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Biopotere Mundus furiosus

Peri-feria. Le molte Novoli

Un reportage fotografico di Jacopo Canè in esclusiva per Il Tazebao sulle periferie fiorentine. Il primo appuntamento è su Novoli, l’area maggiormente interessata dalle trasformazioni urbane.

Più passati e più modernità. Mescolate in un presente confuso, contraddittorio, sicuramente vitale. Una miscellanea disomogenea [1] e a suo modo stimolante. Novoli è anche questo. Novoli è stata (ed è) uno dei principali centri dell’espansione urbana della città di Firenze.

Dopo anni di continui cambiamenti ha assunto un nuovo volto. Oggi vi sorge la sede del polo delle scienze sociali dell’Università, l’area ex FIAT è rinata in parco, vi è stato trasferito il Tribunale, la tramvia la collega con il centro storico.

Oltre a questi progetti completati ci sono, però, quelli rimasti fermi, che interessano Novoli e non solo. Le grandi partite strategiche come l’ampliamento della pista, lo svincolo di Peretola, l’ammodernamento del mercato ortofrutticolo della Mercafir che la città ha fallito.

Novoli oggi è l’esito di queste profonde trasformazioni [2] e contraddizioni, concepite negli anni ’80 e concretizzatesi nel 2000. Oggi la millenaria San Donato in Polverosa fronteggia la più classica fabbrica novecentesca [3], dialoga con le rovine rimaneggiate di Villa Demidoff [4], smembrata in nome della speculazione del Dopoguerra; il verde affievolisce la pesantezza del cemento.

Analizzeremo le aree cosiddette periferiche della città per cercare di tracciare un bilancio sulle trasformazioni urbane degli ultmi anni ma anche per capire meglio l’impatto della pandemia sul tessuto umano e sociale.

Perché scegliere la fotografia per raccontare la e le città

La fotografia ci offre un punto di osservazione privilegiato sullo sviluppo urbano, documentando, meglio di ogni altro mezzo, la realtà e le sue contraddizioni. Basti pensare al celebre reportage di Gabriele Basilico “Milano. Ritratti di fabbriche” (1978-1980) [5]. Uno studio sulla Milano che usciva dall’industrializzazione e che si stava preparando a diventare la capitale dei servizi. Ciminiere, camini, piazzali colti nella loro “magica sospensione luminosa” [6] disegnano la fisiognomia di una città in transizione. Con rigore ma senza melanconia.

Con “Peri-feria” inizia un reportage di approfondimento fotografico a cura di Jacopo Canè che ringraziamo. Questi alcuni dei suoi scatti che animeranno anche il profilo Instagram de Il Tazebao.


Sono Jacopo Canè e sono un fotografo pubblicitario e di reportage, scopro l’arte della fotografia fin da bambino. Nel corso degli anni ho approfondito la passione del reportage e del fotogiornalismo grazie alla professione dei miei genitori, entrambi giornalisti, coadiuvandola alla fotografia di moda (e pubblicitaria in genere) e a quella di eventi. Dopo tanta gavetta e tanti corsi di formazione, ho deciso di mettermi in proprio, volendo realizzare i progetti secondo il mio punto di vista.
Tramite la fotografia cerco di raccontare delle storie che sono invisibili ai più, raccontare tutti quei dettagli che rendono speciale un evento, un capo o la quotidianità di un luogo. I dettagli sono ciò che rendono speciale ogni storia, e in questo mondo sempre più frenetico, saperli notare è sempre più raro. Adoro raccontare le mie storie con “lentezza”, dando risalto a tutto ciò che rende speciale l’ambito che sto raccontando.

https://www.instagram.com/jacopo_cn/


Bibliografia
  1. Giorgieri P. “Firenze: il progetto urbanistico: scritti e contributi, 1975-2010” (Alinea, 2010), sez. 2, cap. “La frammentazione urbana tra riuso e nuove espansioni senza città”;
  2. Aleardi A. e Marcetti C. “Firenze verso la città moderna” (Comune di Firenze, 2006) pagg. 126-129;
  3. Informatore (Ipercoop), “Firenze operaia e industriale”, novembre 2013, pag. 13;
  4. Chelazzi G. “Il principato fiorentino dei Demidoff” (Macrì, 1998);
  5. “Milano. Ritratti di fabbriche” (SugarCo, Milano) con prefazione di Carlo Tognoli, testi di Carlo Bertelli, Marco Romano e Gabriele Basilico;
  6. Lanza A. “Calvenzi racconta Basilico” su Abitare del 04/10/2017.
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Biopotere

Irragionevolezza del coprifuoco ed insensatezza della chiusura di taluni commerci per contenere la Pandemia

Una critica puntale e ragionata delle misure di contenimento adottate contro la diffusione del contagio

Il coprifuoco – derivante dall’ordine medievale di spegnimento notturno dei fuochi domestici a scanso d’incendi, con contestuale chiusura delle porte di una città – si è perpetuato come misura di difesa bellica dello “stato d’assedio”, per rendere più difficile al nemico l’individuazione di obiettivi sensibili, fissi o mobili (luci, fiaccole, etc.) da colpire ovvero per meglio controllare di notte, un dato territorio, in contesti di guerra civile pure potenziale per eccezionali fattori rischiosi per l’ordine pubblico, anche di singole zone ( città, provincie, etc.) e non necessariamente di un intero territorio nazionale.

Ed infatti l’ultimo coprifuoco in Italia era stato imposto con lo stato d’assedio, durante la Seconda Guerra Mondiale, dal nuovo Capo del Governo Badoglio, all’indomani del noto arresto del suo predecessore (25 luglio 1943), all’inizio dalle ore 20 alle ore 6 del mattino, poi ridotto dalle ore 22:30 alle ore 5:00 e poi ancora dalle 22.30 alle ore 4:00.

Nella vigenza della Costituzione del 1948, il coprifuoco è stato reintrodotto per la prima volta, in occasione della pandemia, sull’intero territorio nazionale, con il dPCM del 3 novembre 2020,(art.1.3) nell’ambito di “Misure urgenti di contenimento del contagio” da Coronavirus, seppure come ‘divieto implicito’ contenuto nella disposizione per cui

«dalle 22.00 alle ore 5.00 del giorno successivo sono consentiti esclusivamente gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative, da situazioni di necessità ovvero per motivi di salute».

Ciò similmente ad altri Paesi UE (Belgio, Cekia, Francia, Grecia, Lettonia, Paesi Bassi, Romania, Slovenia, Spagna, Ungheria) ma a differenza di altri Paesi UE, sia in lockdown (Austria, Danimarca, Germania), sia con approccio sanitario meno restrittivo (Finlandia, Svezia) e di altri Paesi extra UE (Norvegia, Regno Unito, Svizzera) nonchè degli U.S.A, etc

Ora, in una situazione di pandemia, assumendo come punto di partenza conclamato che debba essere favorito il massimo distanziamento interpersonale, ne dovrebbe derivare come corollario logico la massima dilatazione dei tempi di fruizione degli spazi comuni e non – come avviene col coprifuoco appunto – la compressione dei tempi per la fruizione degli spazi comuni, pubblici ed aperti al pubblico.

Infatti – in assenza di evidenza scientifica di maggiore diffusività del virus con il favore delle tenebre – il coprifuoco non realizza affatto il distanziamento interpersonale ma favorisce la sovrapposizione della uscita negli spazi pubblici di persone di tutte le età e per tutte le finalità non vietate dalle norme, nelle stesse fasce orarie diurne. Come del resto chiunque può constatare il diurno permanere di ammassamento nei mezzi pubblici (metropolitane, tramvie, etc.).

Con la rimozione del divieto generalizzato di circolazione notturna, ferma la logica temporanea chiusura di locali di intrattenimento come discoteche e club, incompatibili col distanziamento o di locali serali  implicanti stazionamento gregario prospiciente (aperitivi, alcolici, etc.), dovrebbe anzi essere favorita l’apertura dei luoghi aperti al pubblico come i supermercati ed i commerci di beni primari anche in orari di ordinaria chiusura notturna per favorire la massima diluizione dei consumatori, quando invece chiunque può constatare che, proprio con il coprifuoco,si  sono acuiti gli orari di calca nei supermercati per il sovrapporsi del tempo libero dei lavoratori on line ed offline con i tempi dei pensionati o di altri: un infermiere o un poliziotto liberi dal servizio, oppure un operaio, un professionista o uno studente, devono andare al supermercato negli stessi compressi orari in cui vi acceda il lavoratore in un smart working ovvero il pensionato, il disoccupato o il rentier finanziario. Senza poi menzionare il dato, di percezione comune, per cui l’accesso ai supermercati, come passatempo o come vettore di senso della uscita, è direttamente proporzionale alla irrazionale chiusura delle altre attività commerciali, per una sorta di principio dei vasi comunicanti della naturale libertà e dell’insopprimibile socialità umane.

E qui veniamo al secondo punto: se può aver una logica emergenziale tener chiusi nei fine settimana i centri commerciali, divenuti di fatto luoghi di socializzazione impropria, che senso logico ha chiudere, in “zona rossa”, generi di commercio come, ad esempio, Orafi, Argentieri, Antiquari, Gallerie d’Arte, Alta moda, etc.? Infatti, anche senza la finezza antropologica di Oscar Wilde, per cui “niente è più necessario del superfluo”, è notorio che – già dai tempi di crisi pre-covid – in questo genere di negozi, è tanto se entra una persona al giorno (e magari su appuntamento)e viene effettuata magari una vendita alla settimana, con la quale però un’attività si sostenta e il lavoro si alimenta, irrorando di ossigeno economico i subfornitori, l’indotto degli artigiani, dei restauratori etc., e soprattutto, dando una speranza di senso di vita non solo economica ai diretti interessati ed ai consociati in generale. E discorso a parte va fatto pure per servizi alla persona, come i parrucchieri, dove può benissimo essere disciplinato l’accesso (appuntamento, numero limitato in proporzione a spazi etc.), senza chiusura drastica. Dunque, è imposta la chiusura di negozi che non sono minimamente pericolosi per il contagio con danno enorme per l’economia già sofferente per assenza di turismo.

Al contrario, il criterio ragionevole avrebbe dovuto essere non solo di lasciare aperti i commerci di beni di prima necessità in orari più diluiti del consueto, per evitare l’assembramento che chiunque può constatare, ma di lasciare comunque aperti anche quei negozi di beni non necessari, dove ordinariamente non si ha affatto assembramento di clienti.

Così pure, per quanto riguarda le attività sportive, l’assenza del coprifuoco permetterebbe a chiunque di fare lecita attività motoria o sportiva individuale in orari più ampi, così come dovrebbe essere anzi promossa la riapertura di palestre anche fino a tarda notte in modo tale che giovani e lavoratori online/offline possano scaricare le proprie tensioni psicologiche in orari più ampi e diluiti, favorevoli al distanziamento. Per quanto riguarda cinema e teatri , settori già in grave sofferenza prima della pandemia , non si capisce perchè non possano essere contingentati afflussi limitati compatibili con posizione distanziate(come in Bulgaria limitatamente al 30% della capienza): l’uomo è un animale non solo razionale ma anche simbolico e quindi le riaperture culturali, come anche  quelle dei musei, infondono una rinnovata fiducia nel corpo sociale.

A ciò va aggiunto che, se la misura del coprifuoco è di fatto sopportabile nel periodo invernale, con l’allungarsi delle giornate, in Paesi mediterranei come l’Italia, il protrarsi della misura restrittiva in sè emergenziale, rasenta l’inesigibilità della condotta, anche perché la maggior parte della popolazione – a differenza che nel 1943 – vive ormai non in contesti rurali ma urbanizzati ed in abitazioni di dimensioni ridotte in edifici condominiali.

Per le stesse ragioni, l’accesso a ristoranti, in “zona gialla”, se possibile al mezzodì, non è ragionevole che venga impedito la sera, nel rispetto di contingentamenti d’ingressi, distanziamenti di postazioni e quant’altro fu oggetto di vanificato investimento “sanificatore” nella precedente stagione. Resta da vedere piuttosto quante attività di ristorazione saranno in grado di riaprire e non siano economicamente perite a beneficio dei colossi mondiali delle piattaforme di online food e quanti cittadini locali si potranno permettere di andare a ristorante, in attesa del vagheggiato ritorno dei turisti!

La stigmatizzazione dell’innocuo – come sanzionare una passeggiata solitaria notturna o il prendere da soli il sole su una spiaggia – oltre che un grave vulnus allo Stato liberal-democratico di diritto, deprime la psiche degli individui (già provati da oltre un anno di emergenza) ed il senso di libertà collettivo, quanto comprime l’economia impedire innocui commerci, rapportandosi alla lotta scientifica contro il virus come la superstizione rispetto ad una nuova religione, soprattutto in una situazione di convivenza con il virus per un tempo ancora indefinito, nonostante la campagna vaccinale – pare – per la variabile indeterminata delle varianti.

Dunque, proprio partendo dall’accettazione della necessità temporanea del distanziamento interpersonale, la sua declinazione solo in termini di divieti e chiusure ne rivela non solo la sua irragionevolezza rispetto al contenimento del contagio ma anche la sua radice ideologica illiberale, quando invece solo la massima dilatazione della facultas agendi nella possibilità dei tempi di fruizione degli spazi, può garantire alle persone, il godimento delle Libertà costituzionali (di movimento ex art.16, di iniziativa economica ex art.41,etc.) nel rispetto del diritto fondamentale alla salute (art.32) dei Cittadini – la cui “libertà personale è inviolabile” ex art.13 – di una Repubblica fondata sul Lavoro (art. 1).

Dello stesso autore

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Biopotere

La decretazione d’urgenza in Italia/3. A cura dell’Avv. Marinari

Terzo e ultimo appuntamento della ricostruzione sulla storia e l’uso della decretazione d’urgenza in Italia a cura dell’Avv. Elisabetta Marinari.

“(…) La democrazia italiana, rinata dopo l’esperienza fascista, che fu corroborata proprio da una routinizzazione di una tendenza già in atto nel precedente periodo liberale, come spiegato eloquentemente da Alfredo Rocco (di cui abbiamo parlato in precedenza), pone precisi limiti alla decretazione emergenziale.

Questa contingentazione si rivede nel numero esiguo di decreti-legge prodotti nelle prime legislature. Dagli 89 che sono stati adottati nelle prime due legislature (uno non fu convertito) si passa ai circa 30 decreti al mese. Dopo questa fase di lievitazione si assiste ad un brusco calo, fisiologico, dovuto al divieto della reiterazione (grazie alla sentenza della Corte costituzionale n. 360 del 24 ottobre 1996), una decisione coerente con il dettato costituzionale, confermato dai numeri: mentre la XII legislatura si era raggiunta la cifra esorbitante di 669 decreti, nella XVI legislatura (2008-2013) si cala ai due al mese.

Un motivo dello scarso ricorso alla decretazione d’urgenza è da ricondurre alla feconda produzione normativa, contestuale al momento edificatorio dello stato italiano, e, come nota Sabino Cassese (che spesso abbiamo consultato per questi approfondimenti), ad una invidiabile rapidità del Parlamento frutto del “continuum maggioranza popolare, maggioranza parlamentare, Governo”. Quando questa catena funziona basta la legge ordinaria. Nei dieci anni che vanno dal 1948 al ’58, infatti, il Parlamento sforna circa 2000 leggi per ogni legislatura.  In quel periodo i decreti-legge servono espressamente per intervenire in ambiti in cui è richiesta rapidità (imposte erariali, di consumo, di fabbricazione, tasse di bollo etc…)”.

L’approfondimento completo è disponibile al sito dell’Avvocato Elisabetta Marinari: https://www.avvocatomarinarifirenze.com/breve-cronistoria-della-decretazione-d-urgenza-parte-3/news/42/2021/2/18


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Biopotere

La decretazione d’urgenza in Italia/2. A cura dell’Avv. Marinari

Secondo appuntamento sulla decretazione d’urgenza a cura dell’Avvocato Elisabetta Marinari che Il Tazebao è lieto di riprendere.

Dopo il focus sull’Italia liberale l’Avvocato Elisabetta Marinari (confermata Vicepresidente di APICOM Toscana) ricostruisce la storia della decretazione d’urgenza dall’avvento di Mussolini all’edificazione completa dello stato fascista. L’esperienza fascista, come ci mostra l’Avvocato, parte proprio da un uso fin troppo libero della decretazione d’urgenza.

“(…) Il passaggio dall’Italia liberale al Fascismo fu molto più graduale di quanto non si sia abituati a pensare. In primis perché Mussolini ebbe sostegno dalla Monarchia – abbiamo citato nell’ultimo intervento del nostro Studio la mancata attivazione dello stato d’assedio per la città di Roma, provvedimento pur utilizzato spesso negli anni precedenti – ma anche di consistenti porzioni in seno ai partiti, a cominciare dai liberali stessi, sfruttando inoltre la favorevole condizione esterna della scissione in seno al PSI. Uno dei punti di contatto tra lo stato liberale e quello fascista fu appunto la decretazione d’urgenza.

La presa del potere avvenne sì con la Marcia su Roma ma l’edificazione dello stato fascista è stata un’opera complessa per Mussolini. Un momento sul quale è interessante soffermarsi è il 26 maggio del 1925. In quella relazione, il giurista e Ministro di Grazia e Giustizia Alfredo Rocco illustrava dettagliatamente la facoltà del potere esecutivo di emanare norme giuridiche.

Rocco, figlio di una eminente famiglia di giuristi, ricostruisce la presenza della decretazione d’urgenza pur non codificata. Come sottolineato anche da Vassalli, Rocco sottolinea che il numero è cresciuto con il tempo abbracciando sempre più ambiti senza l’opposizione del Parlamento.

Proprio per quanto richiamato sopra il disegno di legge che Rocco presenta e che inaugura sostanzialmente lo stato fascista

“non fa, in sostanza, che codificare l’insegnamento della prevalente dottrina e della giurisprudenza, facendo tesoro dei principi consacrati nel disegno di legge approvato dal Senato del Regno, che in gran parte accoglie e fa propri”.

(…)

L’approfondimento completo è disponibile al sito dell’Avvocato Elisabetta Marinari: https://www.avvocatomarinarifirenze.com/breve-cronistoria-della-decretazione-d-urgenza-parte-2/news/41/2021/2/11


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Biopotere

La decretazione d’urgenza in Italia/1. A cura dell’Avv. Marinari

Primo appuntamento sulla decretazione d’urgenza a cura dell’Avvocato Elisabetta Marinari ripreso con interesse da Il Tazebao.

Chi decide nello stato di emergenza? Con quali strumenti? Per cercare di rispondere a questi interrogativi Il Tazebao è lieto di riprendere alcuni contenuti sulla decretazione d’urgenza redatti dall’Avvocato Elisabetta Marinari, fresca di riconferma come Vicepresidente di APICOM Toscana, e pubblicati integralmente al suo sito.

“(…) Fin dall’Ottocento quella della decretazione d’urgenza è una questione spinosa e contraddittoria. Nello Statuto Albertino (1848) non si faceva esplicita menzione a degli strumenti per lo stato d’emergenza. Lo Statuto Albertino, adottato nel 1861 dall’Italia, divideva il potere legislativo tra tre organi: Re, Camera, Senato. Anche perché il giovane stato italiano si è trovato fin da subito ad affrontare una serie infinita di emergenze che proseguirà fino all’epilogo del 1921 (di cui abbiamo parlato anche qui).

Il ricorso a questi strumenti, pur non disciplinato nello Statuto Albertino, era però assai frequente. I decreti-legge si dividevano in tre tipologie: per la “legislazione generale” a sua volta scissa in quelli per emergenze vere e proprie o per leggi e riforme (in questo caso utilizzato per ovviare al decadimento dei termini), per quella “tributaria” e soprattutto “doganale” (il caso dei “decreti catenaccio” inaugurati dal Ministro delle Finanze Alfredo Magliani) e infine per “lo stato d’assedio”.

Quest’ultimo darebbe adito ad una “dittatura commissaria”, quindi non assoluta, perché comunque non potrebbe circoscrivere le facoltà delle Camere. La definizione dello stato di assedio è lacunosa e incerta ma ciò non ne ha impedito la frequente applicazione. Nel silenzio della Carta, infatti, e nell’incertezza della Giurisprudenza, esso fu disposto per una molteplicità di emergenze.

In via preventiva per le città di Palermo e le province siciliane dopo l’annessione, quindi nel 1894 per i moti anarchici della Lunigiana nelle città di Massa e Carrara e nello stesso anno sempre per le Province siciliane. Un precedente divenuto tristemente noto quello dello stato d’assedio per sedare i moti di Milano del 6-9 maggio 1898 durante il quale si assistette a scende di vero e proprio massacro della popolazione civile.

Un altro caso di applicazione noto è quello successivo al terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908. Nel testo del decreto-legge emanato dal governo Giolitti III si legge:

“Il cataclisma tellurico avvenuto il 28 dicembre 1908 nei territori di Messina e di Reggio Calabria, ha creato una situazione per certi effetti identica e per altri più grave di quella che si verifica nei territorî in stato di guerra”.

A questo seguono altri decreti (per la nomina del commissario, per l’estensione del territorio…) ma nessuno viene convertito. Solo un atto del governo stesso vi porrà fine allo stato d’assedio (…)”.

L’approfondimento completo è disponibile al sito dell’Avvocato Elisabetta Marinari: https://www.avvocatomarinarifirenze.com/breve-cronistoria-della-decretazione-d-urgenza-parte-1/news/40/2021/2/5


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Biopotere Interviste

Soli, ansiosi e “assuefatti al distanziamento”: come siamo dopo un anno di pandemia

Le conseguenze psicologiche della pandemia. Intervista alla Presidente dell’Ordine degli Psicologi Maria Antonietta Gulino.
“Non abbiamo più spazi di decompressione. Preoccupano i giovani sempre più richiusi nel mondo digitale. Senza Salute non c’è Sanità…”

Dopo alcuni mesi, nei quali le conseguenze della pandemia si sono inasprite, abbiamo deciso di ricontattare Maria Antonietta Gulino, Presidente dell’Ordine degli Psicologi della Toscana, già intervenuta nel novembre scorso a Il Tazebao. Queste le sue considerazioni.

Un anno dopo. L’Italia è stata travolta dalla pandemia e ha provato in vario modo a rispondervi: dall’entusiasmo dei primi mesi si è passati allo scoramento che lascia intravedere rabbia latente ma anche rassegnazione.

“Partiamo da un confronto tra la situazione dell’anno scorso e quella attuale. L’anno scorso tutto era nuovo, seppur tragico e sconvolgente, e in quella confusione tutti hanno reagito. Pensiamo a chi cantava dai balconi, a chi diceva che tutto sarebbe andato bene. Rispetto ad allora abbiamo sulle spalle il carico di un anno: non viviamo più in un’eccezione momentanea, questa adesso è la nostra routine. Siamo sempre più confinati, circoscritti, non possiamo fare programmi a medio-lungo periodo. I nostri spazi di decompressione sono azzerati. A questa condizione già complessa si aggiungono le incertezze: con la gestione della pandemia attraverso le zone rosse abbiamo sperimentato un’insicurezza pressoché continua. Questo si ripercuote sulle nostre vite. Aumenta il senso di precarietà, il disagio, la depressione. L’unica differenza, estremamente positiva, è l’inizio della campagna vaccinale che ci ispira un po’ di speranza, al netto delle difficoltà di approvvigionamento. Rispetto a un anno fa è un grande passo avanti. Le persone stanno rispondendo bene”.

2020, Gli scatti dell’agenzia Fotocronache Germogli

Chi sta risentendo di più dell’emergenza senza fine?

“Certamente le categorie più a rischio sono coloro che hanno vissuto il dramma del Covid. Per primi penso al personale sanitario che ha vissuto sulla propria pelle il dramma delle perdite, sia dei pazienti che degli operatori stessi. Sono sempre di più gli operatori che vanno in burnout, che non riescono a reggere più e comprensibilmente, che chiedono di essere trasferiti dalla Terapia Intensiva in altro reparto. Proviamo a metterci nei loro panni: per mesi hanno tenuto duro contro un nemico invisibile, con turni incredibili, senza certezze sulle terapie, senza il vaccino, è normale essere stremati. Sulla stessa linea ci sono coloro che hanno perso una persona cara, un parente, un amico, un collega per colpa del Covid. Ebbene, hanno pesato molto e continuano a pesare quei mesi di assenza, di “sequestro” obbligato e necessario in ospedale, nel quale non solo non ci si può toccare ma nemmeno vedere (fortunatamente i medici e gli infermieri cercano di fare il possibile per mettersi in contatto con pazienti e familiari). Si muore senza nemmeno un ultimo saluto. È terribile per chi sta in ospedale ma anche per i familiari che sono lontani e collegati solo col cellulare. Questo si traduce inevitabilmente in un aumento di ansietà e di depressione”.

Ultimamente è intervenuta su Firenze Spettacolo (I Giovani e la pandemia: vittime o colpevoli?) parlando della condizione dei giovani, considerati (spesso a torto) unici colpevoli della diffusione del contagio.

“È più che giusto parlare anche di loro. Tutti abbiamo perso un anno di vita, loro hanno perso un anno di giovinezza! E per questo molti vanno in crisi: perdono il sonno la notte, perdono la voglia di studiare anche per via della routine imposta dalla dad, si ritirano sempre di più in un mondo digitale avulso dalla relazione. Certo, la didattica a distanza è stata indispensabile nei mesi di trincea ma dobbiamo aver chiaro che non c’è apprendimento senza relazione. Alcune materie si studiano meglio grazie alla relazione con il professore, grazie al confronto con la classe. Tutto può diventare sterile: se non c’è incontro non c’è scambio. La relazione con l’insegnante è determinante, la relazione con i pari è fondamentale. Senza la relazione, i ragazzi sono deprivati della loro possibilità di apprendere in modo costruttivo per la propria sana crescita. Anche per questo l’Ordine degli Psicologi è stato chiaro: dobbiamo fare di tutto per riaprire, in sicurezza, le scuole!”

I single e le coppie

“Altra categoria fortemente colpita. Un po’ per scelta e un po’ per caso, non hanno la possibilità di uscire per incontrarsi ed in questo periodo storico il sentimento di solitudine e di distanziamento dagli altri è avvertito ancor di più. Non è più una scelta di vita. Adesso ci si trova in una “solitudine doppia”. Lo stesso accade agli anziani, spesso confinati a casa a tenere lontano un virus che per loro potrebbe essere letale. Ovviamente anche nei nuclei composti da coppie e famiglie la situazione diventa sempre più critica: i conflitti dentro la coppia, magari già strutturati prima della pandemia, si inaspriscono. Le coppie si trovano a vivere situazioni conflittuali e di stress, non ci sono ricambi, non ci sono i soliti stimoli, solo lavoro (quando c’è, altrimenti la situazione familiare diventa ancora più complessa) e gestione di una routine che diventa un circolo vizioso senza spazi di progettazione e di autonomia personale necessarie per un buon funzionamento delle relazioni di coppia. La componente relazionale deprivata e mutilata dal virus ha tolto il fiato non solo ai nostri polmoni ma anche alla vita delle persone”.

Che tipo di società sta venendo fuori dall’emergenza?

“Vi racconto un episodio che mi ha colpito. Quando sono andata a fare la prima dose di vaccino, ho perso la mia sciarpa nella stanza di accettazione. Poco dopo mi sento chiamare sia dall’infermiera sia da una signora, che mi avvisavano. La sciarpa è rimasta in terra! In altro momento storico, solitamente una di loro l’avrebbe raccolta e portata. Ciò non è avvenuto. Il distanziamento, cui siamo obbligati per necessità sanitaria, sta producendo una sorta di assuefazione, una abitudine a stare distanziati che si è radicata dentro di noi e produce nuovi e adattivi comportamenti. Il contatto fisico è stato congelato. È una modificazione profonda, che lascerà il segno: ci domanderemo sempre di più se ci si può o non ci si può avvicinare, se è bene toccarsi o meno. Un cambio forzato per una società che dovrebbe fondarsi sul senso di comunità e di solidarietà tra esseri umani. Dico spesso che siamo stati disattivati, in modalità off/on che cambia a seconda dei colori delle ordinanze, che siamo mutilati, che è come se ci fossero state state tolte le braccia! Questa disattivazione relazionale sarà ancor più forte sui giovani con ricadute durature. Invito coloro che hanno disagi, diffidenze e chiusure verso il mondo esterno a farsi aiutare. Per uscire dai postumi dell’emergenza occorre anche l’aiuto di professionisti della salute, come lo psicologo”.

Quali provvedimenti chiedete al neonato governo? Quali azioni concrete si dovrebbero approntare?

“Spero che il decisore politico e tutti coloro che si occupano di politiche sanitarie tengano conto di queste necessità e degli sviluppi futuri. I postumi della pandemia devono essere considerati, per agire e agevolare la prevenzione limitando il rischio di cronicità, certamente più dispendiosa per il cittadino e per la società. Ci sono Enti che hanno chiesto di stipulare convenzioni con l’Ordine degli Psicologi della Toscana per aiutare i propri dipendenti e da parte nostra siamo ben lieti di contribuire e dare una mano, mettendo a disposizione le competenze professionali dei nostri colleghi. Ultimamente sono stata invitata in Audizione presso la Commissione III Sanità e Politiche Sociali del Consiglio Regionale per portare avanti il progetto dello Psicologo di Assistenza Primaria che sta a cuore alla nostra Comunità professionale. Non tutti possono rivolgersi ad un professionista privato, non tutti possono permettersi, soprattutto oggi, di sostenere la parcella, ma dobbiamo pensare anche a loro. Tutte le persone vanno ascoltate ed aiutate, il diritto alla Salute è di tutti, lo dice a chiare linee l’OMS. Inoltre il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi ha avviato a settembre un protocollo d’intesa con il Ministero dell’Istruzione per gli Psicologi a scuola, purtroppo non tutte le scuole lo hanno attivato, ma i nostri studenti ne hanno bisogno. Dunque lo Psicologo a Scuola va implementato e potenziato e l’attivazione dello Psicologo di Assistenza Primaria, che si prende cura del cittadino insieme al medico di famiglia, sono i progetti a cui stiamo puntando. Non c’è Sanità senza Salute e non c’’ rilancio dell’Economia se non si attuano progetti e politiche per la Salute delle persone. E la Salute non è solo farmaco, è prendersi cura dei traumi, delle perdite, di un anno di lavoro e di scuola perso”.

Ringraziamo sentitamente la Presidente Maria Antonietta Gulino che nei suoi interventi ci aiuta a chiarire quanto questa pandemia non sia solo sanitaria o economica.

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Biopotere Mundus furiosus

Draghi e la crisi dei Cinque stelle, partito rivoluzionario da operetta

Leonardo Tirabassi, giornalista de Il Sussidiario, analizza per noi le evoluzioni della politica italiana fino al neonato governo Draghi.

Queste note che seguono le devo ad un suggerimento del professor Sapelli al Sussidiario (è ovvio invece che tolgo a lui la responsabilità anche indiretta delle stesse).

Tornare a Marx per capire cosa vuol dire il governo Draghi dentro i fatti del mondo, la crisi epocale che stiamo vivendo dall’osservatorio Italia e dagli avvenimenti domestici, tornare a leggere i suoi testi, a quel “18 Brumaio di Luigi Bonaparte” come indicato. In quell’opera maestoso risultava il lavorio di ricercare categorie politiche e del movimento sociale, con l’obiettivo di decifrare l’andamento caotico e sconnesso degli avvenimenti dal febbraio 1848 al dicembre del 1851, districandosi tra passioni, interessi, personalismi e idee.

Non sono all’altezza del compito, né per conoscenze storiche e tantomeno per acume. Ma i suggerimenti, più modestamente le suggestioni, sono potenti e qui di questo stiamo scrivendo. Non di una applicazione delle categorie marxiane al presente, ai fatti dei nostri giorni, all’avvicendarsi dei professori come Presidenti del consiglio italiano.

Tre sono i punti da capire

I Cinque Stelle, i governi Conte, l’incarico a Mario Draghi. Tre le dinamiche da tenere sotto osservazione. I fatti italiani, l’Unione Europea, che cosa sta succedendo nel mondo nell’epoca della pandemia, dell’ascesa al potere mondiale da parte della Cina e di Biden, della nuova presidenza americana. Questo era il metodo dei classici. Aveva ben visto Tocqueville quando sosteneva che le circostanze occasionali non possono essere spiegate attribuendole al caso, al risultato di un singolo evento. Ci ricorda qualcosa? Il caso semmai rimanda alla complessità della realtà, alla stratificazione degli interessi, al labirinto della storia. Che appunto va decifrata.

Suggestione per suggestione, ho scelto una metafora per descrivere la situazione del paese, la sfera armillare. Oggetto affascinante, amato dai principi rinascimentali. A Firenze, oltre a quella sulla facciata della chiesa di Santa Maria Novella, ce ne è una bellissima di grandi dimensioni costruita per volere di Ferdinando I de’ Medici, presso il Museo della Scienza. La sfera rappresenta la “macchina universale” del mondo secondo le concezioni elaborate da Aristotele e perfezionate da Tolomeo. Al centro il globo terrestre, immobile, ma racchiuso come in una prigione da un sistema di diversi anelli ad illustrare la struttura geometrica dell’universo, con l’equatore celeste, i tropici e i cerchi polari artici. Un altro anello rappresentava l’eclittica, cioè la traiettoria apparente annuale del sole intorno alla terra. Terra al centro, ma ingabbiata da altre sfere invisibili che ne determinano però il movimento.

E così è adesso, a parte l’immobilità. Possiamo anche crederci al centro del mondo, ma in realtà sopra di noi e a prescindere dalle nostre volontà, siamo dentro dinamiche che non vediamo né tantomeno controlliamo, che agiscono, influiscono sulla nostra povera orbita locale e forse la determinano.

Il M5S e la scelta di Conte

E per capirci qualcosa, partiamo dalla fine. Dal saluto di Conte, dalla conferenza stampa di addio dal tavolino apparecchiato davanti al Parlamento. “Auspico un governo politico che sia solido e abbia sufficiente coesione per operare quelle scelte politiche, eminentemente politiche perché le urgenze del Paese richiedono scelte politiche non possono essere affidate a squadre di tecniche”. Siamo al paradosso. Abbiamo un presidente del consiglio uscente, un professore, che invita il nuovo designato – un super tecnico dal profilo politico – a formare un governo politico e non tecnico. Fatto inusuale per due motivi, il primo di etichetta istituzionale, ormai diventata desueta, perché teso a invadere il campo delle scelte altrui. Ma non è questo l’elemento importante, il fatto è che Conte è un primo ministro né eletto, né leader di un partito, né un tecnico, cioè un esperto di chiara fama nel suo settore, né un civil servant. È assolutamente un signor nessuno, fatta salva la sua educazione e il suo buono, ma non eccelso, curriculum. Cioè non ha nessun titolo e prerogativa che giustifichi il suo incarico. Ed è straordinario, cioè risulta completamente nuovo, il motivo per cui è diventato Presidente del consiglio.

A che si deve allora la sua nomina allora? Al fatto che i Cinque Stelle, partito di maggioranza relativa uscito vincitore dalle elezioni, non disponevano di nessun leader in grado di svolgere quel ruolo istituzionale che desse le garanzie per compiere appieno le sue funzioni e fosse gradito al Presidente della Repubblica, cui spetta il compito di nominare il Presidente del Consiglio. Risposta insufficiente.

Perché si è arrivati a questa scelta allora? Perché i Cinque stelle non hanno messo uno dei loro a capo del governo? Ne avevano il diritto per prassi. Perché hanno accettato l’indicazione del presidente? (In verità hanno provato a resistere).

Il motivo è assolutamente semplice. Perché i Cinque Stelle non volevano né sapevano fare quello che avevano promesso. Aprire il parlamento come una scatoletta di tonno. Perché non erano e non sono, tanto più adesso, quello che dicevano di essere, cioè un partito rivoluzionario!

Sono in realtà un movimento di opinione confuso e velleitario, anche populista, sintomo di un malessere profondo del paese che non si sente, in una sua gran parte, più rappresentato dai partiti – mi scuso per l’iperbole – esistenti. I Cinque Stelle, per scomodare Marx per così poco, sono “l’apparenza della responsabilità”, che hanno “speculato in modo volgare sulla volgarità delle masse”. Hanno sostituito la gente al popolo, come il primo populismo sostituiva alle classi il popolo e a questo la plebe. Grillo e Casaleggio nel partito del Vaffa hanno reclutato la famosa gente tenuta assieme dalla “psicologia dell’escluso” e del livore proponendo non progetti politici, ma “metamorfosi magiche”. Come diceva Marx, hanno promesso al popolo le miniere della California senza muoversi da Parigi, perché la plebe si fa affascinare dalle trasfigurazioni semantiche, da ogni tipo di “deviazioni sentimentali” (Marx). E che cosa è oggi infatti la promessa di abolire la povertà, e il mito della decrescita felice?

Così i nostri sedicenti rivoluzionari senza autorevolezza si sono piegati all’autorità del sovrano, del Presidente, perché incapaci di dare un fondamento alla loro eccezionalità, di trasformarla in nuova norma fondamentale. In parole povere, non sono riusciti a riscrivere la costituzione formale perché non hanno cambiato quella materiale. Hanno infatti messo al suo posto una finzione, la maschera della rottura. L’eccezione ha lasciato il campo quindi al provvisorio, al casuale, al variabile, alla contingenza. Ed ecco le maggioranze multicolori che hanno sostenuto il governo.

Equilibrio precario spacciato dai Cinque Stelle, ormai senza bussola ed innamorati dei seggi in parlamento più che della rivoluzione, per normalità. E qui sta la contraddizione del loro operato e della situazione del primo e tanto più del secondo Conte che grazie alla pandemia ha ricercato la sua legittimazione attraverso i Dcpm, forzando un meccanismo d’emergenza e trasformandolo in routine. Con il risultato di svuotare non solo il Parlamento, ma lo stesso Consiglio dei ministri, cioè il “club di discussione” (Marx) per eccellenza, l’unico organismo costituzionale in grado di trasformare le diverse idee e interessi in norma e progetto.

Ed ecco però il ricercare e trovare da parte di Conte una nuova fonte di legittimazione, quel popolo a cui si appellava a reti unificate, che però non l’aveva mai eletto. L’eccezionalità questa volta si manifesta come tale. Con il coronavirus, Conte butta alle ortiche la maschera della normalità e svela l’eccezionalità della sua posizione e la sua autonomia, anche ai padrini della Casaleggio e company. La strategia del rinvio adottata dal presidente del consiglio, moderno “tutore della moltitudine” (Marx), è la dimostrazione manifesta del paradosso rappresentato dalla sua ricerca del carisma al servizio del rimando, votata al rallentamento, e non ad un’accelerazione e velocizzazione come ci si aspetterebbe dei processi decisionali anche da dei giacobini in sedicesimo al potere, tanto più in una situazione di straordinarietà vera.

Conte è la dimostrazione plastica della debolezza politica della “testa” del movimento 5Stelle. Per di più, come dimostra la sua ingloriosa fine, perde coscienza di dove risieda la sua vera e reale forza, nella sua debolezza appunto, perché la nuova legittimazione popolare è effimera, nasce dalla paura dell’epidemia, è difensiva. Ma Conte si illude di disporre di un reale potere, e forza la mano ma il giochino si può rompere appena un bambino discolo indichi la nudità del re. Perché l’alleanza con il PD, Leu ed Italia Viva non è una maggioranza organica dotata di un qualche straccio di idea. Non è in grado di condurre il paese nelle due scadenze importanti che ci stanno davanti. L’approntamento di un piano per l’utilizzo del Recovery Fund con la relativa gestione dei rapporti con i partner europei, in testa Germania e Francia, e in secondo costruire una maggioranza in parlamento per eleggere il futuro Presidente della Repubblica, figura istituzionale diventata nel corso degli ultimi mandati cardine per il funzionamento delle istituzioni. Non è in grado, insomma, di disegnare una politica economica e del lavoro in un’epoca di trasformazioni eccezionali, ma se non può indicare la strada di un processo politico ed economico, come può, in affanno un governo che perde pezzi ogni giorno, trovare una maggioranza istituzionale per l’elezione del Presidente della Repubblica?

Le due opzioni per il governo giallorosso

Per prevenire l’attacco di Renzi, la maggioranza giallorossa aveva davanti due strade. La prima, riportare la situazione straordinaria nei binari della normalità politica magari a pandemia allentata e dimostrarsi allo stesso tempo capace di dare al paese un’idea di governo organico non raccattaticcio e contingente. Ed è quello che ha tentato di fare Zingaretti, ma a parole, senza contenuti, in modo cioè apparente, in realtà basando l’accordo per il futuro solo sulla volontà concreta di gestione dei fondi europei, cioè sul consenso creato ancora una volta sulla conservazione e sulla spesa pubblica. Gli mancava però un elemento centrale, il consenso di chi detiene i cordoni della borsa.

Salvini nella crisi precedente aveva provato maldestramente un’altra strada, tornare alle urne, togliere ai 5S il governo del paese per volontà popolare, rendendo così la sovranità al paese.

Oppure, questa era la seconda possibilità, qualcuno poteva rompere il gioco, svelare il meccanismo, portare allo scoperto lo stato comatoso del sistema attuale dei partiti, comprese le anime belle dei Cinque S. Ed è quello che è successo.

Perché Mario Draghi

Draghi allora è la vera eccezione. A presiedere il governo, il Presidente della Repubblica sceglie, in accordo con l’Europa, una personalità dal curriculum anche americano, il tecnico per eccellenza che si fa politico, che spazza via la moneta poco buona. La sua forza sta nel fallimento politico del Parlamento, ratificato dal voto di fiducia nelle Camere e trae la sua legittimazione da tre fonti, una formale, il Presidente della Repubblica e le altre sostanziali. Ma in un Italia con un debito pubblico spaventoso, un’economia in difficoltà, con il ricorso giudicato necessario da parte di tutti i partiti, anche dai rivoluzionari 5 Stelle, ai soldi dell’Unione Europea, risultano ben più importanti le altre due fonti di legittimazione materiale, l’Europa appunto, ed i mercati. L’andamento dello spread è qui a dimostrarlo, a riprova di chi sia Draghi.

Di nuovo, dopo Ciampi e Monti, l’Italia sceglie l’eccezione, sempre in nome dell’Europa. In poche parole abbiamo il privilegio di sceglierci il commissario, ci commissariamo dall’interno, questa volta addirittura abbiamo scelto il presidente della Troika!

Da qui due derivano due domande, ma può un paese, un sistema complesso, essere governato sempre in uno stato eccezionale? E possiamo demandare, dal governo Ciampi in poi, parti di sovranità all’esterno?

Solo i fatti da oggi dimostreranno la capacità di Draghi di muoversi tra Scilla e Cariddi, tra i dettati dall’estero e le esigenze nazionali, sempre nell’ambito delle compatibilità razionali e ricercando le alleanze necessarie.

Il professor Sapelli è chiaro a questo proposito, la transizione verde è la nuova sfida epocale che unisce rapporto con il pianeta, riorganizzazione dei processi produttivi secondo il doppio input ecologico e della rivoluzione informatica, e del lavoro su scala globale, disegnando la cornice dei nuovi conflitti geopolitici.

Ma nel frattempo si stanno già combattendo le battaglie su nuovi fronti lontanissimi dal cannocchiale della politica italiana. Lo scontro per l’accaparramento delle risorse e delle rotte artiche, l’astrostrategia – si veda Elon Musk – mentre anche i droni sembrano mandare in soffitta anche la vecchia guerra, perché lo stato moderno, dall’epoca moderna in poi, è nato e forgiato sui campi di battaglia europei. E se cambia il modo di fare la guerra, cambia anche lo stato.

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Gozzoviglio ergo…socializzo

Le relazioni alimentari rivestono un’importanza centrale nelle società umane ma con l’emergenza pandemica hanno subito una drastica interruzione.

“A Natale che comunque sia è la festa più bella che ci sia”, esclamò inaugurando il banchetto Leone, uomo ricco ma solo che, pur di non trascorrere il cenone in solitudine, decide di ingaggiare una compagnia di attori perché questa interpretasse la sua famiglia. Ma, ai tempi del Covid, anche l’espediente di Paolo Genovese in “Una famiglia perfetta” (2012) potrebbe esser inesorabilmente additato di epidemia colposa, lasciando dunque all’eremo i tanti che non si sono potuti ricongiungere con i propri cari nel rito della tavolata. Ed ecco che dinanzi gli aneddoti malinconici che hanno accompagnato queste feste come il “Pronto Carabinieri, non mi manca niente, solo una persona con cui brindare” torna alla mente l’oltraggioso “Natale viene meglio in pochi” del premier Conte. Forse, rispolverare la funzione sociale delle pratiche alimentari, a maggior ragione quelle festive, svela l’ossimoro dietro queste superficiali parole.

Un’attività che va oltre la sola nutrizione

“Se è una minaccia la fame, lo è anche mangiare da soli: il pane come cibo che nutre si può perdere anche quando si spegne la sua valorizzazione di cibo da mangiarsi in comune”, scriveva l’antropologo Ernesto De Martino. Basti solo pensare all’etimologia della parola compagno che deriva dal latino medievale companio, composto a sua volta da “cum” e “panis”, propriamente “chi mangia il pane con un altro”. Le parole definiscono il mondo diceva Gaber ed è appunto il lessico a svelare che la prima forma di socializzazione tra uomo e uomo avvenne quando ci si sedette assieme a consumare un pasto. Ecco allora che dietro il quotidiano spilluzzicare ci cela un prisma di significati sociali e culturali ancora tutto da indagare.

Sdegnare le relazioni alimentari ha implicitamente, ma altresì colpevolmente, significato dimenticare che il commensalismo è la peculiarità per eccellenza che distingue l’uomo dall’animale che, pur se si nutre in branco, lo fa per ben altre ragioni essendo il contatto diretto tra gli occhi, l’apertura della bocca, l’esposizione dei denti gesti ostili. Smarcando il gozzovigliare vis a vis da una mera logica di necessità fisiologica, comprendiamo che l’alimentazione – intesa dalla produzione alla distribuzione, dalla preparazione, al consumo – è, in quanto atto di condivisione, atto strutturante l’organizzazione di un dato aggregato umano. Addirittura, come osservava l’etnologo Lévi Strauss, le pratiche alimentari svolsero una primordiale funzione comunicativa e, col tempo, divennero veicolo attraverso cui si svilupparono autentiche forme linguistiche giustificate dalla necessità di ridurre le tensioni per la spartizione dei viveri.

Fa eco a questa interpretazione lo storico Massimo Montanari il quale, legittimando gli aggregati umani secondo una logica di sopravvivenza volta al procacciamento di risorse, afferma che il momento conviviale assunse progressivamente un significato collettivo e simbolico divenendo indice di appartenenza ed estraneità, adesione ed esclusione, tra i membri di una comunità e tra diverse comunità. Dal banchettare ensemble estrapoliamo allora una duplice funzione: sia quella di connettore all’interno di un dato consorzio sociale sia quella di vettore mediante il quale tramandare memorie, tradizioni, e stili di vita. Già Aristotele osservava che differenze alimentari connotano diversi tipi di società e, se ancora oggi è in voga l’espressione siamo quello che mangiamo, è perchè il cibo, e soprattutto quello che c’è dietro, rappresenta  una autentica frontiera gastronomica culturale.

Il pranzo di Natale al tempo del Coronavirus

Un patrimonio che, come lacrime nella pioggia, è esalato in questi mesi e che vede nel Natale senza Natale il più tetro e freddo acme. Invero, anche l’apparentemente innocua sospensione dei banchetti in queste festività, ha significato amputare un’appendice dell’animale sociale qual è l’uomo preso atto che oggigiorno, una tavolata apparecchiata, rappresenta un baluardo contro il disgregarsi del legame sociale. Nonostante con estremo materialismo si tenda a minimizzare, il pegno delle misure di contenimento non è soltanto economico: l’acconto da saldare insiste su un’ulteriore atomizzazione di una società già individualista.

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Francesco Giubilei: “La Destra superi la subalternità al pensiero di sinistra” – Il Tazebao

Alessandra Romano: “L’innovazione nasce in ambienti ad alto tasso di diversità. La scuola? Sia la prima a praticare l’inclusività” – Il Tazebao

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2020, Gli scatti dell’agenzia Fotocronache Germogli

Gli scatti iconici dell’agenzia fiorentina Fotocronache Germogli sulla pandemia e i suoi effetti sulla città e i rapporti tra le persone.

Tempo sospeso, vuoti che si allargano, l’altro come possibile positivo da cui difendersi, l’incomunicabilità. Volti che diventano meno espressivi riducendosi a uno spiraglio per gli occhi. Firenze che da capitale del turismo – non senza contraddizioni e voci critiche – si ritrova spoglia e muta. Solo un bel panorama senza più vita umana che la popolava.

Nulla come la fotografia cattura e conserva i cambiamenti repentini della realtà. Per ripercorrere un anno tumultuoso come il 2020 la fotografia è il mezzo più immediato ed efficace. Per ricostruire questo annus mirabilis il Tazebao è lieto di ospitare gli scatti emblematici realizzati dai professionisti dell’agenzia fotografica Fotocronache Germogli.

Le foto dell’agenzia Fotocronache Germogli, fondata a Firenze nel 1997 da Roberto e Riccardo Germogli e attiva sulla città e su tutta la provincia fiorentina, restituiscono un’immagine fedele della nuova quotidianità fatta di mascherine, disinfettante, misurazioni della temperatura, sanificazioni frequenti, distanze, controlli sempre più serrati ma anche un’umanità fatta da piccoli gesti di amore, un’umanità che si riconosce in nuovi eroi silenziosi.

Lo spazio pubblico

“Life was so beautiful
Then we all got locked down
Feel like a ghost
Living in a ghost town, yeah”

Rolling Stones, Living In A Ghost Town

È un vuoto disturbante quello che riverberano le piazze, le strade della città. Trasmettono un profondo senso di straniamento rispetto alla quotidianità frenetica. Gli scatti realizzati dall’agenzia Germogli immortalano Firenze durante il lockdown (una delle parole introdotte dalla biosicurezza sanitaria) e successivamente durante la zona rossa. Le architetture rinascimentali del centro della fu città vetrina diventano una sorta di fondale metafisico popolato da pochissime figure animate.

GERMOGLI PH 13 MARZO 2020 FIRENZE CENTRO STORICO DESERTO VIRUS CORONAVIRUS COVID 19 MASCHERINE NELLA FOTO TURISTI PIAZZA DELLA SIGNORIA UFFIZI

GERMOGLI PH: 15 NOVEMBRE 2020 FIRENZE ZONA ROSSA CENTRO STORICO PRIMO GIORNO DI CHIUSURA LOCKDOWN EMERGENZA CORONAVIRUS COVID 19 NELLA FOTO PONTE VECCHIO

GERMOGLI PH: 15 NOVEMBRE 2020 FIRENZE ZONA ROSSA CENTRO STORICO PRIMO GIORNO DI CHIUSURA LOCKDOWN EMERGENZA CORONAVIRUS COVID 19

Le relazioni sociali

I cambiamenti avvengono anche a livello più molecolare, nelle relazioni sociali di ogni giorni. Il metro di distanza è stato oramai completamente interiorizzato da tutti, le mascherine indispensabili per accedere a qualsiasi luogo, il gel un compagno di viaggio nelle poche uscite consentite.

E per entrare in ogni luogo non si può sottrarsi alla misurazione della temperatura.

Anche il rito del caffè cambia radicalmente: consumazione veloce, igienizzandosi prima e rispettando nella fila il metro di distanza, senza sedersi oppure prendendo un caffè da asporto ma consumandolo obbligatoriamente lontano dal bar stesso (aperto fino alle ore 18:00 massimo, di solito) e senza fare assembramenti.
GERMOGLI PH: 19 MAGGIO 2020 FIRENZE CENTRO EMERGENZA CORONAVIRUS NEGOZI E ATTIVITA' RIPARTONO DOPO LA CHIUSURA PER LE MISURE ANTI COVID 19 SHOPPING MASCHERINE TERMOSCANNER TERMOMETRO SANIFICAZIONE PROTEZIONI NELLA FOTO

Allo stesso modo la scuola, quando non in didattica a distanza (con le consuete difficoltà), si svolge con tutte le precauzioni consuete: sanificazioni, mascherine, distanza di sicurezza, percorsi obbligati di ingresso e uscita. Molta meno socializzazione.

GERMOGLI PH: 9 SETTEMBRE 2020 BAGNO A RIPOLI ANTELLA SCUOLA ELEMENTARE LUIGI MICHELET PRIMO GIORNO DI SCUOLA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS COVID 19 BAMBINI MASCHERINE DISTANZIAMENTO SOCIALE

La sanificazione

Sembra entrare in una delle scene più celebri della miniserie tv Chernobyl quando iniziano le operazioni di ripulitura dalle scorie nell’area contaminata. Con uno scafandro quasi simile a quello dei liquidatori, si eseguono regolarmente le operazioni di sanificazione, sia degli spazi pubblici, come nel caso di questi giardini a Scandicci, sia dei luoghi di lavoro.

Eroi come noi nella lotta al virus

In prima linea nella lotta contro il virus ci sono stati e ci sono medici e infermieri. Da fine febbraio ad oggi sono stati una barriera insostituibile contro la pandemia, nonostante le molte difficoltà. Sul fronte sanitario prezioso anche il contributo del Terzo Settore, che, a partire dalle Misericordie, ha arginato le comprensibili falle del sistema sanitario nazionale, travolto dalla prima e seconda ondata.

Un nuovo rapporto con l’autorità

A presidiare i luoghi e a controllare le distanze o le mascherine provvedono le autorità. Un nuovo ruolo degli agenti e una ritrovata fiducia nelle divise sono alcune delle novità del 2020.

GERMOGLI PH : 15 NOVEMBRE 2020 FIRENZE CENTRO STORICO PIAZZA DELLA SIGNORIA POLIZIA MUNICIPALE EMERGENZA CORONAVIRUS COVID 19

Si ringraziano sentitamente Riccardo e Tommaso Germogli (fondatore anche di Vitanews.it dove è stata ospitata un’intervista a Lorenzo Somigli) dell’agenzia Fotocronache per le foto.

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Il carattere degli italiani

La riflessione di Francesco Borgognoni

“(…) Quando ci sarà l’Europa unita i francesi ci entreranno da francesi, gli inglesi ci entreranno da inglesi, e gli italiani ci entreranno da europei”.
Indro Montanelli

In questo passaggio complicato della esistenza delle moltitudini che abitano il mondo, che si consegnano ai modelli di vita dettati dalle nuove tecnologie, e che inermi si prostrano, nel chiuso delle loro case, davanti ai tabernacoli della comunicazione online, ritengo possa avere importanza il tentativo di sviluppare una riflessione originale sui nostri modelli di comportamento, così pesantemente stravolti dal perdurare di una pandemia, che pare far emergere dal buio delle nostre rimozioni, gli antichi terrori del morbo e del flagello divino. Se questo tipo di riflessione può avere una qualche importanza, ed io ritengo che la abbia, una osservazione attenta, non può che iniziare da una ricognizione, per quanto sommaria, delle cose di casa nostra. Per esempio, dalla rappresentazione che gli italiani si danno della nazione che hanno costruito piuttosto che dalle modalità del loro stare insieme o dalla grande attitudine ad attraversare le difficoltà della vita quotidiana che essi da sempre dimostrano e che gli ha resi famosi nel mondo.

Il carattere degli italiani, evitando le banalità e gli stereotipi delle narrazioni ricorrenti del Bel Paese, si propone, dunque, come argomento di riflessione assai più serio di quanto non appaia ad una prima considerazione e ci induce a sviluppare una riflessione sulla contemporaneità nella quale siano immersi e che ci risulta così difficile comprendere. Naturalmente parlare di carattere e di italiani rappresenta già una scelta. Significa attribuire un qualche senso particolare, in questo passaggio drammatico dell’epopea dell’Evo Cristiano, alla nostra esperienza del Paese e, soprattutto, ritenere che attraversando le problematiche di questa Nazione, così recente, gloriosa e scalcinata, si possa favorire una individuazione delle categorie di analisi della presente transizione ad un futuro che è esploso davanti ai nostri occhi con modalità, riconosciamolo, assolutamente inaspettate.

Come nasce l’Italia?

Qualche decennio or sono, Indro Montanelli ebbe a scrivere che gli italiani sono “contemporanei”, alludendo, credo, alla loro capacità di vivere il presente senza sentirsi parte di una tradizione che potesse indirizzarli nelle scelte del presente. Persino banale ricordare quanto questo possa derivare dalla storia dei processi politico-sociali della penisola. I Comuni e le Signorie. Il Papato e le occupazioni straniere e quant’altro si possa riassumere nella narrazione del Rinascimento come fattore di sviluppo straordinario di arti e scienze, di ricchezze materiali e culturali e, ad un tempo, di inibizione di quei percorsi che nel resto dell’Europa portarono, ad esempio, Francia e Inghilterra a trovare una unità statuale all’obbedienza della corona di un unico re. Il fattore veramente speciale di questa narrazione però, non consiste nell’individuazione del quanto o del quando. Ma nella identificazione di un come. Un mercante di Milano nel 1600 oppure un notaro di Bologna, o un avvocato di Venezia e qualunque altro essere umano, nello stesso periodo, che sapesse leggere e scrivere, a Brescia come a Bergamo, a Palermo come a Napoli, utilizzavano per comunicare nella loro vita di relazione il dialetto. Un dialetto quasi sempre ricco ed espressivo che consentiva lo scambio di informazioni complesse e la giusta comunicazione nelle realtà domestico-familiari e socio-amicali. E, tuttavia, accanto a ciò, mentre il latino si manteneva lingua delle relazioni internazionali e statuali, nonché ambito naturale della religione praticata (il cristianesimo si intende) straripava, importante e decisiva nella formazione delle coscienze, la diffusione della lingua italiana. Il linguaggio poetico di Dante Alighieri che si faceva “modo” di arte e poesia, e diventava espressione di una comunità nella quale si declinava la vicenda del teatro in musica melodramma e prosa. L’Italia nasce lì. Non attraverso un popolo che si riconosce in una comune tradizione, né in un territorio da perimetrare e da difendere da forze ostili, ma, si potrebbe quasi dire, in una dimensione situata a metà strada tra la produzione artistica ed il sogno esoterico, e, per questo, accessibile solo ad individui dotati di caratteristiche particolari ed in possesso di requisiti elevati di istruzione e cultura.

Molti secoli prima del settembre del 1870 non esisteva un Paese abitato da un popolo e governato da un re, ma esisteva un Paese nel quale le classi colte, seppure in modo intermittente, abitavano un luogo dello spirito, che, tra mitologia ed elitarismo, determinava la appartenenza ad una koinè che si attribuiva padronanze culturali e profondità sapienziali. Questo appariva chiaro sin dal Seicento, quando si cristallizzarono le conseguenze di una sciagurata politica che aveva visto i principi e i duchi italiani, gretti e rissosi, mettersi al servizio del potente di turno, in totale subalternità, sperando di difendere il particolare all’interno delle mura municipali. Una condizione amaramente rappresentata, già nella seconda metà del cinquecento dal famoso aforisma di Francesco Guicciardini, “Franza o Spagna, purché se magna”, che bene descriveva l’atteggiamento della classe dirigente italica nei confronti del rappresentarsi dello scontro per il controllo del mondo allora conosciuto.

Siamo rimasti fermi lì. Con la grande eccezione del Risorgimento e della sua gloriosa costruzione che tracolla con il Fascismo che aveva illuso gli italiani. Siamo rimasti con le nostre volubilità e inaffidabilità. Con la nostra incapacità di concepirci in un bene comune, che ci mostra miserabili ed indifesi. Manteniamo tuttavia, e – dico io – proprio anche per questo, una grandissima capacità di collocarci nel nuovo e nel diverso, che ci deve consegnare qualche speranza per il futuro, nonostante l’orizzonte fosco che si presenta ai nostri occhi.

Essere contemporanei, quindi, senza subire i condizionamenti delle antiche abitudini, forse perché vigliacchi e un poco traditori, ma, forse, anche perché capaci di decrittare una via di salvezza prima di altri. Essere contemporanei senza soffermarsi a rimpiangere quello che la nostra idiozia ha dissipato, e prendere rapidamente possesso di quel poco che ci verrà consegnato. E provare tutti insieme a ripensare la politica e la democrazia. Con un po’ di fortuna i nostri figli o i nostri nipoti, ce la potrebbero anche fare.

Il luogo che non c’è. La pandemia dopo la Colonna Infame

Foto in copertina © Fotocronache Germogli

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