Draghi e la crisi dei Cinque stelle, partito rivoluzionario da operetta

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Leonardo Tirabassi, giornalista de Il Sussidiario, analizza per noi le evoluzioni della politica italiana fino al neonato governo Draghi.

Queste note che seguono le devo ad un suggerimento del professor Sapelli al Sussidiario (è ovvio invece che tolgo a lui la responsabilità anche indiretta delle stesse).

Tornare a Marx per capire cosa vuol dire il governo Draghi dentro i fatti del mondo, la crisi epocale che stiamo vivendo dall’osservatorio Italia e dagli avvenimenti domestici, tornare a leggere i suoi testi, a quel “18 Brumaio di Luigi Bonaparte” come indicato. In quell’opera maestoso risultava il lavorio di ricercare categorie politiche e del movimento sociale, con l’obiettivo di decifrare l’andamento caotico e sconnesso degli avvenimenti dal febbraio 1848 al dicembre del 1851, districandosi tra passioni, interessi, personalismi e idee.

Non sono all’altezza del compito, né per conoscenze storiche e tantomeno per acume. Ma i suggerimenti, più modestamente le suggestioni, sono potenti e qui di questo stiamo scrivendo. Non di una applicazione delle categorie marxiane al presente, ai fatti dei nostri giorni, all’avvicendarsi dei professori come Presidenti del consiglio italiano.

Tre sono i punti da capire

I Cinque Stelle, i governi Conte, l’incarico a Mario Draghi. Tre le dinamiche da tenere sotto osservazione. I fatti italiani, l’Unione Europea, che cosa sta succedendo nel mondo nell’epoca della pandemia, dell’ascesa al potere mondiale da parte della Cina e di Biden, della nuova presidenza americana. Questo era il metodo dei classici. Aveva ben visto Tocqueville quando sosteneva che le circostanze occasionali non possono essere spiegate attribuendole al caso, al risultato di un singolo evento. Ci ricorda qualcosa? Il caso semmai rimanda alla complessità della realtà, alla stratificazione degli interessi, al labirinto della storia. Che appunto va decifrata.

Suggestione per suggestione, ho scelto una metafora per descrivere la situazione del paese, la sfera armillare. Oggetto affascinante, amato dai principi rinascimentali. A Firenze, oltre a quella sulla facciata della chiesa di Santa Maria Novella, ce ne è una bellissima di grandi dimensioni costruita per volere di Ferdinando I de’ Medici, presso il Museo della Scienza. La sfera rappresenta la “macchina universale” del mondo secondo le concezioni elaborate da Aristotele e perfezionate da Tolomeo. Al centro il globo terrestre, immobile, ma racchiuso come in una prigione da un sistema di diversi anelli ad illustrare la struttura geometrica dell’universo, con l’equatore celeste, i tropici e i cerchi polari artici. Un altro anello rappresentava l’eclittica, cioè la traiettoria apparente annuale del sole intorno alla terra. Terra al centro, ma ingabbiata da altre sfere invisibili che ne determinano però il movimento.

E così è adesso, a parte l’immobilità. Possiamo anche crederci al centro del mondo, ma in realtà sopra di noi e a prescindere dalle nostre volontà, siamo dentro dinamiche che non vediamo né tantomeno controlliamo, che agiscono, influiscono sulla nostra povera orbita locale e forse la determinano.

Il M5S e la scelta di Conte

E per capirci qualcosa, partiamo dalla fine. Dal saluto di Conte, dalla conferenza stampa di addio dal tavolino apparecchiato davanti al Parlamento. “Auspico un governo politico che sia solido e abbia sufficiente coesione per operare quelle scelte politiche, eminentemente politiche perché le urgenze del Paese richiedono scelte politiche non possono essere affidate a squadre di tecniche”. Siamo al paradosso. Abbiamo un presidente del consiglio uscente, un professore, che invita il nuovo designato – un super tecnico dal profilo politico – a formare un governo politico e non tecnico. Fatto inusuale per due motivi, il primo di etichetta istituzionale, ormai diventata desueta, perché teso a invadere il campo delle scelte altrui. Ma non è questo l’elemento importante, il fatto è che Conte è un primo ministro né eletto, né leader di un partito, né un tecnico, cioè un esperto di chiara fama nel suo settore, né un civil servant. È assolutamente un signor nessuno, fatta salva la sua educazione e il suo buono, ma non eccelso, curriculum. Cioè non ha nessun titolo e prerogativa che giustifichi il suo incarico. Ed è straordinario, cioè risulta completamente nuovo, il motivo per cui è diventato Presidente del consiglio.

A che si deve allora la sua nomina allora? Al fatto che i Cinque Stelle, partito di maggioranza relativa uscito vincitore dalle elezioni, non disponevano di nessun leader in grado di svolgere quel ruolo istituzionale che desse le garanzie per compiere appieno le sue funzioni e fosse gradito al Presidente della Repubblica, cui spetta il compito di nominare il Presidente del Consiglio. Risposta insufficiente.

Perché si è arrivati a questa scelta allora? Perché i Cinque stelle non hanno messo uno dei loro a capo del governo? Ne avevano il diritto per prassi. Perché hanno accettato l’indicazione del presidente? (In verità hanno provato a resistere).

Il motivo è assolutamente semplice. Perché i Cinque Stelle non volevano né sapevano fare quello che avevano promesso. Aprire il parlamento come una scatoletta di tonno. Perché non erano e non sono, tanto più adesso, quello che dicevano di essere, cioè un partito rivoluzionario!

Sono in realtà un movimento di opinione confuso e velleitario, anche populista, sintomo di un malessere profondo del paese che non si sente, in una sua gran parte, più rappresentato dai partiti – mi scuso per l’iperbole – esistenti. I Cinque Stelle, per scomodare Marx per così poco, sono “l’apparenza della responsabilità”, che hanno “speculato in modo volgare sulla volgarità delle masse”. Hanno sostituito la gente al popolo, come il primo populismo sostituiva alle classi il popolo e a questo la plebe. Grillo e Casaleggio nel partito del Vaffa hanno reclutato la famosa gente tenuta assieme dalla “psicologia dell’escluso” e del livore proponendo non progetti politici, ma “metamorfosi magiche”. Come diceva Marx, hanno promesso al popolo le miniere della California senza muoversi da Parigi, perché la plebe si fa affascinare dalle trasfigurazioni semantiche, da ogni tipo di “deviazioni sentimentali” (Marx). E che cosa è oggi infatti la promessa di abolire la povertà, e il mito della decrescita felice?

Così i nostri sedicenti rivoluzionari senza autorevolezza si sono piegati all’autorità del sovrano, del Presidente, perché incapaci di dare un fondamento alla loro eccezionalità, di trasformarla in nuova norma fondamentale. In parole povere, non sono riusciti a riscrivere la costituzione formale perché non hanno cambiato quella materiale. Hanno infatti messo al suo posto una finzione, la maschera della rottura. L’eccezione ha lasciato il campo quindi al provvisorio, al casuale, al variabile, alla contingenza. Ed ecco le maggioranze multicolori che hanno sostenuto il governo.

Equilibrio precario spacciato dai Cinque Stelle, ormai senza bussola ed innamorati dei seggi in parlamento più che della rivoluzione, per normalità. E qui sta la contraddizione del loro operato e della situazione del primo e tanto più del secondo Conte che grazie alla pandemia ha ricercato la sua legittimazione attraverso i Dcpm, forzando un meccanismo d’emergenza e trasformandolo in routine. Con il risultato di svuotare non solo il Parlamento, ma lo stesso Consiglio dei ministri, cioè il “club di discussione” (Marx) per eccellenza, l’unico organismo costituzionale in grado di trasformare le diverse idee e interessi in norma e progetto.

Ed ecco però il ricercare e trovare da parte di Conte una nuova fonte di legittimazione, quel popolo a cui si appellava a reti unificate, che però non l’aveva mai eletto. L’eccezionalità questa volta si manifesta come tale. Con il coronavirus, Conte butta alle ortiche la maschera della normalità e svela l’eccezionalità della sua posizione e la sua autonomia, anche ai padrini della Casaleggio e company. La strategia del rinvio adottata dal presidente del consiglio, moderno “tutore della moltitudine” (Marx), è la dimostrazione manifesta del paradosso rappresentato dalla sua ricerca del carisma al servizio del rimando, votata al rallentamento, e non ad un’accelerazione e velocizzazione come ci si aspetterebbe dei processi decisionali anche da dei giacobini in sedicesimo al potere, tanto più in una situazione di straordinarietà vera.

Conte è la dimostrazione plastica della debolezza politica della “testa” del movimento 5Stelle. Per di più, come dimostra la sua ingloriosa fine, perde coscienza di dove risieda la sua vera e reale forza, nella sua debolezza appunto, perché la nuova legittimazione popolare è effimera, nasce dalla paura dell’epidemia, è difensiva. Ma Conte si illude di disporre di un reale potere, e forza la mano ma il giochino si può rompere appena un bambino discolo indichi la nudità del re. Perché l’alleanza con il PD, Leu ed Italia Viva non è una maggioranza organica dotata di un qualche straccio di idea. Non è in grado di condurre il paese nelle due scadenze importanti che ci stanno davanti. L’approntamento di un piano per l’utilizzo del Recovery Fund con la relativa gestione dei rapporti con i partner europei, in testa Germania e Francia, e in secondo costruire una maggioranza in parlamento per eleggere il futuro Presidente della Repubblica, figura istituzionale diventata nel corso degli ultimi mandati cardine per il funzionamento delle istituzioni. Non è in grado, insomma, di disegnare una politica economica e del lavoro in un’epoca di trasformazioni eccezionali, ma se non può indicare la strada di un processo politico ed economico, come può, in affanno un governo che perde pezzi ogni giorno, trovare una maggioranza istituzionale per l’elezione del Presidente della Repubblica?

Le due opzioni per il governo giallorosso

Per prevenire l’attacco di Renzi, la maggioranza giallorossa aveva davanti due strade. La prima, riportare la situazione straordinaria nei binari della normalità politica magari a pandemia allentata e dimostrarsi allo stesso tempo capace di dare al paese un’idea di governo organico non raccattaticcio e contingente. Ed è quello che ha tentato di fare Zingaretti, ma a parole, senza contenuti, in modo cioè apparente, in realtà basando l’accordo per il futuro solo sulla volontà concreta di gestione dei fondi europei, cioè sul consenso creato ancora una volta sulla conservazione e sulla spesa pubblica. Gli mancava però un elemento centrale, il consenso di chi detiene i cordoni della borsa.

Salvini nella crisi precedente aveva provato maldestramente un’altra strada, tornare alle urne, togliere ai 5S il governo del paese per volontà popolare, rendendo così la sovranità al paese.

Oppure, questa era la seconda possibilità, qualcuno poteva rompere il gioco, svelare il meccanismo, portare allo scoperto lo stato comatoso del sistema attuale dei partiti, comprese le anime belle dei Cinque S. Ed è quello che è successo.

Perché Mario Draghi

Draghi allora è la vera eccezione. A presiedere il governo, il Presidente della Repubblica sceglie, in accordo con l’Europa, una personalità dal curriculum anche americano, il tecnico per eccellenza che si fa politico, che spazza via la moneta poco buona. La sua forza sta nel fallimento politico del Parlamento, ratificato dal voto di fiducia nelle Camere e trae la sua legittimazione da tre fonti, una formale, il Presidente della Repubblica e le altre sostanziali. Ma in un Italia con un debito pubblico spaventoso, un’economia in difficoltà, con il ricorso giudicato necessario da parte di tutti i partiti, anche dai rivoluzionari 5 Stelle, ai soldi dell’Unione Europea, risultano ben più importanti le altre due fonti di legittimazione materiale, l’Europa appunto, ed i mercati. L’andamento dello spread è qui a dimostrarlo, a riprova di chi sia Draghi.

Di nuovo, dopo Ciampi e Monti, l’Italia sceglie l’eccezione, sempre in nome dell’Europa. In poche parole abbiamo il privilegio di sceglierci il commissario, ci commissariamo dall’interno, questa volta addirittura abbiamo scelto il presidente della Troika!

Da qui due derivano due domande, ma può un paese, un sistema complesso, essere governato sempre in uno stato eccezionale? E possiamo demandare, dal governo Ciampi in poi, parti di sovranità all’esterno?

Solo i fatti da oggi dimostreranno la capacità di Draghi di muoversi tra Scilla e Cariddi, tra i dettati dall’estero e le esigenze nazionali, sempre nell’ambito delle compatibilità razionali e ricercando le alleanze necessarie.

Il professor Sapelli è chiaro a questo proposito, la transizione verde è la nuova sfida epocale che unisce rapporto con il pianeta, riorganizzazione dei processi produttivi secondo il doppio input ecologico e della rivoluzione informatica, e del lavoro su scala globale, disegnando la cornice dei nuovi conflitti geopolitici.

Ma nel frattempo si stanno già combattendo le battaglie su nuovi fronti lontanissimi dal cannocchiale della politica italiana. Lo scontro per l’accaparramento delle risorse e delle rotte artiche, l’astrostrategia – si veda Elon Musk – mentre anche i droni sembrano mandare in soffitta anche la vecchia guerra, perché lo stato moderno, dall’epoca moderna in poi, è nato e forgiato sui campi di battaglia europei. E se cambia il modo di fare la guerra, cambia anche lo stato.

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