30 aprile 1993 – La fine della Repubblica e… l’inizio dei rimpianti

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La vigilia del temporale

Era la sera di San Silvestro del ’91. Dal Quirinale, come da tradizione, il padron di casa, al tempo Francesco Cossiga, si apprestava ad entrare via etere nelle case degli italiani. Ma Kossiga, come dispregiativamente lo declinavano gli avversari, in appena tre minuti dichiarò la propria volontà di non tenere un discorso di fine anno: fedele a quello che definì il valore “sommo della prudenza”, evitò di “parlare non dicendo, tacendo anzi quello che tacere non si dovrebbe”. L’eco delle tenebrose parole de il picconatore si affievolì col calare della notte, sopraffatta dal boato di festa che si elevava dalla Capitale a, da lì a poco, una tempesta si sarebbe abbattuta sul Belpaese.

Il 17 Febbraio del nuovo anno, nella tramontante Milano da bere, quartier generale del PSI, una vettura dal lampeggiante azzurro si ferma al Pio Albergo Trivulzio e preleva il socialista con l’ambizione di sedere a Palazzo Marino, l’Ingegner Mario Chiesa, colto in flagrante, mentre intascava una mazzetta. “Un mariuolo isolato” lo definì Craxi ma, a posteriori, non fu che, per citare Montanelli, “il sassolino che formò la valanga di tangentopoli”, l’inizio della fine della Prima Repubblica, sotterrata dagli avvisi di garanzia del pool milanese guidato di Di Pietro. Il 1992 va dunque dipanandosi tra 70 procure impegnate a indagare sugli intrecci malavitosi tra politica, pubblica amministrazione e sistema di imprese; tra stragi e attentati perché la mafia tornerà ad alzare il tiro nei tragici giorni di Capaci e via d’Amelio; e, dulcis in fundo, tra gli attacchi speculativi di Soros che infrangeranno la permanenza dello Stivale nello SME.

L’arringa del Cinghialone fa tremare Montecitorio

Il nuovo inquilino del Palazzo del Quirinale, Oscar Luigi Scalfaro, rifiuta di concedere incarichi ai vicini degli inquisiti e rimpiazza il Segretario chiamando a Palazzo Chigi, Giuliano Amato. Ma il Cinghialone, così come lo definì Vittorio Feltri, ormai divenuto emblema di Mani Pulite, non accetta il ruolo di capro espiatorio e con la sua tuonante arringa del 3 Luglio fa tremare Montecitorio,

“ciò che bisogna dire e che tutti sanno del resto, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare od illegale… Non credo ci sia nessuno in quest’aula che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro”. Nessuno fiata, un silenzio assordante.

Fu lo stesso ex direttore de “L’Indipendente”, anni dopo, a raccontare i retroscena della vicenda tra le pagine del suo libro “Il Borghese”:

“un bel dì mi telefonò chiedendomi un incontro. Raggiunsi la Capitale un po’ impietosito da quell’uomo che io avevo contribuito a mettere alla gogna e un po’ incuriosito dal vis a vis con la bestia. Bettino aveva cominciato il suo discorso, lo stesso che poi fece alla Camera. Erano le prove generali dove vomitò la verità, liberandosi: disse che il sistema era completamente marcio. “Non è che si rubasse per il partito, si rubava anche al partito”, spiegò davanti a me, che ero rappresentante numeri uno dei manipulisti. Da allora cambiai registro. Io sbagliai. E lo ammetto”.

“Il giorno più grande della storia repubblicana, dopo l’uccisione di Moro”

I giorni passano, tra custodie cautelari, arresti, patteggiamenti e suicidi, e il 15 Dicembre dell’anno del giudizio, il numero uno dei socialisti riceve il primo degli avvisi di garanzia dal Palazzo di Giustizia: la repulsione anti-craxiana divampa nello Stivale come contagio di massa e non passa giorno senza che l’ex premier incontri per strada giovinastri che gli vociano contro mostrando i polsi incrociati. L’Italia è invasa da un’ondata di schadenfreude (gioia provata per le sfortune altrui) ma siamo nel paese delle mille rivolte e nessuna rivoluzione.

L’11 Febbraio del ’93 Craxi si dimette obtorto collo dalla segreteria del partito, ma non ci sta alla gogna e addita i giudici milanesi di muoversi dietro un “preciso disegno politico”. Nel frattempo il tintinnio delle manette scuote tutti (o quasi) i domiciliati ai palazzi berniniani tant’è che le famigerate raccomandate verdi della procura arriveranno anche sulla scrivania degli altri due componenti del cosiddetto CAF, Andreotti e Forlani. La stagione di caccia si concluderà con l’estromissione del 70% dei professionisti della politica dall’arena parlamentare.

Il cataclisma politico spinge il Capo di Stato a promuovere la formazione di un nuovo gabinetto – il primo assegnato ad un tecnico – sotto l’egida dell’ex governatore della Banca D’Italia, Carlo Azeglio Ciampi. La nuova compagine si presenta alla Camera il 29 aprile per ricevere la fiducia ma, lo stesso giorno, i deputati sono chiamati a votare sulla richiesta di autorizzazione a procedere verso Craxi nell’ambito di sei diverse inchieste. Il Grande Inquisito prende parola, ribadisce il finanziamento illecito come pratica istituzionalizzata e diffusa tra le forze partitiche, ma rinnega ogni accusa di arricchimento personale e di corruzione. Quattro votazioni su sei respingono le istanze dei tribunali. Indignato, il PdS ritira i suoi ministri, costringendo il neopremier ad un rimpasto ancor prima di ottenere la fiducia. La Repubblica titolerà “Vergogna, assolto Craxi” e, sotto, un editoriale firmato Eugenio Scalfari “dopo l’uccisione di Aldo Moro, è il giorno più grave della storia Repubblicana”.

“Bettino vuoi anche queste?”

Con una mezza vittoria, l’ormai volto del malaffare torna al suo domicilio capitolino, l’Hotel Raphael dove si dice vivesse in uno splendido attico (invero, il solito Feltri dirà che si trattava di una “topaia”). Lo sopraggiungono per congratularsi del risultato ottenuto, tra gli altri, Il Cavaliere, Silvio Berlusconi, suo intimo amico. Intorno alle 20, Ghino di Tacco, come lo battezzò polemicamente il direttore di La Repubblica, si appropinquava ad uscire per registrare un’intervista su Rai 3, ma gli viene sconsigliato di uscire dall’entrata principale. Si era infatti adunata, all’ingresso della struttura, una folla inferocita che, smanettando banconote da mille lire, canta “Bettino, vuoi pure queste?” L’eroe di Sigonella ignorerà gli avvisi e uscirà dalla principale a testa alta, divenendo bersaglio mobile di una pioggia di monetine, e quant’altro capitava sottomano ai facinorosi. “Ho provato per la prima volta sulla mia pelle lo squadrismo”, dirà poi.

L’abile penna di Filippo Facci, giornalista all’epoca molto vicino a Craxi, racconta così l’episodio:

“Largo Febo, cioè la piazzola davanti al Raphael, in realtà è un buco: non è che ci stia tutta questa folla. Eppure, oggi, a sentire le testimonianze, erano tutti lì.C’erano quelli del MSI, della Lega, i reduci di un comizio di Occhetto, passarono da lì anche molti studenti del Liceo Mamiani: nell’insieme fu più che sufficiente per far scrivere a tutti che quella era l’Italia. Il che, tutto sommato, era drammaticamente vero”.

L’iconografia della notte

L’episodio, che l’indomani non suscitò poi così tanta attenzione nei quotidiani, a posteriori, si rivelò l’emblema del terremoto politico che scosse il Paese e che portò al frantumarsi del mosaico partitico e della sua ultima degenerazione partitocratica. Ma l’iconografia non può concludersi qui, senza considerare il trauma socio-culturale che investì il Paese e, che ancora oggi, dipana i suoi effetti perversi.

Il malaffare milanese e l’annesso ciclone giudiziario che si abbatterono sull’Italia delegittimarono non solo una classe politica, bensì la politica in quanto tale: la politica intesa come macchina ormai incapace e indisposta ad intercettare le istanze del popolo, perché troppo assuefatta a sguazzare nella difesa dei suoi interessi particolaristici. Complici anche i mass media, si aprirà da allora la narrazione di un’Italia bicefala, spaccata in due: da una parte, la società civile, magari scomposta e arrabbiata ma limpida, portatrice di valori, vittima ingiusta di soprusi e inganni; e dall’altra, la classe politica, brutta e cattiva, panacea di tutti i mali, perennemente da contestare e combattere, di cui godere per le proprie sventure. Inizia allora, anche, l’era antropologica del (non) politico messia, apparentemente onesto ed evidentemente impreparato, interprete ed esecutore della volontà del popolo e dei suoi bisogni. E tanto altro ancora. Insomma, inizia tutto ciò che ci ha fatto rimpiangere la Prima Repubblica.

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