Il Tazebao – No, non è lo stesso. E non è giusto, oggi, scomodare Craxi. Anche perché i margini di autonomia, allora, erano diversi, più ampi e, comunque, riconosciuti dall’alleato americano. Margini che permettevano, nonostante la tragedia della guerra persa (l’occupazione e la spartizione, proposta dagli inglesi a Teheran, sfiorata), di incidere nel Mediterraneo allargato, dal Corno d’Africa alla ex quarta sponda libica, alla Tunisia. Non torneranno, c’è stata Mani Pulite – salutata con eccessivi entusiasmi – e anche gli USA hanno giocato un ruolo.
Semmai, forse, c’è stata recentemente finestra temporale per ristabilire un rapporto privilegiato con Trump. Nulla di irrimediabile. Ma non è il caso di scomodare Bettino, né di citare Sigonella. A sproposito. Craxi aveva un rapporto diretto, personale e politico, con Washington. Era figlio di una cultura politica che, insieme alla Dottrina sociale della Chiesa, aveva permesso l’elevazione materiale e culturale del Paese. Cultura politica, quella socialista-riformista, che era la più avanzata, che guardava ai corpi emergenti, che, prima della tragedia del Fascismo, raccoglieva e organizzava le istanze delle masse. Craxi seppe decidere, andare fino in fondo e fu seguito.
La sua eredità è stata coltivata, e recuperata. Con un lavoro meticoloso, paziente e non scontato dopo la damnatio memoriae. Del resto, c’è un vuoto. Quello del riformismo. In Italia. Però lasciamo Bettino al suo riposo. In una terra non ostile, la Tunisia che faticosamente ritrova una bussola dopo il caos, anch’esso salutato con facili, eccessivi entusiasmi. E in una tomba, fortunatamente, non «illacrimata».
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