sono un movimento radicato fortemente ai confini di Israele, nell’area di Tiro, sulle alture del Golan dove a cavallo tra Libano e Siria troviamo i Drusi di Walid Jumblatt alle prese con una complessa sopravvivenza politica, tra i contadini nella valle della Bekaa a Baalbek, l’Heliopolis ellenistica e romana. Nella zona intorno all’aeroporto internazionale di Beirut”.

Il Libano risente da sempre degli equilibri globali, di quelli mediorientali ovviamente in particolare. È un po’ la sua cartina di tornasole fin dai tempi di Sargon il Grande, ma anche molto prima, quando il fondatore della dinastia di Akkad, “lavò le sue armi nel Mare Superiore”, il Mediterraneo naturalmente. Hai giustamente annotato che Trump, indipendentemente dal Patto di Abramo per la normalizzazione delle relazioni tra gli Emirati Arabi e Bahrein da una parte ed Israele dall’altra, non ha fatto nuove guerre, anzi, aggiungiamo, è sembrato cercare una stabilizzazione con Russia soprattutto e Turchia. Non inganni la voce grossa, il golpe di metà luglio del 2016 per rovesciare Erdogan, attribuito a Fethullah Gülen, è precedente alla sua Presidenza, i rapporti erano già guasti. È di questi giorni la costruzione di un nuovo avamposto americano ad Ain Dewar, nei pressi di Hasaka, nell’estremità nord-orientale della Siria, e la NATO ha intenzione, ci informa Limes, “di aumentare a 4-5 mila militari la missione di addestramento in loco”.

Non è che Biden vuole riannodare il filo interrotto dalle, disgraziate per l’area MENA (Middle East North Africa), Primavere Arabe?

“Il Libano ha una posizione geografica strategica e sembra che ci siano risorse naturali ingenti che lo rende appetibile per gli attori globali e regionali. Oggi più che mai con la via della seta cinese. Con la crisi finanziaria e politica rischiamo una penetrazione intrusiva delle potenze straniere. Ogni volta che si riunisce il governo per approvare decreti sui giacimenti di gas naturale di fronte alle nostre coste il primo ministro si dimette. Sarà un caso…

Abbiamo citato gli USA. Rilevo che ci sono diverse tattiche americane, non una sola e univoca. C’è una parte di America che vuole tagliare la continuità geografica tra Teheran, Bagdad, Damasco e Beirut; un’altra invece vuole tagliare la continuità geopolitica del mondo sunnita a partire dalla Turchia. Fossi un politico europeo punterei a interrompere il filo rosso tra Turchia e Golfo.

Dopo la seconda guerra del Golfo per gli americani il Medioriente non era l’area più importante. Per Trump c’era principalmente un interesse economico. La nuova amministrazione punterà a spegnere alcuni focolai visto il grande interesse per l’area dell’Indo-Pacifico? Anche in questa ottica, Turchia e Iran, due potenze regionali, svolgono un ruolo prezioso. La Turchia da un lato ha una proiezione verso i paesi dell’Asia Centrale che possono essere utili e vogliono incassare un nuovo ruolo regionale. L’Iran dall’altro, paese d’incontro anche per Russia e Cina, usa il nucleare, la bomba atomica in fieri, come leva per contrattare con l’una o l’altra parte. È una politica vincente poiché sfrutta le debolezze altrui. Anche loro stanno mettendo in mostra le carte che hanno da offrire agli USA per contrastare la Cina. La Russia dal canto suo ripercorre la strada già battuta prima della caduta del comunismo, calibra la sua forza sulla base di precisi interessi strategici miranti a ricostituire un’ellisse di difesa dei propri confini il più vicina possibile a quella dell’URSS, senza rinunciare alla penetrazione nei mari caldi. Ora è infatti saldamente in Cirenaica. Sull’Armenia ha agito così, tranquillizzando i Turchi e riannettendosi di fatto Erevan”.

Hai descritto un puzzle di difficilissima composizione, sempre più difficile perché è un passaggio obbligato, è il caso dello Yemen sul Mar Rosso, tra l’Indo-Pacifico appunto e l’Europa. Giulio Sapelli, un esperto geopolitico italiano dà il giusto peso alla Cina, un gigante demografico ma ancora indietro sul piano economico e militare. Anche noi la pensiamo un po’ così, non perché non crediamo alla strategia della via della seta, la Silk Road Economic Belt, ma perché al di là della grancassa mediatica riteniamo sia l’Africa il continente su cui misurare la sinologia dell’oggi. Vedremo come finirà la triste storia del porto di Taranto, ma le preoccupazioni del Vaticano partono dal continente nero, dove il Cattolicesimo deve confrontarsi con la colonizzazione cinese, che esporta risorse finanziarie e tecnologiche oltre che proletarie. E la Mesopotamia non si smentisce come cerniera tra l’Asia ed il mondo euromediterraneo: i Romani d’Occidente e d’Oriente ci hanno sbattuto la faccia dai tempi di Crasso e Marco Antonio fino al califfato islamico, Parti o Sassanidi che fossero hanno tenuto in fibrillazione ininterrotta la frontiera orientale della koinè greco-romana. Gli Ottomani le regalarono un po’ di pace prima che arrivassero Gertrude Bell e Thomas Edward Lawrence e la Royal Navy sostituisse il carbone col petrolio.

“L’Iraq è sempre stato centrale nei conflitti, sia per la posizione geostrategica di cerniera appunto tra Mediterraneo ed Asia, sia per le risorse petrolifere. Con la seconda guerra del Golfo, gli americani sono diventati ancora di più protagonisti diretti – gli accordi dell’incrociatore Quincy tra Roosevelt e Ibn al-Saud risalgono al febbraio 1945 subito dopo Yalta – gli attori principali nella zona. E così hanno iniziato a comportarsi. È andata bene o male, lo si giudicherà tra cinquant’anni. Detto ciò, questa instabilità io la vivo sulla pelle. Instabilità che peraltro ricade pesantemente sui paesi arabi.

ISIS adesso ricomincia a operare e fa comodo ai vari contendenti nella zona. Lo Stato Islamico è ricomparso magicamente a Marib sotto attacco degli Huthi proprio mentre la guerra yemenita sembrava scemare d’intensità e il Parlamento Europeo l’11 febbraio adottava la solita risoluzione umanitaria. Assisteremo ad una scomparsa della componente cristiana in seno al Libano come avvenuto in Iraq: nel 2003 erano 1 milione e mezzo, oggi non superano i 500 mila. Per non parlare di quanto successo in Siria o in Egitto. Nessun politico libanese, purtroppo, sta facendo qualcosa in merito, ultimamente la Chiesa sta provando a salvare il salvabile con l’aiuto del Santo Padre. Speriamo che l’amministrazione Biden si impegni a spengere i focolai dell’intolleranza etnica e religiosa che negli ultimi anni non hanno mai smesso di crescere”.

Il tema dei cristiani in Medioriente, la terra testimone delle prime comunità dei discepoli di Cristo, che ne conserva le preziose testimonianze storiche e linguistiche – a Maaloula che ha resistito alla feroce dissacrazione di ISIS-Stato Islamico si parla ancora l’aramaico, la lingua di Gesù – è fondamentale. L’Occidente, così sensibile ai diritti di Navalny, è tuttavia indifferente alla loro sorte, prevale un senso del laicismo e della secolarizzazione subdolo che ha svuotato le chiese e lo spirito dell’Europa. “Mother Fortress”, il bellissimo film italiano sulla madre carmelitana Agnes che organizza i soccorsi in Siria, ha conosciuto un sottile boicottaggio perché non in linea con la narrazione ufficiale, quella che ci ha fatto lasciare Damasco precipitosamente nel 2012. Non possiamo regalare a Putin il testimone della cristianità. Ma tra pochi giorni (5 e 8 marzo) l’Iraq accoglierà Papa Francesco.

“Non c’è villaggio in Libano in cui la presenza dei cristiani, di noi maroniti, non funzioni da collante della comunità. Questo siamo, la componente determinante dell’identità del Paese che lo caratterizza sul piano civile, senza di noi perderebbe irrimediabilmente la sua autonomia culturale e politica che ne fa un unicum, un mediatore storico fra Occidente ed Oriente.

Prima accennavi al febbraio 2005, sono convinto che senza l’assassinio di Hariri, le Primavere Arabe non sarebbero potute accadere. La preparazione del caos è iniziata lì. Rafiq Hariri era un personaggio eccezionale, incarnava l’equilibrio fra le diverse confessioni, l’ottimismo della ricostruzione dopo la guerra civile, il pragmatismo moderato, la sovranità sapendo al contempo relazionarsi con le potenze globali che hanno sempre fatto pressing. È stata una perdita incalcolabile. Ma dobbiamo guardare avanti, all’assetto socio-economico che garantisca un minimo di stabilità. Per questo spingo per il ritorno all’agricoltura – sembra incredibile ma in Libano non esiste una pianificazione pubblica del governo del territorio – per le piccole e medie imprese, per l’impiego delle donne. Sono i progetti in cui è impegnato il CIHEAM: la stabilizzazione rurale è importante adesso e decisiva per il domani.

L’emorragia demografica, è vero, ha un’origine lontana e non tocca solo i cristiani che comunque, se il trend non si arresta, verranno a trovarsi in netta minoranza. Forse ai paesi europei fa pure comodo che migrino verso il Vecchio Continente.

Nella scuola di mio nipote diplomatosi l’anno scorso erano quasi tutti cristiani: 75 su 100 sono già all’estero. Il colpo del 4 agosto – leggo dei parenti delle vittime che protestano in strada per l’andamento dell’inchiesta – ha accelerato ulteriormente la fuga. Abbiamo 8 nipoti, 5 sono già all’estero e gli altri aspettano di partire. I cristiani hanno un ruolo fondamentale nella società libanese, come ho detto, perché riescono a fare da cemento tra le diverse componenti della società, senza di essi il radicalismo in Medioriente è destinato ad aumentare.

Nessuno di questi torna con un progetto di vita in Libano. I connazionali, sia sunniti sia sciiti, vorrebbero approfittarne per ridefinire gli equilibri, a danno dei cristiani e dei drusi, forti in Siria e in Israele, dove svolgono anche il servizio militare.

L’Europa, che purtroppo ha perso peso politico in Medioriente, non ha capito nulla se pensa che il problema non la riguardi. L’Europa, per la sua storia e per la ineguagliabile ricchezza culturale, se non ci fosse…andrebbe inventata. Speriamo riprenda coscienza del suo ruolo nel Mediterraneo”.

Grazie Maroun per questa bella chiacchierata in scioltezza (disponibile anche in inglese) che però vale più di tante letture esterne alla realtà libanese che tu vivi e riesci a trasmettere. Chi ha conosciuto Beirut non la dimentica e per i lettori de Il Tazebao un’occasione per andare al cuore della storia e delle vicende mediorientali che ci riguardano direttamente.

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