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Il ricordo dei nostri animali dura per sempre grazie ad ARCA, il primo cimitero virtuale

C’è il sostegno dell’agenzia REMAX Ideale con una sponsorizzazione e non solo

Il ricordo che durerà per sempre. La rete ci offre infinite opportunità, a cominciare nel nostro lavoro, e tra queste anche coltivare il ricordo di chi non c’è più. Sappiamo bene quanto sia difficile separarsi dai nostri animali, sappiamo che il distacco, come quando perdiamo una persona, è lento e lascia strascichi e ricadute. Ognuno di noi ha ricordi, emozioni, gioie legate a un animale, che ci ha lasciato materialmente ma non spiritualmente. Ecco perché è nato ARCA il primo cimitero virtuale per i nostri animali nel quale già molti stanno inserendo le foto dei propri animali. Una buona causa sposata subito da REMAX Ideale, agenzia del gruppo REMAX con sedi a Firenze, Empoli e San Giovanni Valdarno (sempre attiva nel sociale), che ha deciso di sostenere ARCA con contratto di sponsorizzazione ma anche offrendo a coloro che decidano di ricordare attraverso il portale di ARCA il proprio animale una scontistica sulle compravendite immobiliari. Un’altra valida ragione per sostenere il progetto è che ARCA è in prima linea nel sostenere gli animali con disabilità.

Dalla nostra sezione sul sociale e le disabilità

“Dove l’amore parla… più forte”. Il progetto della Piccola Missione per Sordomuti in Congo possibile grazie alla vendita gestita da REMAX Ideale – Il Tazebao

“Il nostro dolore invisibile”: Rosaria Mastronardo racconta la sua fibromialgia e l’impegno a favore dei malati – Il Tazebao

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“Dove l’amore parla… più forte”. Il progetto della Piccola Missione per Sordomuti in Congo possibile grazie alla vendita gestita da REMAX Ideale

Una scuola speciale per la formazione e l’avviamento al lavoro

A concretizzare la vendita è stato Leonardo Gestri agente di REMAX Ideale e da sempre impegnato nel sociale

Da Firenze a Butembo nel segno della solidarietà verso coloro che partono indietro e che potrebbero restarci. Dalla vendita di un complesso immobiliare a Firenze prenderà vita un centro scolastico polivalente a Butembo, città della Repubblica Democratica del Congo con oltre un milione di abitanti. Grazie alla vendita di quegli immobili siti in via di Ripoli la Piccola Missione per i Sordomuti, fondata a Bologna dal Venerabile Don Giuseppe Gualandi nel 1872 e attiva in Italia, Filippine e Brasile, realizzerà una scuola speciale per bambini e bambine sordomute.

A rendere possibile la vendita che finanzierà la costruzione della scuola è stato Leonardo Gestri, assistente immobiliare di REMAX Ideale e da sempre impegnato nel sociale. Gestri è stato, infatti, presidente di UNITALSI Firenze per dieci anni:

“Il mio incarico in UNITALSI mi ha permesso di mettermi nei panni di chi soffre e di aiutare concretamente tante persone. È un’esperienza che ti lascia dentro molto e che ti porti dietro per sempre. Anche per questo sono ben lieto di unire lavoro e solidarietà e di aiutare la Piccola Missione per i Sordomuti”.

L’iniziativa è volta a favorire la formazione e, grazie alla presenza di laboratori artigiani, l’autoimprenditorialità delle persone che, oltre a nascere in un contesto difficile, si trovano private dell’udito. Il sistema sanitario della Repubblica Democratica del Congo, fiaccato dalla guerra e dal terrorismo, è ancora carente, mentre le campagne vaccinali quasi del tutto assenti: questo si traduce in un aumento di malattie come rosolia, meningite, otiti causa di sordità. Da qui la scelta di aprire una struttura del genere a Butembo.

“La sordità è un handicap invisibile, isola i bambini e per questo dobbiamo intervenire, per ricostruire intorno al loro un mondo vivo e aperto. A maggior ragione in questi contesti di estrema marginalità” dichiara Padre Savino Graziano Castiglione Superiore Generale e Rappresentante Legale della Piccola Missione e già impegnato in precedenza, dal 1988 al 2001, nelle Filippine per un progetto analogo dedicato alle persone con sordità.

Dalla nostra sezione sul sociale e sulle disabilità

Il ricordo dei nostri animali dura per sempre grazie ad ARCA, il primo cimitero virtuale – Il Tazebao

“Il nostro dolore invisibile”: Rosaria Mastronardo racconta la sua fibromialgia e l’impegno a favore dei malati – Il Tazebao


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“Il nostro dolore invisibile”: Rosaria Mastronardo racconta la sua fibromialgia e l’impegno a favore dei malati

Rosaria è anche facilitatrice dei gruppi di auto aiuto per fibromialgia: “Insieme per superare il dolore”.

Lo descrive così: un “dolore silenzioso e invisibile ma che non ti molla mai”. Rosaria Mastronardo è malata da sette anni di fibromialgia, una malattia di cui si sa molto poco e, ancora, nonostante siano sempre di più le persone affette, non riconosciuta dal Sistema Sanitario Nazionale come malattia cronica. Ciò produce ulteriori aggravi e penalizzazioni per i malati. “Noi malati – aggiunge Rosaria – ancora non abbiamo dei percorsi di diagnosi e di assistenza chiari anche perché, come spesso ci viene detto, non è affatto facile quantificare il dolore, che però per noi è alto, continuativo, spesso insopportabile. Io stessa non ho ricevuto subito la diagnosi di fibromialgia ma abbiamo dovuto procedere per esclusione”.

Il dolore quotidiano non ha impedito a Rosaria di aiutare gli altri come lei: “Sono socia di Cittadinanzattiva e del Coordinamento Toscano dei Gruppi di Auto Aiuto e ho contribuito, previa formazione avvenuta presso il Coordinamento, alla nascita di un gruppo di auto aiuto per le persone con fibromialgia”. Un primo gruppo è nato, infatti, a Firenze nel 2018 ed è denominato “Fibromialgia: Affrontiamola insieme” e “permette la condivisione di dolori, dubbi, esperienze, buone pratiche. Siamo meno soli di fronte al nostro dolore e ci aiutiamo” ricorda sempre Mastronardo, facilitatrice del gruppo. La sede di ritrovo è presso le Baracche Verdi all’Isolotto, grazie al Q4. Prima si riunivano una volta al mese, adesso, con la pandemia, gli incontri si svolgono online ogni quindici giorni. “Abbiamo aumentato la frequenza delle riunioni perché, soprattutto in questo momento abbiamo bisogno della vicinanza dell’altro”. Da questa prima esperienza, amplificatasi grazie al digitale, è nato un secondo gruppo online con persone da tutta Italia: “un chiaro segnale che il metodo funziona”.

Il prossimo 12 maggio sarà la Giornata Mondiale della Fibromialgia, un’occasione per “fare finalmente un salto avanti concreto nella cura e nell’assistenza di noi malati. C’è ancora molto da fare per garantirci una vita dignitosa e un’adeguata qualità della vita. Anche alcune buone iniziative – sottolinea ancora – come la delibera n. 1311 del 28.10.2019, che conteneva ottime indicazioni, come l’attuazione di un percorso regionale di presa in carico, è rimasta lettera morta. Aiutateci – conclude – perché questo dolore non ci permette di vivere!”.

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Rifredi, Becattini: “Rilevo con piacere l’assenza di gravi problemi di accessibilità”

L’ultimo sopralluogo di Marco Becattini alla stazione ferroviaria fiorentina: “A Rifredi prendiamo il treno senza problemi”

“Magari tutte le stazioni ferroviarie della nostra regione fossero come quella di Rifredi!” commenta Marco Becattini, Presidente di Liberamente Abile a margine di un sopralluogo alla stazione del Q5. Al netto di alcune piccole mancanze, infatti, come le guide per le persone non vedenti che sono presenti sì a binari ma non negli scivoli e i bagni (comunque due) difficilmente accessibili, visto che le porte si chiudono troppo velocemente (una lacuna presente anche altrove), non ci sono problemi sostanziali come riscontrati in altre stazioni. “Rispetto a quanto visto a Statuto o a SMN siamo anni luce avanti ed è bene sottolinearlo. Da Rifredi prendiamo il treno”. Becattini proseguirà con altre visite nelle prossime settimane nelle altre stazioni della città e non solo.

Sempre a cura di Becattini

SMN, Sopralluogo di Marco Becattini – Il Tazebao

Statuto (FI), la denuncia di Becattini: “Se sei in carrozzina non prendi il treno” – Il Tazebao


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SMN, Sopralluogo di Marco Becattini

La presa di posizione di Marco Becattini, Presidente di Liberamente Abile Sport e Viaggi, sulla stazione SMN.

Un disabile può davvero prendere il treno liberamente? Non è, ancora, così scontato, nemmeno nel capoluogo della Regione Toscana. “Sebbene si siano fatti dei passi avanti significativi negli ultimi anni – afferma Marco Becattini, Presidente di Liberamente Abile Sport e Viaggi – permangono alcune barriere architettoniche, veri e propri percorsi a ostacoli o percorsi obbligati, azioni incomprensibili di inciviltà che ci impediscono di accedere liberamente a quello che è un servizio indispensabile per tutti i cittadini”. Becattini ha effettuato un sopralluogo ieri mattina alla stazione di Santa Maria Novella.

Tra gli aspetti positivi c’è sicuramente il corretto e puntuale funzionamento dell’ascensore che permette dal piano -1 di accedere al piano terra. “Manca però – evidenzia – in prossimità dei binari il tappetino per i non vedenti, utile a maggior ragione adesso con i percorsi che tutelano la sicurezza sanitaria”. A render ancor più complicato l’accesso o l’uscita dalla stazione, inoltre, ci pensano alcuni percorsi non proprio agevoli come quello che conduce alla stazione dei bus, sconnesso e dissestato e quindi “non indicato per chi è su una carrozzina come me ma estremamente pericoloso, per esempio, per un non vedente”.

Proprio per questo Becattini, dopo il sopralluogo alla stazione di Statuto, che ha evidenziato profonde lacune, e quello di oggi a Santa Maria Novella, ha intenzione di proseguire con le altre stazioni cittadine, come Campo di Marte o Rifredi con l’obiettivo di “contribuire al raggiungimento di una completa accessibilità. Spesso – conclude – vorremmo prendere il treno ma è tutt’altro che facile!”

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Statuto (FI), la denuncia di Becattini: “Se sei in carrozzina non prendi il treno”

Becattini non è riuscito ad accedere alla stazione dei treni: “Non ci sono né ascensori né rampe”

Si dice “esterrefatto e sconvolto” Marco Becattini, Presidente di Liberamente Abile Sport e Viaggi, a margine di un sopralluogo alla Stazione dello Statuto, effettuato ieri martedì 9 marzo mattina. “Come ho potuto constatare, purtroppo, una persona con disabilità è completamente impossibilitata ad accedere alla stazione. Ho provato – racconta Becattini – a entrarvi nei due ingressi ovvero su via Giovanni Lami e via Giuseppe Richa ma, con mio sommo stupore, ho scoperto che non ci sono né ascensori, né rampe, nemmeno il più minimo ausilio per chi impossibilitato a usare le gambe. Insomma, una stazione inaccessibile alle persone con disabilità! Si tratta di una stazione importante, in un quartiere tra i più popolosi della città, non è accettabile – incalza – un ritardo del genere in un luogo pubblico. Se sei su una carrozzina non puoi entrare alla stazione dello Statuto”.

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Mundus furiosus Nessuno indietro

Da adesso bisogna guardare

È nostro compito adesso vigilare sull’effettiva realizzazione della rampa.

Iudicate egeno et pupillo, humilem et pauperem iustificate. Eripite pauperem et egenum de manu peccatoris liberate¹.

“Giustizia è fatta”. Mi sono lasciato andare quando ho letto per la prima volta il testo dell’ordinanza che mi hanno inviato le Avvocatesse Ginevra Bardazzi e Maria Rosaria Pizzimenti. Perché in questa battaglia mi ci sono immedesimato e perché tutti, almeno chi ancora conserva un po’ di pietas, ci siamo sentiti come mamma Ginevra. In quella che sembrava essere una lotta contro i mulini a vento, i silenzi e i mormorii, le indifferenze. Più giustamente diciamo che giustizia è quasi fatta. Non sarà giustizia piena fino a quando non sarà effettivamente realizzata la rampa nell’ingresso principale di via Sirtori alla scuola media Dino Compagni.

Certo è che ciò che abbiamo ottenuto attraverso le vie legali, le uniche ove poter tutelare i nostri diritti, è una vittoria sostanziale. Il ricorso ex articolo 700 che ho sostenuto ha evidenziato una “discriminazione indiretta”, ovvero quando una condizione, in questo caso l’assenza della rampa, prevista nel rendering originale e non realizzata, per le persone con disabilità nell’entrata principale, pur apparentemente neutra (neutra per noi forse o per la legge, non per Niccolò), mette la persona con disabilità in svantaggio evidente rispetto agli altri. Un’evidenza per tutti, adesso confermata formalmente.

Ero a conoscenza della vicenda della rampa: la battaglia di Ginevra Risaliti aveva avuto grande eco. Non avevo però mai conosciuto di persona Ginevra. L’ho incontrata, grazie a Jessica che ci ha messo in contatto, solo a ottobre del 2020. Quando la storia era già nota, quando tutti si erano già indignati e forse dimenticati. Me la ricordo sconsolata e ferita. Arrivai con un’idea già più o meno limpida del percorso intraprendere. La settimana successiva eravamo già dalle Avvocatesse Bardazzi e Pizzimenti che, con estrema professionalità e diligenza, ci hanno prospettato il percorso che si è rivelato più indicato ed efficace.

Nei vari incontri che abbiamo avuto ho compreso meglio la gravità della discriminazione – per me oltremodo diretta – contro Niccolò corredata da una serie di silenzi o risposte che dire inadatte a una pubblica amministrazione è fargli un complimento. Questa città tanto inclusiva tollera una discriminazione così evidente? Questa scuola tanto innovativa e aperta non accoglie le persone con disabilità dall’entrata principale e nessuno interviene? Ricordo che dopo parlai con un’altra persona, anche lei, come men, lavora nel campo delle disabilità, gli dissi: “Me ne occupo io. A questo giro andiamo in fondo a questa storia”.

Abbiamo ottenuto una vittoria importante ma ovviamente è ancora troppo presto per festeggiare. Si è visto un rendering per la nuova rampa. Apprendiamo dal Corriere Fiorentino che il progetto andrà in votazione a marzo, i soldi rientrano in quelli stanziati per la scuola (12 milioni). Da adesso bisogna guardare. Da attori in questa lotta per i diritti, di Niccolò e di tutte le persone con disabilità, diventiamo osservatori. Sentinelle. A noi il compito di vigilare sull’effettiva realizzazione e, appena saranno noti, sui tempi. È passaggio non meno importante rispetto ai precedenti. Non bastano gli impegni, ci vuole la rampa.

Sono molto soddisfatto di aver impresso la svolta decisiva nella vicenda portando a una vittoria insperata. Da sempre ho attenzione per le disabilità e continuerò ad averla, nel lavoro e non solo. Questa battaglia, infatti, mi ha permesso di radunare intorno a me una squadra di persone competenti che operano in ambiti diversi ma accomunate dalla stessa sensibilità, pronte tutte a scendere in campo contro altre ingiustizie. Credo fermamente nell’evoluzione della nostra società in senso sempre più inclusivo. È oggi questa una delle frontiere che dobbiamo superare. Solo così potremo dirci pienamente democratici.


1. Dal Libro dei Salmi (81, 3-4): “Difendete il debole e l’orfano, al misero e al povero fate giustizia. Salvate il debole e l’indigente, liberatelo dalla mano degli empi”.

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Rampa Dino Compagni, c’è l’ordinanza: si tratta di “discriminazione indiretta”

“Questa ordinanza riconcilia il cittadino al sistema della giustizia”

Lunedì 1° marzo è stata pubblicata l’ordinanza della Giudice dott.ssa Giuseppina Guttadauro del Tribunale Ordinario di Firenze, Quarta Sezione Civile, relativa al ricorso ex art. 700, adito da Ginevra Risaliti, madre di Niccolò, rappresentata dai legali Avv. Maria Rosaria Pizzimenti e Ginevra Bardazzi.

Il ricorso, promosso da Ginevra Risaliti e finanziato da una raccolta fondi del Quartiere, nasce dalla richiesta di consentire a Niccolò di entrare dall’entrata principale della scuola media Dino Compagni, sita in via Sirtori. Nel capitolato era originariamente prevista una rampa per le persone con disabilità ma poi non è stata realizzata.

Nel parlare del caso di Niccolò, che non poteva entrare dall’ingresso principale, la Giudice fa riferimento a una “discriminazione indiretta” ovvero quando una certa condizione, pur apparentemente neutra, mette la persona con disabilità in svantaggio evidente rispetto alle altre persone (L. 67/2006).

Secondo Lorenzo Somigli che ha supportato Ginevra nell’iniziativa legale si tratta di un “evidente riconoscimento del diritto leso. Questa ordinanza dimostra la bontà della nostra scelta di chiedere il riconoscimento del diritto di Niccolò, e con lui, di tutte le persone con disabilità che frequenteranno la scuola Dino Compagni, attraverso le vie legali. In un momento di sfiducia verso la Giustizia è un’ordinanza significativa che riconcilia il cittadino al sistema”.

Alessandra Romano: “L’innovazione nasce in ambienti ad alto tasso di diversità. La scuola? Sia la prima a praticare l’inclusività”

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Alessandra Romano: “L’innovazione nasce in ambienti ad alto tasso di diversità. La scuola? Sia la prima a praticare l’inclusività”

Intervista ad Alessandra Romano, Ricercatrice Senior di Didattica generale e Pedagogia sociale all’Università di Siena e autrice del libro “Diversity and Disability Management”.

Il Lavoro, da un punto di vista squisitamente costituzionale, è definito come un diritto di prestazione ovverosia vale la pretesa del singolo affinché la Repubblica intervenga per renderlo effettivo, impiegando a tal proposito le dovute risorse finanziarie. Inoltre, mettere in condizione di lavorare chi è svantaggiato è il cuore della nostra Carta Costituzionale: è “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Siamo partiti da queste riflessioni nell’intervista che Alessandra Romano, Ricercatrice Senior di Didattica generale e Pedagogia sociale all’Università di Siena e autrice del libro “Diversity and Disability Management” (Mondadori, 2021).

La percentuale di italiani con disabilità oscilla tra la stima percentuale ISTAT del 5.2 e quella Censis del 7.9. Ma chi oggi sta lavorando è soltanto una persona su quattro (o addirittura su sei). Al di là delle evidenti implicazioni economiche, senza inclusione lavorativa, può esserci inclusione sociale?

“I dati su riportati costituiscono un quadro forse fin troppo generoso rispetto agli scenari del mondo del lavoro: spesso le aziende preferiscono pagare ammende piuttosto che assumere persone con disabilità congenita o acquisita. Questo poiché alcuni datori di lavoro sono ancora convinti che una persona con disabilità possa essere più o meno capace nello svolgimento di una professione. L’ipotesi di partenza da cui muove il volume “Diversity & Disability Management” è che l’inclusione lavorativa costituisca la leva strategica per l’inclusione sociale. Volevamo indagare come progettare ambienti di lavoro accessibili, dove l’accessibilità non fosse solo una questione di “accomodamenti ragionevoli” ma anche una condizione per l’innovazione dell’azienda. Abbiamo condotto ricerche applicate alle organizzazioni e alle imprese per tre anni. Gli esiti di questi studi ci hanno aiutato a formalizzare i modelli operativi e le pratiche di gestione attraverso cui i gruppi di lavoro, le aziende, le imprese possono essere supportati nello sviluppo di sistemi di valorizzazione del personale che in queste lavorano. Questo non ha a che fare solo con le “categorie considerate protette”, ma riguarda il ripensamento e la trasformazione dei modelli dell’impresa 2030. Le organizzazioni, in un mondo complesso, multietnico, super-globalizzato, in rapido cambiamento, si configureranno sempre di più come imprese ad alto tasso di eterogeneità e diversità”.

L’emergenza Covid 19 ha esasperato questi preoccupanti numeri?

“L’emergenza da Covid 19 ha sicuramente cambiato il modo stesso di intendere l’organizzazione del lavoro, aprendo la strada ad organizzazioni più flessibili, modulari e ubique del lavoro, citando Butera, molto meno assoggettate alla logica del presenzialismo. Questa flessibilizzazione di orari, modalità e procedure di lavoro ha, tuttavia, esasperato alcune fasce di professionisti già a rischio di precarizzazione o di esclusione dai circuiti lavorativi. Non mi sto riferendo solo alle persone con disabilità congenita o acquisita, che nel dibattito pubblico mediatico quasi mai sono citati, ma anche ai lavoratori e alle lavoratrici saltuarie, stagionali, che hanno incontrato un periodo di crisi e di incertezze senza precedenti. Si stima che circa il 30% dei lavoratori con disabilità abbia sospeso l’attività lavorativa durante il primo lockdown, uno su tre è stato collocato in lavoro agile ma spesso senza avere attrezzature e dispositivi necessari per lo smart working (Fonte: FISH-IREF 2020, con una ricerca condotta con 532 persone)”.

Vincenzo Falabella, presidente di Fish, Fondazione Italiana per il superamento dell’handicap, ha sottolineato alcune problematiche a livello giuridico “La legge 68 del 1999 non ha funzionato come avrebbe dovuto, imporre a un imprenditore un’assunzione non è mai visto di buon occhio. Teoricamente le multe sarebbero un deterrente, ma non lo sono. Spesso si preferisce pagarle o sono evase. La soluzione sta nella defiscalizzazione, diminuendo il costo del lavoro della persona con disabilità da parte dell’azienda”. Dal suo punto di vista, il legislatore dovrebbe prendersi carico di attuare una riforma in questo ambito? Oppure siamo davanti a un problema culturale che ripudia i lavoratori con disabilità come un carico improduttivo?

“Gli studi empirici cui faccio riferimento nel volume “Diversity & Disability Management” sottolineano che il primo ambito di intervento per la promozione dell’inclusione lavorativa sia la cultura organizzativa delle aziende e delle imprese. Per costruire ambienti accessibili e inclusivi, siamo chiamati a lavorare su tre livelli: il primo è con gli individui e i professionisti che abitano quei contesti; il secondo è con le culture organizzative, le teorie implicite, le norme tacite, spesso pregiudiziali, stereotipate, precritiche, che anche se non sono dichiarate apertamente, possono esprimersi nei comportamenti e nelle pratiche agite nei contesti professionali; il terzo è con le pratiche di lavoro, le routine e le modalità di gestione delle attività.

La constatazione che esistono già dei riferimenti normativi stingenti in materia di inserimento lavorativo, si veda il D.Lgs. 151/2015, ma che questi siano spesso inevasi, conduce a considerare il valore di approcci dal basso, di tipo bottom-up, che agiscano in modo concreto sulla cultura delle singole realtà aziendali e sulle istituzioni di riferimento sul territorio. Il primo step è validare quali sono le prospettive distorte, i pregiudizi, gli stereotipi e i giudizi di valore che spesso albergano nelle organizzazioni e che impediscono la possibilità di costruire nuovi schemi di azione e di pensiero molto più inclusivi e aperti al cambiamento”.

A questo proposito, molte ricerche hanno confutato tale pregiudizio. McKinsey, riferendosi alle persone con sindrome di Down, ha evidenziato che la loro presenza migliora la condizione aziendale su leadership, soddisfazione clienti, risoluzione dei conflitti, motivazione dei dipendenti, clima interno. Ancora, il rapporto “The Disability Inclusion Advantage”, realizzato da Accenture nel 2018, evidenzia come le aziende che eccellono nella inclusione lavorativa delle persone con disabilità abbiano in media ricavi superiori del 28% rispetto alle altre. Professoressa, l’evidenza empirica dei suoi studi, smentisce questo luogo comune e corrobora queste ricerche?

“Gli studi che ho condotto all’interno di percorsi di consulenze alle organizzazioni di tutto il territorio nazionale negli ultimi tre anni restituiscono un quadro piuttosto affine alle ricerche su menzionate: l’inclusione lavorativa premia, premia prima di tutto in termini di brand dell’azienda. Pensiamo ad Apple, che fa dell’accessibilità dei suoi dispositivi il suo punto di forza per conquistare un pubblico molto più ampio oltre i confini nazionali. Premia in termini di produttività e innovazione, laddove consente di valorizzare il contributo potenziale di ciascun professionista all’interno dell’organizzazione, di massimizzare i processi produttivi e di arginare il rischio di avere professionisti che sono sottoimpiegati rispetto al loro valore di contribuzione. Creatività e innovazione si collocano solo all’interno di gruppi eterogenei, composti da persone con differenti abilità, background, nazione, etnia, genere, etc.., dove ci sia confronto e scambio continuo”.

Con la pandemia lo smart working si è imposto nella nostra quotidianità: sotto l’egida del Governo, il lavoro a domicilio è parsa la soluzione migliore per tutelare la salute dei lavoratori. Ma questa nuova realtà lavorativa, magari in contesti non straordinari, può rivelarsi un’occasione di inclusione lavorativa per persone diversamente abili? O, al contrario, la vera inclusione sta nella autentica aggregazione in uno stesso luogo di lavoro?

“Non ci sono posizioni di massima che dovremmo assumere sullo smart working per le persone con disabilità, polarizzati necessariamente a favore o contro. Sarebbe auspicabile partire da un’analisi accurata delle condizioni materiali e contestuali dell’inserimento professionale. Per questo la metodologia della Consulenza Collaborativa Organizzativa che propongo nel volume costituisce un primo possibile orientamento metodologico per l’analisi delle condizioni ambientali dell’inserimento professionale delle persone con disabilità, e per la costruzione di un percorso di sviluppo di carriera che sia condiviso, scientificamente fondato, funzionale alle esigenze di tutti gli attori in gioco (lavoratori, dirigenti, datori di lavoro). Solo attraverso percorsi strutturati è possibile, difatti, individuare la soluzione in quel momento più sostenibile e percorribile per i lavoratori e per i datori di lavoro”.

In quest’ultima evenienza: sarebbe possibile correggere l’alienazione/emarginazione dello smart working creando spazi di coworking?

“Lo smart working non costituisce di per sé un’esperienza di rinnegamento della socialità professionale, laddove opportunamente organizzato e strutturato. Ciò che può creare alienazione sono condizioni ambientali ostacolanti. Assenza di dispositivi per la connessione digitale, barriere fisiche, cortocircuiti conversazionali, digital divide, sono condizioni non facilitanti che possono connotare con un’accezione negativa l’esperienza dello smart working da parte di alcuni lavoratori. Di convesso, il coworking si presta allo sviluppo di collaborazioni interprofessionali all’interno di un ambiente di confronto e dialogo. In questo caso, le diverse competenze, i saperi esperti di ciascuno possono contribuire alla creazione di prodotti e servizi di successo. In un contesto “a porte aperte” come quello del coworking, i lavoratori con disabilità possono trovare network relazionali che ne sostengono i processi di partecipazione e di crescita professionale. Questo non è scontato, soprattutto in assenza di un sistema integrato di gestione della diversità e della disabilità in azienda”.

Oltre al lavoro, è necessario che le persone con disabilità possano essere parte integrante delle nostre società fin dalla scuola. A Firenze la scuola media Dino Compagni, essendo sprovvista di una rampa, costringe i ragazzi disabili a entrare da dietro, non da davanti con tutti gli altri. Ecco, professoressa, lei cosa pensa del rapporto scuola-lavoro nel contesto dell’inclusività?

“Mi occupo di formazione degli insegnanti e degli insegnanti di sostegno già da diversi anni all’interno dell’Università di Siena. La scuola è la prima istituzione chiamata a praticare l’inclusività, in termini di politiche scolastiche, culture organizzative, e pratiche didattiche. Ho volutamente citato qui le tre dimensioni che in letteratura sono riportate anche dall’Index for Inclusion, un sistema di autovalutazione dei livelli di inclusività scolastica ampiamente in uso all’interno delle realtà scolastiche del nostro territorio. L’obiettivo era sottolineare che l’inclusività si esplica nella costruzione di un ambiente scuola che sia attento alle caratteristiche e alle esigenze di ciascuno e in grado di fornire sostegni alla piena partecipazione di tutti gli studenti e le studentesse. Già da tempo stiamo proponendo cordate con le aziende per la progettazione e realizzazione di percorsi di alto apprendistato che siano in linea di continuità con il percorso scolastico e universitario degli studenti e delle studentesse con disabilità. Quando si parla di scola, si corre il rischio di non tematizzare il “Dopo-scuola” e la realizzazione di una piena partecipazione alla comunità sociale nella vita adulta. Le esperienze di allineamento tra percorsi scolastici e inserimento professionale sono in questo quadro promettenti per costruire un’unica traiettoria di vita che parta dalla scuola e si sostanzi nel successo professionale nell’età adulta. Farci carico di promuovere queste esperienze e di formare professionisti che siano in grado di realizzarle è la sfida che come università ci attende e che scegliamo di affrontare”.

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Scuola Dino Compagni, ricorso dello Studio D’Ippolito per la rampa. A sostenerlo una raccolta fondi di Quartiere

“Una società più inclusiva non può accettare e nemmeno concepire che una persona con disabilità sia costretta ad entrare dall’entrata posteriore o ancora peggio con un montacarichi”.

Firenze 15 dicembre 2020 – Una scuola moderna, efficiente, una scuola tanto attesa ma senza la rampa per i disabili che pure era prevista in origine nel progetto. Una scuola quindi non inclusiva come avrebbe dovuto essere. Questa scuola è la nuova Dino Compagni al Campo di Marte. Un’assenza che non è passata inosservata a molti. Soprattutto a una mamma battagliera. Da oltre un anno, infatti, Ginevra Risaliti supportata da tanti concittadini, a cominciare dal Gruppo Facebook Noi di Campo di Marte con la sua amministratrice Chiara Giovannini ma anche dal consigliere di opposizione al Q2 Simone Sollazzo, conduce quella che per molti è una battaglia di civiltà: la realizzazione di una rampa per suo figlio con disabilità Niccolò. Il ragazzo non può accedere alla scuola insieme agli altri bambini perché non c’è una rampa di accesso nell’entrata principale di via Sirtori. Deve quindi entrare dall’entrata posteriore su via Verità.

Un gruppo di cittadini ha preso a cuore la causa facendo da tramite con le Avvocatesse Ginevra Bardazzi e Maria Rosaria Pizzimenti dello Studio D’Ippolito, da sempre sensibile a problemi come questo, che hanno consigliato una strategia per far valere il diritto di Niccolò ad accedere a scuola insieme agli altri. Le spese richieste per l’iscrizione del ricorso sono state sostenute con una raccolta fondi di Quartiere promossa da Lorenzo Somigli. L’atto è stato depositato proprio il 3 dicembre, Giornata dei Disabili. L’udienza è fissata il prossimo 20 gennaio.

“Abbiamo seguito fin dall’inizio e apprezzato la battaglia di Ginevra. Ringraziamo tutti colori che si sono spesi e a nostra volta siamo felici – sottolinea Lorenzo Somigli – di aver contribuito ad una svolta significativa nella vicenda. Nessun spirito polemico o strumentalizzazione politica, ma una società più inclusiva non può accettare e nemmeno concepire che una persona con disabilità sia costretta ad entrare dall’entrata posteriore o ancora peggio con un montacarichi. Non scherziamo con la dignità della persona! Un grazie di cuore ai concittadini che hanno supportato la nostra iniziativa”.

Buon Natale Ginevra e Niccolò dalla redazione del Tazebao.