Politica e Religione, due affascinanti sirene

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Politica e Religione, due concetti antitetici, due mondi che hanno lottato, anche violentemente, per separarsi nella storia ma che presentano molti punti di contatto…

Sulla piattaforma Medium, servizio di blogging che prende vita nel 2012 grazie al co-fondatore di Twitter Evan Williams, lo scrittore, filosofo e teologo Anthony Edward Nistor ha pubblicato in data 27 gennaio 2021 un articolo dal titolo volutamente provocatorio: “Is Politics the New Religion?” [1] (“La Politica è la nuova Religione?”).

Su Medium, l’autore ha esposto la sua riflessione in maniera sintetica ma efficiente analizzando in maniera analitica i tre elementi che dal suo punto di vista sono indispensabili per questa apoteosi. Invitato a partecipare ad una conferenza su Zoom organizzata da Sorin Petrof [2] insieme ad altri esperti di politica e religione, ha avuto modo di discutere in maniera più approfondita la sua tesi. Pertanto il contenuto del presente articolo è un riassunto e un’integrazione tra produzione scritta di Nistor e contenuto digitale della conferenza.

Perché l’interrogativo “La Politica è La nuova Religione?” e non Una religione qualunque?

Secondo Nistor ci sono, oggi, diverse religioni: in questa situazione pandemica mondiale la tecnologia è una divinità, è l’Era olimpica così come il turismo è stato per troppo tempo considerato e purtroppo ancora in molti continuano ad illudersi che sia Zeus. Ma sono delle religioni incomplete in quanto non soddisfano la definizione di religione fornita dall’autore.

La tesi di partenza del filosofo è che la religione, per essere definita tale, necessita di tre ingredienti: un’ideologia chiara composta da valori largamente condivisi e cristallizzati nel tempo, di conseguenza immutabili, una tribù, una comunità che accetti, condivida e tramandi tali valori prescritti dall’ideologia, ed infine una persona da venerare, un modello da emulare. Concetto quest’ultimo tristemente noto come culto della personalità.

Questa necessità di identificazione tra comunità e autorità è fatta risalire nella pratica sciamanica: nelle tribù primitive era lo sciamano che mediava tra la comunità e quello che questa temeva, ovvero gli Dei. Piano piano, la figura dello sciamano ha lasciato il posto a quella del prete fino a giungere a personalità politiche quali imperatori, sovrani, insomma personalità prettamente politiche. Questi, tramite il processo di apoteosi, arrivano ad essere onorati e riveriti come degli Dei.

Qual è la ragione di questo processo? Perché c’è bisogno di una negoziazione?

Nistor ricorda l’episodio biblico del vecchio Testamento in cui il profeta Mosè ed il popolo di Israele arrivano nel deserto del Sinai e si accampano ai piedi del monte. Qui interviene il Signore che disse a Mosè: “Ecco, io sto per venire fino a te, in una densa nube, così il popolo sentirà quando parlerò con te e potrà aver fiducia in te per sempre” [3]. Ma gli Israeliti hanno paura della manifestazione di Dio e mandano il Profeta da solo ad interloquire con il Signore. Tutti gli Israeliti sentivano i tuoni e il suono del corno e vedevano i lampi e il monte fumante. Allora furono presi da paura e si tennero lontani. Dissero a Mosè: “Se sei tu a parlarci, potremo ascoltare; ma se Dio stesso ci parla, noi moriamo!” [4]

Questo loro atteggiamento delegatorio riflette una psicologia: l’uomo comune non sa o non ha le giuste qualifiche per rapportarsi direttamente con l’autorità. Perciò delega questa attività a qualcun altro che è conoscitore dei capricci degli dei. L’uomo mette nelle mani di un professionista tale attività di mediazione sottraendosi così dal processo decisionale del contratto sociale che lo riguarda direttamente. La necessità di questo contratto sociale deriva dalla semplice considerazione che le risorse a disposizione di una determinata tribù sono limitate. Risorse non solo naturali, materiali, ma anche le risorse sociali appunto (la posizione di leader è una sola, non tutti vi hanno accesso). Essendo limitate, diventato disputabili. Ecco che fa la sua comparsa la violenza. È per ripristinare l’ordine che il contratto sociale viene stipulato. Il contratto sociale è un termine diventato famoso con John Locke e Thomas Hobbes, ma l’uomo ha da sempre tentato di negoziare con il nemico o con tutti colore con cui aveva da contendere qualcosa.

Proseguendo sempre sulla scia del pensiero di Nistor, Hannah Arendt e Max Weber trattano dei tre elementi tipici di ogni cultura: Tradizione, Autorità e Religione. Lui li definisce ironicamente i “tre Moschettieri”. Più tardi, ai tre se n’è aggiunto un quarto, ovvero la Politica. Il D’Artagnan della situazione.

Ma ritorniamo al concetto di violenza. Esistono due tipi di violenza: quella fondatrice e quella conservatrice. La prima appare quando un ordine vecchio ha toccato il suo limite, è giunta al suo fine. E qui è doveroso spiegare la teoria del “cambio di paradigma” coniata dal filosofo americano Thomas Kuhn nel suo lavoro estremamente influente, “The Structure of Scientific Revolutions”, pubblicato nel 1962. Una teoria del paradigma è una teoria generale che serve per fornire agli scienziati i presupposti di base, i concetti chiave e la metodologia, lo schema concettuale più ampio possibile nei vari campi della scienza. Un esempio di teoria sui paradigmi è il modello geocentrico di Tolomeo. Un cambio di paradigma si verifica quando una teoria paradigmatica viene sostituita da un’altra: quella tolemaica lascia il posto a quella copernicana.

Come si giunge a questo cambio di paradigma?

Kuhn era interessato al modo in cui la scienza fa progressi. I progressi non sono visibili fin quando la maggior parte dei membri di una comunità scientifica non concorda interamente su un paradigma.

Quando si raggiunge il consenso, gli scienziati possono fare quello che Kuhn chiama “scienza normale”[5]: risolvere enigmi specifici, raccogliere dati e fare calcoli. Ma ogni tanto nella storia della scienza, la scienza normale genera anomalie, risultati che non possono essere facilmente spiegati all’interno del paradigma dominante. Alcune scoperte sconcertanti da sole non giustificherebbero l’abbandono di una teoria del paradigma che ha avuto successo. Ma a volte i risultati inspiegabili iniziano ad accumularsi e questo alla fine porta a quella che Kuhn descrive come una “crisi”.[6]

Sempre Kuhn afferma che il mondo, o la realtà, non può essere descritto indipendentemente dagli schemi concettuali attraverso i quali lo osserviamo. Le teorie del paradigma fanno parte dei nostri schemi concettuali. Quindi, quando si verifica un cambio di paradigma, in un certo senso è il mondo che cambia. In maniera più semplice possiamo dire che scienziati che lavorano con paradigmi diversi stanno studiando mondi diversi.

Ecco che quando un ordine esistente raggiunge la sua massa critica o il contratto viene rotto in qualche modo (o perché chi detiene l’autorità ne abusa o perché la struttura stessa del contratto non rispecchia più l’ordinamento sociale), è imperativo il cambio di paradigma. E siccome historia magistra vitae est, i cambiamenti non giungono e non vengono accolti mai in maniera pacifica. Questa violenza appartiene alla prima categoria, si tratta di violenza fondatrice. Fonda il nuovo ordine. La violenza conservatrice è quella esercitata dai “guardiani” del contratto affinché l’ordine venga conservato. Le due tipologie di violenza entrano in conflitto tra loro: i “guardiani” sono autorizzati ad esercitare la violenza conservatrice contro quelli che esercitano quella fondatrice.

“La violenza è la levatrice di ogni vecchia società, gravida di una nuova società [7]” scomodando Karl Marx.

Così come i cambiamenti politici si sviluppano attraverso la violenza, anche i cambiamenti religiosi non conoscono una genesi migliore! C’è, tuttavia, da specificare che dal neo-protestantesimo non si sono verificate nuove scissioni religiose né conflitti di una certa portata rivoluzionaria.

Per quanto riguarda la politica invece non possiamo dire la stessa cosa: ogni cambiamento verificatosi in politica è stato preceduto da un’azione violenta. Recentemente la situazione è migliorata grazie alla sublimazione della violenza in una specifica forma di linguaggio, o meglio un linguaggio foriero di un determinato messaggio. Anche il linguaggio può benissimo essere divisivo, ma lasciamo questa finestra aperta al momento. Ritorniamo al punto di partenza, al concetto di ideologia, ovvero a quel pacchetto di valori, simboli, credenze che cercano di spiegare come la società nel suo insieme dovrebbe funzionare. Prevedono sia un piano concettuale (aspetto teorico), ma anche un programma, un’agenda (come raggiungere la meta, un piano su come plasmare la realtà in base alle loro idee, l’aspetto pratico).

La conclusione aspra dell’autore, già nota, è che tutti gli -ismi costituiscono un’ideologia. L’ideologia in sé non è qualcosa di negativo in quanto tutti noi abbiamo bisogno di cristallizzare i nostri pensieri momentaneamente in una qualche forma. Queste forme, nel lungo periodo, possono entrare in conflitto le une con le altre, nessuna è perfetta, tutte hanno dei limiti contro i quali si scontreranno prima o poi, e le nuove sono destinate a rubare il posto alle vecchie. Si verifica il cambio di paradigma del già citato Thomas Kuhn. Il nuovo paradigma giunge a causa del principio di incommensurabilità. Il nuovo paradigma, proprio perché nuovo, è autoreferenziale. Per questo molte ideologie, una volta toccato il fondo, raggiunto il limite ultimo, si pietrificano. La pietrificazione è l’unico modo che hanno per sopravvivere. Evitano qualunque forma di dialogo orizzontale con le altre ideologie e portano questa fissità all’esasperazione.

Lo scrittore britannico Jared Diamond autore di “Collapse: how societies choose to fail or to succed”, insieme a Ronan Arthur dell’Università di California ha notato come gli Indiani Navajo costituiscono un unicum quando parliamo di tradizione tribale. Questi sono gli unici, tra tutte le tribù indigene del Nord America, ad essere sopravvissuti ed a preservarsi bene dalla colonizzazione europea. Capacità dovuta, secondo i due esperti, a due fattori chiave: l’isolazionismo geografico e una cultura molto gattopardiana.

“Many tribes decreased their numbers, disappeared or lost their homeland, language or cultural identity,” Arthur and Diamond write in the Nov. 18 issue of the journal Science. “The Navajos are a striking exception” [8] (“molte tribù hanno visto una diminuzione nel numero dei loro componenti, sono scomparse o hanno perso la loro patria, il loro linguaggio o l’identità uclturale. I Navajo costituiscono un’impressionante eccezione”).

Continuando a tradurre i due epserti: “I Navajo sono anche inclusivi, incorporano individui, clan e scelgono spose dalle tribù vicine come i Pueblos e gli Apache”. Questa flessibilità mentale e culturale permette loro di conservare ancora oggi la loro identità.

L’ideologia diventa doppiamente pericolosa quando si tratta di ideologia dominante, quando è ancella degli interessi del gruppo dominante che predica tale ideologia. Le idee fisse che costituiscono l’ideologia diventano la Verità, non una verità qualunque, ma la sola, universale, l’unica da seguire. È quindi l’ideologia che crea la Verità a sua immagine e somiglianza. Nistor ricorda nel suo elaborato il ritornello dell’inno del Partito di Unità Socialista di Germania (SED): “The Party, the Party, is always right” (il Partito, il Partito ha sempre ragione). L’esasperazione dell’ideologia è da considerarsi una vera e propria patologia che in ambito politico si traduce in un’eccessiva burocratizzazione, una fanatica ricerca di consenso mentre in ambito religioso si manifesta sotto forma di riti, le persone credono più in questi riti, nella loro costante ed attenta esecuzione e ripetizione piuttosto che nella divinità.

L’ultimo aspetto che rimane da trattare è il culto della personalità

Nistor prende come spunto il “fenomeno Trump” e l’assalto al Campidoglio degli Stati Uniti d’America giustificando questa sua posizione con il fatto che in Europa, ad eccezione di rarissimi casi, gli ordinamenti politici non lasciano spazio a personalità prominenti come nel caso americano. La tradizione stessa americana “prevede” e tollera la presenza del culto della personalità anche in ambiti diversi dalla politica, basta pensare al mondo del cinema o ai guru spirituali. L’Europa, soprattutto l’Europa Occidentale, è maturata da questo punto di vista: ha superato da tempo la logica bipolare, è un panorama molto frammentato politicamente. Il bipolarismo è una minaccia secondo l’autore in quanto, specialmente negli Stati Uniti, l’alternarsi di due forze antagoniste sfocia nel Single Party rule, nell’unipartitismo a quasi tutti i livelli dell’amministrazione. Questi due partiti in continua competizione tra loro sono fortemente ideologizzati e di conseguenza i cittadini si schierano con l’uno o con l’altro. Si crea una divisione nella società. Si rompe il patto sociale.

Non a caso l’autore riporta la seguente frase dello studioso induista Giani Narain Singh Ji:

“All the chaos in this world, who is responsible for it? Two classes of people who live by the principle ‘divide and rule’. One is politicians and the other is preachers”. (“Chi è responsabile di tutto il caos presente nel mondo? Due categorie di persone che vivono secondo il principio del divide et impera. Una è quella dei politici, l’altra quella dei predicatori”).

Le conclusioni di Nistor sono alquanto amare: in paesi fortemente religiosi com’è il Caso statunitense[9] dove numerosi elettori scelgono il loro candidato in base all’agenda religiosa o meno di questo e dove gli stessi elettori soono più suscettibili al culto della personalità, il mix tra aspirazioni religiose e politiche possono avere conseguenze devastanti.

Perchè la religione può essere catartica da un lato, ma ha anche un lato oscuro.


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