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Sabbia del Tempo

30 aprile 1993 – La fine della Repubblica e… l’inizio dei rimpianti

La vigilia del temporale

Era la sera di San Silvestro del ’91. Dal Quirinale, come da tradizione, il padron di casa, al tempo Francesco Cossiga, si apprestava ad entrare via etere nelle case degli italiani. Ma Kossiga, come dispregiativamente lo declinavano gli avversari, in appena tre minuti dichiarò la propria volontà di non tenere un discorso di fine anno: fedele a quello che definì il valore “sommo della prudenza”, evitò di “parlare non dicendo, tacendo anzi quello che tacere non si dovrebbe”. L’eco delle tenebrose parole de il picconatore si affievolì col calare della notte, sopraffatta dal boato di festa che si elevava dalla Capitale a, da lì a poco, una tempesta si sarebbe abbattuta sul Belpaese.

Il 17 Febbraio del nuovo anno, nella tramontante Milano da bere, quartier generale del PSI, una vettura dal lampeggiante azzurro si ferma al Pio Albergo Trivulzio e preleva il socialista con l’ambizione di sedere a Palazzo Marino, l’Ingegner Mario Chiesa, colto in flagrante, mentre intascava una mazzetta. “Un mariuolo isolato” lo definì Craxi ma, a posteriori, non fu che, per citare Montanelli, “il sassolino che formò la valanga di tangentopoli”, l’inizio della fine della Prima Repubblica, sotterrata dagli avvisi di garanzia del pool milanese guidato di Di Pietro. Il 1992 va dunque dipanandosi tra 70 procure impegnate a indagare sugli intrecci malavitosi tra politica, pubblica amministrazione e sistema di imprese; tra stragi e attentati perché la mafia tornerà ad alzare il tiro nei tragici giorni di Capaci e via d’Amelio; e, dulcis in fundo, tra gli attacchi speculativi di Soros che infrangeranno la permanenza dello Stivale nello SME.

L’arringa del Cinghialone fa tremare Montecitorio

Il nuovo inquilino del Palazzo del Quirinale, Oscar Luigi Scalfaro, rifiuta di concedere incarichi ai vicini degli inquisiti e rimpiazza il Segretario chiamando a Palazzo Chigi, Giuliano Amato. Ma il Cinghialone, così come lo definì Vittorio Feltri, ormai divenuto emblema di Mani Pulite, non accetta il ruolo di capro espiatorio e con la sua tuonante arringa del 3 Luglio fa tremare Montecitorio,

“ciò che bisogna dire e che tutti sanno del resto, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare od illegale… Non credo ci sia nessuno in quest’aula che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro”. Nessuno fiata, un silenzio assordante.

Fu lo stesso ex direttore de “L’Indipendente”, anni dopo, a raccontare i retroscena della vicenda tra le pagine del suo libro “Il Borghese”:

“un bel dì mi telefonò chiedendomi un incontro. Raggiunsi la Capitale un po’ impietosito da quell’uomo che io avevo contribuito a mettere alla gogna e un po’ incuriosito dal vis a vis con la bestia. Bettino aveva cominciato il suo discorso, lo stesso che poi fece alla Camera. Erano le prove generali dove vomitò la verità, liberandosi: disse che il sistema era completamente marcio. “Non è che si rubasse per il partito, si rubava anche al partito”, spiegò davanti a me, che ero rappresentante numeri uno dei manipulisti. Da allora cambiai registro. Io sbagliai. E lo ammetto”.

“Il giorno più grande della storia repubblicana, dopo l’uccisione di Moro”

I giorni passano, tra custodie cautelari, arresti, patteggiamenti e suicidi, e il 15 Dicembre dell’anno del giudizio, il numero uno dei socialisti riceve il primo degli avvisi di garanzia dal Palazzo di Giustizia: la repulsione anti-craxiana divampa nello Stivale come contagio di massa e non passa giorno senza che l’ex premier incontri per strada giovinastri che gli vociano contro mostrando i polsi incrociati. L’Italia è invasa da un’ondata di schadenfreude (gioia provata per le sfortune altrui) ma siamo nel paese delle mille rivolte e nessuna rivoluzione.

L’11 Febbraio del ’93 Craxi si dimette obtorto collo dalla segreteria del partito, ma non ci sta alla gogna e addita i giudici milanesi di muoversi dietro un “preciso disegno politico”. Nel frattempo il tintinnio delle manette scuote tutti (o quasi) i domiciliati ai palazzi berniniani tant’è che le famigerate raccomandate verdi della procura arriveranno anche sulla scrivania degli altri due componenti del cosiddetto CAF, Andreotti e Forlani. La stagione di caccia si concluderà con l’estromissione del 70% dei professionisti della politica dall’arena parlamentare.

Il cataclisma politico spinge il Capo di Stato a promuovere la formazione di un nuovo gabinetto – il primo assegnato ad un tecnico – sotto l’egida dell’ex governatore della Banca D’Italia, Carlo Azeglio Ciampi. La nuova compagine si presenta alla Camera il 29 aprile per ricevere la fiducia ma, lo stesso giorno, i deputati sono chiamati a votare sulla richiesta di autorizzazione a procedere verso Craxi nell’ambito di sei diverse inchieste. Il Grande Inquisito prende parola, ribadisce il finanziamento illecito come pratica istituzionalizzata e diffusa tra le forze partitiche, ma rinnega ogni accusa di arricchimento personale e di corruzione. Quattro votazioni su sei respingono le istanze dei tribunali. Indignato, il PdS ritira i suoi ministri, costringendo il neopremier ad un rimpasto ancor prima di ottenere la fiducia. La Repubblica titolerà “Vergogna, assolto Craxi” e, sotto, un editoriale firmato Eugenio Scalfari “dopo l’uccisione di Aldo Moro, è il giorno più grave della storia Repubblicana”.

“Bettino vuoi anche queste?”

Con una mezza vittoria, l’ormai volto del malaffare torna al suo domicilio capitolino, l’Hotel Raphael dove si dice vivesse in uno splendido attico (invero, il solito Feltri dirà che si trattava di una “topaia”). Lo sopraggiungono per congratularsi del risultato ottenuto, tra gli altri, Il Cavaliere, Silvio Berlusconi, suo intimo amico. Intorno alle 20, Ghino di Tacco, come lo battezzò polemicamente il direttore di La Repubblica, si appropinquava ad uscire per registrare un’intervista su Rai 3, ma gli viene sconsigliato di uscire dall’entrata principale. Si era infatti adunata, all’ingresso della struttura, una folla inferocita che, smanettando banconote da mille lire, canta “Bettino, vuoi pure queste?” L’eroe di Sigonella ignorerà gli avvisi e uscirà dalla principale a testa alta, divenendo bersaglio mobile di una pioggia di monetine, e quant’altro capitava sottomano ai facinorosi. “Ho provato per la prima volta sulla mia pelle lo squadrismo”, dirà poi.

L’abile penna di Filippo Facci, giornalista all’epoca molto vicino a Craxi, racconta così l’episodio:

“Largo Febo, cioè la piazzola davanti al Raphael, in realtà è un buco: non è che ci stia tutta questa folla. Eppure, oggi, a sentire le testimonianze, erano tutti lì.C’erano quelli del MSI, della Lega, i reduci di un comizio di Occhetto, passarono da lì anche molti studenti del Liceo Mamiani: nell’insieme fu più che sufficiente per far scrivere a tutti che quella era l’Italia. Il che, tutto sommato, era drammaticamente vero”.

L’iconografia della notte

L’episodio, che l’indomani non suscitò poi così tanta attenzione nei quotidiani, a posteriori, si rivelò l’emblema del terremoto politico che scosse il Paese e che portò al frantumarsi del mosaico partitico e della sua ultima degenerazione partitocratica. Ma l’iconografia non può concludersi qui, senza considerare il trauma socio-culturale che investì il Paese e, che ancora oggi, dipana i suoi effetti perversi.

Il malaffare milanese e l’annesso ciclone giudiziario che si abbatterono sull’Italia delegittimarono non solo una classe politica, bensì la politica in quanto tale: la politica intesa come macchina ormai incapace e indisposta ad intercettare le istanze del popolo, perché troppo assuefatta a sguazzare nella difesa dei suoi interessi particolaristici. Complici anche i mass media, si aprirà da allora la narrazione di un’Italia bicefala, spaccata in due: da una parte, la società civile, magari scomposta e arrabbiata ma limpida, portatrice di valori, vittima ingiusta di soprusi e inganni; e dall’altra, la classe politica, brutta e cattiva, panacea di tutti i mali, perennemente da contestare e combattere, di cui godere per le proprie sventure. Inizia allora, anche, l’era antropologica del (non) politico messia, apparentemente onesto ed evidentemente impreparato, interprete ed esecutore della volontà del popolo e dei suoi bisogni. E tanto altro ancora. Insomma, inizia tutto ciò che ci ha fatto rimpiangere la Prima Repubblica.

30 aprile 1993 – Non avevate a tirare quelle monetine! – Il Tazebao

30 aprile 1993 – Perché tutto è iniziato lì – Il Tazebao


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Mundus furiosus

Quale futuro per le macerie?

“Se guardi la Siria non solamente oggi o negli ultimi due giorni, ma nell’ultimo secolo, puoi notare come sia sempre stata diversificata. È sempre stata un melting pot di religioni e di etnie. Senza questa diversità non ci sarebbe la Siria“.

Questa frase appartiene al presidente siriano Bashar Al-Assad e, analizzando meglio la situazione attuale in cui versa il paese macerato da dieci lunghi e pesanti anni di guerra e da scelte politiche miopi, forse anche volutamente tali, di attori internazionali, sarebbe meglio parlare delle tante piccole e diverse Sirie in grembo alla grande Siria.

Per fornire un quadro più chiaro possibile del totale khaos che regna nel paese, partiamo, scusate l’eufemismo, dallo scenario bellico: lo schieramento delle forze in campo catalogandole come filogovernative e filo-ribelli e le rispettive zone da esse controllate.

Le forze armate regolari siriane

Le forze armate siriane sono costituite dall’Esercito arabo siriano (SAA, Syrian Arab Army), dalla marina, dall’aviazione, dai servizi di intelligence e dalle Forze di difesa nazionale (NDF, National Defense Forces) [1]. Bashar al-Assad è comandante in capo delle forze armate siriane.

Il Quinto Corpo [2] era inizialmente un’associazione di milizie, che è stata poi incorporata nella struttura militare ufficiale nel 2016. Si tratta di un ramo speciale dell’esercito che le forze russe hanno attivamente contribuito a stabilire e che recluta da altre parti della popolazione rispetto ai rami regolari del SAA. Si tratta di individui che hanno già completato il loro servizio militare, funzionari pubblici, ex membri della milizia e, in particolare, ex ribelli. Diverse milizie filogovernative, sia locali che straniere, stanno operando in Siria a fianco delle forze armate regolari. Tali milizie giocarono un ruolo chiave nella sopravvivenza del governo di Assad e furono coinvolte in molte offensive militari e nell’applicazione della sicurezza locale durante tutto il conflitto. Gli esperti hanno operato una distinzione tra milizie locali, come l’NDF, e milizie non siriane composte da combattenti stranieri, principalmente sostenuti dall’Iran.

Le Forze di difesa locali [3] (LDF, Local Defense Forces), istituite dall’Iran, comprendono milizie locali che hanno operato al di fuori delle strutture militari ufficiali ma sono state formalmente integrate nelle forze armate siriane nel 2017. Oltre alle milizie filogovernative siriane, i combattenti stranieri sciiti sono stati mobilitati dall’Iran e inviati a combattere a fianco del governo di Assad. I gruppi più importanti includevano gli Hezbollah libanesi, la Brigata afgana Fatemiyoun, la Brigata pakistana Zeinabiyoun, così come varie milizie sciite irachene che sono membri delle Forze di Mobilitazione Popolare Irachena e combattenti dello Yemen. Le milizie palestinesi come il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, il Comando Generale, l’Esercito di Liberazione Palestinese affiliato alla SAA e la Liwa al-Quds hanno anche sostenuto l’esercito del governo nel conflitto.

Le forze armate anti- Assad

Le Forze Democratiche Siriane [4] (SDF Syrian Democratic Forces) sono una forza multietnica guidata da curdi, arabi e altri gruppi etnici. È stato creato nel 2015 per sostenere la coalizione guidata dagli Stati Uniti nella guerra contro l’ISIS. È considerato un’apparecchiatura di sicurezza ad ampio spettro che conduce operazioni di contro insurrezione, pattuglie (locali), operazioni di controllo, operazioni di detenzione e di ‘pulizia’. Le forze curde sono state il principale partner di terra degli Stati Uniti nella lotta contro l’ISIS e sono state da loro fornite di addestramento e attrezzature militari. A partire da novembre 2019, la SDF continua a mantenere ruoli di sicurezza significativi nel nord-est della Siria, ma la situazione è soggetta a rapidi cambiamenti. L’SDF è dominato dalle unità di protezione del popolo curdo (YPG, Yekîneyên Parastina Gel), che hanno contribuito a stabilire l’SDF nel mese di ottobre 2015 e che forniscono le sue forze di combattimento di base e in gran parte garantire la sua leadership. I YPG sono stati istituiti nel 2012 come l’ala militare del Kurdish Democratic Union Party (PYD), una sezione siriana del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK).

A partire dal febbraio 2020, nella Siria nord-orientale, la SDF controllava la maggior parte dei governatorati di Raqqa e Hasaka, parte del governatorato di Deir Ez-Zor a nord-est dell’Eufrate, e parti del governatorato di Aleppo intorno a Manbij e Kobane, e l’area intorno a Tal Rifaat.

Gli Asayish [5] sono le forze di sicurezza interne curde e svolgono vari ruoli di sicurezza che vanno dalla polizia all’antiterrorismo. L’Asayish è composto da sei rami: polizia stradale, forze antiterrorismo, unità femminile, sicurezza dei checkpoint, sicurezza generale e criminalità organizzata. Le forze antiterrorismo si occupano di operazioni di sicurezza che coinvolgono rapimenti, terrorismo, attacchi suicidi, cattura di fuggitivi e intelligence. Forniscono anche supporto alle operazioni SDF/YPG. Asayish ha centri di comando in ogni cantone della regione controllata dai curdi, alcuni dei quali operano indipendentemente l’uno dall’altro. A metà del 2017, Asayish stima la sua forza tra i 10.000 e 12.000 membri.

Fonti locali hanno notato che l’SDF/YPG ha arbitrariamente arrestato e ucciso indiscriminatamente civili durante i raid anti-ISIL (Islamic State of Iraq and the Levant). Sono stati segnalati anche arresti arbitrari e sparizioni forzate di persone ritenute affiliate all’ISIS o a gruppi armati dell’opposizione. Inoltre, è stato riferito che migliaia di donne, uomini e bambini hanno continuato ad essere internati o detenuti illegalmente, alcuni di loro detenuti in condizioni deplorevoli in campi di fortuna non idonei a soddisfare i loro bisogni fondamentali.

Ci sono stati anche resoconti di emarginazione degli arabi e persecuzione dei cristiani in materia di governance e chiusure temporanee di scuole che hanno rifiutato di adottare il curriculum curdo. Nel governatorato di Deir Ez-Zor, i residenti arabi hanno denunciato la mancanza di servizi, la discriminazione, la coscrizione forzata e il mancato rilascio dei prigionieri [6].

Le elezioni di maggio e gli scontri ad Al-Tanf

Mercoledì 21 aprile, il presidente siriano Bashar al-Assad ha presentato la sua candidatura per la rielezione il mese prossimo, in un voto presidenziale derubricato dai governi occidentali e dagli oppositori politici come una farsa. Come si può leggere sul quotidiano online Notizie Geopolitiche [7]:

“I ministri degli Esteri di Italia, Gran Bretagna, Germania, Usa e Francia hanno chiesto alla popolazione di boicottare le elezioni”.

La data delle elezioni, le seconde che il paese affronta dall’inizio della decennale guerra, è stata fissata al 26 maggio 2021. I potenziali candidati interessati ad affrontare alle urne al-Assad hanno un periodo di dieci giorni, iniziato lunedì 19 aprile, per presentare le richieste di nomina.

Secondo la costituzione siriana [8] dovranno ottenere l’approvazione di almeno 35 membri del parlamento del paese composto da 250 seggi e dominato dal partito Baath di al- Assad. Sei aspiranti alla presidenza hanno presentato richieste, tra cui l’avvocato Faten Nahar, figlia del generale Ali Nahar. È la prima candidata presidenziale donna della Siria. Un altro candidato è l’ex deputato Abdullah Abdullah del Partito dell’Unione Socialista, visto come vicino ad al-Assad e al suo partito. La costituzione siriana del 2012 permette al presidente di scontare solo due mandati consecutivi, anche se tale regola è stata esentata durante il voto del 2014 che ha visto al-Assad assicurarsi l’88,7 % per vincere un terzo mandato contro altri due candidati.

“Come molte altre dittature, usano le elezioni per ricostituire il loro potere” ha detto ad Al Jazeera l’accademico e attivista siriano-svizzero Joseph Daher [9]. “In precedenza, si sarebbero visti i candidati in televisione con il ritratto di al-Assad dietro di loro. È uno scherzo. È così che accade tutto il tempo.”

Sempre Daher ha riferito che non c’è una valida opposizione politica nelle aree controllate dal governo siriano. Ha aggiunto che gli unici gruppi con un certo sostegno popolare hanno sede in aree che non sono detenute dal governo di al-Assad, come le forze democratiche siriane curdo-arabe nel nord-est e gli ex affiliati di al-Qaida Hay’et Tahrir al-Sham e i loro alleati a Idlib nel nord-ovest.

Il quotidiano online Notizie Geopolitiche [10], riporta, nella sezione “Qui Medioriente”, la notizia dei bombardamenti in atto da parte dei servizi segreti russi e siriani ai danni di una “base terroristica” mimetizzata a nordest della città di Palmira, sede di addestramento dei terroristi. Questi ribelli, sempre secondo quanto riportato dal sopracitato quotidiano, etichettati subito come affiliati a “gruppi Jihadisti”, stavano progettando un attacco a edifici governativi, in segno di protesta, in vista delle elezioni del 26 maggio. Il contrammiraglio Alexander Karpov, vicedirettore del Centro per la riconciliazione delle parti in conflitto, ha sostenuto che “gruppi jihadisti” si trovavano nella zona di al-Tanf, nel governatorato di Homs in mano ai ribelli siriani e “controllata dalle forze armate statunitensi” dal 2016. L’inospitale zona di 55 km ospita circa 7.000-10.000 civili siriani fuggiti dall’esercito di Assad e dall’ISIS durante la decennale guerra civile che ha ridotto il paese in un pugno di macerie [11]. Al-Tanf, dall’inizio del conflitto, ha ospitato cinque fazioni ribelli, tra cui i Leoni dell’Armata Orientale, le Forze del Martire Ahmad al-Abdo, l’Esercito delle Tribù Libere, l’Esercito del Commando Rivoluzionario (Maghawir al-Thawra (Mat)) e la Brigata dei Martiri di al-Qaryatayn.

La presenza americana, nonostante il ritiro delle truppe dal territorio siriano voluto da Donald Trump, ritiro al quale aveva allegato anche l’ormai famoso tweet “gli Stati Uniti hanno assicurato il  petrolio” [12], è forte anche nell’area di Ain Dewar, nella provincia di  Al-Hasakah, nell’estremità nord-orientale.

Come Gianni Bonini, ispiratore de Il Tazebao, scrive nel nuovo numero di Le Sfide, rivista della Fondazione Craxi: “avamposto americano che congela il limes di Assad e i Russi sull’Eufrate” [13]. Di fatto, l’airstrike della sera del 25 febbraio sulle milizie filoiraniane del valico tra Siria e Iraq, sull’Eufrate a nord di quello di Al-Tanf in mano americana

“ha inaugurato la stagione mediorientale della presidenza con un atto bellico che ha inteso segnalare la indiscussa superiorità tecnologica e di intelligence anche nel settore tradizionale della guerra sul campo” [14].

Seguendo sempre il ragionamento di Bonini, sembra che gli americani, consci dell’impossibilità di controllare la regione, siano convinti della necessità di alimentarne il caos. La caparbietà dell’amministrazione Biden di interrompere la continuità con l’amministrazione precedente, costante tipica della politica estera americana, “rischia di far cadere Washington in un’imboscata di sua iniziativa” [15], sono queste le parole di Raghida Derham, Founder and Executive Chairman del Beirut Institute.

Come ben ricorda Matteo Gerlini [16], storico e analista di relazioni internazionali, docente presso La Sapienza, su Le Sfide nel suo articolo “Oriente e Occidente fra Dittatura e Democrazia”, la presenza dell’ISIS nella regione, ha messo in discussione l’assetto post mandatario del Vicino Oriente e dei suoi confini e “posto una lapide” sulle mobilitazioni popolari che sbrigativamente sono chiamate primavere arabe. A tale revisionismo, l’amministrazione Trump aveva risposto con gli Accordi di Abramo.

Ritornando alle elezioni di maggio: milioni di persone sfollate a causa della lunga guerra in Siria non potranno votare. La notizia dell’apertura delle ambasciate siriane per la registrazione degli elettori è stata accolta con disappunto dai rifugiati in Libano, che hanno anche espresso la loro frustrazione nei confronti della comunità internazionale. I rifugiati siriani in Libano sono stati distribuiti nella valle della Bekaa e sui confini settentrionali del paese da quando sono arrivati in Libano, con la maggior parte di coloro che hanno partecipato alla rivoluzione contro Assad concentrati nella zona di Arsal. [17]

Lo scontro nella città di Qamishlo

Nella notte di martedì 20 aprile sono scoppiati pesanti scontri tra combattenti curdi appoggiati dagli Stati Uniti e gruppi armati fedeli a Bashar al-Assad, nella città di Qamishli, all’estremità nord-est della Siria, che hanno causato vittime e feriti da entrambe le parti. I combattenti locali della milizia sostenuta dal regime, nota come National Defense Forces (NDF), hanno ucciso un comandante delle forze di sicurezza curde Asayish, parte delle forze democratiche siriane (SDF) appoggiate dagli Stati Uniti, in un posto di blocco SDF nel centro della città di Qamishlo. Le forze curde hanno respinto l’attacco e gli scontri sono continuati nel quartiere di al-Tay durante la notte, lasciando diversi morti e feriti dal lato sostenuto dal regime.

Fonti provenienti dalle file degli Asayish [18] hanno riferito mercoledì, 21 aprile, che controllavano parti del quartiere Tay e avevano preso il controllo di due checkpoint NDF.

Qamishli è sotto il controllo ‘condiviso’ delle forze curde sostenute dagli Stati Uniti e delle truppe di regime e della milizia affiliata all’Iran. Le forze militari siriane controllano un’area di circa un terzo dello spazio della città, tra cui Tay, sotto il controllo dell’NDF, un altro quartiere vicino e l’aeroporto nella periferia meridionale della città. L’NDF e le forze curde si sono scontrate diverse volte dal 2016, ma il regime siriano ha cercato in gran parte di evitare tensioni con l’SDF e ha chiuso un occhio sul loro controllo delle città abitate da curdi dopo la rivolta del 2011, concentrandosi, invece, principalmente sulla lotta contro le fazioni ribelli che cercano di rovesciare il governo di al Assad. Il regime inoltre non ha bloccato gli stipendi per i dipendenti statali nelle aree SDF. [19]

Gli scontri più violenti tra l’SDF e i combattenti pro-Assad hanno avuto luogo nel 2016 a Qamishlo e nella vicina Hasakah, portando i curdi a catturare la maggior parte di entrambi, lasciando circa un terzo di Qamishlo e il 10% di Hasakah sotto il controllo del regime.

In questi scontri tra le due fazioni, le tribù locali giocano un ruolo chiave. Come specificato da Kurdistan24 [20], i leader tribali allineati con il governo siriano hanno nuovamente fatto pressione sugli arabi nel nord-est della Siria affinché disertassero dalle forze democratiche siriane (SDF) e si unissero al regime. L’articolo datato febbraio 2021 testimonia come le figure tribali fedeli al governo di Assad hanno rilasciato una dichiarazione in cui chiedono alle tribù arabe, in particolare nella provincia di Hasakah, di respingere le SDF.

Il giornalista Angelo Gambella [21], sul suo profilo Twitter, ci tiene aggiornati sulla complicata situazione siriana e pone l’accento sull’“interventismo” delle tribù arabe: nella controversia di Qamishlo, la NDF, lanciato il contrattacco con l’aiuto di forze tribali, è riuscita a riconquistare alcuni degli edifici perduti nel quartiere di Tayy e ha preso il controllo di nuove aree in Hilku (area scolastica) e quartieri di Al-Zohoor.

A gennaio 2021, una grande quantità di polizia militare russa ha attraversato le aree controllate dalla SDF, una piccola parte di loro sono stati schierati presso la base aerea di Taqba e la città di Ain Issa, nel governatorato di Raqqa. La destinazione della maggior parte di questi rinforzi è la città di Tell Tamr e la città di Qamishli, dove la situazione è deteriorata dopo che la SDF ha bloccato l’ingresso di merci e truppe alle posizioni della NDF all’interno della città. La Russia potrebbe avviare negoziati tra le due parti al fine di raggiungere un accordo. Nel frattempo, la situazione è peggiore nella città di Hasakah, dove le posizioni di governo sono molto ridotte e l’influenza russa è troppo debole finora.

Venerdì 23 aprile, dopo che le forze Asayish hanno riconquistato aree perdute nel quartiere di Hilku e hanno fatto nuovi progressi nel quartiere di Tayy, è stato raggiunto un accordo tra NDF e Asayish con l’intervento della Russia. L’accordo prevede il ritiro delle forze filogovernative dal quartiere di Tayy fino alla strada meridionale, che sarà sotto controllo congiunto in questa sezione. D’altra parte, una cassetta di sicurezza (“security box”) sarà istituita nel quartiere di Tayy sotto il controllo delle forze filogovernative.

E l’Europa dov’è?

Gianni Bonini, sempre su Le Sfide, ha riportato un passaggio dell’intervista del presidente francese Macron lasciata per Le Grand Continent. Macron, a voce dell’intera unione, dice:

“Per noi Europei è molto difficile far rispettare le cose quando gli Stati Uniti d’America non sono dalla nostra parte… questa è la nostra debolezza oggi, ed è emersa pienamente in Siria”. [22]

Esiste una soluzione a tutto questo khaos ad portas? La risposta la troviamo nella storia imperiale romana e prende il nome di “diplomazia coercitiva”. Il sistema di sicurezza imperiale, conclude Bonini nel suo contributo su Le Sfide, era imperniato sulla creazione di una serie di stati clienti cuscinetto in grado di garantire i confini in un delicato equilibrio fra forza e debolezza.

Come scrisse lo storico militare Edward Luttwak, “i Romani conquistarono il proprio Impero con poche battaglie e molta diplomazia coercitiva”.

Bibliografia delle fonti

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Sabbia del Tempo

Cesare e Ottaviano, le due vie verso la stessa destinazione: l’Impero (parte 3)

Termina oggi il ciclo di approfondimento dedicato a Cesare e Ottaviano.

(Prosegue da qui) Pur essendo consanguinei, i due statisti della gens Iulia non potevano essere più diversi: sfacciatamente bello e audace, Cesare era un guerriero invincibile e un politico raffinato e rapido nelle decisioni, circondato sempre da donne bellissime e adoranti, non conosceva timori di sorta. Il suo primo consolato fu segnato da azioni decise, talora violente: realizzò leggi fondamentali ma fece capire che non ammetteva repliche né tollerava ostacoli sul suo cammino. Per questo suo atteggiamento autoritario perse parte del favore popolare, un favore che riconquistò in pieno dopo la campagna nelle Gallie. Ma a questa arroganza si associavauna certa imprudenza, ritenendo di essere intoccabile quando invece la sua politica del rigore aveva creato molto scontento tra la classe senatoriale.

Per lui varrebbe sicuramente il commento che Aulo Gellio fece su Scipione Africano:

“Qua sui conscientiasubnixus”, ovvero “aveva piena coscienza della sua grandezza!”

(Notti Attiche, libro IV, XVIII).

Ottaviano di contro aveva un fisico gracile, non era fatto per combattere e la sua vita privata non si faceva notare, se non per la sua riservatezza, talora per la sua timidezza. Ma certo subì il fascino del suo prozio, malgrè lui. E certi suoi atti rivelano il compulsivo bisogno di imitare il grande prozio.

Come Cesare però era dotato di un istinto politico raro, intuitivo, pragmatico, unito a una fortissima determinazione, e compensò le sue carenze caratteriali avvalendosi di un gruppo di fedeli collaboratori, guarda caso tutti provenienti dal cavalierato provinciale, in primis Agrippa e Mecenate.

Chi sia stato più grande è difficile da dire, figli entrambi dei loro tempi: sicuramente Cesare aveva spianato la strada verso il principato, ma lo aveva fatto con il suo modo dirompente, sia in Senato che sui campi di battaglia, aveva esteso enormemente i confini dello stato romano e aveva imposto leggi dotate di equità inarrivabile. Cesare si muoveva in perfetta solitudine, legiferava, combatteva, componeva letteratura politica e azioni di governo tutto da solo, convinto di essere l’unico in grado di guidare la morente repubblica verso un ideale imperiale rivoluzionario, creando al contempo un imbarazzante inferiority complex nei suoi avversari, che alla fine rappresentò uno dei motivi che condussero al suo assassinio. Ma sbagliò grandemente quando ritenne di essere una sorta di semidio intoccabile, sottostimando il pericolo che si addensava sulla sua testa, i cui signa, o presagi furono molti e inequivocabili. La qual cosa pose fine al suo regno (parola non casuale, visto che aveva istaurato un potere quasi monarchico) pochi anni dopo che lo aveva conquistato.

Uomo certamente più completo di Ottaviano nell’ottica ellenica del kalòskaiagatòs, la perfezione umana secondo i canoni greci, la Kalokagathia, Cesare era bello e bravo, capace e fascinoso, univa la celeritas delle sue azioni all’equità delle sue leggi. Ma egli sapeva solo comandare, imporsi senza tollerare che alcuno osasse opporsi a lui. Lo faceva sul campo (il suo “veni, vidi, vici” è paradigmatico) e in politica, quando decideva da solo di concludere una seduta senatoriale.

Ottaviano sapeva muoversi con prudenza, sottotono, tanto che perfino l’esperto Cicerone lo sottovalutò grandemente all’inizio, dicendo in giro che l’adolescente doveva essere lodato e tollerato, o piuttosto tolto di mezzo (“laudandus et tollendus”, Cicerone, Lettere ai familiari, XI, 20).

Però toccò al grande avvocato la sorte di essere tolto di mezzo, quando Ottaviano permise ad Antonio di ucciderlo.

Senza ombra di dubbio Cesare fu un generale invincibile e nessuno combatté tante battaglie come lui, patendo solo parziali sconfitte a Gergovia e a Durazzo.

Per Ottaviano, scarsamente versato per la guerra, fu difficile sopravvivere con le sue scarse doti militari, fuggì di fronte a Bruto nel primo scontro di Filippi, subì una pesante disfatta navale a Messana nella guerra contro Sesto Pompeo in Sicilia, tanto da suscitare ilarità nei ranghi militari (Svetonio, Vita di Augusto, XVI). Si affidò totalmente ad Agrippa nella definitiva battaglia di Azio.

La grande abilità di Ottaviano emerge invece nei suoi atti politici e fu quella di convincere i suoi concittadini che egli sarebbe stato la salvezza della civiltà romana, ponendo termine alle infinite guerre civili che avevano sfibrato le genti italiche; ed aveva ragione, ottenendo un risultato mirabile attraverso la continuità e la stabilità del suo regno.

La vita politica di Ottaviano, determinata ma anche attenta a non violentare le tradizioni romane, fu lunghissima, e questo fu dovuto alla sua prudenza (sempre circondato da una guardia personale di agguerriti Germani), alla sua rete di confidenti (Balbo e lo spionaggio politico) al fedele Mecenate (affari interni) che gli garantiva appoggi e consensi, e ad Agrippa (generale dotatissimo e prestante) che vinceva le sue battaglie; infine determinante fu il favore che concesse alla classe equestre italica a discapito della nobiltà romana. E inevitabilmente si torna alla sue origini!

Ottaviano dimostrò di conoscere bene i suoi difetti, mentre Cesare semplicemente pensava di non averne. Il giovane Caio Ottavio compensò tali limiti attraverso la collaborazione con uomini scelti e capaci. Così, lentamente, tra una battaglia vinta e una legge al Senato, avanzò nella società romana fino a diventarne, come ebbe a dire di se stesso, un buon padre per tutti i Romani, nel suo Res gestae. Ma sotto questa facciata buonista si rivelava spietato e crudele, uccidendo con freddezza i nemici sul campo e nella Curia.

Pochi, significativi esempi: nel II triumvirato permise ad Antonio di uccidere Cicerone, che era stato per molti mesi una figura referenziale; Salvidieno, che faceva parte del ristretto gruppo di fedeli collaboratori, e governava la Transalpina, prese accordi segreti per passare con Antonio e su di lui calò inesorabile la punizione mortale: accusato di maiestas (tradimento) fu ucciso. Dopo la vittoria contro Sesto Pompeo molteplici furono le uccisioni di schiavi ma anche di cavalieri e senatori pompeiani (Cassio Dione, Storie Romane, XLIX).

Uccise freddamente Cesarione, suo parente, e probabilmente anche Antillo, figlio di Antonio, per liberarsi di figure rappresentative e fastidiose: ci doveva essere un solo Cesare, ed era lui!

Per tutti questi aspetti lo si può considerare un politico migliore di Cesare, acuto, cinico, privo di scrupoli ma anche provvidenziale nella sua costante e continua opera di trasformazione della spossata società repubblicana, travolta da guerre civili continue, in un regno (questo sì fu davvero un regno, tanto che lo si considera l’iniziatore dell’Impero) pacificato e illuminato.

Un programma politico simbolicamente rappresentata da quello splendido monumento che è l’Ara Pacis Augustae (13-9 a.C). Vero inno alla monarchia! Fu affiancato in questa sua opera da una donna abile e forte, Livia Drusilla, che egli aveva scelto con una determinazione unica: aveva convocato nel suo palazzo il marito Nerone e gli aveva comunicato che egli doveva divorziare da lei. La reazione violenta del nobile romano fu spenta semplicemente ricordandogli tutti i suoi debiti e la possibilità di appianarli con un colpo di spugna. E Livia Drusilla, lei sì una nobile genuina della gens Drusa, fu veramente la prima first lady della Storia.

Tutto sommato Ottaviano, quando prese coscienza della sua forza, si comportò cesarianamente, cioè accentrando tutto il potere nelle sue mani; non possiamo esimerci dal pensare che probabilmente aveva subìto, come ho già detto altrove, malgrè lui, il fascino politico del suo consanguineo e percorse la stessa via verso il potere monarchico, cioè verso l’Impero.

Il divo Cesare, grazie alla sua sottile propaganda, fu famoso per la Clementia Caesaris: dopo la marcia su Roma si astenne da fare proscrizioni di massa, cercò la conciliazione con gli avversari per mostrarsi diverso dal metodo sillano; dopo Farsalo correva per il campo urlando: “salvate la vita ai cittadini romani” e significativamente perdonò Cassio e Bruto, concedendo loro incarichi e cariche politiche importanti. Alla luce dei fatti, sbaglio grandemente!

Questi sono i pochi elementi che si possono evidenziare nei limiti di un articolo breve e stringato, e che forse ci possono dare il senso delle azioni e delle differenze tra i due grandi protagonisti di quel periodo storico che il grande Mommsen, nella sua Storia di Roma, definirà con grande efficacia “la rivoluzione romana”. È un tema caro anche a Ronald Syme, che lo approfondirà, scrivendo uno dei più interessanti saggi di sempre: “The Roman revolution”.

Tale rivoluzione, il passaggio cioè dalla Repubblica all’Impero, fu dunque opera dei due dotatissimi rappresentanti della Gens Iulia, così diversi eppure animati, oltre che dalla ricerca del potere, anche da una visione meravigliosa del futuro di Roma, caput mundi.


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