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Sabbia del Tempo

30 aprile 1993 – La fine della Repubblica e… l’inizio dei rimpianti

La vigilia del temporale

Era la sera di San Silvestro del ’91. Dal Quirinale, come da tradizione, il padron di casa, al tempo Francesco Cossiga, si apprestava ad entrare via etere nelle case degli italiani. Ma Kossiga, come dispregiativamente lo declinavano gli avversari, in appena tre minuti dichiarò la propria volontà di non tenere un discorso di fine anno: fedele a quello che definì il valore “sommo della prudenza”, evitò di “parlare non dicendo, tacendo anzi quello che tacere non si dovrebbe”. L’eco delle tenebrose parole de il picconatore si affievolì col calare della notte, sopraffatta dal boato di festa che si elevava dalla Capitale a, da lì a poco, una tempesta si sarebbe abbattuta sul Belpaese.

Il 17 Febbraio del nuovo anno, nella tramontante Milano da bere, quartier generale del PSI, una vettura dal lampeggiante azzurro si ferma al Pio Albergo Trivulzio e preleva il socialista con l’ambizione di sedere a Palazzo Marino, l’Ingegner Mario Chiesa, colto in flagrante, mentre intascava una mazzetta. “Un mariuolo isolato” lo definì Craxi ma, a posteriori, non fu che, per citare Montanelli, “il sassolino che formò la valanga di tangentopoli”, l’inizio della fine della Prima Repubblica, sotterrata dagli avvisi di garanzia del pool milanese guidato di Di Pietro. Il 1992 va dunque dipanandosi tra 70 procure impegnate a indagare sugli intrecci malavitosi tra politica, pubblica amministrazione e sistema di imprese; tra stragi e attentati perché la mafia tornerà ad alzare il tiro nei tragici giorni di Capaci e via d’Amelio; e, dulcis in fundo, tra gli attacchi speculativi di Soros che infrangeranno la permanenza dello Stivale nello SME.

L’arringa del Cinghialone fa tremare Montecitorio

Il nuovo inquilino del Palazzo del Quirinale, Oscar Luigi Scalfaro, rifiuta di concedere incarichi ai vicini degli inquisiti e rimpiazza il Segretario chiamando a Palazzo Chigi, Giuliano Amato. Ma il Cinghialone, così come lo definì Vittorio Feltri, ormai divenuto emblema di Mani Pulite, non accetta il ruolo di capro espiatorio e con la sua tuonante arringa del 3 Luglio fa tremare Montecitorio,

“ciò che bisogna dire e che tutti sanno del resto, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare od illegale… Non credo ci sia nessuno in quest’aula che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro”. Nessuno fiata, un silenzio assordante.

Fu lo stesso ex direttore de “L’Indipendente”, anni dopo, a raccontare i retroscena della vicenda tra le pagine del suo libro “Il Borghese”:

“un bel dì mi telefonò chiedendomi un incontro. Raggiunsi la Capitale un po’ impietosito da quell’uomo che io avevo contribuito a mettere alla gogna e un po’ incuriosito dal vis a vis con la bestia. Bettino aveva cominciato il suo discorso, lo stesso che poi fece alla Camera. Erano le prove generali dove vomitò la verità, liberandosi: disse che il sistema era completamente marcio. “Non è che si rubasse per il partito, si rubava anche al partito”, spiegò davanti a me, che ero rappresentante numeri uno dei manipulisti. Da allora cambiai registro. Io sbagliai. E lo ammetto”.

“Il giorno più grande della storia repubblicana, dopo l’uccisione di Moro”

I giorni passano, tra custodie cautelari, arresti, patteggiamenti e suicidi, e il 15 Dicembre dell’anno del giudizio, il numero uno dei socialisti riceve il primo degli avvisi di garanzia dal Palazzo di Giustizia: la repulsione anti-craxiana divampa nello Stivale come contagio di massa e non passa giorno senza che l’ex premier incontri per strada giovinastri che gli vociano contro mostrando i polsi incrociati. L’Italia è invasa da un’ondata di schadenfreude (gioia provata per le sfortune altrui) ma siamo nel paese delle mille rivolte e nessuna rivoluzione.

L’11 Febbraio del ’93 Craxi si dimette obtorto collo dalla segreteria del partito, ma non ci sta alla gogna e addita i giudici milanesi di muoversi dietro un “preciso disegno politico”. Nel frattempo il tintinnio delle manette scuote tutti (o quasi) i domiciliati ai palazzi berniniani tant’è che le famigerate raccomandate verdi della procura arriveranno anche sulla scrivania degli altri due componenti del cosiddetto CAF, Andreotti e Forlani. La stagione di caccia si concluderà con l’estromissione del 70% dei professionisti della politica dall’arena parlamentare.

Il cataclisma politico spinge il Capo di Stato a promuovere la formazione di un nuovo gabinetto – il primo assegnato ad un tecnico – sotto l’egida dell’ex governatore della Banca D’Italia, Carlo Azeglio Ciampi. La nuova compagine si presenta alla Camera il 29 aprile per ricevere la fiducia ma, lo stesso giorno, i deputati sono chiamati a votare sulla richiesta di autorizzazione a procedere verso Craxi nell’ambito di sei diverse inchieste. Il Grande Inquisito prende parola, ribadisce il finanziamento illecito come pratica istituzionalizzata e diffusa tra le forze partitiche, ma rinnega ogni accusa di arricchimento personale e di corruzione. Quattro votazioni su sei respingono le istanze dei tribunali. Indignato, il PdS ritira i suoi ministri, costringendo il neopremier ad un rimpasto ancor prima di ottenere la fiducia. La Repubblica titolerà “Vergogna, assolto Craxi” e, sotto, un editoriale firmato Eugenio Scalfari “dopo l’uccisione di Aldo Moro, è il giorno più grave della storia Repubblicana”.

“Bettino vuoi anche queste?”

Con una mezza vittoria, l’ormai volto del malaffare torna al suo domicilio capitolino, l’Hotel Raphael dove si dice vivesse in uno splendido attico (invero, il solito Feltri dirà che si trattava di una “topaia”). Lo sopraggiungono per congratularsi del risultato ottenuto, tra gli altri, Il Cavaliere, Silvio Berlusconi, suo intimo amico. Intorno alle 20, Ghino di Tacco, come lo battezzò polemicamente il direttore di La Repubblica, si appropinquava ad uscire per registrare un’intervista su Rai 3, ma gli viene sconsigliato di uscire dall’entrata principale. Si era infatti adunata, all’ingresso della struttura, una folla inferocita che, smanettando banconote da mille lire, canta “Bettino, vuoi pure queste?” L’eroe di Sigonella ignorerà gli avvisi e uscirà dalla principale a testa alta, divenendo bersaglio mobile di una pioggia di monetine, e quant’altro capitava sottomano ai facinorosi. “Ho provato per la prima volta sulla mia pelle lo squadrismo”, dirà poi.

L’abile penna di Filippo Facci, giornalista all’epoca molto vicino a Craxi, racconta così l’episodio:

“Largo Febo, cioè la piazzola davanti al Raphael, in realtà è un buco: non è che ci stia tutta questa folla. Eppure, oggi, a sentire le testimonianze, erano tutti lì.C’erano quelli del MSI, della Lega, i reduci di un comizio di Occhetto, passarono da lì anche molti studenti del Liceo Mamiani: nell’insieme fu più che sufficiente per far scrivere a tutti che quella era l’Italia. Il che, tutto sommato, era drammaticamente vero”.

L’iconografia della notte

L’episodio, che l’indomani non suscitò poi così tanta attenzione nei quotidiani, a posteriori, si rivelò l’emblema del terremoto politico che scosse il Paese e che portò al frantumarsi del mosaico partitico e della sua ultima degenerazione partitocratica. Ma l’iconografia non può concludersi qui, senza considerare il trauma socio-culturale che investì il Paese e, che ancora oggi, dipana i suoi effetti perversi.

Il malaffare milanese e l’annesso ciclone giudiziario che si abbatterono sull’Italia delegittimarono non solo una classe politica, bensì la politica in quanto tale: la politica intesa come macchina ormai incapace e indisposta ad intercettare le istanze del popolo, perché troppo assuefatta a sguazzare nella difesa dei suoi interessi particolaristici. Complici anche i mass media, si aprirà da allora la narrazione di un’Italia bicefala, spaccata in due: da una parte, la società civile, magari scomposta e arrabbiata ma limpida, portatrice di valori, vittima ingiusta di soprusi e inganni; e dall’altra, la classe politica, brutta e cattiva, panacea di tutti i mali, perennemente da contestare e combattere, di cui godere per le proprie sventure. Inizia allora, anche, l’era antropologica del (non) politico messia, apparentemente onesto ed evidentemente impreparato, interprete ed esecutore della volontà del popolo e dei suoi bisogni. E tanto altro ancora. Insomma, inizia tutto ciò che ci ha fatto rimpiangere la Prima Repubblica.

30 aprile 1993 – Non avevate a tirare quelle monetine! – Il Tazebao

30 aprile 1993 – Perché tutto è iniziato lì – Il Tazebao


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Mundus furiosus

Quale futuro per le macerie?

“Se guardi la Siria non solamente oggi o negli ultimi due giorni, ma nell’ultimo secolo, puoi notare come sia sempre stata diversificata. È sempre stata un melting pot di religioni e di etnie. Senza questa diversità non ci sarebbe la Siria“.

Questa frase appartiene al presidente siriano Bashar Al-Assad e, analizzando meglio la situazione attuale in cui versa il paese macerato da dieci lunghi e pesanti anni di guerra e da scelte politiche miopi, forse anche volutamente tali, di attori internazionali, sarebbe meglio parlare delle tante piccole e diverse Sirie in grembo alla grande Siria.

Per fornire un quadro più chiaro possibile del totale khaos che regna nel paese, partiamo, scusate l’eufemismo, dallo scenario bellico: lo schieramento delle forze in campo catalogandole come filogovernative e filo-ribelli e le rispettive zone da esse controllate.

Le forze armate regolari siriane

Le forze armate siriane sono costituite dall’Esercito arabo siriano (SAA, Syrian Arab Army), dalla marina, dall’aviazione, dai servizi di intelligence e dalle Forze di difesa nazionale (NDF, National Defense Forces) [1]. Bashar al-Assad è comandante in capo delle forze armate siriane.

Il Quinto Corpo [2] era inizialmente un’associazione di milizie, che è stata poi incorporata nella struttura militare ufficiale nel 2016. Si tratta di un ramo speciale dell’esercito che le forze russe hanno attivamente contribuito a stabilire e che recluta da altre parti della popolazione rispetto ai rami regolari del SAA. Si tratta di individui che hanno già completato il loro servizio militare, funzionari pubblici, ex membri della milizia e, in particolare, ex ribelli. Diverse milizie filogovernative, sia locali che straniere, stanno operando in Siria a fianco delle forze armate regolari. Tali milizie giocarono un ruolo chiave nella sopravvivenza del governo di Assad e furono coinvolte in molte offensive militari e nell’applicazione della sicurezza locale durante tutto il conflitto. Gli esperti hanno operato una distinzione tra milizie locali, come l’NDF, e milizie non siriane composte da combattenti stranieri, principalmente sostenuti dall’Iran.

Le Forze di difesa locali [3] (LDF, Local Defense Forces), istituite dall’Iran, comprendono milizie locali che hanno operato al di fuori delle strutture militari ufficiali ma sono state formalmente integrate nelle forze armate siriane nel 2017. Oltre alle milizie filogovernative siriane, i combattenti stranieri sciiti sono stati mobilitati dall’Iran e inviati a combattere a fianco del governo di Assad. I gruppi più importanti includevano gli Hezbollah libanesi, la Brigata afgana Fatemiyoun, la Brigata pakistana Zeinabiyoun, così come varie milizie sciite irachene che sono membri delle Forze di Mobilitazione Popolare Irachena e combattenti dello Yemen. Le milizie palestinesi come il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, il Comando Generale, l’Esercito di Liberazione Palestinese affiliato alla SAA e la Liwa al-Quds hanno anche sostenuto l’esercito del governo nel conflitto.

Le forze armate anti- Assad

Le Forze Democratiche Siriane [4] (SDF Syrian Democratic Forces) sono una forza multietnica guidata da curdi, arabi e altri gruppi etnici. È stato creato nel 2015 per sostenere la coalizione guidata dagli Stati Uniti nella guerra contro l’ISIS. È considerato un’apparecchiatura di sicurezza ad ampio spettro che conduce operazioni di contro insurrezione, pattuglie (locali), operazioni di controllo, operazioni di detenzione e di ‘pulizia’. Le forze curde sono state il principale partner di terra degli Stati Uniti nella lotta contro l’ISIS e sono state da loro fornite di addestramento e attrezzature militari. A partire da novembre 2019, la SDF continua a mantenere ruoli di sicurezza significativi nel nord-est della Siria, ma la situazione è soggetta a rapidi cambiamenti. L’SDF è dominato dalle unità di protezione del popolo curdo (YPG, Yekîneyên Parastina Gel), che hanno contribuito a stabilire l’SDF nel mese di ottobre 2015 e che forniscono le sue forze di combattimento di base e in gran parte garantire la sua leadership. I YPG sono stati istituiti nel 2012 come l’ala militare del Kurdish Democratic Union Party (PYD), una sezione siriana del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK).

A partire dal febbraio 2020, nella Siria nord-orientale, la SDF controllava la maggior parte dei governatorati di Raqqa e Hasaka, parte del governatorato di Deir Ez-Zor a nord-est dell’Eufrate, e parti del governatorato di Aleppo intorno a Manbij e Kobane, e l’area intorno a Tal Rifaat.

Gli Asayish [5] sono le forze di sicurezza interne curde e svolgono vari ruoli di sicurezza che vanno dalla polizia all’antiterrorismo. L’Asayish è composto da sei rami: polizia stradale, forze antiterrorismo, unità femminile, sicurezza dei checkpoint, sicurezza generale e criminalità organizzata. Le forze antiterrorismo si occupano di operazioni di sicurezza che coinvolgono rapimenti, terrorismo, attacchi suicidi, cattura di fuggitivi e intelligence. Forniscono anche supporto alle operazioni SDF/YPG. Asayish ha centri di comando in ogni cantone della regione controllata dai curdi, alcuni dei quali operano indipendentemente l’uno dall’altro. A metà del 2017, Asayish stima la sua forza tra i 10.000 e 12.000 membri.

Fonti locali hanno notato che l’SDF/YPG ha arbitrariamente arrestato e ucciso indiscriminatamente civili durante i raid anti-ISIL (Islamic State of Iraq and the Levant). Sono stati segnalati anche arresti arbitrari e sparizioni forzate di persone ritenute affiliate all’ISIS o a gruppi armati dell’opposizione. Inoltre, è stato riferito che migliaia di donne, uomini e bambini hanno continuato ad essere internati o detenuti illegalmente, alcuni di loro detenuti in condizioni deplorevoli in campi di fortuna non idonei a soddisfare i loro bisogni fondamentali.

Ci sono stati anche resoconti di emarginazione degli arabi e persecuzione dei cristiani in materia di governance e chiusure temporanee di scuole che hanno rifiutato di adottare il curriculum curdo. Nel governatorato di Deir Ez-Zor, i residenti arabi hanno denunciato la mancanza di servizi, la discriminazione, la coscrizione forzata e il mancato rilascio dei prigionieri [6].

Le elezioni di maggio e gli scontri ad Al-Tanf

Mercoledì 21 aprile, il presidente siriano Bashar al-Assad ha presentato la sua candidatura per la rielezione il mese prossimo, in un voto presidenziale derubricato dai governi occidentali e dagli oppositori politici come una farsa. Come si può leggere sul quotidiano online Notizie Geopolitiche [7]:

“I ministri degli Esteri di Italia, Gran Bretagna, Germania, Usa e Francia hanno chiesto alla popolazione di boicottare le elezioni”.

La data delle elezioni, le seconde che il paese affronta dall’inizio della decennale guerra, è stata fissata al 26 maggio 2021. I potenziali candidati interessati ad affrontare alle urne al-Assad hanno un periodo di dieci giorni, iniziato lunedì 19 aprile, per presentare le richieste di nomina.

Secondo la costituzione siriana [8] dovranno ottenere l’approvazione di almeno 35 membri del parlamento del paese composto da 250 seggi e dominato dal partito Baath di al- Assad. Sei aspiranti alla presidenza hanno presentato richieste, tra cui l’avvocato Faten Nahar, figlia del generale Ali Nahar. È la prima candidata presidenziale donna della Siria. Un altro candidato è l’ex deputato Abdullah Abdullah del Partito dell’Unione Socialista, visto come vicino ad al-Assad e al suo partito. La costituzione siriana del 2012 permette al presidente di scontare solo due mandati consecutivi, anche se tale regola è stata esentata durante il voto del 2014 che ha visto al-Assad assicurarsi l’88,7 % per vincere un terzo mandato contro altri due candidati.

“Come molte altre dittature, usano le elezioni per ricostituire il loro potere” ha detto ad Al Jazeera l’accademico e attivista siriano-svizzero Joseph Daher [9]. “In precedenza, si sarebbero visti i candidati in televisione con il ritratto di al-Assad dietro di loro. È uno scherzo. È così che accade tutto il tempo.”

Sempre Daher ha riferito che non c’è una valida opposizione politica nelle aree controllate dal governo siriano. Ha aggiunto che gli unici gruppi con un certo sostegno popolare hanno sede in aree che non sono detenute dal governo di al-Assad, come le forze democratiche siriane curdo-arabe nel nord-est e gli ex affiliati di al-Qaida Hay’et Tahrir al-Sham e i loro alleati a Idlib nel nord-ovest.

Il quotidiano online Notizie Geopolitiche [10], riporta, nella sezione “Qui Medioriente”, la notizia dei bombardamenti in atto da parte dei servizi segreti russi e siriani ai danni di una “base terroristica” mimetizzata a nordest della città di Palmira, sede di addestramento dei terroristi. Questi ribelli, sempre secondo quanto riportato dal sopracitato quotidiano, etichettati subito come affiliati a “gruppi Jihadisti”, stavano progettando un attacco a edifici governativi, in segno di protesta, in vista delle elezioni del 26 maggio. Il contrammiraglio Alexander Karpov, vicedirettore del Centro per la riconciliazione delle parti in conflitto, ha sostenuto che “gruppi jihadisti” si trovavano nella zona di al-Tanf, nel governatorato di Homs in mano ai ribelli siriani e “controllata dalle forze armate statunitensi” dal 2016. L’inospitale zona di 55 km ospita circa 7.000-10.000 civili siriani fuggiti dall’esercito di Assad e dall’ISIS durante la decennale guerra civile che ha ridotto il paese in un pugno di macerie [11]. Al-Tanf, dall’inizio del conflitto, ha ospitato cinque fazioni ribelli, tra cui i Leoni dell’Armata Orientale, le Forze del Martire Ahmad al-Abdo, l’Esercito delle Tribù Libere, l’Esercito del Commando Rivoluzionario (Maghawir al-Thawra (Mat)) e la Brigata dei Martiri di al-Qaryatayn.

La presenza americana, nonostante il ritiro delle truppe dal territorio siriano voluto da Donald Trump, ritiro al quale aveva allegato anche l’ormai famoso tweet “gli Stati Uniti hanno assicurato il  petrolio” [12], è forte anche nell’area di Ain Dewar, nella provincia di  Al-Hasakah, nell’estremità nord-orientale.

Come Gianni Bonini, ispiratore de Il Tazebao, scrive nel nuovo numero di Le Sfide, rivista della Fondazione Craxi: “avamposto americano che congela il limes di Assad e i Russi sull’Eufrate” [13]. Di fatto, l’airstrike della sera del 25 febbraio sulle milizie filoiraniane del valico tra Siria e Iraq, sull’Eufrate a nord di quello di Al-Tanf in mano americana

“ha inaugurato la stagione mediorientale della presidenza con un atto bellico che ha inteso segnalare la indiscussa superiorità tecnologica e di intelligence anche nel settore tradizionale della guerra sul campo” [14].

Seguendo sempre il ragionamento di Bonini, sembra che gli americani, consci dell’impossibilità di controllare la regione, siano convinti della necessità di alimentarne il caos. La caparbietà dell’amministrazione Biden di interrompere la continuità con l’amministrazione precedente, costante tipica della politica estera americana, “rischia di far cadere Washington in un’imboscata di sua iniziativa” [15], sono queste le parole di Raghida Derham, Founder and Executive Chairman del Beirut Institute.

Come ben ricorda Matteo Gerlini [16], storico e analista di relazioni internazionali, docente presso La Sapienza, su Le Sfide nel suo articolo “Oriente e Occidente fra Dittatura e Democrazia”, la presenza dell’ISIS nella regione, ha messo in discussione l’assetto post mandatario del Vicino Oriente e dei suoi confini e “posto una lapide” sulle mobilitazioni popolari che sbrigativamente sono chiamate primavere arabe. A tale revisionismo, l’amministrazione Trump aveva risposto con gli Accordi di Abramo.

Ritornando alle elezioni di maggio: milioni di persone sfollate a causa della lunga guerra in Siria non potranno votare. La notizia dell’apertura delle ambasciate siriane per la registrazione degli elettori è stata accolta con disappunto dai rifugiati in Libano, che hanno anche espresso la loro frustrazione nei confronti della comunità internazionale. I rifugiati siriani in Libano sono stati distribuiti nella valle della Bekaa e sui confini settentrionali del paese da quando sono arrivati in Libano, con la maggior parte di coloro che hanno partecipato alla rivoluzione contro Assad concentrati nella zona di Arsal. [17]

Lo scontro nella città di Qamishlo

Nella notte di martedì 20 aprile sono scoppiati pesanti scontri tra combattenti curdi appoggiati dagli Stati Uniti e gruppi armati fedeli a Bashar al-Assad, nella città di Qamishli, all’estremità nord-est della Siria, che hanno causato vittime e feriti da entrambe le parti. I combattenti locali della milizia sostenuta dal regime, nota come National Defense Forces (NDF), hanno ucciso un comandante delle forze di sicurezza curde Asayish, parte delle forze democratiche siriane (SDF) appoggiate dagli Stati Uniti, in un posto di blocco SDF nel centro della città di Qamishlo. Le forze curde hanno respinto l’attacco e gli scontri sono continuati nel quartiere di al-Tay durante la notte, lasciando diversi morti e feriti dal lato sostenuto dal regime.

Fonti provenienti dalle file degli Asayish [18] hanno riferito mercoledì, 21 aprile, che controllavano parti del quartiere Tay e avevano preso il controllo di due checkpoint NDF.

Qamishli è sotto il controllo ‘condiviso’ delle forze curde sostenute dagli Stati Uniti e delle truppe di regime e della milizia affiliata all’Iran. Le forze militari siriane controllano un’area di circa un terzo dello spazio della città, tra cui Tay, sotto il controllo dell’NDF, un altro quartiere vicino e l’aeroporto nella periferia meridionale della città. L’NDF e le forze curde si sono scontrate diverse volte dal 2016, ma il regime siriano ha cercato in gran parte di evitare tensioni con l’SDF e ha chiuso un occhio sul loro controllo delle città abitate da curdi dopo la rivolta del 2011, concentrandosi, invece, principalmente sulla lotta contro le fazioni ribelli che cercano di rovesciare il governo di al Assad. Il regime inoltre non ha bloccato gli stipendi per i dipendenti statali nelle aree SDF. [19]

Gli scontri più violenti tra l’SDF e i combattenti pro-Assad hanno avuto luogo nel 2016 a Qamishlo e nella vicina Hasakah, portando i curdi a catturare la maggior parte di entrambi, lasciando circa un terzo di Qamishlo e il 10% di Hasakah sotto il controllo del regime.

In questi scontri tra le due fazioni, le tribù locali giocano un ruolo chiave. Come specificato da Kurdistan24 [20], i leader tribali allineati con il governo siriano hanno nuovamente fatto pressione sugli arabi nel nord-est della Siria affinché disertassero dalle forze democratiche siriane (SDF) e si unissero al regime. L’articolo datato febbraio 2021 testimonia come le figure tribali fedeli al governo di Assad hanno rilasciato una dichiarazione in cui chiedono alle tribù arabe, in particolare nella provincia di Hasakah, di respingere le SDF.

Il giornalista Angelo Gambella [21], sul suo profilo Twitter, ci tiene aggiornati sulla complicata situazione siriana e pone l’accento sull’“interventismo” delle tribù arabe: nella controversia di Qamishlo, la NDF, lanciato il contrattacco con l’aiuto di forze tribali, è riuscita a riconquistare alcuni degli edifici perduti nel quartiere di Tayy e ha preso il controllo di nuove aree in Hilku (area scolastica) e quartieri di Al-Zohoor.

A gennaio 2021, una grande quantità di polizia militare russa ha attraversato le aree controllate dalla SDF, una piccola parte di loro sono stati schierati presso la base aerea di Taqba e la città di Ain Issa, nel governatorato di Raqqa. La destinazione della maggior parte di questi rinforzi è la città di Tell Tamr e la città di Qamishli, dove la situazione è deteriorata dopo che la SDF ha bloccato l’ingresso di merci e truppe alle posizioni della NDF all’interno della città. La Russia potrebbe avviare negoziati tra le due parti al fine di raggiungere un accordo. Nel frattempo, la situazione è peggiore nella città di Hasakah, dove le posizioni di governo sono molto ridotte e l’influenza russa è troppo debole finora.

Venerdì 23 aprile, dopo che le forze Asayish hanno riconquistato aree perdute nel quartiere di Hilku e hanno fatto nuovi progressi nel quartiere di Tayy, è stato raggiunto un accordo tra NDF e Asayish con l’intervento della Russia. L’accordo prevede il ritiro delle forze filogovernative dal quartiere di Tayy fino alla strada meridionale, che sarà sotto controllo congiunto in questa sezione. D’altra parte, una cassetta di sicurezza (“security box”) sarà istituita nel quartiere di Tayy sotto il controllo delle forze filogovernative.

E l’Europa dov’è?

Gianni Bonini, sempre su Le Sfide, ha riportato un passaggio dell’intervista del presidente francese Macron lasciata per Le Grand Continent. Macron, a voce dell’intera unione, dice:

“Per noi Europei è molto difficile far rispettare le cose quando gli Stati Uniti d’America non sono dalla nostra parte… questa è la nostra debolezza oggi, ed è emersa pienamente in Siria”. [22]

Esiste una soluzione a tutto questo khaos ad portas? La risposta la troviamo nella storia imperiale romana e prende il nome di “diplomazia coercitiva”. Il sistema di sicurezza imperiale, conclude Bonini nel suo contributo su Le Sfide, era imperniato sulla creazione di una serie di stati clienti cuscinetto in grado di garantire i confini in un delicato equilibrio fra forza e debolezza.

Come scrisse lo storico militare Edward Luttwak, “i Romani conquistarono il proprio Impero con poche battaglie e molta diplomazia coercitiva”.

Bibliografia delle fonti

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Sabbia del Tempo

Cesare e Ottaviano, le due vie verso la stessa destinazione: l’Impero (parte 3)

Termina oggi il ciclo di approfondimento dedicato a Cesare e Ottaviano.

(Prosegue da qui) Pur essendo consanguinei, i due statisti della gens Iulia non potevano essere più diversi: sfacciatamente bello e audace, Cesare era un guerriero invincibile e un politico raffinato e rapido nelle decisioni, circondato sempre da donne bellissime e adoranti, non conosceva timori di sorta. Il suo primo consolato fu segnato da azioni decise, talora violente: realizzò leggi fondamentali ma fece capire che non ammetteva repliche né tollerava ostacoli sul suo cammino. Per questo suo atteggiamento autoritario perse parte del favore popolare, un favore che riconquistò in pieno dopo la campagna nelle Gallie. Ma a questa arroganza si associavauna certa imprudenza, ritenendo di essere intoccabile quando invece la sua politica del rigore aveva creato molto scontento tra la classe senatoriale.

Per lui varrebbe sicuramente il commento che Aulo Gellio fece su Scipione Africano:

“Qua sui conscientiasubnixus”, ovvero “aveva piena coscienza della sua grandezza!”

(Notti Attiche, libro IV, XVIII).

Ottaviano di contro aveva un fisico gracile, non era fatto per combattere e la sua vita privata non si faceva notare, se non per la sua riservatezza, talora per la sua timidezza. Ma certo subì il fascino del suo prozio, malgrè lui. E certi suoi atti rivelano il compulsivo bisogno di imitare il grande prozio.

Come Cesare però era dotato di un istinto politico raro, intuitivo, pragmatico, unito a una fortissima determinazione, e compensò le sue carenze caratteriali avvalendosi di un gruppo di fedeli collaboratori, guarda caso tutti provenienti dal cavalierato provinciale, in primis Agrippa e Mecenate.

Chi sia stato più grande è difficile da dire, figli entrambi dei loro tempi: sicuramente Cesare aveva spianato la strada verso il principato, ma lo aveva fatto con il suo modo dirompente, sia in Senato che sui campi di battaglia, aveva esteso enormemente i confini dello stato romano e aveva imposto leggi dotate di equità inarrivabile. Cesare si muoveva in perfetta solitudine, legiferava, combatteva, componeva letteratura politica e azioni di governo tutto da solo, convinto di essere l’unico in grado di guidare la morente repubblica verso un ideale imperiale rivoluzionario, creando al contempo un imbarazzante inferiority complex nei suoi avversari, che alla fine rappresentò uno dei motivi che condussero al suo assassinio. Ma sbagliò grandemente quando ritenne di essere una sorta di semidio intoccabile, sottostimando il pericolo che si addensava sulla sua testa, i cui signa, o presagi furono molti e inequivocabili. La qual cosa pose fine al suo regno (parola non casuale, visto che aveva istaurato un potere quasi monarchico) pochi anni dopo che lo aveva conquistato.

Uomo certamente più completo di Ottaviano nell’ottica ellenica del kalòskaiagatòs, la perfezione umana secondo i canoni greci, la Kalokagathia, Cesare era bello e bravo, capace e fascinoso, univa la celeritas delle sue azioni all’equità delle sue leggi. Ma egli sapeva solo comandare, imporsi senza tollerare che alcuno osasse opporsi a lui. Lo faceva sul campo (il suo “veni, vidi, vici” è paradigmatico) e in politica, quando decideva da solo di concludere una seduta senatoriale.

Ottaviano sapeva muoversi con prudenza, sottotono, tanto che perfino l’esperto Cicerone lo sottovalutò grandemente all’inizio, dicendo in giro che l’adolescente doveva essere lodato e tollerato, o piuttosto tolto di mezzo (“laudandus et tollendus”, Cicerone, Lettere ai familiari, XI, 20).

Però toccò al grande avvocato la sorte di essere tolto di mezzo, quando Ottaviano permise ad Antonio di ucciderlo.

Senza ombra di dubbio Cesare fu un generale invincibile e nessuno combatté tante battaglie come lui, patendo solo parziali sconfitte a Gergovia e a Durazzo.

Per Ottaviano, scarsamente versato per la guerra, fu difficile sopravvivere con le sue scarse doti militari, fuggì di fronte a Bruto nel primo scontro di Filippi, subì una pesante disfatta navale a Messana nella guerra contro Sesto Pompeo in Sicilia, tanto da suscitare ilarità nei ranghi militari (Svetonio, Vita di Augusto, XVI). Si affidò totalmente ad Agrippa nella definitiva battaglia di Azio.

La grande abilità di Ottaviano emerge invece nei suoi atti politici e fu quella di convincere i suoi concittadini che egli sarebbe stato la salvezza della civiltà romana, ponendo termine alle infinite guerre civili che avevano sfibrato le genti italiche; ed aveva ragione, ottenendo un risultato mirabile attraverso la continuità e la stabilità del suo regno.

La vita politica di Ottaviano, determinata ma anche attenta a non violentare le tradizioni romane, fu lunghissima, e questo fu dovuto alla sua prudenza (sempre circondato da una guardia personale di agguerriti Germani), alla sua rete di confidenti (Balbo e lo spionaggio politico) al fedele Mecenate (affari interni) che gli garantiva appoggi e consensi, e ad Agrippa (generale dotatissimo e prestante) che vinceva le sue battaglie; infine determinante fu il favore che concesse alla classe equestre italica a discapito della nobiltà romana. E inevitabilmente si torna alla sue origini!

Ottaviano dimostrò di conoscere bene i suoi difetti, mentre Cesare semplicemente pensava di non averne. Il giovane Caio Ottavio compensò tali limiti attraverso la collaborazione con uomini scelti e capaci. Così, lentamente, tra una battaglia vinta e una legge al Senato, avanzò nella società romana fino a diventarne, come ebbe a dire di se stesso, un buon padre per tutti i Romani, nel suo Res gestae. Ma sotto questa facciata buonista si rivelava spietato e crudele, uccidendo con freddezza i nemici sul campo e nella Curia.

Pochi, significativi esempi: nel II triumvirato permise ad Antonio di uccidere Cicerone, che era stato per molti mesi una figura referenziale; Salvidieno, che faceva parte del ristretto gruppo di fedeli collaboratori, e governava la Transalpina, prese accordi segreti per passare con Antonio e su di lui calò inesorabile la punizione mortale: accusato di maiestas (tradimento) fu ucciso. Dopo la vittoria contro Sesto Pompeo molteplici furono le uccisioni di schiavi ma anche di cavalieri e senatori pompeiani (Cassio Dione, Storie Romane, XLIX).

Uccise freddamente Cesarione, suo parente, e probabilmente anche Antillo, figlio di Antonio, per liberarsi di figure rappresentative e fastidiose: ci doveva essere un solo Cesare, ed era lui!

Per tutti questi aspetti lo si può considerare un politico migliore di Cesare, acuto, cinico, privo di scrupoli ma anche provvidenziale nella sua costante e continua opera di trasformazione della spossata società repubblicana, travolta da guerre civili continue, in un regno (questo sì fu davvero un regno, tanto che lo si considera l’iniziatore dell’Impero) pacificato e illuminato.

Un programma politico simbolicamente rappresentata da quello splendido monumento che è l’Ara Pacis Augustae (13-9 a.C). Vero inno alla monarchia! Fu affiancato in questa sua opera da una donna abile e forte, Livia Drusilla, che egli aveva scelto con una determinazione unica: aveva convocato nel suo palazzo il marito Nerone e gli aveva comunicato che egli doveva divorziare da lei. La reazione violenta del nobile romano fu spenta semplicemente ricordandogli tutti i suoi debiti e la possibilità di appianarli con un colpo di spugna. E Livia Drusilla, lei sì una nobile genuina della gens Drusa, fu veramente la prima first lady della Storia.

Tutto sommato Ottaviano, quando prese coscienza della sua forza, si comportò cesarianamente, cioè accentrando tutto il potere nelle sue mani; non possiamo esimerci dal pensare che probabilmente aveva subìto, come ho già detto altrove, malgrè lui, il fascino politico del suo consanguineo e percorse la stessa via verso il potere monarchico, cioè verso l’Impero.

Il divo Cesare, grazie alla sua sottile propaganda, fu famoso per la Clementia Caesaris: dopo la marcia su Roma si astenne da fare proscrizioni di massa, cercò la conciliazione con gli avversari per mostrarsi diverso dal metodo sillano; dopo Farsalo correva per il campo urlando: “salvate la vita ai cittadini romani” e significativamente perdonò Cassio e Bruto, concedendo loro incarichi e cariche politiche importanti. Alla luce dei fatti, sbaglio grandemente!

Questi sono i pochi elementi che si possono evidenziare nei limiti di un articolo breve e stringato, e che forse ci possono dare il senso delle azioni e delle differenze tra i due grandi protagonisti di quel periodo storico che il grande Mommsen, nella sua Storia di Roma, definirà con grande efficacia “la rivoluzione romana”. È un tema caro anche a Ronald Syme, che lo approfondirà, scrivendo uno dei più interessanti saggi di sempre: “The Roman revolution”.

Tale rivoluzione, il passaggio cioè dalla Repubblica all’Impero, fu dunque opera dei due dotatissimi rappresentanti della Gens Iulia, così diversi eppure animati, oltre che dalla ricerca del potere, anche da una visione meravigliosa del futuro di Roma, caput mundi.


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Sabbia del Tempo

30 aprile 1993 – Perché tutto è iniziato lì

Le monetine contro Craxi come materializzazione dei mali che oggi affliggono quanto rimane della Repubblica.

“30 aprile 1993”: il nuovo libro di Filippo Facci, edito da Marsilio. Le monetine a Craxi affondano la Prima Repubblica e dischiudono la Seconda. E l’antipolitica, che pur covava sotto la cenere, si materializza plasticamente lì, sotto e intorno al Raphael, fascisti e comunisti, massa confusa e sconnessa, che si crede protagonista della Grande Storia, che altri decidono in altri lidi, e che, invero, è un mero strumento, sedotta e abbandonata, massa che serve, servirà fino a quando serve ai fini degli altri. Cioè fin quando si doveva distruggere la politica oppure, successivamente, per colpire o intimorirne gli ultimi residuati. I segnali dei processi che oggi ci travolgono – senza filtro né limite né mediazione – c’erano già tutti. Erano lì tutti il 30 aprile ’93.

30 aprile 1993 – Non avevate a tirare quelle monetine! – Il Tazebao

Proprio per questo, ancora oggi, a quasi trent’anni, c’è bisogno di una retrospettiva meticolosa sui fatti di allora e sulle loro ripercussioni sul tempo presente. La Storia, per com’è stata venduta, non convince più. Non si spiegherebbe la tanta necessità di approfondire, di rivedere, la tanta produzione dedicata a quegli anni nella quale rientra anche questo libro. Solo nostalgia del bel tempo andato? Forse più un’esigenza di verità, perché sì, se oggi ci fosse ancora la Politica, non staremmo a barcamenarci sull’ora d’aria in più o meno.

Oltre alla ricostruzione dei fatti, in una sequenza che restituisce il clima fetido di allora e il gorgo che inghiottiva storie, valori e persone, da menzionare nel libro di Facci (che oggi verrà presentato dalla Fondazione Craxi) l’opera di documentazione degli articoli di stampa pubblicati durante quegli anni che testimonia il totale allineamento, la subalternità del mondo dell’informazione alle Procure. Ieri e oggi. Tutto è iniziato lì.


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Sabbia del Tempo

30 aprile 1993 – Non avevate a tirare quelle monetine!

Un primo, incalzante, lucido focus sul crollo della Prima Repubblica, che inizia, plasticamente con le monetine contro Craxi.

“Non avevate a tirare quelle monetine!” Ogni tanto mi diverto ad apostrofare con questa espressione in vernacolo fiorentino gli astanti, anche qualche giovane che non porta responsabilità della gogna del terribile 1992-93: è il mio modo per rispondere a chi si lagna del disfacimento italiano dei nostri tempi.

Non sopporto i piagnistei per una situazione generale che, ad onta delle rincorse individualiste sempre più disperate a trovare le scorciatoie che non esistono, acceleratasi con Monti alla fine del 2011, come una pallina su un piano inclinato ha preso velocità e non dà segni di voler decelerare. E poi sono tanti quelli che conosco che per ignavia o furbizia, la moralità figuriamoci ma anche l’ideologia sono state virtù accessorie prevalevano l’invidia e una cattiveria quasi “bosniaca”, accompagnarono quella stagione golpista ed io ne conosco molti, non farò nomi e non posso perdonare.

Il riformismo di Craxi è l’occasione persa dal nostro Paese per darsi una prospettiva identitaria modernizzata, altro che sovranismo, nel disordine mondiale che succedeva alla caduta del Muro. La sua sconfitta ci ha consegnato ad una discesa sociale ininterrotta ed all’irrilevanza geopolitica, nonostante il geniale tentativo di Berlusconi nel 2002 a Pratica di Mare di superare con l’impegno di collaborazione fra la Nato e la Russia, alla presenza di Putin e G.W. Bush, la dottrina Brzezinski di sfondamento ad est. L’assassinio di Gheddafi e la tribalizzazione della Libia certificheranno la disillusione di un ammaraggio dolce dalla tempesta post-sovietica.

Intanto onoriamo il bel libro di Filippo Facci “30 aprile 1993” (che verrà presentato oggi dalla Fondazione Craxi), giornalista di vaglia e di straordinario coraggio, che rinfresca la memoria a chi quegli avvenimenti li ha sofferti e ne ricostruisce il dispiegarsi sul filo di una cronaca incalzante per tutti quelli tagliati fuori anagraficamente oppure distratti allora dalla vita o peggio ancora quanti hanno rimosso quella stagione.

Io la ricordo bene. Ero nell’occhio del ciclone, a capo di una grande azienda energetica del più importante Gruppo italiano, il tempo non ha attenuato il peso sullo stomaco di quel braccaggio che era la cifra dei moralisti già senza morale e la cultura giuridica della società civile acclamante la ghigliottina. Facci ce la fa sentire ancora carnalmente viva. I proclami del pool di Milano, i media assatanati di galera, i giornalisti feroci ed irridenti desiderosi di liberarsi dei loro padrini politici a cui dovevano carriera e prebende, un’imprenditoria piagnucolosa cresciuta nella protezione di Stato che si fingeva concussa, le plebi forcaiole ed il popolo sgomento, una politica impaurita sprofondata in vergognosi mea culpa, l’indegna abolizione dell’immunità parlamentare.

Ma non Bettino Craxi. La Nazione, mi pare, alla sua morte titolò, con una foto in apertura a piena pagina, “L’ultimo gladiatore”, nel senso dell’ultimo irriducibile combattente inevitabilmente destinato alla sconfitta, il film di Ridley Scott non era ancora uscito, a cui detti un’interpretazione forzatamente romantica che mi inorgoglì. Eravamo davvero soli ora.

Facci ci racconta la sua velata amarezza nell’esilio di Hammamet nel rilevare che Forza Italia in nemmeno sei mesi faceva numeri, ereditando i voti del “famigerato” CAF, Craxi-Andreotti-Forlani e degli italiani richiamati alla realtà dalla gioiosa macchina da guerra di Occhetto, inimmaginabili per un PSI che negli anni Ottanta era avanzato di solo quattro punti percentuali con una leadership forte ed una classe dirigente, al cui confronto impallidiscono gli “ininfluenti” attuali, che avevano portato l’Italia a diventare la quarta potenza economica mondiale.

Epperò, su questo punto, mi sento di ribadire un ragionamento sviluppato in dettaglio nel numero 21 della rivista Il Nodo di Gordio, ma esposto in più di un incontro pubblico. Che alla Prima Repubblica occorresse una riforma istituzionale in grado di reggere la rottura dello status quo della guerra fredda era perfettamente chiaro a Craxi che l’aveva perseguita per l’intero arco degli anni ’80. Cossiga e la sua famosa lettera di denuncia sul precipitare degli eventi ci arrivano nell’estate del 1991 quando l’URSS è già in liquidazione. Questa constatazione del resto non cancella il fatto inoppugnabile, su cui troppi glissano, che il quadripartito DC-PSI-PSDI-PLI, senza i repubblicani di Giorgio La Malfa attratti nell’orbita scalfariana, quelle elezioni politiche della primavera del 1992 le vince. Eccome se le vince, con maggioranze parlamentari largamente autosufficienti – 346 su 630 deputati alla Camera e 163 su 315 al Senato. Ed il differenziale tra PCI-PDS e PSI è minore di tre punti percentuale.

La Magistratura, per farla breve, non ratificò un bel niente, ma entrò a gamba tesa, e non l’avrebbe mai più ritirata, nel giuoco politico e determinò le condizioni per l’esclusione da parte di Scalfaro, subentrato subito dopo Capaci per effetto delle dimissioni di Cossiga, della candidatura naturale di Craxi alla Presidenza del Consiglio.
Questi sono i fatti, se parliamo di liberaldemocrazia. Certo che c’era uno scontro in atto, come c’era stato altre volte, ma non più drammatico di come lo si viveva ai tempi del governo Tambroni nel 1960 oppure per l’assassinio di Aldo Moro e della sua scorta nel 1978. Certo che avvertivamo la durezza della fase e la necessità di un salto di qualità politico, non eravamo né miopi né sprovveduti, ma la violenta escalation giustizialista non ci lasciò spazio di manovra, al netto delle vigliaccherie, osannate, che furono tante e degli eroismi, occultati, che comunque ci furono.

Il mondo stava cambiando, ma si poteva risparmiare all’Italia un’altra rottura storica, esistevano le condizioni per affrontare Maastricht e la transizione epocale coscienti del ruolo conquistato nel consesso internazionale dopo la tragedia bellica. Altri, Germania sopra tutti, ci sono riusciti, e partivano da situazioni geopolitiche forse ancora più complesse. E non si può dire che il gruppo dirigente socialista non possedesse una visione lungimirante della crisi che preconizzava la fine del blocco sovietico e non proponesse una soluzione gradualista per impedire quella deriva puntualmente avvenuta che è la madre della pericolosa instabilità che percorre la cerniera euroasiatica dal Baltico fino alla Crimea. Ma quali nani e ballerine! Il 45º congresso socialista del maggio 1989 all’Ansaldo di Milano, una grande assemblea di popolo, ha il suo fuoco sulle “prove competitive” che attendono il nostro sistema economico in forza della realizzazione del Mercato Unico Europeo e nell’apertura alle istanze democratiche e riformiste dell’Europa Comunista. Nella sua relazione il Segretario socialista riafferma che “il socialismo democratico dell’Europa occidentale deve essere un protagonista nel dialogo aperto con i riformatori dell’Est” e lo dice davanti a Brandt, a Burns, a Delors, a Hart, a Lamentowicz, a Miller, a Pozsgay, al figlio di Nahy, a Shimon Peres, ad Andrej Sacharov.

Lo stesso concetto ripete ed è un grande merito del nostro autore l’avercelo rammentato, il 3 luglio 1992 nel celebre discorso sul finanziamento irregolare, in cui chiama invano il sistema politico-istituzionale ad una prova di responsabilità e di coraggio ed invita l’Europa a guardare, cito testualmente, “al proprio riequilibrio interno ma anche all’altra Europa che si è liberata dal comunismo ma che rischia di restare ancora separata e divisa non più, come è stato detto, dalla cortina di ferro, ma dal muro del denaro”. Il 5 agosto Occhetto gli scrive “con amicizia”, per chiedergli il suo appoggio indispensabile per far accogliere la domanda di adesione del PDS all’Internazionale Socialista, l’8 marzo dell’anno dopo Craxi ne viene praticamente sbattuto fuori, come ci riporta sempre il nostro autore.

30 aprile 1993 – Perché tutto è iniziato lì – Il Tazebao

È andata così, cioè molto male per il Partito Socialista cancellato quando celebrava il suo centenario ed anche il nostro Paese non se la passa tanto bene. Quel 30 aprile 1993 davanti al Raphael il rito espiatorio con cui si intendeva sacrificare l’ultimo grande leader socialista non ha funzionato. Quelle monetine con cui l’odio manovrato voleva segnare fisicamente il trapasso storico, ha invece avviato il nostro declino inarrestabile ed ha vanificato il miracolo compiuto nel dopoguerra per risollevarci. Leggere Facci forse non fa bene al mio umore, ma sicuramente fa bene alla nostra Storia. Non siamo tutti colpevoli.

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Sabbia del Tempo

Le società segrete femminili e maschili in Cina (parte 2)

Completiamo l’approfondimento sulle società segrete in Cina.

(Continua da qui). La Dinastia Ming di etnia Han aveva fatto seguito a quella Juan (1279 – 1368) che era stata costituita da Kublai Khan. In quel periodo si svilupparono i commerci con le popolazioni europee. Tra i primi esploratori vi fu Marco Polo. La Dinastia Ming promosse un grande periodo di rinascita culturale della Cina e sotto questo regno venne costruita una grande flotta composta da enormi navi, venne organizzato un esercito con un milione di uomini, furono stampati molti libri e si ebbe la produzione di raffinate e pregevoli porcellane wu cai, cioè a cinque colori (rosso verde giallo, blu cobalto e bianco), porcellana di bella fattura e di raffinatissimi disegni.

La società segreta della Banda Verde, fondata nel 1725, ammise le donne solo nel 1902 con uno statuto diverso a quello degli uomini e vide una presenza molto numerosa femminile. Anticamente fu l’organizzazione rivale a quella dello Stato. Nel 1760 nacque la società del Cielo e della Terra con lo scopo di rovesciare la dinastia Qing. Questa società si rafforzò notevolmente e si diffuse in tutta la Cina, si frazionò, poi, in vari gruppi, anche con propositi criminali. Tra queste la Società delle tre Armonie, con l’uso dell’emblema del triangolo, che venne spesso utilizzato anche da varie altre società segrete con la diversificazione tra loro della raffigurazione, all’interno di esso di spade ed altre immagini. Il termine Triade venne coniato dalle autorità britanniche di Hong Kong per il simbolo del triangolo che identificava il tipo di società segrete che avevano vari scopi sia politici, religiosi ed anche criminali. I riti segreti e gli scopi cambiarono più volte nel tempo e si diffusero in varie parti del mondo  tra gli emigrati cinesi all’estero.

I  Taiping

La rivoluzione dei Taiping 1850-1864 è stata determinante per la creazione della Cina moderna. L’importante elemento della ideologia dei Taiping è stato quello che si riferisce alla posizione della donna nella cultura cinese ed alla sua nuova posizione sociale all’interno di essa. La donna per quanto riguarda il suo ruolo nella società segreta è stata indirizzata verso un inquadramento nel sistema militare, in quello amministrativo e all’attiva partecipazione agli esami per accedere ai titoli di funzionari ed alla sua uguaglianza economica, sancita dal sistema agrario della Dinastia celeste, con assoluto divieto di esercitare la prostituzione, la fasciatura dei piedi, e la schiavitù domestica. All’interno di questa società segreta esistevano alcune contraddizioni come: la tradizionale sottomissione al padre, al marito, al figlio maggiore tipiche della filosofia di Confucio. Queste contraddizioni sono più volte sottolineate nei testi dei Taiping. Anche se con altrettanta determinazione si affermava che gli uomini sono tutti fratelli e tutte le donne sorelle. Si affermava, inoltre, che Dio era il padre universale di tutto il mondo mortale, che le diecimila famiglie discendevano tutte da un’unica famiglia e che questa, a sua volta, discendeva da un unico antenato.

La vera missione dei Taiping fu di fondare il regno di Dio in terra e distruggere i demoni Qing-Manciù, la rivoluzione sfociò in una guerra civile, repressa dall’esercito imperiale col supporto britannico nel 1864.

La società segreta dei Taiping ritenne opportuno la creazione di campi separati per uomini e donne per favorire una completa realizzazione femminile e di conseguenza con la nomina anche di donne leader per dirigerli.

La separazione dei sessi ebbe fine nel 1855, vennero consentiti matrimoni e la poligamia fu ammessa in base al rango dell’uomo. Alle persone sposate era concesso di dormire assieme una volta al mese.

Le teorie utopistiche dei Taiping si rivelarono inadeguate e applicabili solo ad un ristretto numero di persone.

Il sistema organizzativo dei Taiping nel tempo venne meno per l’incapacità di poter gestire i rigorosi principi religiosi e storicamente anche la posizione della donne retrocesse socialmente, rivelando e rafforzando le teorie di Confucio nei riguardi delle donne.

Un numero di adolescenti donne, fra i 12 e i 18 anni ed appartenenti ad una società segreta, prese il nome di Lanterne Rosse e si affiancò ai Boxers durante la loro rivolta che fu una vera guerra contro le truppe occidentali colonialiste. La rivolta ebbe come base sociale molte scuole di Kung Fu, scuole di pugilato. Le Lanterne Rosse si identificarono con un fazzoletto rosso e con delle lanterne in mano, ma a loro si unirono dei gruppi di vedove, dette Lanterne Verdi e Lanterne Blu, a capo di tali gruppi c’era una donna la Santa madre del Loto Bianco.

La società segreta del Loto Bianco, come già accennato, era una setta buddista che credeva in una divinità universale femminile “la madre venerabile ed eterna e innata”, che raccoglieva tutti i figli in una unica famiglia.

Durante il diciottesimo secolo il Loto Bianco trasformò la sua filosofia ed assunse la forma di un movimento nazionalista, ispirato a credenze derivanti dal taoismo, dal buddismo e dal manicheismo. La sua missione era rovesciare la Dinastia Qing, che aveva preso il controllo della Cina e ripristinare i Ming.

Storicamente nelle ribellioni popolari il nome del Loto Bianco apparve e scomparve, ma un filo conduttore lo legò al famoso tempio Shaolin di Chan Buddhism, tempio dove hanno avuto origine le arti marziali e dove i monaci, con un giuramento di sangue, hanno combattuto per resistere alla dinastia Qing. Dopo il loro fallimento il Loto Bianco fu vittima di una persecuzione violentissima. Successivamente la società segreta del Cielo e della Terra e le Triadi assorbirono molto della tradizione del Loto Bianco anche nei rituali d’iniziazione. Si impartirono insegnamenti di tecniche occulte con l’uso di amuleti magici e con la numerologia.

La società segreta si può considerare come la discendente diretta di antichi misteri. Con l’inizio del XX° secolo le società segrete cinesi si sono evolute in una fitta rete di collegamenti. Per esempio Mao Zedong è stato uno studioso della cultura e della storia cinese in particolare della struttura e del ruolo delle società segrete all’interno della Cina ed ha usato queste sue teorie per la costituzione del partito comunista cinese. Egli utilizzò queste strutture organizzative segrete per combattere e contrastare sia l’invasione dei giapponesi e sia le forze di destra di Chiang Kai-Shake. Mao facendo appello allo spirito rivoluzionario delle società segrete le esortò a lavorare per la liberazione della Cina.

Ora osserviamo più da vicino la Triade maschile, le cui finalità non furono solo politiche e religiose, ma trovarono il loro sostentamento nei commerci di vario tipo anche non molto legittimi. Il simbolo della Triade risultava formato da un triangolo equilatero, rappresentativo della creazione ed era considerato come mescolamento armonioso del Cielo della Terra e dell’Uomo. All’interno del triangolo vi era un ideogramma Hung, che, nella sua ideologia, racchiuse gran parte delle filosofie orientali, inoltre, vi era raffigurata una ciotola, piena di riso che indicava l’infinità di appartenenti.

Il significato letterale di Hung significa Marea o Fiumana e voleva significare gli appartenenti alla società. Nella raffigurazione grafica dell’ideogramma si poteva raffigurare il numero 21, simbolo di perfezione, mentre nella parte bassa due trattini chiudevano l’ideogramma con il valore simbolico del numero 8.

Tutti questi elementi erano costituiti da un numero segreto multiplo di 3 per esempio 36 per il Cielo,108 per l’Uomo e 72 per la Terra.

Il sistema di numerazione derivò dalla tradizione numerologica Taoista. Il numero 108 aveva una grande importanza nella numerologia cinese, era considerato un numero sacro (come in molte religioni tra le quali l’induismo, il buddismo, ecc.). Infatti 108 era il numero delle stelle, considerate sacre nell’astrologia cinese. Per esempio si poteva dividere un cerchio in 5 parti uguali, ed iscriverci un pentagono, ogni angolo del pentagono uguale a 108 gradi. Il cerchio di 360 gradi si poteva dividere per 10 e si otteneva il 36; esso nella simbologia cinese rappresentava il Cielo, considerato il simbolo della perfezione o “il Tutto”.

108 erano gli eroi delle arti marziali, sempre 108 i movimenti del Tai Chi e 108 i punti da colpire. I Manciù distrussero il tempio di Shaolin con l’aiuto di un traditore che era al 7° posto nella scala gerarchica del monastero e per questo motivo il 7 non è mai stato utilizzato nei rituali della Triade. Inoltre 18 furono gli eroi che fuggirono dall’incendio che distrusse il monastero, solo 5 riuscirono a sopravvivere e divennero i Cinque Immortali. Questi sono i 5 antenati ai quali rendevano omaggio le Triadi.

La Triade aveva numerosi elementi rituali: il bastone rosso simbolo di punizione e la spada simbolo di lealtà e coraggio. Altro elemento rituale, non più in uso, era  l’abito macchiato di sangue in ricordo del sacrificio dei monaci Shaolin. Questo simbolo decadde quando venne meno l’antico scopo per il quale la società segreta era nata. La cerimonia d’iniziazione si svolgeva in una stanza chiamata loggia, che incarnava la mitica capitale Muk Yung Sting o città dei Salici.

Il maestro d’incenso faceva uscire il sangue da un dito di ogni nuovo membro e lo mescolava a quello degli altri membri. Bere il miscuglio era segno di fratellanza per tutta la vita e si diventava così il numero 49.

Tutti i numeri che designavano l’appartenza alla Triade iniziavano per 4, numero che simboleggiava i 4 mari che, secondo la mitologia cinese, circondavano il mondo, mare Occidentale, mare Settentrionale, mare Orientale e mare Indico.

Il numero 4 doveva essere seguito da un numero, che era indicativo del grado di appartenenza. Esso doveva essere divisibile per tre per esempio: il numero 489 rappresentava il Signore della Montagna, il capo.

Analizzando il numero 4 possiamo notare che è costante, 8 rappresenta le forze che animano il mondo cioè 8 combinazioni dello yin e yang, il suo simbolismo è legato alle tradizioni delle arti marziali, introdotte da Bodhidharma. Dal patriarca persiano del buddismo indiano (chan /zen giapponese) da lui sarebbe nato, secondo varie leggende, lo stile di combattimento di Shaolinquan, che, tradizionalmente, era praticato dai monaci buddisti del monastero di Shaolin in provincia di Henan in Cina. Era uno stile di arti marziali tradizionali cinesi; tradotta letteralmente la parola significa il pugilato della giovane foresta. Nell’antica filosofia cinese il T’ai Chi era il Grande, che generava due modi primari (Yang principio attivo, e quello passivo Yin), a loro volta generavano 4 forme secondarie che originavano 8 elementi e gli 8 elementi determinavano tutto il bene e il male del mondo e la complessità della vita. Ritornando al numero 489, il 9 è dato da 3×3. Il numero 3 era tenuto in grande considerazione ed ad esso sono associati il Cielo, la Terra e l’Uomo a formare una trilogia. Il 3 è sempre stato considerato il numero perfetto, espressione della Trinità e della Triade. In Occidente venne Associato a Giove che rappresentava l’autorità.

In architettura anticamente, per esempio, veniva, spesso, associato ai rapporti di proporzioni architettoniche nel tempio greco. Ad esempio il numero delle colonne doveva rispettare il rapporto del 3. Infatti se nella parte anteriore vi erano 4 colonne lateralmente dovevano essercene 12.

In Cina i numeri 2, 3 e 5 erano considerati punti di forza e venivano associati alle arti marziali e furono utilizzati per numerare le varie tecniche delle arti derivanti da Shaolin. Il rituale d’iniziazione era composto da una cerimonia complessa in cui si richiedeva a tutti i membri di prestare giuramento di fronte all’altare. Successivamente venivano bruciati gli incensi, un gallo veniva decapitato e l’affiliato doveva berne la pozione. A conclusione della cerimonia in un pezzo di carta venivano scritti i nomi degli iniziati e le parole dei 36 giuramenti date alle fiamme. Successivamente le ceneri, mescolate con vino, con cinabro e con zucchero veniva bevuto con il sangue del dito sinistro precedentemente punto del novizio insieme alle altre reclute. Il nuovo affiliato era costretto a passare sotto un arco di spade recitando il giuramento al Cielo. Se un membro della società si fosse trovato in difficoltà, tutti dovevano accorrere in suo aiuto. Se un futuro membro dell’associazione avesse rotto il giuramento, le spade sarebbero cadute e lo avrebbero ucciso. Il candidato per farsi riconoscere, ricorreva ad un segnale segreto: sollevava verso il cielo tre dita della mano sinistra ed inoltre portava tra i vestiti un sigillo di stoffa rossa. Attualmente la cerimonia d’iniziazione ha avuto dei cambiamenti. La Triade è ancora attiva in Cina e si è allargata anche in molte parte del mondo, compresa l’Italia.

Della stessa autrice

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Napoleone e la simbologia imperiale e scientifica – Il Tazebao


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Mundus furiosus

Il condizionamento si fa con i colori (anche nell’agroalimentare). La battaglia europea dell’etichetta nutrizionale

Sulla qualità del cibo è in corso una partita serrata a livello europeo. Una delle spaccature più evidenti è sul sistema di etichettatura che fornisca al consumatore informazioni chiare.

“A capite bona valetudo”
Seneca, De Clementia, 2,2.

In un periodo buio stiamo assistendo al paradosso dei colori! Non vi sto parlando della teoria dei colori di Goethe ma del ruolo che i colori hanno assunto, nella politica e non solo. Il rosso e il giallo erano i colori dell’energia, della passione, del sole ma da un anno a questa parte sono diventati l’indicazione di divieti più o meno severi. Anche l’arcobaleno che del colore faceva il proprio trionfo incantato nei disegni di bambina non ha più quel significato poetico; un furto di magia che non ho subito solo io, come se Gargamella lo avesse rimpiazzato con un sortilegio – ai danni di grandi e piccini –  colmo di condizionamenti, prescrizioni, divieti, naturalmente colorati.

In questo tempo di pandemia l’istinto di conservazione prevale. Con tutte le attenzioni sul piano emotivo e della comunicazione che ne conseguono a livello sanitario e di salute pubblica. Ma a questo si aggiunge un accresciuto livello di attenzione quasi parallelo per la sfera alimentare. Un pre-requisito per sentirsi bene e rafforzare anche le difese contro il Covid, che da qualche tempo si traduce in una più diffusa consapevolezza e in un maggiore interesse per ciò che mangiamo.

Da qui il dibattito aperto a Bruxelles, nelle sedi istituzionali e nei media, sul tema delle etichette nutrizionali. Una sorta di passepartout per essere informati su cosa portiamo a tavola e sulle reali ripercussioni che il cibo può avere sul nostro equilibrio fisico e mentale.

All’inizio, la crisi legata alla diffusione dell’epidemia, ha creato una situazione confusa che è evoluta rapidamente. Le persone hanno cominciato a paragonare il contesto che si trovavano di fronte alla fine del mondo e alle notizie relative agli ospedali sovraffollati, e all’incapacità del sistema sanitario di far fronte al carico di malati, ha fatto seguito la preoccupazione relativa alle scorte alimentari.

Allo stesso tempo abbiamo e stiamo subendo un “decalogo” – magari fossero solo 10 – di precetti che si stanno traducendo in “condizionamenti” (speriamo almeno) rassicuranti.

Così il desiderio continuo di informazioni ha spinto e continua a muovere le persone ad affidarsi anche a fonti non attendibili ma di immediata lettura che apparentemente semplificano le scelte. Da questo nuovo sentiment ne è vittima anche il settore agroalimentare che sta affrontando il dibattito europeo sull’etichettatura nutrizionale. Un sistema che porterà, nel 2022, a dotarci di una etichettatura fronte pacco per tutti i prodotti alimentari.

Sicurezza alimentare, trasparenza e tutela dei consumatori sono da sempre nel nostro Dna.

I nostri agricoltori non sono per definizione solo ‘sentinelle’ dei territori in cui lavorano tutto l’anno, ma anche fornitori di materie prime alla base di una catena del valore inestimabile che hanno contribuito concretamente a reggere la tensione del periodo che stiamo vivendo, oltre che alle problematiche di possibile scarsità di cibo nell’ultimo anno.

Al contempo negli ultimi anni azioni non coordinate, spinte da interessi economici di multinazionali alimentari e catene della grande distribuzione, hanno portato in Europa alla diffusione di sistemi di etichettatura nutrizionale fronte-pacco degli alimenti che rischiano di non garantire più la salute dei cittadini e mettere a repentaglio la sopravvivenza di migliaia di aziende agroalimentari.

Vari sistemi di etichettatura: differenze e pericoli

Tutto ha avuto inizio nel 2013, quando ancora non si parlava di Brexit. La Gran Bretagna fu il primo Paese Ue ad adottare un sistema semplificato di classificazione degli alimenti con i tre colori del semaforo – verde, giallo e rosso – prendendo come riferimento la quantità di calorie, zucchero, sale, grassi e grassi saturi in 100 grammi di prodotto.

Nel 2017 la Francia (dove si dibatte sull’importanza del mare e delle sue risorse alimentari e non solo) ha adottato il sistema Nutriscore, che esprime la qualità nutrizionale globale degli alimenti attraverso l’impiego di cinque colori, dal verde al rosso, a cui corrispondono cinque lettere dell’alfabeto, dalla A alla E. Il colore viene attribuito all’alimento nel suo complesso, considerando la presenza di ingredienti e nutrienti da limitare, come gli zuccheri semplici e il sale, ma anche quelli positivi per la salute, come fibre, frutta e verdure.

A seguire, il sistema Keyhole introdotto dai Paesi scandinavi che hanno scelto di indicare i prodotti migliori sul piano nutrizionale per ogni categoria di alimenti. Graficamente, si tratta di una serratura colorata di verde che indica il miglior prodotto nelle diverse categorie, facendo riferimento al contenuto di fibre, sale, zuccheri, grassi e grassi saturi.

Noi italiani, già preoccupati per questi sistemi di etichettatura che di fatto discriminano in modo arbitrario prodotti di altissima qualità, come pasta, formaggi, salumi, olio extravergine di oliva alla base della Dieta mediterranea, abbiamo messo a punto e adottato, su base volontaria, il cosiddetto sistema a batteria (Nutrinform Battery). Si tratta di un sistema rappresentato graficamente, appunto, da una batteria – dal pantone sbiadito – che costituisce però una valida alternativa a quelli ‘a semaforo’ e che ha l’obiettivo di fornire ai consumatori informazioni nutrizionali chiare, semplici, ma allo stesso tempo complete per una equilibrata composizione di una dieta giornaliera. Una dieta, ricordiamo, che deve essere basata in modo scientifico su un corretto fabbisogno quotidiano di calorie, grassi, zuccheri e sale per singola porzione di cibo.

Purtroppo nel nostro Paese, il Nutriscore si è avvelenato, politicizzato e radicalizzato e questo non aiuta la lenta riflessione necessaria in termini di nutrizione che porterà la Commissione a presentare nella primavera 2022 una proposta per armonizzare gli attuali sistemi di etichettatura. La vera battaglia, insomma, è appena iniziata e anche il Parlamento Ue andrà incontro ad un periodo di riflessione e di lavoro basato su un confronto tra gli Stati membri che sia finalizzato a trovare una soluzione giuridica equilibrata nell’interesse di tutti i cittadini e consumatori europei.

I sostenitori degli altri sistemi osservano che il Nutrinform Battery è meno immediato e di più ‘difficile lettura’. Ma se è vero che con la strategia Farm to Fork l’Unione europea punta a responsabilizzare i consumatori a fare scelte informate, sane e sostenibili per una dieta varia ed equilibrata, qualcuno dovrà spiegare ai cittadini come è possibile che il miele, il succo d’arancia, l’olio extravergine di oliva o il Parmigiano Reggiano siano contrassegnati con il colore rosso, e quindi pericolosi per la salute, mentre patatine fritte, pizze surgelate e bibite gassate siano etichettate come verdi e salutari.

Un alimento vale molto di più dei suoi componenti! Questo per dire che non ci sono cibi malsani ma soltanto diete malsane. Secondo le recenti statistiche, più della metà della popolazione dell’Unione europea è già in sovrappeso o obesa, mentre un bambino su tre ha questi problemi. Le autorità pubbliche devono agire per cambiare questa situazione e tendenza in crescita.

Nel sistema del Nutriscore, in particolare, riteniamo infatti che vi sia qualcosa di sbagliato, e addirittura pericoloso, perché non aiuta i consumatori a fare scelte più informate e corrette, e quindi a contrastare le malattie legate all’alimentazione, non ultima l’obesità.

Per un principio diverso dal Nutriscore: la battaglia dell’Eurodeputato Paolo De Castro

Paolo De Castro, uno dei massimi esperti del settore agroalimentare italiano, coordinatore del Gruppo S&D in commissione Agricoltura al Parlamento europeo e componente effettivo delle commissioni Bilancio e Commercio internazionale, da anni si batte a Bruxelles per non far passare il principio del Nutriscore. Ha ragione l’eurodeputato che durante un suo recente appello alla filiera agroalimentare e al mondo scientifico ha detto che è arrivato il momento di fare un gioco di squadra nazionale per rappresentare le ragioni, scientifiche, tecniche dove si dimostra che il Nutriscore è un sistema sbagliato. È nostro dovere informare i consumatori per scegliere in modo consapevole, non dare la pagella al cibo!

Coerentemente con questa posizione, nell’ultimo Consiglio europeo insieme ai suoi omologhi il ministro dell’Agricoltura italiano ha dunque ribadito il suo “no” al sistema franco-tedesco.

In Francia, i “dibattiti dei cittadini” e persino le convenzioni come quelle sul clima, che riuniscono 150 cittadini che emettono opinioni e raccomandazioni, guidano le decisioni politiche e sono già una pratica comune. Qualcuno può pensare a un argomento migliore del cibo per avere la nostra prima convenzione cittadina?

L’Italia deve recuperare terreno

Il dibattito nel nostro Paese è iniziato da pochissimo. C’è l’urgenza politica di cercare di recuperare il tempo perduto da un lato, e le critiche di parte dall’altro. Non confondiamo la velocità con la fretta, ma nemmeno la semplicità può essere fatta con semplificazione grottesca. Il nostro cibo deve essere oggetto di un grande dibattito sociale in cui tutte le carte sono messe in tavola, dove vengono ascoltati tutti i rami rilevanti della conoscenza scientifica, le parti sociali (associazioni degli agricoltori, cooperative, industriali) e ascoltati tra di loro ognuno con le proprie argomentazioni.

Sul fronte dell’etichetta “a batteria” l’Italia non è sola. Cipro, la Repubblica Ceca, la Grecia, l’Ungheria, la Lettonia la Romania e una parte della Spagna sono i suoi compagni di viaggio in questa battaglia, alleati numerosi ma non “di peso” ai tavoli bruxellesi. Roma, dal canto, suo può contare oltre che su gli agricoltori del Copa-Cogeca che potrebbero far sentire la propria voce, anche su una compattezza di intenti all’interno di tutte le forze politiche del nostro Governo facendo leva su una difesa trasversale del nostro Made in Italy.

Chissà se il dibattito europeo riuscirà a superare l’appeal dei colori per approdare a un sistema che non punti su una semplificazione emotiva, che non indichi ma che accompagni a scelte consapevoli i consumatori di tutta Europa, restituendo fiducia nel libero arbitrio! Un augurio che faccio non solo per il nostro sistema agroalimentare e alla Dieta mediterranea ma alla difesa e rinvigorimento di quel sano “istinto di conservazione” innato in ognuno di noi.


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Sabbia del Tempo

Le società segrete femminili e maschili in Cina (parte 1)

Le società segrete hanno avuto un ruolo importante nella storia cinese ed erano presenti in tutte le rivolte popolari, soprattutto in quelle contadine.

Le origini si possono far risalire alla fine della Dinastia Han (206 a. C –  9 d. C). Difficile è, attualmente, reperire fonti precise sulle testimonianze dell’esistenza delle società segrete, ma esse erano composte sia da uomini e sia da donne. Le fonti non sono mai state rese pubbliche esplicitamente, ma le possiamo far risalire alla cultura taoista che aveva una visione della donna quanto mai aperta, rispetto al confucianesimo che la voleva soggetta al padre, al marito ed al fratello maggiore. Il taoismo aveva basato i suoi principi sull’accettazione del principio di uguaglianza tra donne e uomini con la convinzione che la longevità, l’equilibrio e la salute, fossero il frutto della complicità e della cooperazione tra i due sessi.

Le società segrete erano presenti in Cina già circa duemila anni fa, ed hanno continuato ad esserlo anche dopo l’avvento (1949) della Repubblica Popolare. Ancora oggi continuano ad esercitare un ruolo determinante nella vita politica, sociale e religiosa di quel paese.

Le prime società segrete femminili in Cina vanno ricercate nella documentazione dei gruppi taoisti del 184 d.C. che ispirarono la rivolta dei Turbanti Gialli nota anche come la rivolta delle sciarpe gialle, scoppiata dopo anni di corruzioni nella corte della dinastia Han. Fu una rivolta contadina, determinata dalla presa di coscienza degli abitanti delle zone di campagna prossime alla periferia delle grandi città, del loro nuovo ruolo economico e della loro cultura agricola. Fu un’intuizione importantissima per l’organizzazione e la formazione delle società segrete, composte da ambo i sessi per la gestione del territorio. Le società segrete avevano una notevole importanza politica per la possibilità di condurre una guerriglia strategica durante le rivoluzioni dalla periferia verso il centro delle città.

Un sistema di potere che il popolo ricavava dall’appartenenza alle società segrete, mentre i funzionari lo facevano derivare da quello delle leggi. Interessante è analizzare il momento storico nella quale si sono formate le società segrete per capire l’importanza, all’interno della società cinese, della Dinastia Han. Essa era stata preceduta dalla Dinastia Qin ( 221- 206 a. C.) il cui primo imperatore fu Shi Huang. Egli impostò il suo regno sulla filosofia del legismo e per mantenere l’ordine sociale aveva imposto, in maniera autoritaria, delle leggi dall’alto. Durante il suo impero per difendere il territorio dai nomadi fece costruire la Grande Muraglia, l’attuale versione è stata restaurata e ampliata durante la Dinastia Ming (1368-1644) ed è considerata oggi una delle sette meraviglie del mondo.

Con il termine Dinastia, in questo caso in riferimento a quella cinese, si può intendere un susseguirsi di sovrani appartenenti allo stesso clan. Alcune Dinastie durarono per secoli, altre per pochi anni. “Il mandato del cielo” era un principio utilizzato per legittimare politicamente il regno dei sovrani cinesi. Il regno dei sovrani non aveva limite di tempo, ma il monarca poteva essere rimosso per corruzione o anche per cataclismi naturali, o avvenimenti gravi che venivano interpretati dalla popolazione come segni della fine del mandato imperiale.

L’imperatore legittimo non doveva avere necessariamente nobili origini, ma poteva essere anche di nascita comune come per esempio avvenne nella dinastia Han e Ming.

Durante il periodo degli Han, vi furono anche gravi calamità naturali che provocarono rivolte contadine: la più importante fu quella dei Sopraccigli rossi, di breve periodo, con il temporaneo ripristino della dinasta Han prima della sua definitiva caduta.

La dinastia Han era stata fondata dalla famiglia Liu e regnò per 4 secoli; il suo governo si era esteso in Mongolia, in Corea, in Asia centrale e in Vietnam. Durante questo periodo il commercio e l’agricoltura prosperarono e si ebbero notevoli progressi sia in campo culturale che artistico. In questo periodo, ad esempio, la produzione della porcellana fu contrassegnata, per la prima volta, con i sigilli, che indicavano il luogo di fabbricazione, la manifattura ed, in particolare, si affermò la produzione della porcellana celadon, ricca e di buona qualità. Nello stesso periodo, inoltre, fu inventata la carta: questo evento dette inizio alla divulgazione della calligrafia e dei testi filosofici e letterali.

La dinastia Han rappresentò una delle vette nella civiltà cinese per il notevole progresso della società. In questo periodo il confucianesimo ebbe una grande influenza filosofica tra la popolazione divulgando l’idea dell’unità politica e culturale della Cina. Furono poste le basi per la costituzione di un Paese unitario. Prima, infatti, non esisteva il concetto di nazione. Durante questo periodo, furono costruite importanti opere d’ingegneria e di architettura come ad esempio i canali per regimare le acque dei fiumi, i porti per sviluppare i trasporti ed incrementare i commerci.

La nascita delle società segrete

La fine della dinastia Han dette inizio all’epoca dei Tre Regni (189 – 290). La società segreta dei Tulipani Gialli si può considerare la prima delle sette segrete cinesi che si dichiarò di religione taoista. I Tulipani Gialli si ribellarono contro gli Han essendo insoddisfatti per le tasse troppo gravose, per la corruzione e per il dispotismo dei burocrati.

Le società segrete per la loro conformazione interna si posero come alternativa ad un sistema inadeguato, furono un punto d’incontro tra idee religiose e politiche, operarono in grande clandestinità e svolsero un ruolo determinante come opposizione alle varie correnti politiche.

Dove la burocrazia statale cinese non era attiva, per esempio nei villaggi agricoli, operavano le società segrete: esse lavorarono ai margini delle città formando un impero parallelo a quello ufficiale, quindi uno Stato dentro lo Stato.

Le cerimonie d’iniziazione notturne con segni segreti, simboli e parole d’ordine di riconoscimento tra i membri, contribuirono a rafforzare l’appartenenza e la fonte di lealtà ed un forte spirito di fratellanza tra i membri.

Sappiamo che la donna, al pari degli uomini, era ammessa alla partecipazione delle società segrete ed anche alle pratiche religiose: per esempio al tao-nan o neofita, corrispondeva la tao-nu o neofita donna, corrispondente tao-fu padre taoista, corrispondeva la tao-mu madre taoista, solo il vertice Maestro del Cielo era maschile.

Un lingua…particolare

Circa duemila anni fa fu inventata la lingua segreta delle donne, in realtà non era una lingua parlata, ma scritta, un sistema di scrittura, che trasferiva in ortografia la lingua parlata, un sistema di calligrafia che permetteva alle donne di comunicare in gran segreto.

La lingua delle donne si restrinse ad un utilizzo clandestino e praticato, soprattutto, nelle zone rurali. Si ritiene che fosse utilizzata nelle società segrete, per divulgare notizie ed impartire ordini di servizio, oltre a comunicare eventi e fatti di vita quotidiana.

Sappiamo che la donna, alla pari degli uomini, partecipò alle ricorrenti rivolte contadine, formando dei quadri dirigenti al pari degli uomini.

Alle cerimonie collettive prendevano parte i fedeli di ambo i sessi eccetto le ragazze non sposate. Si formarono dei rituali con le pratiche sessuali di gruppo, che erano abbastanza ricorrenti. Esse facevano parte, in gran parte, di un fraintendimento di alcune teorie sull’unione alchemica del cielo e della terra, dove si riteneva che l’unione tra uomo e donna prolungasse la vita di entrambi. Il taoismo ha sempre ricercato delle pratiche di varia natura volte al benessere fisico, al perseguimento dell’immortalità e tra queste pratiche vanno ricordate quelle sessuali e meditative.

L’atto sessuale era considerato come un vero processo alchemico: la donna era identificata con un crogiolo, la passione con il fuoco, il coito con la mescolanza degli elementi, la tecnica di quest’ultimo come il tempo di cottura, l’essenza vitale della donna si identificava con il cinabro, il seme maschile con il piombo e l’embrione con il mercurio.

Dal V secolo d. C. però si generarono nei confronti di alcune sette taoiste delle gravi accuse per oscenità da parte proprio di una parte del medesimo credo, appartenenti alle sette mistiche, che condannarono certi riti religiosi. Di conseguenza essi furono costretti ad operare in clandestinità.

Come descritto sopra, le varie società segrete a partecipazione femminile includevano un culto mistico e nei loro rituali erano inclusi anche le relazioni sessuali. L’appartenenza a questi gruppi corrispondeva quindi ad un superamento della famiglia tradizionale e la società segreta era considerata come una comunità super familiare o pseudo familiare.

Nel 317 – 419 d. C. durante l’ultimo periodo della Dinastia Chin Orientali, si formò un gruppo taoista attorno a Sun T’ai, personaggio carismatico e considerato un guaritore, che predisse la fine della Dinastia. Di conseguenza fu perseguitato e giustiziato. Gli succedette suo nipote Sun En che divenne il nuovo leader religioso con caratteristiche ideologie miste tra taoismo e buddismo. Uomini e donne si unirono sessualmente con sregolatezza e con una partecipazione attiva delle donne alle pratiche religiose. Anche il Manicheismo, religione fondata dal profeta iraniano Mani, predicava la cosmologia dualistica tra bene e male, ammetteva le donne al culto con parità di diritti con gli uomini. I Manichei furono accusati di riunirsi clandestinamente di notte per disperdersi di giorno e di seguire pratiche sessuali orgiastiche. Nello stesso periodo la rivolta di Fang La, capo della setta, fu portata a compimento da donne e ragazzi, che invocavano in battaglia i demoni, si dipingevano il viso e si travestivano da mostri con una sciarpa rossa al collo come identificativo di appartenenza e urlando con un intento magico apotropaico. Essi appartenevano alla società segreta con idee manichee, taoiste e buddiste a cui le donne a pieno titolo partecipavano a riti religiosi.

La dinastia Tang (618 – 907 d.C), si distinse politicamente per un periodo instabile, per una serie di avvenimenti religiosi, tra questi ricordo brevemente che la cristianità nestoriana, in quel periodo, si inserì in Cina come nuova dottrina, che il confucianesimo tornò a rifiorire con la conseguente creazione di circoli educativi, e che il buddismo ebbe il suo apice culturale. In quel periodo si verificarono anche degli episodi di corruzione che portarono a gravi conflitti. L’impero cinese raggiunse la massima estensione e la civiltà ebbe uno dei periodi più felici in tutte le forme d’arte: per esempio nella produzione della porcellana si realizzarono i famosi cavalli, i giocatori di polo ed i cammelli.

A seguito di vari avvenimenti politici e religiosi nel 653 d. C vi fu molta instabilità nel paese. Una insurrezione fu capeggiata da una donna Ch’en Shih Chen che si autoproclamò imperatrice con il nome di Wen-Chia. In questo periodo le società segrete clandestine rafforzarono il loro potere. Tra le più importanti di queste società segrete vanno ricordate quelle del Loto Bianco e quella della Nuvola Bianca.

Le società segrete furono per la loro organizzazione, già dalle loro origini, delle comunità autosufficienti con il comune intendimento, basato sul soccorso e la protezione e l’assistenza economica. Una setta femminile delle più influenti ed importanti è stata quella del Loto Bianco per la presenza molto numerosa delle donne. Essa aveva svolto un compito essenzialmente spirituale a sfondo religioso, ma con determinazione si era impegnata nelle dure lotte politiche affiancandosi agli uomini. Il Loto Bianco aveva istituito un rituale preciso e per l’iniziazione, per esempio, se una donna chiedeva di essere ammessa era accolta da un addetto femminile, mentre se era uomo da un uomo. La società segreta del Loto Bianco portò avanti nel XIV secolo la rivoluzione contro il dominio dei Mongoli (una popolazione nomade, la più importante tribù delle steppe), conosciuti come i ribelli del Turbante Rosso, a causa delle loro facce dipinte di rosso. Il Loto Bianco contribuì alla nascita della dinastia Ming (1368 – 1644) e fu elevato al rango di imperatore un ex monaco buddista che assunse i pieni poteri imperiali con il nome di Hung Wu.

Il rito fu celebrato con una numerosa presenza femminile e, secondo una leggenda, proprio una donna lo incoronò. Anche questa società segreta, nel corso del tempo, ha dovuto mutare spesso il suo nome ed associarsi ad altri gruppi come per esempio la società segreta Triade. Secondo la tradizione sembra che la Triade abbia avuto origine durante la resistenza dei Ming all’occupazione dei Manciu e contribuì alla nascita della Dinastia Qing (1644 – 1911). (continua qui…)

Della stessa autrice

Stefano Bardini (antiquario), Frederick Stibbert (collezionista), due case-museo a Firenze – Il Tazebao

Napoleone e la simbologia imperiale e scientifica – Il Tazebao


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Interviste

La montagna, la crisi, le sfide, l’occasione (irripetibile) delle Olimpiadi 2026. Baselga pensa al domani

Ripensarsi dopo la grande crisi: una sfida per la montagna e le sue comunità. A confronto con l’Ing. Alessandro Santuari, sindaco di Baselga di Piné (TN).

La nuova amministrazione di Baselga di Piné (TN) a guida di Alessandro Santuari, insediatasi solo a fine 2020, si trova a governare in un momento storico unico. In tutti i sensi. La pandemia sta costringendo anche il tessuto economico-sociale della montagna a cambiare drasticamente.

Il dibattito sul destino della montagna

Come tutte le crisi anche questa è l’occasione per rivedere, ripensare il proprio modello economico e, nel caso della montagna, fortemente penalizzata dalle chiusure, per andare oltre a un modello basato sul turismo. Ne dà un’eccellente ricostruzione Philippe Descamps nell’ultimo numero di Le Monde Diplomatique nel suo “La montagna si emancipa dallo sci alpino” [1] che fotografa l’errore di aver puntato sulla monocultura turistica che molte economie montane stanno pagando. Queste riflessioni sono alla base del caso in esame, quello di Baselga di Piné, che sta progettando un modello alternativo. Ma andiamo per ordine.

La vittoria di Santuari

Prima ancora di capire quali sono gli indirizzi strategici della Giunta è opportuno ripercorrere il successo elettorale. Nonostante il trend nazionale, la Coalizione di Centrodestra, a livello locale, non ha saputo convincere gli elettori. Ovunque, eccetto che, appunto, a Baselga di Piné dove Santuari, professionista molto apprezzato, ha saputo costruire una coalizione unita prima e una Giunta poi solida, affiatata, pescando nelle energie migliori del territorio. Adesso Santuari e la sua squadra sono chiamati a ripensare il territorio sfruttando anche l’opportunità delle Olimpiadi del 2026 che si terranno anche proprio a Baselga. Il sindaco Santuari ci ha concesso un’intervista.

Cosa ritiene che abbia influito maggiormente nel vostro largo successo elettorale? Sicuramente vi siete presi una grande responsabilità in questo particolare momento storico…

“Trovare un elemento in particolare non è facile. Sicuramente aver saputo ascoltare le esigenze della nostra gente, con mesi fatti di numerosi incontri giornalieri. Aver saputo costruire un progetto condiviso e partecipato con il prezioso sostegno di oltre 50 componenti della nostra “Squadra” pieni entusiasmo e di voglia di dare un contributo per la nostra comunità”.

State pensando a un disegno strategico differente per la montagna? Quale?

“Nei problemi spesso si nascondono semi di benefici molto superiori. La pandemia ci ha dimostrato che la montagna può dare qualità di vita per il residente e soddisfare la “voglia di aria buona” del turista, connubio perfetto per uno sviluppo sostenibile. Se a questo aggiungiamo la capacità di rappresentare il terreno perfetto per numerosi sport, la possibilità di allenarsi in quota, l’offerta si completa in modo eccezionale. Certo le vicine realtà ci hanno dimostrato come le “monocolture” turistiche offrono molte meno certezze rispetto ad un’offerta diversificata”.

C’è un aspetto che mi ha incuriosito molto. Possiamo dire che la sua Giunta ha applicato concretamente l’inclusione e il diversity management, sempre più prezioso in tutte le organizzazioni di lavoro. Ritiene che anche questa linea sia indispensabile per il rilancio del territorio? Anche per il turismo…

“La diversità è ricchezza: non fonte di contrapposizioni sterili ma strumento per generare soluzioni sempre più complete e performanti [2]. Anche per la formazione della nostra Giunta sono state selezionate professionalità ed esperienze molto specifiche e diversificate, compresa la presenza di due componenti con disabilità. La combinazione di competenze di un ingegnere, un dottore farmacista, un avvocato, un geometra e due soggetti con esperienze di lunga data nel sociale e nello sport/associazionismo, arricchiti da esperienze molteplici degli stessi in ambiti complementari (cultura, sport, scuola, turismo…) stanno permettendo alla Giunta di affrontare le complesse sfide di oggi con approccio olistico.

Anche nell’ambito del turismo la convinzione è che non vada fornito un singolo prodotto ma che l’offerta debba essere un “preparato” costituito da una serie composita e bilanciata di ingredienti. Abbiamo la fortuna di amministrare un territorio naturalmente meraviglioso e storicamente toccato da una serie di eventi favorevoli eccezionali. L’abilità è saper combinare gli ingredienti per ottenere una ricetta unica: natura, laghi, conformazione del territorio, clima (esposizione solare, quota), cultura (mete di pellegrinaggio, chiese medioevali, associazioni culturali), prodotti tipici, materie prime (legno, porfido), sport (tradizione nel pattinaggio ma anche decine di altre associazioni sportive), persone ed esperienze…”

Veniamo alle Olimpiadi. Come è maturata questa opportunità?

“Si parla di Baselga di Pinè in ambito olimpico non per caso. Non scelta a tavolino, ottimizzazione di marketing ma “naturale” frutto di oltre 70 anni di tradizione nel pattinaggio di velocità. Una Storia nata dal basso, da sport e passione. Il lago di Serraia, storica meta di relax e simbolo dell’aria buona di montagna è stata la prima arena naturale prima della seconda guerra mondiale. Il Circolo Pattinatori Pinè nel 1948 si iscrive alla FISG. Da lì l’idea di creare uno “stadio del ghiaccio” che negli anni ha trovato la sede a Miola dove oggi sorge la pista da 400m e il palazzetto coperto, in posizione vocata per quota (1040 m), esposizione e temperature rigide invernali. Negli anni ’80 l’Amministrazione Comunale decideva di puntare su questo sport realizzando uno stadio artificiale, partendo proprio dall’anello di 400m. Da lì si sono succeduti Trofei internazionali, Mondiali (1995), Maratone di 24h, Universiadi (2013), Mondiali Junior (2019). Numerosi i campioni mondiali ed olimpici, nati e cresciuti sul territorio che continuano a farsi valere sulle piste di tutto il mondo. È oggi sede federale e ospita gli allenamenti di nazionali anche estere e atleti di tutto il mondo.

Sulla scorta della storia l’evento è stato sognato, desiderato e voluto da appassionati amministratori ed addetti ai lavori che ne hanno promosso la candidatura. La soluzione Pinè ha sicuramente rappresentato una carta vincente per l’esito della candidatura italiana. Elemento vincente la garanzia di un coerente utilizzo futuro, contrapposta ai tristi esiti di strutture analoghe (es. oval Torino 2006): non cattedrale nel deserto ma evoluzione di una struttura nata e cresciuta per uno sport specifico e domani adatta ad una polifunzionalità in grado di dare nuovo slancio ad un già meraviglioso territorio”.

Opportunità sì, ma anche sfida: il 2026 è lontano, non lontanissimo. Quali adeguamenti e scelte state portando avanti?

“Il 2026 è dietro l’angolo, ogni minuto è prezioso per permettere di arrivare in tempo per il test event preolimpico (2025).

La sfida si riassume nel trovare l’ottimizzazione dei seguenti requisiti:

  1. Rispetto dei budget previsti per la realizzazione delle opere;
  2. Inserimento armonico nel contesto;
  3. Risparmio energetico;
  4. Polifunzionalità e ottimizzazione degli usi futuri;
  5. Realizzazione di centro focale per il rilancio dell’intero territorio.

Elemento essenziale nella progettazione è la realizzazione di un’opera che, oltre alla sostenibilità ambientale, comporti anche costi di gestione sostenibili e che, in un’analisi costi benefici estesa al territorio, rappresenti un investimento profittevole per la Comunità.

A brevissimo si avvierà la progettazione e riqualificazione della parte esistente da mantenere (palazzetto coperto e relativi impianti). A seguire ed in sovrapposizione le progettazioni dell’anello da 400m e delle infrastrutture sul territorio.

Passione, storia e credo hanno portato tanti risultati sportivi e la candidatura di Baselga di Pinè all’evento sportivo più ambito: saranno le stesse qualità a permetterci di svolgere in modo efficiente l’evento del 2026 e a permetterci di realizzare un complesso di opere che porteranno sviluppo al nostro meraviglioso territorio e benessere condiviso per la nostra gente e per le future generazioni”.

Bibliografia
  1. Descamps P., Le Monde Diplomatique, “Quand la montagne s’émancipe du ski alpin”, aprile 2021.
  2. Amodio L., Il Tazebao, “Alessandra Romano: L’innovazione nasce in ambienti ad alto tasso di diversità. La scuola? Sia la prima a praticare l’inclusività”, 27/01/2021.
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Sabbia del Tempo

Cesare e Ottaviano, le due vie verso la stessa destinazione: l’Impero (parte 2)

Prosegue l’approfondimento dedicato alla figura di Cesare e Ottaviano a cura di Alessandro Cosi.

(Prosegue da qui) Quando Cesare era in Gallia scrisse ed inviò regolarmente a Roma i suoi Commentarii de bello Gallico, non solo opera letteraria e geo-etnografica unica nel suo genere, ma soprattutto strumento propagandistico efficace nell’evidenziare a tutti, popolo e aristocrazia, la sua grandezza di generale vittorioso e di conquistatore inarrestabile. Va sottolineato come i Commentarii fossero una sorta di relazione ufficiale dei governatori al Senato, con Cesare divengono opera letteraria a pieno titolo per lo stile asciutto e diretto, e per la loro eleganza. In essi Cesare dirige con grande maestria il concerto delle sue gesta, in terza persona, modello unico nell’antichità, conferendo un senso di oggettività all’impresa che altrimenti, in prima persona, sarebbe apparsa risibile. Ad es. se avesse detto: ho conquistato tale città, ho compiuto un salvataggio coraggioso ecc, di certo sarebbe apparso vanaglorioso e tronfio.

La gloria ottenuta dall’impresa gallica lo aveva trasformato nel più grande generale di Roma, esaltato dal tutto il popolo romano e italico. Occorre precisare come nel 59 a.C., primo consolato cesariano, fosse Pompeo il vero, grande generale, dato che Cesare non aveva affrontato che poche significative campagne militari. La sua vittoria nelle Gallie ribaltò la situazione, o meglio, lo mise almeno sullo stesso piano di fama e di gloria di Pompeo. Nel momento in cui il Senato, e Pompeo stesso, si misero di traverso, si arrivò allo scontro, alla guerra civile.

Quando poi varcò il Rubicone, 10 gennaio del 49 a.C., con un gesto eclatante e incostituzionale rimasto negli annali della Storia, e costrinse Pompeo alla fuga verso Durazzo, per lui si spalancarono le porte del potere: consolati e dittature si susseguirono in un crescendo di cariche politiche, in un tripudio di dominio concessogli da un Senato impaurito e succube. Fu in quel momento che seppe manifestare la sua grande capacità riformista con due leggi fondamentali, la Lex agraria, che definì finalmente la questione della terra pubblica, e la Lex de repetundis, che regolava, limitandoli, i soprusi dei governatori provinciali. Quando ricevette il titolo di dictator perpetuus, ai primi del 44 a.C., ogni speranza di arricchimento della classe senatoriale sembrò svanire per sempre e così si corse precipitosamente verso il suo assassinio.

Neppure per Ottaviano fu semplice il mantenimento della sua posizione dominante: dovette ricorrere anch’egli al triumvirato (il secondo), fare accordi con gli avversari, Sesto Pompeo, ad esempio, o Marco Antonio, per poi batterli sul campo, in Sicilia e ad Azio, con Agrippa a guidare le sue truppe. Dopo Azio si liberò di ogni potenziale pericolo (Cesarione e il figlio di Antonio, Antillo), spinse al suicidio Cleopatra e lo stesso Antonio, tornò a Roma da dominatore.

Lo sforzo di Ottaviano si concentrò non tanto sulle riforme quanto sulla costruzione, lenta e progressiva, della sua immagine di princeps, accentrando nella sua persona tutte le cariche più importanti dell’ormai morente Repubblica romana e indicando a tutti come il suo potere fosse indispensabile per ottenere finalmente la pace.

La grande letteratura come strumento di propaganda

Anch’egli, come il prozio, volle celebrare la sua persona e la sua gens, ma lo fece attraverso l’opera letteraria di Virgilio, l’Eneide, che costruì il mito laziale di Enea e di Iulo, i fondatori della famiglia augustea. Un mito celebrativo fissato nei secoli come lo sono i Commentarii. In questa operazione Ottaviano ebbe bisogno di un collaboratore professionista, mentre Cesare si riteneva, a buon diritto, anche pregevole autore di una complessa architettura autocelebrativa.

Ottaviano, all’indomani della presa del potere, ebbe il consolato (autoproclamato) per 8 anni consecutivi, dal 31 al 23 a.C., nel 28 divenne princeps enatus, nel 27, il 16 gennaio, ricevette il titolo di Augustus (da aviumgestus o gustus), e nel 27 prese il comando diretto di tutte le provincie più importanti. Nel 23, finito il consolato, ebbe l’imperium maius, e la tribunicia potestas, divenendo nella sostanza un imperatore a tutti gli effetti. Risiedeva a Roma senza mai deporre l’imperium. La storia romana è ricca di episodi legati all’imperium, e occorrerebbe approfondire le vicende di Cesare per comprenderne il peso e il significato. Nel 12 (sempre a.C.) muore Lepido e lui diventa pontifex maximus, carica a vita come oggi, che lo fa padrone della religione romana.

Per ottenere tutte queste cariche aveva blandito la classe equestre, sia romana sia italica, ponendola nei gangli vitali del potere elettorale.

Nel 5 d.C. compì l’atto decisivo della sua politica, inaugurando 10 nuove centurie (Lex de X centuriisCaesarum), infarcendole di cavalieri e senatori di provata fedeltà, preposti all’elezione dei magistrati più importanti: i Comitia (cioè le Assemblee popolari legiferanti) persero la loro autonomia! L’approvazione delle leggi era nelle sue mani.

Nel 2 d.C. l’ultimo passaggio: fu acclamato pater patriae. Era già Divi filius, figlio del dio Cesare, la sua consacrazione era completa!

Quale abilità, quale tempistica sottile lo aveva guidato al potere assoluto, lentamente, quasi sottotraccia. Un’intelligenza politica che travalicava la sicumera cesariana e la sua irresistibile imposizione del potere. Notiamo che non si fece mai attribuire l’odiato titolo di dictator, mentre Cesare fu dictator a più fiate.

Quante volte Cesare aveva concluso le sedute senatoriali con espressioni che significavano: “Questo è quanto! Nessuna discussione!”. Come a dire: ciò che decido io è legge! Ottaviano legiferava attraverso senatori e cavalieri completamente nelle sue mani.

Gli atti illegittimi nella corsa al potere

Dopo la rivisitazione generale dell’opera dei due statisti, mi piacerebbe parlare di alcuni episodi significativi del loro viatico politico: il passaggio del Rubicone con Pompeo istallato a Roma come consul sine collega (un dittatore, di fatto) ci fanno capire come Cesare fosse inarrestabile, scenografico, teatrale, sostenuto da un’inarrivabile autostima e sicurezza. Prese il potere violando in armi i confini italici, certo che il popolo fosse tutto con lui; e lo fece alla testa di una sola legione, la XIII.

Ottaviano, a 19 anni rientra in Italia da Apollonia, sbarca a Lupiae (Lecce), corre a Brindisi e, nottetempo, aiutato da una coorte ben foraggiata, si impossessa degl’immensi fondi ammassati da Cesare per la campagna contro i Parti presso l’amico banchiere Balbo. Poi li carica su carri ricoperti di fieno e li trasferisce in una sua proprietà avita nel cuore dell’Umbria. Il tutto occultamente, senza clamori, e si assicura il denaro per future battaglie. Era denaro dell’Erario, ma passò di mano senza che nessuno in realtà ne fosse a conoscenza. Poi mette insieme due legioni, pagandole di persona, che gli assicureranno potenza e sicurezza, e con esse compirà i primi atti che lo metteranno in concorrenza con Antonio.

Antonio stesso, di contro, non riuscirà, nei giorni successivi al cesaricidio, a mettere le mani sul testamento di Cesare, cosa che gli avrebbe dato un’innegabile vantaggio su Ottaviano. Il testamento era nelle mani di Lucio Calpurnio Pisone, suocero di Cesare, padre della vedova Calpurnia, e ne era l’esecutore. La lettura pubblica sui Rostri, di cui tutti sappiamo, consegnò nelle mani del figlio adottivo Ottaviano l’eredità cesariana e fece balzare il giovane agli onori di una fama fino ad allora sconosciuta. Prima di questo atto Ottaviano era infatti pressoché una figura anonima, dopo questo divenne il potenziale continuatore dell’operato politico del Divus Caesar.

Non certo cosa di poco conto! Ricevette in eredità non solo fondi inesauribili ma anche la fama e il favore di Cesare presso la plebe e i ranghi dell’esercito.

Citerò solo un episodio paradigmatico: alla fine della campagna contro Sesto Pompeo in Sicilia, Lepido fu il primo a prendere Messana e pretese di essere considerato il vincitore di tutta la campagna di guerra. Nel frattempo, avendo incorporato tutte le milizie di Pompeo che si erano arrese, e contando anche le 4 legioni che circondavano Agrigento, le sue forze erano salite ad un numero impressionante, 22 legioni. Quando s’incontrò con Ottaviano, gli disse semplicemente che la Sicilia era sua e che l’avrebbe tenuta insieme alla provincia d’Africa. In pratica lo voleva cacciare dall’isola.

A questo punto emerse l’incredibile sagacia politica del giovane Cesare, il quale si presentò nell’immenso accampamento delle legioni di Lepido, in toga e con fare cordiale, complimentandosi con tutti i soldati e riempiendoli di lodi e di promesse. Il suo aspetto, così simile al grande Cesare, e la sua affabilità fecero sì che tutti gli uomini, entusiasti, gli giurarono fedeltà, e si dichiararono completamente al suo fianco. Con un gesto abilissimo, e senza spargimento di sangue, Ottaviano aveva spogliato Lepido di ogni potere, poiché apparve ai soldati come l’unico erede del grande Cesare.

All’ingenuo Lepido, che aveva sognato di sbarazzarsi facilmente di un uomo come Ottaviano, non rimase che la carica di pontifex maximus, ma gli fu di poco valore, infatti fu privato di qualsiasi altra carica politica e fu espulso a vita da Roma. Egli dovette ritirarsi al Circeo per 24 anni, cosa per lui insopportabile! Il Senato approvò immediatamente le decisioni di Ottaviano e Lepido sparì nell’anonimato (continua…).

Bibliografia dell’autore

“Nel cuore della battaglia” (Florence Press, 2008);

“La guerra civile tra Cesare e Ottaviano” (E-Dida 2017);

“Farthan il romano” (Samizdat, 2017);

“L’oro di Tolosa” (E-Dida, 2019).


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