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Mundus furiosus

C’era una volta – Crimea, gas e non solo. Il Mar Nero: mare dei miti, delle leggende e della geo-poetica

Nel corso degli anni, molte leggende o pseudo-leggende sono state inventate e tramandate fin ai giorni nostri sul Mar Nero…

Ad oggi si contano più di trecento antichi nomi del Mar Nero. Alcuni sono associati ai popoli che vivevano nella regione: Mar Cimmerio, Mar Scita, Mar Sarmato, Mar Colchide, Mare di Rum, Mar dei Traci, Mar Russo. Altri nomi facevano riferimento alla grandezza: Mar Grande, Mar Grosso, Mar Profondo. Oppure alla collocazione geografica: Mar Settentrionale per gli arabi del sud e Mar Orientale per i greci e romani. Nominativi molto popolari erano quelli associati ai colori: non tutte le antiche civiltà vedevano il mare di “color nero”. Circolavano anche varianti come Mar Blu Scuro e anche Rosso [1].

In occasione del 31 ottobre, giornata celebrativa a livello internazionale di questo specchio d’acqua, il magazine online Discover Dobrogea, ha pubblicato un’intervista al biologo Răzvan Popescu-Mirceni, direttore della società di esplorazione oceanografica e la protezione dell’ambiente marino nella città di Costanza, in cui svelava alcuni misteri sul Mar Nero [2].

Origine dell’attuale nome

La vera origine del nome Mar Nero è di derivazione ottomana. Molti popoli, incluso quello romeno, associavano i punti cardinali e la dinamica del nostro sistema sociale, con i luoghi di provenienza della luce e del buio, del caldo e del freddo. Infatti, se richiamiamo alla mente l’espansione territoriale dell’Impero Ottomano, è facile notare come il “Mar Nero” sia stato un ‘lago’ turco per molti secoli: poiché era a nord del centro del loro impero, gli ottomani associavano questo punto cardinale con la notte e il freddo, così hanno chiamato il mare “Kara Deniz“, kara è nero, deniz significa mare in turco.

Per contrasto, il mar Mediterraneo, che si trova a sud del centro dell’Impero Ottomano, è stato definito Ak Deniz, mare bianco e tutt’oggi è chiamato così dai turchi.

Da Pontos Akseynos a Pontus Euxinus

La costa settentrionale del mar Nero, nei secoli VII-VI a.C., era dominata da coloni greci. A causa di condizioni naturali imprevedibili e tribù costiere ostili, i greci iniziarono a chiamare il mare “Pontos Akseynos”, ovvero “Mare Inospitale”. Adottarono questo nome da un’antica parola di origine persiana, “ahshayna” [3], ovvero “oscuro”, “nero”.

Non è un caso che Giasone e gli Argonauti, superando i pericoli, navigarono a bordo della nave Argo, regalo di Atena, proprio attraverso questo mare fino alla Colchide alla ricerca del Vello d’Oro. E il ‘colpevole’ Prometeo fu incatenato ai confini del mondo, oltre il mare, nella regione delle montagne del Caucaso.

Il geografo, storico e filosofo greco Strabone [4], in Geografia, scrive:

“[…] A quei tempi questo mare era irraggiungibile dal punto di vista della navigazione e si chiamava ‘Aksinsky’ a causa delle tempeste invernali e delle tribù selvagge dei dintorni, in particolare gli Sciti, poiché erano soliti sacrificare i forestieri, mangiare la loro carne e utilizzare i loro teschi come trofei. Successivamente, dopo la fondazione delle città degli Ionici sulla costa, il mare fu chiamato ‘Evksinsky’ […]”.

Il geografo romano Pomponio Mela [5], in “La Posizione della Terra”, descrive questo mare agitato come segue:

“[…] Il mare è caratterizzato da una bassa profondità, dal temperamento severo, dalle nebbie, dalle ripide sponde non sabbiose. I golfi sono rari. Il mare bagna i paesi da cui soffia il vento del nord e, a causa di questo vento, il mare è agitato e ribolle […]”.

Quando i greci diventarono abili costruttori di navi e queste divennero più sofisticate, cambiarono nome al mare in “Pontus Euxinus”, il “Mare Ospitale”; in più il Pontus Euxinus era l’unico da cui potevano bere acqua. Quando i coloni di Mileto giunsero in Dobrogea per formare la polis di Istros (in greco; Histria in latino), rimasero in viaggio per settimane con le navi, tempo durante il quale furono lasciati senza acqua potabile.

I Greci organizzavano le loro spedizioni verso il Mar Nero in primavera, quando il Danubio era al suo apice. Così, l’acqua dolce del fiume, che all’epoca era potabile, rimaneva in superficie, con una densità inferiore rispetto all’acqua salata, che rimaneva sul fondo. In pratica, il Mar Nero era l’unico mare dal quale potevano bere acqua. Poiché gettavano il secchio e prendevano l’acqua sia per bere che per altri bisogni personali direttamente dal mare, senza dover chiedere ‘permesso’ a qualcuno e perché l’acqua stessa si apprestava a questo, i greci lo chiamarono il “Mare Ospitale”.

Il poeta dei dolci carmi d’amor

Il poeta di Sulmona, poco più che cinquantenne, approda a Tomi, sul Mar Nero, nell’8 a.C. per scontare la sua relegatio. Qui morirà dieci anni dopo nella vana attesa del perdono da parte dell’imperatore Augusto. Dopo la partenza per il Mar Nero, Ovidio scrive Tristia (Tristezze), un’opera composta da cinque libri di elegie in forma prevalentemente epistolare. Le elegie sono incentrate sul contrasto Roma-Tomi, l’attuale porto romeno di Costanza. Definendo il posto che lo ospita “finis terrae” (ultima terra) [6], Ovidio mette in chiara contrapposizione lo splendore culturale di Roma, che per lui rappresenta un passato felice ma perduto, con lo squallore di una provincia barbara dal paesaggio aspro e inospitale.

“Il luogo stesso è una parte della mia pena”. [7]

Le tempeste sui mari, l’inverno rigido e la primavera sul Ponto, divengono lo specchio di una stanza interiore del poeta. Il paesaggio, quindi, acquista una dimensione spazio-temporale percossa e attonita.

Lo scrittore romeno Vintilă Horia, familiare con la condizione di esiliato, si ispira al tema dell’esilio di Ovidio quando scrive la sua opera “Dumnezeu s-a născut în exil”, “Dio è nato in esilio” del 1960. Descrive l’esilio come un inferno esistenziale che, però, porta l’esiliato a scoprire e ad entrare in contatto con un’altra parte di sé che prima non poteva neanche immaginare di avere. Proprio per questo metterà in bocca a Ovidio queste parole:

“Augusto non saprà mai quale servigio mi ha reso facendomi soffrire: solo ora sto scoprendo il vero volto di me stesso”. [8]

Dopo l’annessione di Costanza alla Romania nel 1878, la ristrutturazione del porto divenne uno dei progetti più ambizioni di re Carlo II, nel tentativo di recuperare così i fasti di un glorioso passato ancora imperiale. Le autorità romene e gli intellettuali sottolineano immediatamente dopo l’indipendenza della Dobrogea dall’impero ottomano, l’idea della romanità del territorio. In questa atmosfera di riqualificazione nazionale, il volto del poeta Ovidio appare come un simbolo della permanenza romena nel corso dei secoli. È lo stesso sovrano a rammentare la morte di Ovidio a Tomi:

“[…] dove numerosi monumenti storici ci portano alla memoria l’antica dominazione dei nostri antenati e dove ha terminato i suoi giorni il poeta Ovidio” [9].

Il mito ovidiano e le vestigia romane celebravano la latinità del popolo romeno. Fu così che lo scultore italiano Ettore Ferrari, nel 1884 realizzò una statua in bronzo alta 2.600 metri raffigurante il poeta dell’Amore in una posa profondamente meditativa. La statua venne poi inaugurata nel 1887 nella piazza Indipendenza, battezzata piazza Ovidio dopo il 1947, nel cuore della città portuale e copiata nel 1925 dalla città natale del poeta, Sulmona. La base della statua è formata da una lastra di marmo bianco, l’epitaffio del poeta, e riporta il seguente messaggio, secondo la sua ultima volontà [10]:

“HIC EGO QVI IACEO TENERORUM LVSOR AMORVM, / INGENIO PERII NASO POETA MEO./ AT TIBI QVI TRANSIS, NE SIT GRAVE, QVISQVIS AMASTI/ DICERE. NASONIS MOLLITER OSSA CVBENT”

 

“Qui giaccio io, Ovidio Nasone poeta, cantore di delicati amori, che perii per il mio ingegno; non sia grave a te, che passi e hai amato, mormorare: Le ossa di Ovidio riposino infine dolcemente”.

Il “Grande Mare”

L’unico nome di autentica origine romena attribuito al Mar Nero è il “Grande Mare“, continua nel suo racconto il biologo. Quest’affermazione è apparsa in un documento ufficiale del 1406 del voivoda, Mircea Cel Batrân, Mircea il Vecchio [11] il cui titolo di sovrano può offrirci una cronologia approssimativa della diffusione territoriale romena dell’epoca, più precisamente valacca.

“Io, in Cristo Dio, il Dio fedele e caritatevole e il Cristo amorevole e sacrificante, Io Mircea, il grande Sovrano e Signore con la misericordia di Dio e con il dono di Dio, governando e regnando su tutta la terra Ugro-Valacca e le zone al di là delle montagne, i Tartari, e Amlaş (Omlas)e Făgăraș (Fogaras), gli Hertz, e il sovrano del Banato di Severin, e su entrambi i lati in tutta la Podunavia, fino al Grande Mare e sovrano della fortezza di Dartor”.

Struttura ed Ecosistema

Un altro aspetto interessante relativo al Mar Nero è la sua struttura: è formato da due mari sovrapposti, uno vivo e uno morto. Lo strato di acqua senza vita non ha ossigeno, quindi non permette la decomposizione ad un ritmo veloce. Ha anche conservato manufatti archeologici vecchi di migliaia di anni, che non si sarebbero conservati in altri mari: oltre i 200 metri di profondità del Mar Nero, possono essere ritrovati giacere sul fondo dell’acqua. Lo stesso vale per i corpi di animali, conservati della parte inferiore del mare, quella delle acque morte, in ottime condizioni. Il Mar Nero è un ecosistema nuovo e le sue dinamiche sono molto più ampie ed originali che altrove.

Ha un ecosistema nuovo e scarsamente stabilizzato. Poche specie vivono qui, ma il numero di esemplari è molto alto.

“Se una delle specie scompare, il risultato può essere devastante. A differenza degli ecosistemi stabili, nel Mar Nero questo potrebbe portare alla scomparsa di tutte le creature viventi nel corso del tempo”, dice Razvan Popescu Mircieni. [12]

Il processo tramite il quale vede nascere nuove specie da specie esistenti è chiamato speciazione. L’emergere di una nuova specie può essere raggiunto sia convertendo una specie esistente in un’altra o dalla ramificazione di una specie in due o più nuove specie. Questo fenomeno è causato dalla microevoluzione.

La maggior parte degli organismi viventi sono presenti principalmente in prossimità delle coste: il mare, infatti, faceva parte del vecchio Mar Sarmatico, un bacino che comprendeva l’attuale Mar Caspio e il Lago d’Aral. Con il tempo è entrato in contatto con il Mediterraneo di oggi e tutto ciò che era acqua salmastra, quasi dolce fino ad allora, ha cominciato a diventare molto più salato. Di conseguenza gli organismi, salvo alcune eccezioni, possono vivere solo alle foci dei fiumi, dove la salinità è molto bassa.

Organization of Black Sea Economic Cooperation, BSEC e gas naturale

L’Organizzazione per la Cooperazione Economica del Mar Nero [13] è un’organizzazione internazionale – regionale che comprende sia i paesi bagnati dal mar Nero sia i paesi che hanno interessi in questa zona (Albania, Armenia, Azerbaigian, Grecia, Moldavia e Serbia). Questa organizzazione è nata su iniziativa turca nel 1992 e aveva lo scopo di avvicinare la mezzaluna turca all’Unione Europea.

Attraverso il Mar Nero, la Russia esporta la gran parte del suo petrolio caspico e del suo gas naturale, quest’ultimo trasportato verso la Turchia con il progetto Blue Stream. Un altro progetto, il South Stream aveva l’obiettivo di connettere direttamente il gas di produzione russo ai mercati dell’Europa centro-meridionale, Italia inclusa, attraverso un percorso, sviluppato congiuntamente da Gazprom ed ENI, sul fondo del mar Nero che evitasse il passaggio per paesi extracomunitari, soprattutto l’Ucraina. Ma in seguito all’invasione russa in Ucraina, nel 2014, il progetto venne abbandonato.

Il 21 agosto il Presidente Recep Tayyip Erdogan ha annunciato:

Nel Mar Nero la Turchia ha fatto la più grande scoperta di gas naturale della sua storia[14].

La scoperta di 320 miliardi di metri cubi di gas naturale in una parte incontestata del Mar Nero è certamente una buona notizia per un Paese che importa quasi interamente il suo fabbisogno energetico. Il nuovo giacimento di gas, ribattezzato “Sakarya”, sarà disponibile solo a partire dal 2023. Il giacimento di gas si trova a circa 2 km sotto il fondale marino e a 170 km al largo della costa turca e, cosa ancora più importante, si trova interamente in acque territoriali turche. Nonostante la mancanza di risorse energetiche interne, la Turchia è diventata una sorta di epicentro energetico, con oleodotti e gasdotti dall’Iraq e dal Caucaso che convergono in Anatolia. Uno sviluppo infrastrutturale importante è stato il TurkStream, un gasdotto che collega il gas russo sotto il Mar Nero alla rete energetica turca e poi all’Europa meridionale.

Sempre per quanto riguarda la Turchia: il gasdotto Trans-Adriatico, TAP, Trans-Adriatic Pipeline [15] è un gasdotto che dalla frontiera greco-turca attraversa Grecia e Albania per approdare in Italia nella provincia di Lecce.

Il TAP, insieme a TANAP, Trans Anatolian Pipeline che attraversa in lungo tutta la penisola anatolica, e a SCP, South Caucasus Pipeline, è una delle infrastrutture di trasporto che costituiscono il cosiddetto Corridoio Sud del Gas, consentendo l’accesso al mercato europeo delle riserve di gas proveniente dal giacimento offshore azero Shah Deniz II, situato nel Mar Caspio.

Come riporta attentamente Il Nodo di Gordio [16], il 31 dicembre 2020, “arriva in Italia il primo gas dall’Azerbaijan” attraverso il Trans Adriatic Pipeline.

Il desiderio europeo di trasformarsi nel primo continente neutro dal punto di vista climatico entro il 2050, è la più grande sfida ed opportunità del nostro tempo. La Commissione europea ha recentemente presentato il Patto verde europeo, il pacchetto di misure più ambizioso che dovrebbe consentire ai cittadini e alle imprese europei di beneficiare della transizione verso un’economia verde e sostenibile. Le risorse provenienti dal mar Nero possono contribuire direttamente allo sviluppo del Patto ecologico europeo.

Si auspica che l’audace e curioso lettore, nei panni dell’eroe greco Giasone, non abbia smarrito la strada in mezzo a tutte le informazioni ivi presenti, né si sia perso nella squisita geo- poetica e geopolitica bruta del mar Nero, ma che sia approdato a queste righe finali, alla Iolco di questo Mundus Furiosus in possesso del Vello d’Oro, di una, seppur piccola, conoscenza in più. Perché oggi più che mai è d’oro.

Bibliografia
  1. Dana Foddis, “Perché il Mar Nero si Chiama Così?”, Russia in Translation, 28/04/2019;
  2. Auris Luca, “8 Lucruri mai Puțin Cunoscute despre Marea Neagră, Discover Dobrogea, 31/12/2020;
  3. “Black Sea. Natural complexes of the seas that washed Ukraine”, Physical Geography of Ukraine;
  4. Dana Foddis, “Perché il Mar Nero si Chiama Così?”, Russia in Translation, 28/04/2019;
  5. Ibidem;
  6. Ovidio, “Tristia”, Elegia III, Libro I;
  7. Ovidio, “Tristia”, Elegia II, Libro I;
  8. “Ovidio e Vintilă Horia, due Esiliati“;
  9. Federico Donatiello, “Romania: Due Poeti Bohémienne e le Sirene del Mar Nero”, East Journal, 19/02/2017;
  10. “Statuia lui Ovidiu”, Itinerarii Pontice;
  11. Auris Luca, “8 Lucruri mai Puțin Cunoscute despre Marea Neagră, Discover Dobrogea, 31/12/2020;
  12. Ibidem;
  13. Il Mar Nero, Nuovo Epicentro di Guerra Economica, Istituto di Studi Strategici Niccolò Machiavelli, 2013;
  14. Aslı Aydıntaşbaş, “Mare in Tempesta: la Scoperta Turca dei Giacimenti di Gas del Mar Nero e i Rapporti con l’Europa”, European Council on Foreign Relations, 03/09/2020;
  15. “La Costruzione del Gasdotto”, Trans Adriatic Pipeline;
  16. Luigi Capogrosso, “TAP, Arriva in Italia il Primo Gas dall’Azerbaijan”, Il Nodo di Gordio, 31/12/2020.
Della stessa autrice

I tre Moschettieri: Russia, Iran, Cina. Nemico comune, obiettivi, strategie e investimenti diversi – Il Tazebao

C’era una volta – “Connection before Correction” – Il Tazebao

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I tre Moschettieri: Russia, Iran, Cina. Nemico comune, obiettivi, strategie e investimenti diversi

Grazie a Raghida Dergham, fondatrice e presidente esecutivo del Beirut Institute, ricostruiamo alcuni avvenimenti di notevole interesse per gli equilibri del Medioriente e non solo.

Marzo è stato un mese molto movimentato dal punto di vista diplomatico per i paesi del Golfo e del Medio Oriente. L’evento più clamoroso vede come protagonisti i nemici giurati degli USA, ovvero Iran e Cina, che hanno firmato un accordo bilaterale dalla durata di 25 anni e che vedrà cospicui investimenti cinesi in settori chiave della stremata economia iraniana.

Le sanzioni dell’amministrazione Trump

L’8 maggio 2018, l’allora presidente americano Donald Trump, revoca l’adesione del suo paese dall’accordo sul nucleare con l’Iran, il JCPOA, Joint Comprehensive Plan of Action (il Piano d’azione congiunto globale). L’accordo, faticosamente raggiunto dai cinque paesi con diritto di veto alle Nazioni Unite (USA, Russia, Gran Bretagna, Francia, Cina, paesi ai quali si è aggiunta anche la Germania) e promosso dall’Unione Europea, sanciva la sospensione di uno dei più sofisticati sistemi sanzionatori adottati nei confronti di uno stato sovrano, in cambio, da parte del Governo di Teheran, dello smantellamento del piano di sviluppo nucleare perseguito da quest’ultimo a partire dagli anni 2000.

Trump non solo si sfila dall’accordo, ma annuncia e mette in pratica in seguito, aspre sanzioni contro il governo di Teheran: sanzioni primarie e secondarie. Queste ultime non hanno di certo lasciato indifferenti i paesi dell’Unione Europea. Infatti, colpiscono i soggetti fisici e giuridici non americani che intrattengono relazioni commerciali con l’Iran mentre le prime, le sanzioni primarie che colpiscono i soggetti fisici e giuridici americani, non sono mai venute meno, nemmeno con l’accordo del 2015.

L’efficacia delle sanzioni del 2018

In un articolo dal titolo “Six charts that show how hard US sanctions have hit Iran” [1] (“Sei grafici che mostrano quanto duramente le sanzioni statunitensi hanno colpito l’Iran”) pubblicato dalla BBC News e basandosi su dati forniti dalla Banca Centrale iraniana, il PIL iraniano volato a 12,3% in seguito all’accordo sul nucleare, (crescita legata all’industria petrolifera ovviamente), nel 2017, anno in cui la produzione dell’oro nero diminuisce drasticamente, scade fino al 3,7%. Nel 2018 arriva il colpo di grazia per l’economia di Teheran: la contrazione del PIL è del -4.8% e nel 2019 del -9.5%. Lo stesso anno, il tasso di disoccupazione arriva al 16.8%.

Il ripristino delle sanzioni statunitensi nel 2018, in particolare quelle imposte ai settori energetico, navale e finanziario a novembre, ha causato l’esaurimento degli investimenti esteri e ha colpito le esportazioni di petrolio. Le sanzioni impediscono alle società statunitensi di commerciare con l’Iran, ma anche con imprese o paesi stranieri che hanno a che fare con l’Iran.

Quanto sono state efficaci queste sanzioni? Esse non hanno prodotto il risultato sperato dagli USA e dagli altri paesi dell’UE perché l’Iran ha continuato con il suo programma di arricchimento dell’uranio, e per di più, paradossalmente, per il paese non sono state così drammatiche. A tal proposito si veda il contributo di Arti Sangar, avvocato con una vasta esperienza che abbraccia diverse giurisdizioni, tra cui l’Australia, gli Stati Uniti, il Medio Oriente e l’India, per il DRT International Law Firm & Alliance. Nel suo articolo “Sanctions in Iran: How Effective are they?” [2], l’avvocato porta a galla un effetto collaterale delle sanzioni: l’emersione di un florido mercato nero in Iran. Le sanzioni hanno invece spinto gli iraniani ad aprire nuovi e fiorenti mercati neri per beni e servizi proibiti. Hanno anche indotto i leader iraniani a guardare alla Cina e alla Russia per soddisfare il bisogno dell’Iran di capitale straniero. Per esempio, gli iraniani hanno fatto ricorso a banche e società di copertura in tutto il Medio Oriente per aggirare le sanzioni. Inoltre, le banche e le società iraniane ora rimuovono i loro nomi e le loro posizioni dai documenti delle transazioni. Teheran ha anche aumentato gli affari con le nazioni che non sono incluse nell’attuale regime sanzionatorio. La Cina ha quasi cento miliardi di dollari nelle riserve di petrolio e gas iraniane.

Nonostante l’afflusso di capitali dalla Russia e dalla Cina, “le sanzioni continuano a compromettere la capacità dell’Iran di condurre attività economiche regolari sul mercato globale” (“Notwithstanding the capital influx from Russia and China, sanctions continue to impair Iran’s ability to conduct regular economic activity in the global marketplace”). [3]

Si potrebbe quasi dire che il governo di Teheran non sia più in grado, o meglio, non sia più abituato a farsi strada legalmente nel mercato globale e che il mercato nero sia diventata ormai la sua fonte di sostentamento.

Accordo Iran – Cina

Sabato 27 marzo, Cina e Iran firmano una roadmap bilaterale che durerà 25 anni e si porterà dietro investimenti di Pechino in settori strategici di Teheran. La Cina ha le idee chiare in materia: già dal 2016 investe pesantemente in Iran e, in seguito al comportamento ostile dell’amministrazione Trump verso la repubblica islamica, ne è diventato il principale partner commerciale. Da quanto stabilito dall’accordo, Teheran riceverà annualmente venti miliardi di dollari da Pechino, soldi che gli permetteranno di realizzare i propri progetti interni e regionali, incluse strategiche operazioni in Siria, Iraq, Libano e Yemen.

La giornalista libanese-americana Raghida Dergham [4], fondatrice e presidente esecutivo del Beirut Institute e editorialista per The National, si concentra molto sulla tempistica di questo accordo: viene stipulato ed annunciato nei primi cento giorni della presidenza Biden, il quale auspica il ritorno all’accordo del 2015. L’annuncio, dunque, non è casuale: Cina e Russia, ma la prima in particolar modo, non vogliono correre il rischio di perdere un ‘alleato’ così prezioso come la repubblica islamica. Investire in quello che un tempo è stato il cuore dell’impero persiano, significa prima di tutto conquistare una posizione strategica in Medio Oriente, emulando la posizione russa in Siria a supporto del regime di Bashar Al Assad. Perché, in fondo, è questo il desiderio cinese, potersi sedere al tavolo negoziale in qualità di garante e avanzare richieste e condizioni benefiche per il consolidamento della presenza cinese nella regione del Golfo.

Controllando l’Iran, Pechino può puntare anche a quei territori in cui l’influenza iraniana è forte, come nel caso libanese.

Il Libano cartina di tornasole del Medioriente. Gianni Bonini e Lorenzo Somigli a colloquio con Maroun El Moujabber – Il Tazebao

Ma la giornalista Dergham si spinge oltre e chiede al lettore un ulteriore sforzo: la Cina proteggerà militarmente l’Iran se Teheran dovesse inasprire le tensioni nelle acque del Golfo, o se continuasse a sostenere gli attacchi degli Houthi nel vicinato?

Non manca di certo il riferimento alle petro – monarchie. Raghida Dergham sottolinea come nella regione, le monarchie del Golfo, siano una presenza ‘ingombrante’: sempre a marzo il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov “toured the region” [5] (ha messo a ferro e fuoco la regione, ovvero si è lanciato in questo tour diplomatico nel Golfo per discutere della strategia da adottare nei confronti degli USA di Biden). Tappa fondamentale del suo tour, è stata anche Pechino dove ha incontrato la sua controparte cinese per coordinare le strategie dei due paesi per quanto riguarda le relazioni con gli Stati Uniti, gli Stati del Golfo e il Medio Oriente, tra “l’evidente declassamento della regione da parte dell’amministrazione Biden nella sua lista di priorità”. [6]

La Cina è vista dai paesi del Golfo come un possibile argine alle ambizioni iraniane: considerando i progressi nelle relazioni cinesi con le petro-monarchie, Pechino cercherà di ridurre una potenziale e futura escalation. Queste relazioni saranno quindi importanti poiché questi Stati cercano di far leva sul partenariato di Pechino con Teheran per contenere le incursioni dell’Iran nella regione. Solo allora sarà possibile per tutte le parti interessate sognare un grande accordo tra l’Iran e gli Stati Uniti.

Il ruolo della Russia

Come scrive sempre Raghida Dergham:

“China and Russia share frosty relations with the US. Both powers see Iran as an important card to use against the Biden administration”. [7] (“I rapporti della Russia e della Cina con gli USA sono ancora ‘congelati’. Entrambe le potenze vedono l’Iran come una carta importante da usare contro l’amministrazione Biden”).

La Russia vede l’accordo Cina – Iran come complementare alle sue relazioni commerciali con la repubblica islamica.

In più, Mosca, a differenza di Pechino, non dispone di ingenti quantità di denaro: la mano negoziale è l’unica leva su cui può affidarsi al memento. Il suo tentativo di sponsorizzare soluzioni ad alcuni conflitti nella regione è un mezzo efficace per rafforzare la sua presenza in un modo che le permette di competere con Washington. Ha puntato molto su Israele in questo contesto, cercando di diventare un ponte tra Israele, l’Iran e gli Stati arabi.

Mosca, non ritiene che l’amministrazione Biden sia pronta a svolgere un ruolo significativo nella regione e che l’elaborazione di una politica chiara da parte di Washington richiederà tempo, il che crea un’opportunità per Mosca di colmare il vuoto attraverso un’azione rapida e coraggiosa. L’accordo Cina – Iran è fondamentale proprio per questo: sulla scia degli Accordi di Abramo (che continuano a produrre notevoli effetti), voluti da Donald Trump, Vladimir Putin mira a sponsorizzare un accordo tra Iran e Israele. Potrebbe decidere insieme alla Cina di far pressioni sull’Iran affinché si muova in questa direzione.

Dal canto suo, anche Israele dovrà guardare all’Iran con un occhio più benevolo: ora che ha il sostegno della Cina non rappresenta più una minaccia così grande.

Ma l’ostilità tra i due potrebbe anche aumentare per eguagliare le crescenti tensioni tra i rispettivi alleati (Washington e Pechino).

Rimane da vedere come il Dragone cinese riuscirà a perseguire tutti i suoi obiettivi, concentrando le proprie energie e risorse su più fronti contemporaneamente ed evitando di sprofondare nelle sabbie mobili dei deserti politici del Medio Oriente.

Bibliografia
  1. “Six Charts that Show how Hard US Sanctions Have Hit Iran”, BBC News del 09/12/2019.
  2. Arti Sangar, “Sanctions in Iran: How Efferctive are They?”, DRT International Law Firm and Allience;
  3. Ibidem;
  4. Raghida Dergham, “Will China – Iran Deal Change the Middle East?”, The National del 04/04/2021;
  5. Ibidem;
  6. Ibidem;
  7. Ibidem.
Della stessa autrice

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C’era una volta – “Connection before Correction”

“Connection before Correction”.

Creare dei legami prima di puntare il dito contro l’un l’altro. È questo il messaggio dell’articolo del rabbino Yakov Nager su The Times of Israel. [1] Tale preghiera alla coesistenza pacifica fra le comunità presenti sul territorio israeliano arriva in seguito all’appello lanciato dall’ormai famoso e decisivo, leader arabo Mansour Abbas (di cui abbiamo parlato ampiamente).

Abbas, in un discorso trasmesso sui principali canali televisivi israeliani, ha parlato di “Jewish-Arab coexistence in Israel” [2], coesistenza tra la comunità araba e quella ebrea. Si è definito “a man of the Islamic Movement, a proud Arab and Muslim, a citizen of the state of Israel” (“Un uomo del movimento islamico, un fiero arabo e musulmano, un cittadino di Israele”), non ha mai pronunciato l’aggettivo palestinese. Ha tenuto lo stesso discorso in ebraico, non in arabo e inizia con un augurio di pace rivolto a tutti i cittadini dello stato d’Israele. “What we have in common is greater than what divides us” (“Quello che ci accomuna è più grande di quello che ci divide”), ha citato diversi passi del Corano in cui si sottolinea l’umanità, caratteristica costante di tutte le persone. Ha ringraziato tutti i suoi sostenitori che gli hanno permesso di diventare la star, potremmo dire, della scena politica israeliana ed è più che consapevole della missione di cui queste elezioni l’hanno investito:

“To create an opportunity for coexistence in this holy land, blessed by three religions and home to two peoples” (“Creare un’opportunità per la coesistenza in questa terra santa per le tre grandi religioni monoteiste e casa di due popoli”).

E pensare che oggi il presidente americano Joe Biden, al telefono con il re di Giordania, ha resuscitato la tristemente famosa formula “two-state solution”! [3]

Abbas, intanto, rincara la dose: “we must give ourselves and our children the right and opportunity to come to know our neighbors” (“Dobbiamo darci e dare ai nostri figli il diritto e l’opportunità di conoscere i propri vicini”). Ha espressamente sottolineato come egli rappresenti il 20% del pubblico israeliano, ma è proprio da questa comunità ristretta che deve partire il cambiamento per “costruire una società civile che sia al di sopra dei suoi componenti”. La responsabilità politica è indispensabile per infondere fiducia tra la popolazione ed evitare che una comunità abbia paura dell’altra e creare insieme un futuro migliore per tutti. È richiesta responsabilità sia da parte dei politici, sia da parte degli elettori per costruire una realtà diversa per i cittadini israeliani. “Israel has changed its face, but she refuses to open her eyes” (“Israele ha cambiato la sua faccia, ma rifiuta di aprire gli occhi”) ha detto riprendendo una famosa canzone ebrea, “Now is the time for change”, ‘adesso’ è il momento del cambiamento.

L’appello del rabbino Yakov Nager

Ritorniamo alla dissertazione del rabbino Yakov Nager. Secondo questi, infatti, è giunto il momento per i leader ebrei di aprirsi sinceramente, con buone intenzioni, alla comunità araba e di accoglierli nell’agone politico per renderli protagonisti a pieno titolo “in building a society that works for everyone” (“nell’edificare una società che funzioni per tutti”). Questo processo non è per niente facile: arriveranno critiche da tutte le parti, ci saranno e ci sono divergenze profonde di opinione fra le due comunità, ma se si aspetta di raggiugere la perfezione, si deve aspettare in eterno. Bisognerebbe, invece, iniziare dal processo contrario: “Connection before Correction”, prima l’unione, poi la correzione, prima si accetta la situazione così com’è, poi si contribuisce a cambiarla dall’interno che è molto più semplice ed intelligente.

Il rabbino continua focalizzandosi sui sospetti che gli ebrei nutrono nei confronti degli arabi: molti, infatti, pensano che le loro intenzioni non siano sincere e che tengano questi discorsi sulla coesistenza solo per meri interessi politici, o addirittura si domandano se le parole pronunciate in arabo corrispondono con le loro “friendly words”, ‘parole amiche’ in ebraico o in inglese. Proprio per sfatare questo mito della diffidenza reciproca, ma soprattutto da parte giudaica, ed enfatizzare il desiderio arabo di unione con la comunità giudaica, il rabbino fornisce tre esempi tratti dalle sue numerose visite nelle scuole arabe di Israele.

Qui di seguito riporterò solo l’ultimo di questi tre esempi, il terzo, quello più significativo perché vede come protagonisti i bambini, mentre gli altri due ragazzi di istituti superiori.

Yakov Nager si reca in una scuola in Galilea, a Kafr Rama e porge ai bambini la seguente domanda.

Israele è uno stato così piccolo che sulle carte geografiche è complicato scrivere il suo nome perché mal si adatta; la sua terra è geograficamente insignificante, il numero di persone uccise e ferite a causa del conflitto arabo-israeliano incombe qui, ma è trascurabile rispetto ai conflitti in altre regioni.

Se è così, perché gli occhi del mondo intero sono attentamente puntati su questa piccola area del globo?

I bambini rispondono: “Tutti sanno che tutto è iniziato qui”.[4]

In effetti, le religioni abramitiche, che sono tutte ispirate da eventi che hanno avuto luogo nel territorio del giovane stato israeliano, oltre 3000 anni fa, rappresentano la maggioranza della popolazione mondiale.

I bambini di Kafr Rama hanno parlato del passato, ma il rabbino collega il loro ragionamento al presente: nel luogo stesso in cui tutto è iniziato, “dobbiamo cercare un modo per affrontare le sfide di oggi”.


Bibliografia
  1. Yakov Nagen, “I’s Tome to Heal Jewish- Arab Relations in Israel”, The Times of Israel, 4/04/2021;
  2. The Times of Israel Staff, “Ra’am Leader Abbas Calls for Arab- Jewish Coexistence, Based on Respect, Equality”, The Times of Israel, 1/04/2021;
  3. The Times of Israel Staff, “After Restoring Aid to Palestinians, Biden Endorses Two-State Solution”, 8/04/2021;
  4. Yakov Nagen, “I’s Tome to Heal Jewish- Arab Relations in Israel”, The Times of Israel, 4/04/2021.
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Mundus furiosus

C’era una volta – Pax Mediterranea cercasi

“Le Primavere arabe sono un capitolo chiuso. Purtroppo. Ovunque hanno prevalso le contradizioni interne. Dobbiamo essere noi a fare le mosse strategiche” [1].

Sono queste le parole di Alessandro Minuto-Rizzo, Presidente della Nato Defense College Foundation, che ha tenuto a Roma due giorni di incontro con il mondo accademico, imprenditoriale e politico sul tema dell’energia (abbiamo pubblicato il policy paper di Massimo Nicolazzi). E data l’entità dell’argomento, l’energia non è altro che il centro di una circonferenza dal raggio molto lungo; sembra che le 200 miglia nautiche non bastino più!

“La destabilizzazione provocata nel 2011 dall’iniziativa franco-inglese, con la copertura dell’allora amministrazione americana del duo Obama-Clinton, è stata insieme alla guerra civile siriana il frutto più avvelenato di una stagione che ha sconvolto gli equilibri dell’area MENA (Middle East-North Africa). Equilibri che ci vedevano continuare con qualche variante la politica della Prima Repubblica, imperniata sul sostegno economico e sul rapporto politico privilegiato con i nuovi stati usciti dal processo di decolonizzazione” [2].

Così commenta le primavere arabe Gianni Bonini sul think tank di geopolitica ed economia interazionale Il Nodo di Gordio (abbiamo contribuito all’ultimo paper). I media occidentali, in maniera superficiale, hanno subito letto nella fattispecie l’ansia legittima di libertà, senza prendere minimamente in considerazione

“la fragilità delle strutture sociali ed economiche chiamate a sostenere una transizione democratica che ha bisogno di tempi lunghi di metabolizzazione [3].

Il Mediterraneo diviso

La colpa dell’instabilità della regione magrebina post 2011 è anche delle borghesie arabe, le quali non hanno saputo distinguere tra politica e potere; la politica si è trasformata in mera occupazione del potere e il processo di ammodernamento dei paesi procede a rilento.

Minuto-Rizzo è più che convinto che l’aiuto delle democrazie occidentali sia determinante “senza scadere in atteggiamenti neocoloniali” precisa. L’idea europea era quella di creare un’unione rivierasca tra tutti i paesi e popoli che si affacciano sul Mediterraneo, processo miseramente fallito poiché la realtà del Mediterraneo non è altro che divisione e differenziazione. “Più Pirenne che Braudel”. La possibilità di collaborazione è una scoperta recente. Basta pensare all’Unione Magrebina: il confine tra Marocco ed Algeria è chiuso! Di che collaborazione si parla? A livello di integrazione regionale, il mondo arabo rimane molto frammentato.

Citando sempre Bonini:

“La Pace nel Mediterraneo si può dire che sia il filo-forte che lega la storia della nostra politica estera, una necessità geopolitica che Roma seppe realizzare pienamente con una capacità inclusiva, di cui la Constitutio Antoniniana del 212 con l’estensione della cittadinanza a tutto l’impero è un unicum, ma sempre perseguita con tenacia. Penso alla crisi di Sigonella e alla lucidità con cui Bettino Craxi, che considerava prioritario lo scacchiere mediterraneo e mediorientale, seppe gestire la tensione con Washington, assumendosi i rischi che le decisioni politiche difficili comportano” [4].

Per i paesi europei meridionali bagnati dal Mediterraneo, Italia in primis, la stabilità dei vicini dell’altra sponda dovrebbe essere una priorità. È un ragionamento utilitaristico ed egoista, per tornaconto personale, ma indispensabile.

La NATO, concepita all’origine come strumento per contenere l’espansione sovietica, oggi è rivolta in direzione Sud alla ricerca di “partenariati ed un dialogo euro-mediterraneo più globale”. [5]

La difficoltà che bisogna superare è quella di far cambiare opinione sull’Occidente ai popoli rivieraschi: questi, infatti, vedono gli occidentali come dei rapaci desiderosi di mettere le mani sulle loro ricchezze, ben consapevoli che siamo lontani anni luce da un nuovo miracolo in stile Enrico Mattei.

A questo scopo le interconnessioni in campo economico e infrastrutturale, soprattutto nel settore energetico, sono particolarmente importanti.

“Se si deve gestire insieme una infrastruttura come un oleodotto attraverso due sponde dello stesso mare non c’è niente da fare: alla fine si collabora e si continua a farlo…lo sviluppo registra tempi lenti” [6].

Il ruolo inglese post Brexit

“Dai Romani alla talassocrazia britannica fino al secolo americano, la solidità della missione di una nazione si fonda sulla continuità della sua politica estera” [7] e l’Italia deve decidere se crescere o meno: continuare ad ignorare la sua configurazione geografica e i vantaggi che ne potrebbero derivare o prenderne coscienza e assumersi le responsabilità contribuendo significativamente a creare una concordia duratura. La dialettica politica sia a Nord che a Sud delle acque non va certamente soffocato, bensì incanalato sui terreni della sicurezza e della difesa delle coste e dei commerci.

Sulla scia delle riflessioni del presidente della NATO Foundation Defense College, sulla talassocrazia britannica bisogna riconoscere che ha sempre dato una spinta verso Nord alle politiche del Continente. Ma ha anche una lunga storia ed una lunga tradizione di impegno nel Mediterraneo. È una mera impostazione concettuale questa: è un “pezzo” di Europa che non deve girarsi dall’altra parte. La Francia da sola si è rivelata incapace di sostenere il peso di un tale incarico.

L’inverno politico che le primavere hanno generato

“Con la morte di Gheddafi, le primavere arabe costringevano l’Italia recalcitrante, ad una riconsiderazione della sua posizione e delle sue alleanze nel quadrante mediterraneo” [8].

Russi e turchi si sono espansi nel Mediterraneo guadagnando un ruolo che prima gli era precluso; al “problema Libia” non si troverà una soluzione nel futuro prossimo. Anzi sembra più opportuno parlare di “Libie” perché l’attuale divisione perdurerà ancora a lungo.

La Cina, non più vicina, ma in casa, è più che mai presente in Africa e dal 2017 col Pireo e gli altri terminal del Mediterraneo la sua presenza è molto salda e destinata a consolidarsi ed espandersi.

Alessandro Minuto-Rizzo offre lo spunto per una riflessione legittima: l’immigrazione è una costante indipendente, ma allo stesso tempo, intimamente collegata al bisogno di ricostruire i paesi vittime degli sconvolgimenti del 2011. Gestire i flussi migratori è di primaria importanza e senza dialogare con i potenziali attori in campo non è possibile gestire un bel nulla, ma un processo serio di state building, e perché no anche di nation, building è altrettanto indispensabile. Sono problemi questi spesso sovrapponibili, ma non sempre.

Adesso il quadro generale si è complicato a causa della massiccia presenza russa e turca nelle acque vicino casa: un tempo bastava contrattare con i vari capi delle tribù autoctone ed il gioco era fatto perché, essendo questi privi di una chiara visione politica ed animati da tornaconti personali, si “accontentavano” di poco. Lo stesso ragionamento non è valido per i russi e per i turchi che in merito hanno le idee fin troppo chiare. A tal proposito il lettore richiami alla mente le immagini dei rifugiati siriani che il governo turco avrebbe dovuto controllare secondo l’accordo stipulato con l’UE, ma che in piena pandemia a febbraio del 200 vollero attraversare il confine Turchia- Grecia e giungere in Europa.

Costruire una cultura dello sviluppo nel medio e lungo periodo è questa la strategia vincente.

Che cos’è una ZEE?

Il regime di sovranità sugli spazi marittimi è stato definito a seguito di un lungo processo di negoziazione condotto nell’ambito della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare e conclusosi nel 1982 con la Conferenza di Montego Bay, entrata ufficialmente in vigore nel 1994 e ratificata anche dall’Italia. Stabilisce che uno stato costiero può reclamare sino a 200 miglia nautiche dal limite della linea di costa.

La ZEE permette allo Stato di tutelare lo sfruttamento esclusivo di tutte le risorse presenti in mare.

La corsa all’istituzione della propria ZEE è stata iniziata da Cipro nei primi anni del 2000 attraverso la stipulazione di accordi circa la sua definizione con Libano, Israele ed Egitto. All’iniziativa della piccola Repubblica Cipriota si sono ben presto accodati altri Paesi del bacino mediterraneo quali Tunisia, Libia, Spagna, Francia e più recentemente Algeria.

Un mare che non basta più per tutti

Le ZEE sono dunque accordi bilaterali con gli altri stati. Le 200 miglia nautiche che ogni stato ha o dovrebbe avere a sua disposizione, nel Mediterraneo, non ci sono per tutti e si devono incastrare in qualche modo. La zona esclusiva dell’Algeria, per esempio, va quasi a toccare Cagliari. E qui sorge un altro problema: un conto è giungere ad un accordo con paesi dell’Unione Europea, un altro con i paesi del versante meridionale, versante dalla storia complessa e dall’attuale situazione abbastanza incerta.

L’ammiraglio Fabio Caffio, intervistato da Limes [9], precisa che in Italia, la legge che istituisce e autorizza l’esistenza della ZEE, deve ancora essere approvata dal Parlamento, più precisamente siamo in attesa dell’approvazione in Senato perché alla Camera è già passata all’unanimità. L’Italia ha già stipulato diversi accordi con la Grecia ed anche con gli altri paesi dell’ex Jugoslavia, con la Spagna, con la Tunisia.

A sud la situazione è molto complessa a causa della presenza del golfo della Sirte: alcune mappe lo considerano come se le sue acque fossero acque interne alla Libia e quindi tutti i confini si spostano verso nord perché i libici considerano quella zona acque loro interne e rivendicano di conseguenza una ZEE più ampia.

Altro nodo è Malta: la ZEE maltese ingloba le isole Pelagie. Pretesa questa avanzata nel 1980 davanti alla Corte di Giustizia quando intervennero nella causa anche Tunisia e Libia ed è rimasta immutata da allora.

L’attività di offshore non è molto proficua in zone dai confini mal definiti. La certezza dei confini è un elemento importante per lo sviluppo e l’esercizio delle attività economiche. Un’altra controversia che ha per protagonista Malta è quella con la Libia del 1985 in cui interviene anche l’Italia: ad est del meridiano 15, il meridiano dell’Etna i maltesi non avevano il diritto di spartirsi le acque di diritto continentale con la Libia in quanto l’Italia è uno stato terzo e può rivendicare il proprio diritto su queste acque. L’ammiraglio propone una sua interpretazione personale di cui tenere conto al momento del tracciare la ZEE italiana: spingersi a sud fino al meridiano 16 e proporre a Malta una joint offshore nelle acque che questa continua a pretendere.

Ripensare il Mediterraneo

Stabilire dei modus vivendi provvisori e semplificati di coesistenza. Perché, come suggerisce anche Laura Canali, disegnatrice delle carte di Limes, zona economica esclusiva non vuol dire solo petrolio e gas, ma anche energie rinnovabili ricavate dal vento principalmente, eoliche offshore, wind farms che sono il futuro; vuol dire protezione ambientale, ovvero lotta alla pesca illegale. Esistono dei progetti per installare delle pale eoliche nel mare a circa 35 km dalle coste italiane [10]. La stessa Canali ci mette in guardia dalla trappola del green: anche la scelta green ha un impatto ambientale. Si pensi per esempio a Carloforte in Sardegna. Il turista si ritrova queste pale eoliche in mezzo al mare.

Ci sono ben due progetti in fase avanzata per quanto riguarda l’eolico: uno presentato dal gruppo danese Copenaghen Offshore Partners (un totale di 250 metri al largo delle Egadi) ed il secondo avanzato dal gruppo Toto che si è assicurato, in due progetti, 1.837 megawatt davanti alle coste del Maryland negli USA. Il gruppo Toto si è avviato verso la realizzazione della prima centrale galleggiante italiana: l luogo scelto è il canale di Sicilia a oltre 60 chilometri dalla costa tra la Tunisia e la zona tra Mazara del Vallo e Trapani: qui saranno ancorate 190 turbine, distanziate l’una dall’altra di 3,5 chilometri, per un totale installato di 2.900 megawatt, l’equivalente di energia sufficiente per 3,4 milioni di famiglie e un fatturato annuo a regime pari a un miliardo di euro. Mentre l’investimento complessivo del progetto ammonta a 9 miliardi di euro [11].

In Italia è ancora in vigore una moratoria sulle trivellazioni presenti soprattutto nel Adriatico, una novantina circa a detta dell’ammiraglio, e oltre a queste non se ne concedono più. Perciò lo sfruttamento di energie rinnovabili è fondamentale.

“Il Mediterraneo nuovo” di Bonini

“[…] Pensare di adottare delle politiche neomalthusiane a danno dei popoli in via di sviluppo, sarebbe comunque impossibile per lo slancio che la globalizzazione ha impresso alla domanda di beni su scala mondiale. In questo contesto le energie rinnovabili rappresentano una straordinaria opportunità, a patto che usciamo dalla faciloneria e dagli slogan dei NO senza se e senza ma, che spesso nascondono solo egoismi di casta, per affrontare la questione energetica nella sua dimensione reale” [12]

Scrive lucidamente Gianni Bonini (ispiratore de Il Tazebao) nel suo libro “Il Mediterraneo nuovo”.

Parla di due energie rinnovabili in particolare: il fotovoltaico perché il clima è particolarmente favorevole e le biomasse perché “la generazione elettrica da biogas su scala dell’azienda agricola media e attraverso forme consortili può rappresentare un reddito aggiuntivo per l’agricoltura e risolvere almeno in parte il problema del trattamento degli scarti agricoli, comunque peraltro anche al nostro Paese” [13].

In Italia esiste un sapere industriale avanzato e il mercato mediterraneo potrebbe rappresentare per l’imprenditoria nazionale, orfana degli incentivi per le rinnovabili, una ghiotta occasione di crescita che coinciderebbe con le necessità urgenti di questi paesi.

Obiettivo irrinunciabile è l’adozione di un modello di gestione smart grid, cioè la combinazione di reti d’informazione di distribuzione elettrica che permettano una gestione intelligente del sistema di produzione e di fornitura, in modo da evitare sovraccarichi e cadute di tensione nella rete elettrica.

L’Europa e l’Italia, che “non esistono storicamente senza il Mediterraneo” [14], non possono non essere protagoniste a pieno titolo di un nuovo rinascimento nella regione. Non possono assolutamente girare le spalle e affidare un compito così delicato a russi, turchi e cinesi desiderosi di “sporcarsi le mani” per conto dell’Unione Europea per poter in seguito avanzare pretese esorbitanti.


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Mundus furiosus

C’era una volta – “Nulla impedirà al sole di sorgere ancora”

Le elezioni in Israele potrebbero portare a un cambio nella politica nei confronti del Libano e soprattutto di Hezbollah. I possibili scenari e gli attori in campo.

Il 28 marzo Arab News pubblica un articolo della dottoressa Dania Koleilat Khatib, specialista nelle relazioni arabo-americane con un particolare focus sul lobbying, con il seguente titolo: “Why Lebanon should also look East” [1] (“Perché anche il Libano dovrebbe guardare ad Est”), in cui si tratta della crisi libanese alla luce del voto israeliano, ipotizzando i possibili scenari che si apriranno.

Si considera ancora una volta il Libano come un microcosmo nel complesso e variegato macrocosmo mediorientale.

Sembra di rileggere Oriana Fallaci quando apre il secondo capitolo di “Insciallah” con la descrizione della città di Beirut:

“Per un tempo che a molti sembrava immemorabile e che invece risaliva ad un passato recente, Beirut era stata una delle contrade più gradevoli del nostro pianeta: un posto comodissimo per viverci e per morirci di vecchiaia o di malattia. Sia che tu fossi ricco e corrotto, sia che tu fossi povero e onesto, lì trovavi il meglio che una città possa offrire: clima dolce d’estate e d’inverno, mare azzurro e colline verdi, lavoro, cibo, spensieratezza che vendeva qualsiasi piacere, e soprattutto una grande tolleranza perché malgrado la babele di razze e di lingue e di religioni i suoi abitanti andavano d’accordo fra loro. I musulmani sciiti o sunniti coabitavano garbatamente con i cristiani maroniti o greco-ortodossi o cattolici, gli uni e gli altri con i drusi e gli ebrei, le litanie dei muezzin si mischiavano con disinvoltura al suono delle campane, nelle chiese non si maledicevano i fedeli delle moschee, nelle moschee  non si maledicevano i fedeli delle chiese, nelle sinagoghe non si disprezzavano i fedeli delle une e delle altre  e ovunque si celebravano senza problemi i riti dei diciannove culti permessi dalla Costituzione. […] Fin troppi peccati commessi ed ammessi”. [2]

Ancora Israele?

Perché partire da Israele? Secondo l’autrice, la preoccupazione israeliana è la precisione dei missili di Hezbollah. Missili che spesso e volentieri sono diretti dal Libano verso sud, verso Israele per l’appunto. Dall’inizio dell’anno, il governo israeliano a guida collegiale Netanyahu-Gantz, pur mantenendo alta ed aggressiva la retorica contro Hezbollah, non l’ha trasformata in un’azione concreta contro di esso temendo anche una possibile ripercussione negativa dell’opinione pubblica all’indomani del voto. Ma adesso che le elezioni sono passate e hanno designato per la quarta volta in due anni Netanyahu vincitore che, però, fatica a costruirsi una maggioranza mentre l’elettorato israeliano rimane molto frammentato, sulla scia del ragionamento della dottoressa Khatib, gli scenari possibili post-voto sono tre.

Le opzioni

Coalizione di destra, formata con sudore e sangue da Bibi e dunque a guida Likud, guida che stavolta potrebbe essere più aggressiva nei confronti del Libano se Ra’am decide di far parte della maggioranza (la “questione palestinese”, come avevamo preannunciato, perderebbe la sua centralità almeno in patria).

Coalizione di sinistra che raggrupperebbe tutti i partiti di centro-sinistra e possibile adesione di Ra’am; coalizione frammentata programmaticamente perché l’unico punto di contatto fra i suoi partiti è la volontà di mettere all’angolo Netanyahu. Che decisione potrebbe mai adottare in politica estera un tale governo, si domanda l’esperta, se un partito di sinistra come Meretz invoca lo stop all’occupazione della Cisgiordania e un partito come Blu e Bianco di Benny Gantz è fiero sostenitore dell’occupazione?

Una terza opzione è che la situazione di stallo rimanga e che il paese si diriga a una quinta elezione nei prossimi due anni. Opzione, come abbiamo detto spesso, non così remota.

Tuttavia, un governo di “estrema destra”, alternativa più in voga al momento, (“far-right government” precisa attentamente l’esperta) che ha una visione più estrema sulla sicurezza nazionale e sui palestinesi, potrebbe essere attratto dal colpire il Libano, soprattutto se un nuovo leader emerge e vuole dimostrare che è più “duro” (tougher) del suo predecessore, come quando Ehud Olmert ha colpito il Libano dopo essere succeduto ad Ariel Sharon nel 2006.

Se il caos divora il Libano chi potrebbe trarne maggior vantaggio?

Riportando ancora le parole di Oriana Fallaci: “[…] Ma un brutto giorno erano arrivati i Palestinesi. Erano arrivati con la loro rabbia e il loro dolore e i loro soldi. Molti, moltissimi soldi. E grazie a quei soldi, visto che a Beirut si poteva comprare tutto fuorché l’immortalità, s’erano comprato il permesso di stabilirsi in tre zone della periferia musulmana: Sabra, Chatila e Bourji el Barajni.

[…] Avevano istaurato uno Stato dentro lo Stato: una nazione con le sue leggi, le sue banche, le sue scuole, le sue cliniche, il suo esercito. Un autentico esercito, fornito di uniformi e caserme e carri armati e cannoni a lunga gittata […] grazie alla mafia locale riceveva ogni tipo di equipaggiamento compreso il materiale necessario a scavare un’altra città: invisibile e inespugnabile. Un labirinto di catacombe che custodivano tonnellate di armi e di munizioni, di gallerie che contenevano camerate per i combattenti e sale chirurgiche e centrali radio”. [3]

Israele non vuole che il suo vicino Libano sia in preda al caos, ma non deve nemmeno essere riappacificato dalle potenze straniere, europee in particolar modo. Israele ha un forte interesse che il nemico vicino goda di una stabilità interna relativa, stabilità politica e sociale. Se il paese precipita nel caos più totale, Hezbollah potrebbe essere l’unico soggetto a trarne vantaggio. Hezbollah è molto e ben organizzata dal punto di vista militare e può benissimo riempire il vuoto istituzionale che verrebbe a crearsi.

In merito alla capacità di Hezbollah di resistere alle sollecitazioni esterne, che non hanno prodotto l’effetto sperato, segnaliamo la pregevole intervista de Il Tazebao a Maroun El Moujabber (“Il Libano cartina di tornasole del Medioriente”) in cui il tema è stato trattato con accuratezza.

Tornando a quanto riferisce l’esperta, due settimane fa, il capo dell’esercito libanese ha messo in guardia l’élite politica dei rischi che il paese potrebbe correre nel caso in cui l’esercito si dovesse trovare privo di finanziamenti.

L’ordine sociale del paese dei Cedri è fragilissimo. Fra gli stessi libanesi sta crescendo il malcontento verso Hezbollah e chiedono insistentemente il suo disarmo (“From the Lebanese, who are blaming it for their problems and more insistently asking for its disarmament”) [4]. Israele, dal canto suo, è consapevole che Hezbollah non ha più il sostegno quasi unanime che aveva quando ha colpito il Libano nel 2006 e la percezione della minaccia è sempre la componente più allettante della retorica di destra. Colpire adesso Hezbollah getterebbe il paese nel caos assoluto e si dimostrerebbe una mossa poco lungimirante politicamente: un’azione rapida contro Hezbollah indebolirebbe il gruppo musulmano adesso, ma avrà modo di riprendersi e di prendersi il Libano. Creando una seria minaccia per il confine settentrionale israeliano.

Mosca come possibile mediatore e garante

Usa, Francia e Russia, quest’ultima forte della sua posizione in Siria, stanno cercando di far convergere gli interessi di tutti i partiti verso un governo stabile capace di attuare tutta una serie di riforme di cui il paese ha tremendamente bisogno e di renderlo ammissibile ai programmi di aiuti internazionali. Mentre, però, sono concentrati su questo, non hanno prestato attenzione al tacito conflitto tra Israele e Hezbollah. Tacito per adesso.

Fra le tre potenze, la Russia è quella in vantaggio: Vladimir Putin si è sempre mostrato disponibile a dialogare con tutte le parti coinvolte, in qualsiasi parte del globo. Russia e Hezbollah si sono schierate dalla stessa parte in Siria sostenendo il presidente Bashar al Assad. Durante la “campagna di Siria”, Israele bombardava Hezbollah, probabilmente con il tacito placet di Mosca che non si è mossa in difesa del suo allora “alleato”.

Ecco che Mosca può e dovrebbe ergersi a mediatore e garante tra le due parti; con i libanesi che chiedono il disarmo di Hezbollah come citato prima, Mosca può influire su quest’ultimo chiedendo di congelare momentaneamente il suo arsenale, e cioè ridurre il flusso di armi proveniente dall’Iran e mediare un patto di non aggressione tra le forze armate libanesi e Israele. Questo patto rimarrebbe in vigore fin quando la situazione non si stabilizza e si terranno le elezioni per un nuovo parlamento. Sarà compito di questi nuovi parlamentari decidere sul destino delle armi di Hezbollah (“These lawmakers would then decide the fate of Hezbollah’s weapons”) [5].

La dottoressa Khatib suggerisce anche che questo progetto di cui Mosca potrebbe assumersi la paternità, se risulterà vincente, verrà preso come modello anche per future cooperazioni, perché no, tra Russia e USA nella regione. E cita espressamente il caso della vicina Siria.

La delegazione di Hezbollah “in visita” a Mosca e la reazione israeliana

Il 15 marzo, Mosca ha ospitato per tre giorni, consultazioni tra esponenti di Hezbollah guidati da Mohammad Raad, responsabile della fazione “Lealtà alla Resistenza”, e politici russi (il ministro degli Esteri Sergei Lavrov era il capo della delegazione russa). Hezbollah non ha annunciato ufficialmente la visita della delegazione a Mosca, ma informazioni da ambienti politici libanesi [6] affermano che la parte russa, ha sollevato con Hezbollah la questione della formazione del governo libanese. Il The Arab Weekly [7] ha aggiunto che Mosca aveva sollevato la questione anche con gli iraniani, che hanno risposto che una tale questione dovrebbe essere discussa con Hezbollah, non con loro.

Fonti libanesi [8], tuttavia, affermano che le ambizioni di Hezbollah di controllare il prossimo governo sono il principale ostacolo alla soluzione della crisi.

Il viceministro degli Esteri russo, Mikhail Bogdanov, ha detto durante i suoi contatti con un certo numero di funzionari libanesi in concomitanza con la visita della delegazione di Hezbollah a Mosca,

“è tempo di un accordo che vada verso la formazione di un governo”. [9]

La reazione israeliana è arrivata puntuale come un missile Jericho III. Benny Gantz, qualche settimana fa ancora ministro della Difesa, sempre secondo The Arab Weekly, ha affermato: “We’re prepared for every scenario on the northern front. I’d recommend that the Lebanese side not test the IDF’s abilities” [10] (“Siamo pronti per ogni scenario al confine nord. Raccomanderei ai libanesi di non testare le abilità delle forze armate israeliane”). È come se Gantz mettesse in guardia il vicino: per Israele non c’è più alcuna differenza tra Hezbollah ed il Libano. Infatti, continua rincarando la dose: If we have to go to battle, Lebanon will tremble and Hezbollah will be fatally wounded” [11] (“Se dovessimo arrivare alla guerra, il Libano tremerebbe e Hezbollah sarà ferito fatalmente”).

Uri Gordon, maggior generale delle forze armale israeliane, ha dichiarato che secondo le stime israeliane Hezbollah oggi ha un arsenale di circa 150.000 razzi, e alcune delle sue armi possono colpire qualsiasi punto all’interno di Israele. [12]

Conclusioni

“Parlare di Libano significa parlare di qualcosa che esiste a intermittenza, proprio come la luce elettrica nelle case dei suoi cittadini” scrive Andrea Baldi su Geopolitica.info [13].

Il paese è stato colpito da una gravissima crisi economica che ha costretto il governo, l’estate scorsa, ha dichiarate il default. I cittadini scendono ciclicamente nelle piazze per protestare contro l’incapacità dell’élite politica di far fronte alle varie crisi che governano il paese. La pandemia globale non ha di certo risparmiato il Libano, aggravando ulteriormente la situazione e le ingerenze straniere, visto la sua strategica posizione geografica, sono molte e discordanti tra loro. Gli interessi dell’una confliggono con gli interessi dell’altra trasformando il paese dei Cedri in un ring da boxe.

L’intervento russo potrebbe placare la turbolenta situazione trovando un accordo, seppur momentaneo, tra le forze in campo: perché mentre l’Unione Europea ed anche gli USA fanno leva sullo strumento anacronistico ormai delle sanzioni, la Russia dialoga direttamente con tutti i protagonisti. Le sanzioni in Medio Oriente non conducono al risultato sperato: i popoli che vi abitano sono abituati alle privazioni, vivono in condizioni avverse e precarie benissimo.

Il confine tra passato, presente e futuro è quasi invisibile in un paese in cui la percezione del tempo sembra variare con la geografia.


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Mundus furiosus

C’era una volta – La possibile “Alleanza di Abramo”

L’apertura di Mansour Abbas, leader di Ra’am, è una delle novità più significative di questa, nuova, tornata elettorale in Israele.

“L’unica alternativa ad un governo della destra guidato da me, è un quinto voto“. [1]

Sono state queste le parole di Benjamin Netanyahu all’uscita dalle urne.

King Bibi è di nuovo, per l’ottava volta, il politico più votato del paese. È il vincitore senza governo al momento, come ormai accade non di rado nella democrazia israeliana.

Rapido sguardo sul voto

Il voto è stato contraddistinto dalla più bassa affluenza dal 2009: il definitivo è di 67,2%, circa il 5% meno dello scorso marzo [2]. Questo record negativo riguarda soprattutto i palestinesi con cittadinanza israeliana: meno del 10% dello scorso marzo. Proprio in questa tornata elettorale in cui avrebbero potuto ottenere molto e forse anche mandare Netanyahu all’opposizione.

La stessa “questione palestinese” non è stata sollevata da alcun partito, destra o sinistra che sia, durante la campagna elettorale, segno che qualcosa sta cambiando nel paese o come meglio lo ha definito Carlo Pannella nel suo articolo su Linkiesta, si tratta senza dubbio di “un sintomo interessante” [3].

Netanyahu e l’intero blocco di destra che lo sostiene sono fermi a 52 seggi, lontani di ben nove seggi necessari per garantirsi la maggioranza nella Knesset (la sintesi del voto a cura di David Fiorentini). Anche se il partito nazionalista Yemina di Naftali Bennett decidesse di entrare nella maggioranza guidata da Bibi con i suoi 7 seggi, i 59 seggi totali non sarebbero comunque sufficienti per formare un nuovo governo a guida Likud.

Un’opzione allettante e realistica che ben rispecchia anche la politica israeliana incoraggiata e supportata dall’amministrazione statunitense dell’allora presidente Donald Trump e coronata con gli accordi di Abramo, è l’entrata nella maggioranza del partito arabo Ra’am di Mansour Abbas. Ra’am ottiene solo 5 seggi che sono determinanti sia per il blocco di destra che per quello di sinistra. Entrambe le parti devono allearsi con esso per formare una maggioranza.

Nelle elezioni dello scorso marzo, Netanyahu, consapevole di questo status strategico di Ra’am e per timore di finire all’opposizione, aveva messo in guardia gli israeliani di una possibile alleanza tra blocco di sinistra e Ra’am, alleanza che secondo lui sarebbe stata influenzata fortemente dal partito arabo. In altre parole, Ra’am avrebbe dettato l’agenda di governo [4].

Adesso, dopo quaranta anni, un partito arabo – israeliano potrebbe fare il suo ingresso nella Knesset. E tutto questo non dovrebbe scandalizzare troppo: Netanyahu si dimostrerebbe coerente con la politica stabilita dagli accordi di Abramo.

Mansour Abbas: l’homo novus

“Mansour Abbas might be able to deliver Netanyahu or block him from government[5] (Mansour Abbas potrebbe essere in grado di aiutare Netanyahu o mettergli il bastone tra le ruote), commento dell’analista politico israeliano Eylon Levy.

In un’intervista con una stazione radio israeliana [6], Abbas ha detto che il suo partito era “pronto a impegnarsi” con il campo di Netanyahu o dei suoi rivali. “The others want to bring an end to Netanyahu, while I am talking about changing his policies to what is good for my people” [7] (Gli altri vogliono porre fine a Netanyahu, mentre io sto parlando di cambiare le sue politiche a ciò che è bene per il mio popolo)è quanto dichiarato da Abbas e riportato sul Financial Times. Infatti, secondo lui i palestinesi sbagliano a schierarsi dalla parte della sinistra in automatico, senza prendere in considerazione quali siano le tematiche politiche più importanti per loro.

Il partito Ra’am era nella Lista Congiunta (questa volta corre da solo), un’alleanza di partiti arabi per lo più di sinistra che si sono uniti in opposizione alle politiche antiarabe della destra israeliana. La Lista Congiunta aveva guadagnato record negli ultimi due anni, vincendo 13 seggi nelle elezioni di settembre 2019 e aumentando il record di 15 seggi nelle elezioni dell’anno scorso, configurandosi come il terzo più grande blocco della Knesset. L’alleanza è stata necessaria negli ultimi due anni per impedire a Netanyahu di assicurarsi la maggioranza necessaria per formare un governo. Ma all’interno della Lista Congiunta, l’improvvisa violazione da parte di Ra’am della linea rossa “tutto fuorché Netanyahu” e la sua volontà di trovare una causa comune con i partiti ebrei ultraortodossi sulle questioni sociali conservatrici stavano mettendo a dura prova l’alleanza.

Netanyahu e Abbas hanno anche trovato una causa comune in una campagna anticrimine nelle comunità arabe che hanno sperimentato crescenti violenze. Settimane prima delle elezioni, il governo di Netanyahu approvò una proposta di lotta al crimine da 150 milioni di shekel (45 milioni di dollari) per le comunità arabe, tra cui l’espansione delle stazioni di polizia e la creazione di una nuova unità speciale.

Nel tentativo di rompere l’impasse politica che si trascina da due anni, il premier israeliano di destra ha fatto un tentativo concertato di corteggiare il voto arabo prima delle ultime elezioni: visitare i centri di vaccinazione nelle città arabe per sottolineare la sua efficace gestione della crisi sanitaria e pubblicizzare gli accordi diplomatici di Israele lo scorso anno con gli Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan.

I principali partiti di destra israeliani hanno a lungo preferito gli islamici ai politici e movimenti palestinesi di sinistra che sostengono il dialogo su questioni importanti, tra cui gli insediamenti ebraici in Cisgiordania.

Indipendentemente dal fatto che Abbas entri o meno in una coalizione di governo, la sua strategia elettorale lo ha reso un attore critico sulla scena politica israeliana.

C’era una volta – “Connection before Correction” – Il Tazebao

Le attente osservazioni di Ray Hanania

Il giornalista statunitense di origine palestinese Ray Hanania, nel suo articolo su Arab News [8] consiglia ai palestinesi di cogliere quest’occasione al volo e mostrarsi più disponibili verso lo stato israeliano.

La popolazione palestinese con cittadinanza israeliana rappresenta circa il 20% della popolazione totale di Israele. Se questi palestinesi cittadini con pieni diritti di Israele si presentassero in massa alle urne, potrebbero influenzare significativamente la formazione del governo e trasformare la questione dei diritti umani in una priorità nazionale. Soprattutto nella Gerusalemme Est, dove il 60 % della popolazione è araba (più di 350,000 persone, 350,000 potenziali voti) i palestinesi potrebbero fare la differenza. Ma molti non possono esprimersi alle elezioni in quanto privi di cittadinanza: molti conservano gelosamente la cittadinanza palestinese che permette loro di partecipare alle elezioni locale di Gerusalemme e in quelle palestinesi della Cisgiordania, ma non nel paese in cui vivono, Israele.

Il giornalista si rivolge esplicitamente a questi palestinesi di Gerusalemme Est suggerendo loro di abbandonare l’orgoglio e la rabbia cieca che non fa altro che produrre pregiudizi inutili e partecipare attivamente alla vita politica dello stato in cui vivono. Hanania, infatti, non capisce questa loro riottosità e la caparbietà nel non volere la cittadinanza israeliana considerata da molti addirittura un insulto.

Although frankly I can’t see how it could be more insulting than living as an occupied people with so few rights on their own land [9] (anche se francamente non riesco a capire cosa potrebbe esserci di più offensivo che vivere come un popolo occupato con così pochi diritti sulla propria terra), è questo il lucido commento del giornalista.

Egli si rivolge principalmente alle nuove generazioni esortandole ad osservare la realtà da un nuovo punto di vista: Gerusalemme Est è occupata e controllata con il pugno di ferro da Israele da più di mezzo secolo. È comprensibile la reazione della popolazione palestinese anziana, ma la gioventù nata in Israele perché non vuole riconoscere lo stato ebraico?

Molti palestinesi hanno richiesto la cittadinanza israeliana: tra il 2001 ed il 2010, 7,000 dei 350,000 hanno ricevuto lo status di cittadino di Israele [10]. Se tutti i 350,000 fossero iscritti all’albo elettorale di Gerusalemme Est, il voto arabo sarebbe capace di influenzare l’outcome delle elezioni. Sarebbe sufficiente che questi indirizzassero il loro voto verso un unico partito, solo in questo modo aiuterebbero il paese a svoltare a sinistra ed “epurare” la scena politica da un’ingombrante figura politica come Netanyahu. Questo non è pura utopia: l’autore stesso ne è consapevole e lo esplicita nell’articolo. I palestinesi, infatti, credono non ci sia differenza tra le politiche di destra e quelle di sinistra riguardo la questione palestinese.

Anzi Hanania sottolinea come ci sia più paura da parte israeliana, paura dei diritti palestinesi: “They know that, if the Palestinians were ever to come together, they could change the face of both Israel and Palestine”. (Sanno che, se i palestinesi dovessero mai riunirsi, potrebbero cambiare il volto di Israele e della Palestina) [11].

Sempre Hanania sostiene che il perenne conflitto con i palestinesi è in realtà benefico per Israele perché solo così può garantire la supremazia degli ebrei israeliani sui palestinesi. Se il conflitto si placasse la comunità palestinese prospererebbe e potrebbe avere la meglio sugli ebrei israeliani o peggio ancora arrivare ad eleggere un primo ministro non ebreo!

Ma gli ebrei israeliani possono tirare un respiro di sollievo: i palestinesi invece di intraprendere un cammino lungo e di piccoli passi verso la creazione di un loro stato, pretendono “tutto ed ora”. Israele, dal canto suo, è abituato ad impadronirsi di tutto ciò che vuole e l’oggetto del suo desiderio si va piano piano ad espandersi.

Ai palestinesi manca una visione chiara per il futuro. Non hanno un programma da seguire. Hanania afferma che solo così essi potranno sconfiggere il regime di apartheid in cui di fatto vivono. Devono diventare cittadini israeliani e cercare di cambiare Israele dall’interno piano piano.

Conclusioni

Già dalle elezioni del 2019, che hanno visto la partecipazione di più del 28% dei palestinesi [12], questi decidono di votare per i partiti sionisti. Questo dato significativo indica la consapevolezza tra i palestinesi che i loro partiti non possono incidere in alcun modo sulla scena politica israeliana. Sempre a partire dal 2019, gli esponenti dei partiti sionisti hanno condotto un’intensa campagna elettorale anche nei centri arabi, Benny Gantz in primis.

Secondo il The Israel Democracy Institute [13], una larga maggioranza sia di Arabi (66%) sia di ebrei (70%), non crede che i tentativi di Netanyahu nel migliorare la condizione palestinese siano sinceri.

Citando sempre il The Israel Democracy Institute, l’opinione pubblica israeliana attribuisce alla Lista Congiunta un pessimo voto per le sue prestazioni negli ultimi due anni; solo il 7,5% considera le sue prestazioni buone o eccellenti rispetto al 53% che considera le sue prestazioni non buone o cattive. La delusione per la performance della Joint List negli ultimi due anni è particolarmente forte tra il giovane pubblico arabo.


  1. Redazione ANSA, “Netanyahu non Israele ancora senza maggioranza”, del 24/03/2021.
  2. Ibidem.
  3. Carlo Pannella su Linkiesta, “La grande novità in Israele, il partito arabo potrebbe entrare in maggioranza con Netanyahu”, 24/03/2021.
  4. Tovah Lazaroff su Jerusalem Post, “Seven ways Israel’s 2021 election redrew the political map”, del 25/03/2021.
  5. Riportato su France 24, “Islamist, dentist and gentleman: The rise of Israel’s unlikly kingmaker”, del 25/03/2021.
  6. Ibidem.
  7. Financial Time: Israel’s Islamists target gains as Netanyahu courts Arab vote”.
  8. Ray Hanania, “Why Palestinians should try to change Israel from the inside”, del 24/03/2021.
  9. Ibidem;
  10. Ibidem;
  11. Ibidem;
  12. NENA NEWS, “Elezioni Israele. Le tre opzioni palestinesi: il boicotaggio, la Lista araba e la falsa integrazione”, del 17/09/2019.
  13. Tamar Hermann, Dr.Or Anabi, “Majority of Israelis: Netanyahu’s Efforts to Forge Ties with Arab Public Insincere”, The Israel Democracy Institute, del 07/01/2021.
Della stessa autrice

C’era una volta – “Nulla impedirà al sole di sorgere ancora” – Il Tazebao

C’era una volta – Un proporzionale demodé – Il Tazebao

C’era una volta – “Il passato è un’interpretazione. Il futuro è un’illusione” – Il Tazebao

Politica e Religione, due affascinanti sirene – Il Tazebao

1921/2021, “L’eretico Danubio” – Il Tazebao

Craxi 21 anni dopo, Quell’eurosocialismo che guardava a Est – Il Tazebao


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Mundus furiosus

C’era una volta – Un proporzionale demodé

Un focus dettagliato sul sistema elettorale israeliano, imperniato sul proporzionale puro che è causa, secondo molti, dell’attuale instabilità politica.

La democrazia israeliana è tornata al voto. E, come sostengono molti, probabilmente ci dovrà tornare di nuovo [1] tra uno, massimo due anni. In attesa di una chiarificazione ulteriore del risultato, che si avrà forse domani, e degli equilibri nella Knesset, si può affermare che la sconfitta di Bibi non c’è stata e, che, al momento, sebbene osteggiato, le opposizioni non siano in grado di far emergere una leadership alternativa a quella di Netanyahu. L’affluenza bassa (60,9%, per gli arabi) ha colpito principalmente i due partiti arabi. Come sempre successo si andrà verso un governo di coalizione.

In quanto a ipotesi di allargamenti della coalizione c’è da segnalare l’apertura del partito Ra’am ad un governo di interessa nazionale. Come nota il Vicepresidente di UGEI David Fiorentini in un contributo precedente su Il Tazebao essa può essere frutto degli Accordi di Abramo che avevano avviato una fase di distensione dei rapporti tra Israele e mondo arabo. Ennesima dimostrazione che i fatti di politica estera abbiano ripercussioni più vistose su quella interna di quanto si possa preventivare.

Un’inguaribile instabilità

Il primo indiziato dell’instabilità politica è il sistema elettorale, ovvero il proporzionale puro con collegio nazionale a liste chiuse. Il sistema elettorale israeliano prevede uno scontro tra liste partitiche e non tra singoli candidati, quindi senza preferenze. In alcuni casi – questo riguarda i partiti di grandi dimensioni – si tengono anche delle primarie (pratica introdotta non senza fatica) all’interno degli stessi e nei partiti religiosi, come nel caso di quelli di estrema destra, è la guida spirituale/religiosa a indicarne il leader. Ogni partito che supera la soglia di sbarramento del 3,25% si assicura almeno quattro seggi nella Knesset. Se il partito X supera la soglia, i primi quattro candidati della sua lista entrano in parlamento. Se prendono il 10%, entrano i primi dieci e così via.

Le riflessioni di Sergio della Pergola e un’ipotesi di riforma elettorale

Il demografo israeliano di origine italiana Sergio Della Pergola ha sottolineato come la crisi politica in cui versa il paese sia da imputare ad un sistema elettorale “arcaico” [2].

Della Pergola si è espresso sul parlamento israeliano come segue:

“Una Knesset che rappresenta l’affascinante sociologia israeliana ma è totalmente incapace di gestire gli affari del paese” [3].

Un aspetto poco conosciuto è l’assenza di distretti elettorali. Il territorio israeliano è l’unico distretto elettorale del paese.

Della Pergola, infatti, suggerisce, come possibile via di uscita, la suddivisione del territorio israeliano in centoventi distretti elettorali affidando questo incarico alla Commissione Elettorale Centrale sotto il vigile controllo della Corte Suprema. In ognuno di questi distretti, uguali per demografia, bisognerebbe adottare un sistema a turno unico come negli USA oppure a due turni come il caso francese. Solo in questo modo i politici possono diventare più responsabili e coscienti del loro operato perché si istaurerebbe una rispondenza diretta con gli elettori.

Un sistema esito di una società complessa e composita

Esso è frutto della società che si promette di rappresentare: una società nata nemmeno un secolo fa, costantemente minaccia da fuori e da dentro, e soprattutto solcata da profonde fratture socioeconomiche ma soprattutto etnico-religiose. Che scompongono il quadro nel suo insieme ma anche all’interno dei singoli partiti e coalizioni [4].

Alle fratture che separano le comunità si sommano le linee divisorie che si moltiplicano all’interno dei singoli gruppi. Esse risalgono ai tempi dell’immigrazione – gli ebrei stessi sono arrivati a ondate e oltre a quelli dell’Olocausto ci sono stati quelli del Medioriente, del Nord Africa etc… – alle differenze nella pratica religiosa e quindi nell’aderenza alle regole dello halacha.

Basti citare il recente caso della coscrizione degli ebrei ultraortodossi, sempre più in crescita in termini di popolazione, che ha fatto saltare il governo Netanyahu nato nel 2015. Sul versante arabo, lo stesso Ra’am, che potrebbe favorire un governo di emergenza (ammesso che superi la soglia), estremamente conservatore nei valori, è solcato all’interno da profondissime differenze, tenute insieme solo da lingua ed etnica araba.

La democrazia israeliana, insomma, si ritrova ancora una volta nella crisi politica e per di più durante la pandemia e mentre gli USA stanno rivedendo la loro politica mediorientale.

Dal blog di Jordan Magill

Un’altra influente personalità che critica il sistema elettorale israeliano è Jordan Magill, scrittore e blogger di The Times of Israel, il quale fornisce già dal 2015 un quadro affascinante di questo problema per niente secondario. Nel suo articolo “No metter which faction wins, under this election process Israel loses” [5], Magill osserva come il nocciolo del problema sia l’assenza di distretti elettorali. Esiste un unico distretto che corrisponde all’intero territorio israeliano.

A questo punto, Magill immagina il seguente scenario: nella città Y ci sono cento cittadini israeliani aventi diritto al voto. Questi possono votare per qualsiasi partito essi vogliano ed alcuni di questi partiti vincono grazie ai loro voti. Ma nonostante la vicinanza geografica di questi elettori, nessun politico sarà in grado di rappresentare la città come un’unità, cioè nel suo insieme. Se questi necessitano infrastrutture, non sanno a chi rivolgersi, non hanno dei membri all’interno della Knesset che si facciano portatori dei loro problemi all’assemblea. Non c’è un contatto diretto tra elettori ed eletti: non si conoscono a vicenda. Per i politici, gli elettori sono mere astrazioni. E queste astrazioni sono prive di potere.

Questo sistema, che un tempo, alla fondazione e nei primi anni dello stato israeliano aveva un suo senso, adesso non serve più. Inizialmente il contesto sociale israeliano era un mosaico. L’impresa sionista iniziò come un movimento altamente fazioso. A causa di questa diversità di fazioni (religiose, etniche, economiche, politiche) era necessario garantire a tutti una voce nel governo. Oggi questo sistema crea solo scompiglio: è frustrante soprattutto per la maggioranza.

Sempre Magill continua scrivendo che anche quando il partito che guida la coalizione di governo non mantiene le promesse fatte agli elettori, e trattandosi di politica è routine, questi, invece di supportare l’opposizione, si rivolgono ai partiti minori della stessa coalizione di governo. Di conseguenza gli stessi partiti, già poco polarizzati ideologicamente e programmaticamente, sono più confusi di prima: non sanno minimamente identificare il proprio elettorato. Se si fanno interpreti degli interessi di una minoranza in particolare, allora sposteranno l’attenzione dell’intera coalizione di governo dagli interessi della maggioranza a quelli della minoranza che loro rappresentano in quel momento.

Ecco che anche l’offerta politica che gli stessi partiti offrono all’elettorato non è molto variegata: essendo l’elettorato molto fluido, i politici si appellano a problemi generali diffusi nel paese.

Parlare di sicurezza nazionale per esempio fa sempre comodo. Si può raggiungere una base molto vasta di elettori perché data la posizione geografica, la sua composizione sociale interna e la storia in generale di Israele, il tema della sicurezza è cruciale per tutti.

L’autore, infatti, si domanda:

“If you can’t really identify your constituency, what is the point of discussing domestic issues?[6] (“Se non è possibile identificare il proprio collegio elettorale, qual è il senso di discutere questioni domestiche?”).

Una vasta fetta di popolazione israeliana è completamente dimenticata, non ha voce, è come se non esistesse.

Conclusioni

Esiste una soluzione all’illusione della rappresentanza? Magill conclude sostenendo che se i politici eletti con e in questo status quo fossero abbastanza coraggiosi da modificare il sistema elettorale, si potranno vedere dei cambiamenti. Definisce, infatti, il proporzionale un sistema elettorale fallito che non rappresenta più la maggioranza degli israeliani.

I risultati delle precedenti quattro elezioni, incluse queste del 2021, sembrano confermare le perplessità di Della Pergola e di Magill: Israele ha superato la logica proporzionale e dovrebbe rendersene conto quanto prima.

Con le parole di Della Pergola:

“Fino a quando si userà lo stesso metodo elettorale con la proporzionale pura, si arriverà allo stesso risultato, il sistema elettorale favorisce la frammentazione dei partiti” [7].


Ha collaborato Lorenzo Somigli

Della stessa autrice

C’era una volta – “Connection before Correction” – Il Tazebao

C’era una volta – La possibile “Alleanza di Abramo” – Il Tazebao

Politica e Religione, due affascinanti sirene – Il Tazebao


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Mundus furiosus

C’era una volta – “Il passato è un’interpretazione. Il futuro è un’illusione”

“Il passato è un’interpretazione. Il futuro è un’illusione” [1]

L’11 maggio 2011, nella metropoli sul Bosforo, su iniziativa del Consiglio d’Europa furono raccolte le firme degli stati aderenti per la “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica”, meglio nota come Convenzione di Istanbul.

I paesi che hanno firmato la Convenzione erano originariamente 46, dei quali solo 12 l’hanno in seguito anche ratificata. La Turchia di è Erdoğan stato il primo Paese a ratificare la Convenzione il 12 marzo 2012. L’Unione Europa solo nel 2017.

A luglio del 2020 la Polonia sotto la guida del partito conservatore Diritto e Giustizia (PiS) sceglie di abbandonare l’accordo in quanto il documento conteneva concetti ideologici non condivisibili dalla società polacca, tra cui quello sul sesso «socio-culturale» in opposizione al sesso «biologico». Il 20 marzo 2021 anche la Turchia di Erdoğan decide di cedere alle richieste dei circoli islamisti e di percorrere la strada spianata dalla Polonia attirandosi le critiche delle maggiori cariche europee e dall’amministrazione statunitense.

Cosa prevede la Convenzione di Istanbul?

La Convenzione ha l’obiettivo di (art.1) [2]:

  1. proteggere le donne da ogni forma di violenza e prevenire, perseguire ed eliminare la violenza contro le donne e la violenza domestica;
  2. contribuire ad eliminare ogni forma di discriminazione contro le donne e promuovere la concreta parità tra i sessi, ivi compreso rafforzando l’autonomia e l’autodeterminazione delle donne;
  3. predisporre un quadro globale, politiche e misure di protezione e di assistenza a favore di tutte le vittime di violenza contro le donne e di violenza domestica;
  4. promuovere la cooperazione internazionale al fine di eliminare la violenza contro le donne e la violenza domestica;
  5. sostenere e assistere le organizzazioni e autorità incaricate dell’applicazione della legge in modo che possano collaborare efficacemente, al fine di adottare un approccio integrato per l’eliminazione della violenza contro le donne e la violenza domestica.

La parte più importante della Convenzione è senza ombra di dubbio quanto espresso nell’articolo 3 [3] dell’accordo. Tale articolo fornisce sei fondamentali definizioni: cosa si intende con “violenza nei confronti delle donne, violenza domestica, genere, violenza contro le donne basata sul genere, vittima ed infine donna“.

Come dimostra il caso polacco, la definizione di “genere” è qualcosa rimasto indigesto per molti. L’articolo 3 al comma c, infatti, esplica quanto segue:

“con il termine genere ci si riferisce a ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini”.

Poiché la politica non è figlia del caos, qual è la “giustificazione” turca?

Mariano Giustino, responsabile della rassegna stampa turca di Radio Radicale, ha dettagliatamente documentato le ragioni di questa decisione della Turchia, ma anche la complessa situazione interna in cui versa il paese, da quella economica a quella politica (la messa al bando del terzo maggior partito del paese, il Partito democratico dei popoli HDP) e tutte le proteste delle donne in seguito a questo passo indietro in materia di diritti umani.

Secondo quanto riportato da Giustino, il presidente turco teme l’agguerrito movimento LGBTQ+, teme che questo prenda spunto da quanto sta accadendo in Europa dove le coppie omosessuali si vedono riconosciuti gli stessi diritti delle coppie etero.

Il ministro dell’Interno Süleyman Soylu ha recentemente chiuso il Club di studi LGBTQ+ del Bosforo [4] poiché degli studenti durante le proteste contro la nomina governativa del rettore della prestigiosa università del Bosforo hanno disegnato la bandiera arcobaleno su un’immagine della Ka’ba, il luogo più sacro dell’Islam. Quattro di questi studenti, membri anche del movimento LGBTQ+ sono stati arrestati con l’accusa di insulti ai valori religiosi (la Turchia, de jure, è una repubblica laica!). Lo stesso Soylu ha definito questi studenti “pervertiti”.

L’alleato preziosissimo di governo di Erdoğan, Devlet Bahçeli, esponente della destra ultranazionalista dei Lupi Grigi nonché leader ombra della Turchia, li ha invece definiti “terroristi e serpenti la cui testa deve essere schiacciata”. Il presidente turco si è limitato ad etichettarli come “vandali” le cui mamme devono tenerli sotto controllo. Le stesse mamme, donne prima di tutto che, la sera del 20 marzo 2021, ha privato di un importante strumento di tutela giuridica. Ha in più suggerito alle donne del suo partito di non prestare ascolto alle lesbiche in quanto “donne incomplete“.

Siamo anni luce dall’Erdoğan riformatore e progressista del 2005, desideroso di portare in Europa il suo paese!

Il direttorato delle Comunicazioni presso la presidenza della Repubblica turca in un suo comunicato, di lunedì 22 marzo, esprime molto bene le motivazioni che sono alla base di questa decisione:

“la Turchia si è ritirata dalla Convenzione di Istanbul perché il trattato internazionale considera l’omosessualità una condizione umana del tutto normale e ciò è incompatibile con i valori sociali e familiari della Turchia” [5].

Intervista alla pluripremiata scrittrice Elif Şafak

Il Programma CNN [6] ha intervistato la scrittrice turca Elif Şafak, scrittrice donna più letta in Turchia, legata ai temi quali il femminismo, il sufismo e la cultura ottomana. Şafak, in collegamento da Londra, dove ormai vive da diversi anni, ha sottolineato due aspetti peculiari della violenza contro le donne nel suo paese di origine: l’aumento dei numeri di femminicidio e la sempre maggiore violenza e crudeltà con cui questi femminicidi vengono perpetrati.

Ha infatti ricordato il caso di Melek Ipek [7], la trentunenne turca che, la notte del l’8 gennaio, ha ucciso il marito violento non solo con lei, ma anche con i figli. Pur avendo visibili segni di torture sul corpo (la notte dell’uccisione era stata picchiata nuda davanti ai figli), il giudice ha respinto l’ipotesi di legittima difesa e l’ha condannata al carcere a vita.

La ministra della famiglia, Zehra Zümrüt, in un suo tweet, ha spiegato il motivo del ritiro dalla Convenzione:

“A tutelare le donne ci sono già le leggi nazionali, a partire dalla nostra Costituzione. Il nostro sistema giudiziario è dinamico ed è abbastanza forte da implementare nuove leggi. La carta contro la violenza di genere non ci serve [8].

Dal momento che la matematica non è un’opinione, i numeri smentiscono la ministra e il suo partito di governo: nel solo mese di febbraio di quest’anno, 33 donne sono state uccise (il 2021 è un anno bisestile). Nel 2020, 284 donne sono state uccise dagli uomini.

Un rapporto di Sezgin Tanrıkulu, avvocato per i diritti umani e parlamentare del maggior partito d’opposizione, il Partito repubblicano del popolo (CHP), pubblicato in occasione della Giornata internazionale della donna dell′8 marzo, rileva che negli ultimi 18 anni, da quando l’AKP è al potere, 6.732 donne sono state uccise da uomini. [9]

La giornalista Christiane Amanpour che intervista la scrittrice ha raccolto un sondaggio (non cita la fonte) secondo il quale ogni giorno tre donne vengono uccise in Turchia. La scrittrice le fa subito notare che i dati ufficiali sui femminicidi forniti dal governo non sono per niente attendibili e che il vero numero di donne uccise, prevalentemente all’interno del nucleo familiare, è molto più alto di quello che viene raccontato ai turchi. Le donne, inoltre, anche quando denunciano i propri aggressori sono lasciate sole dalle autorità e dallo stesso governo.

L’8 marzo, festa internazionale della donna, molte delle donne che protestavano per le strade di Istanbul sono state arrestate.

Nel 2016 (legge poi riproposta e abolita ancora una volta l’anno scorso) il governo tentò di far passare una legge “Sposa il tuo stupratore” che dava a chi si macchiava del reato di stupro nei confronti di minorenni la possibilità di ricevere l’impunità se accettava di convola a nozze con la vittima.

Conclusione

La Turchia post presunto golpe del 2016 ha intrapreso la strada dell’autoritarismo manifesto a piccole dosi, seppur intrappolato in un contesto politico e giuridico democratico dalla qualità molto discutibile, ma rimane democratico.

Il suo orientamento in politica estera è molto ambiguo: è un oscillare continuo tra Unione Europea e mondo asiatico (accordo con la Cina sul vaccino) a seconda delle circostanze e dei rapporti politici di potere in seno all’esecutivo.

Un paese la cui strategica posizione geografica si è rivelata più un fardello che un vantaggio, un paese che vive nel glorioso passato imperiale, un passato oramai remoto del quale non si sente all’altezza. Un paese che lotta con le unghie e i denti e con ogni mezzo a sua disposizione per il riconoscimento internazionale come Potenza a 360° gradi e non solo regionale a spese dei diritti umani delle minoranze (a tal proposito si veda l’articolo sempre di Mariano Giustino “I patti Cina-Turchia che terrorizzano gli uiguri” [10] e l’eterna lotta contro i curdi) e delle sue donne in primis. Per diventare Potenza con la maiuscola, uno stato deve puntare alla politica di assimilazione non integrazione, tutti devono essere uguali. Ecco che si spiega l’epurazione di tutto ciò che è “europeo” dalla società turca.

La tutela dei diritti delle donne è forse una peculiarità Occidentale? Ci sono donne occidentali e donne orientali? L’essere umano in quanto tale ha gli stessi diritti sull’intero globo. Sarebbe anche offensivo semplificare il tutto ripetendo il solito ritornello “è la loro cultura”, e di fatto lo è.

Il premio Nobel per la Letteratura Orhan Pamuk in Neve scrive: “Nella maggior parte dei casi l’europeo non disprezza. Siamo noi a disprezzarci guardando lui”.


  1. “Il passato è un’interpretazione. Il futuro è un’illusione” tratto da “Le quaranta porte” (BUR, 2011) di Elif Şafak.
  2. L’art. 1 della Convenzione di Istanbul contiene un’enunciazione programmatica degli obiettivi e si compone di cinque commi (a,b,c,d,e). Il testo completo è qui disponibile: https://rm.coe.int/CoERMPublicCommonSearchServices/DisplayDCTMContent?documentId=09000016806b0686
  3. L’art. 3 della Convenzione di Istanbul chiarisce cosa sia la “violenza nei confronti delle donne” ovvero una qualsiasi violazione dei diritti umani o una qualsivoglia forma di discriminazione “comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica (…)”. Esso definisce anche la violenza domestica che si compie “all’interno della famiglia o del nucleo familiare o tra attuali o precedenti coniugi o partner (…)”.
  4. Tessa Fox, “Istanbul student protests are a new frontline for the LGBTQ community”, 12/02/2021;
  5. Mariano Giustino, “Erdogan, attacco senza precedenti ai diritti umani”, 23/03/2021;
  6. L’intervista a Elif Şafak andata in onda su CNN il 19/03/2021: https://www.youtube.com/watch?v=LUKoETbF8XA.
  7. Phoebe Loomes, “Tortured’ mum faces life in prison after court urged to reject self-defence plea”, 04/02/2021;
  8. Il passaggio è tratto dal già citato “Erdogan, attacco senza precedenti ai diritti umani” di Mariano Giustino.
  9. Ibidem;
  10. Mariano Giustino, “I patti Cina-Turchia che terrorizzano gli uiguri”, 30/12/2020.
Della stessa autrice

Politica e Religione, due affascinanti sirene – Il Tazebao

1921/2021, “L’eretico Danubio” – Il Tazebao

Craxi 21 anni dopo, Quell’eurosocialismo che guardava a Est – Il Tazebao


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Mundus furiosus

Politica e Religione, due affascinanti sirene

Politica e Religione, due concetti antitetici, due mondi che hanno lottato, anche violentemente, per separarsi nella storia ma che presentano molti punti di contatto…

Sulla piattaforma Medium, servizio di blogging che prende vita nel 2012 grazie al co-fondatore di Twitter Evan Williams, lo scrittore, filosofo e teologo Anthony Edward Nistor ha pubblicato in data 27 gennaio 2021 un articolo dal titolo volutamente provocatorio: “Is Politics the New Religion?” [1] (“La Politica è la nuova Religione?”).

Su Medium, l’autore ha esposto la sua riflessione in maniera sintetica ma efficiente analizzando in maniera analitica i tre elementi che dal suo punto di vista sono indispensabili per questa apoteosi. Invitato a partecipare ad una conferenza su Zoom organizzata da Sorin Petrof [2] insieme ad altri esperti di politica e religione, ha avuto modo di discutere in maniera più approfondita la sua tesi. Pertanto il contenuto del presente articolo è un riassunto e un’integrazione tra produzione scritta di Nistor e contenuto digitale della conferenza.

Perché l’interrogativo “La Politica è La nuova Religione?” e non Una religione qualunque?

Secondo Nistor ci sono, oggi, diverse religioni: in questa situazione pandemica mondiale la tecnologia è una divinità, è l’Era olimpica così come il turismo è stato per troppo tempo considerato e purtroppo ancora in molti continuano ad illudersi che sia Zeus. Ma sono delle religioni incomplete in quanto non soddisfano la definizione di religione fornita dall’autore.

La tesi di partenza del filosofo è che la religione, per essere definita tale, necessita di tre ingredienti: un’ideologia chiara composta da valori largamente condivisi e cristallizzati nel tempo, di conseguenza immutabili, una tribù, una comunità che accetti, condivida e tramandi tali valori prescritti dall’ideologia, ed infine una persona da venerare, un modello da emulare. Concetto quest’ultimo tristemente noto come culto della personalità.

Questa necessità di identificazione tra comunità e autorità è fatta risalire nella pratica sciamanica: nelle tribù primitive era lo sciamano che mediava tra la comunità e quello che questa temeva, ovvero gli Dei. Piano piano, la figura dello sciamano ha lasciato il posto a quella del prete fino a giungere a personalità politiche quali imperatori, sovrani, insomma personalità prettamente politiche. Questi, tramite il processo di apoteosi, arrivano ad essere onorati e riveriti come degli Dei.

Qual è la ragione di questo processo? Perché c’è bisogno di una negoziazione?

Nistor ricorda l’episodio biblico del vecchio Testamento in cui il profeta Mosè ed il popolo di Israele arrivano nel deserto del Sinai e si accampano ai piedi del monte. Qui interviene il Signore che disse a Mosè: “Ecco, io sto per venire fino a te, in una densa nube, così il popolo sentirà quando parlerò con te e potrà aver fiducia in te per sempre” [3]. Ma gli Israeliti hanno paura della manifestazione di Dio e mandano il Profeta da solo ad interloquire con il Signore. Tutti gli Israeliti sentivano i tuoni e il suono del corno e vedevano i lampi e il monte fumante. Allora furono presi da paura e si tennero lontani. Dissero a Mosè: “Se sei tu a parlarci, potremo ascoltare; ma se Dio stesso ci parla, noi moriamo!” [4]

Questo loro atteggiamento delegatorio riflette una psicologia: l’uomo comune non sa o non ha le giuste qualifiche per rapportarsi direttamente con l’autorità. Perciò delega questa attività a qualcun altro che è conoscitore dei capricci degli dei. L’uomo mette nelle mani di un professionista tale attività di mediazione sottraendosi così dal processo decisionale del contratto sociale che lo riguarda direttamente. La necessità di questo contratto sociale deriva dalla semplice considerazione che le risorse a disposizione di una determinata tribù sono limitate. Risorse non solo naturali, materiali, ma anche le risorse sociali appunto (la posizione di leader è una sola, non tutti vi hanno accesso). Essendo limitate, diventato disputabili. Ecco che fa la sua comparsa la violenza. È per ripristinare l’ordine che il contratto sociale viene stipulato. Il contratto sociale è un termine diventato famoso con John Locke e Thomas Hobbes, ma l’uomo ha da sempre tentato di negoziare con il nemico o con tutti colore con cui aveva da contendere qualcosa.

Proseguendo sempre sulla scia del pensiero di Nistor, Hannah Arendt e Max Weber trattano dei tre elementi tipici di ogni cultura: Tradizione, Autorità e Religione. Lui li definisce ironicamente i “tre Moschettieri”. Più tardi, ai tre se n’è aggiunto un quarto, ovvero la Politica. Il D’Artagnan della situazione.

Ma ritorniamo al concetto di violenza. Esistono due tipi di violenza: quella fondatrice e quella conservatrice. La prima appare quando un ordine vecchio ha toccato il suo limite, è giunta al suo fine. E qui è doveroso spiegare la teoria del “cambio di paradigma” coniata dal filosofo americano Thomas Kuhn nel suo lavoro estremamente influente, “The Structure of Scientific Revolutions”, pubblicato nel 1962. Una teoria del paradigma è una teoria generale che serve per fornire agli scienziati i presupposti di base, i concetti chiave e la metodologia, lo schema concettuale più ampio possibile nei vari campi della scienza. Un esempio di teoria sui paradigmi è il modello geocentrico di Tolomeo. Un cambio di paradigma si verifica quando una teoria paradigmatica viene sostituita da un’altra: quella tolemaica lascia il posto a quella copernicana.

Come si giunge a questo cambio di paradigma?

Kuhn era interessato al modo in cui la scienza fa progressi. I progressi non sono visibili fin quando la maggior parte dei membri di una comunità scientifica non concorda interamente su un paradigma.

Quando si raggiunge il consenso, gli scienziati possono fare quello che Kuhn chiama “scienza normale”[5]: risolvere enigmi specifici, raccogliere dati e fare calcoli. Ma ogni tanto nella storia della scienza, la scienza normale genera anomalie, risultati che non possono essere facilmente spiegati all’interno del paradigma dominante. Alcune scoperte sconcertanti da sole non giustificherebbero l’abbandono di una teoria del paradigma che ha avuto successo. Ma a volte i risultati inspiegabili iniziano ad accumularsi e questo alla fine porta a quella che Kuhn descrive come una “crisi”.[6]

Sempre Kuhn afferma che il mondo, o la realtà, non può essere descritto indipendentemente dagli schemi concettuali attraverso i quali lo osserviamo. Le teorie del paradigma fanno parte dei nostri schemi concettuali. Quindi, quando si verifica un cambio di paradigma, in un certo senso è il mondo che cambia. In maniera più semplice possiamo dire che scienziati che lavorano con paradigmi diversi stanno studiando mondi diversi.

Ecco che quando un ordine esistente raggiunge la sua massa critica o il contratto viene rotto in qualche modo (o perché chi detiene l’autorità ne abusa o perché la struttura stessa del contratto non rispecchia più l’ordinamento sociale), è imperativo il cambio di paradigma. E siccome historia magistra vitae est, i cambiamenti non giungono e non vengono accolti mai in maniera pacifica. Questa violenza appartiene alla prima categoria, si tratta di violenza fondatrice. Fonda il nuovo ordine. La violenza conservatrice è quella esercitata dai “guardiani” del contratto affinché l’ordine venga conservato. Le due tipologie di violenza entrano in conflitto tra loro: i “guardiani” sono autorizzati ad esercitare la violenza conservatrice contro quelli che esercitano quella fondatrice.

“La violenza è la levatrice di ogni vecchia società, gravida di una nuova società [7]” scomodando Karl Marx.

Così come i cambiamenti politici si sviluppano attraverso la violenza, anche i cambiamenti religiosi non conoscono una genesi migliore! C’è, tuttavia, da specificare che dal neo-protestantesimo non si sono verificate nuove scissioni religiose né conflitti di una certa portata rivoluzionaria.

Per quanto riguarda la politica invece non possiamo dire la stessa cosa: ogni cambiamento verificatosi in politica è stato preceduto da un’azione violenta. Recentemente la situazione è migliorata grazie alla sublimazione della violenza in una specifica forma di linguaggio, o meglio un linguaggio foriero di un determinato messaggio. Anche il linguaggio può benissimo essere divisivo, ma lasciamo questa finestra aperta al momento. Ritorniamo al punto di partenza, al concetto di ideologia, ovvero a quel pacchetto di valori, simboli, credenze che cercano di spiegare come la società nel suo insieme dovrebbe funzionare. Prevedono sia un piano concettuale (aspetto teorico), ma anche un programma, un’agenda (come raggiungere la meta, un piano su come plasmare la realtà in base alle loro idee, l’aspetto pratico).

La conclusione aspra dell’autore, già nota, è che tutti gli -ismi costituiscono un’ideologia. L’ideologia in sé non è qualcosa di negativo in quanto tutti noi abbiamo bisogno di cristallizzare i nostri pensieri momentaneamente in una qualche forma. Queste forme, nel lungo periodo, possono entrare in conflitto le une con le altre, nessuna è perfetta, tutte hanno dei limiti contro i quali si scontreranno prima o poi, e le nuove sono destinate a rubare il posto alle vecchie. Si verifica il cambio di paradigma del già citato Thomas Kuhn. Il nuovo paradigma giunge a causa del principio di incommensurabilità. Il nuovo paradigma, proprio perché nuovo, è autoreferenziale. Per questo molte ideologie, una volta toccato il fondo, raggiunto il limite ultimo, si pietrificano. La pietrificazione è l’unico modo che hanno per sopravvivere. Evitano qualunque forma di dialogo orizzontale con le altre ideologie e portano questa fissità all’esasperazione.

Lo scrittore britannico Jared Diamond autore di “Collapse: how societies choose to fail or to succed”, insieme a Ronan Arthur dell’Università di California ha notato come gli Indiani Navajo costituiscono un unicum quando parliamo di tradizione tribale. Questi sono gli unici, tra tutte le tribù indigene del Nord America, ad essere sopravvissuti ed a preservarsi bene dalla colonizzazione europea. Capacità dovuta, secondo i due esperti, a due fattori chiave: l’isolazionismo geografico e una cultura molto gattopardiana.

“Many tribes decreased their numbers, disappeared or lost their homeland, language or cultural identity,” Arthur and Diamond write in the Nov. 18 issue of the journal Science. “The Navajos are a striking exception” [8] (“molte tribù hanno visto una diminuzione nel numero dei loro componenti, sono scomparse o hanno perso la loro patria, il loro linguaggio o l’identità uclturale. I Navajo costituiscono un’impressionante eccezione”).

Continuando a tradurre i due epserti: “I Navajo sono anche inclusivi, incorporano individui, clan e scelgono spose dalle tribù vicine come i Pueblos e gli Apache”. Questa flessibilità mentale e culturale permette loro di conservare ancora oggi la loro identità.

L’ideologia diventa doppiamente pericolosa quando si tratta di ideologia dominante, quando è ancella degli interessi del gruppo dominante che predica tale ideologia. Le idee fisse che costituiscono l’ideologia diventano la Verità, non una verità qualunque, ma la sola, universale, l’unica da seguire. È quindi l’ideologia che crea la Verità a sua immagine e somiglianza. Nistor ricorda nel suo elaborato il ritornello dell’inno del Partito di Unità Socialista di Germania (SED): “The Party, the Party, is always right” (il Partito, il Partito ha sempre ragione). L’esasperazione dell’ideologia è da considerarsi una vera e propria patologia che in ambito politico si traduce in un’eccessiva burocratizzazione, una fanatica ricerca di consenso mentre in ambito religioso si manifesta sotto forma di riti, le persone credono più in questi riti, nella loro costante ed attenta esecuzione e ripetizione piuttosto che nella divinità.

L’ultimo aspetto che rimane da trattare è il culto della personalità

Nistor prende come spunto il “fenomeno Trump” e l’assalto al Campidoglio degli Stati Uniti d’America giustificando questa sua posizione con il fatto che in Europa, ad eccezione di rarissimi casi, gli ordinamenti politici non lasciano spazio a personalità prominenti come nel caso americano. La tradizione stessa americana “prevede” e tollera la presenza del culto della personalità anche in ambiti diversi dalla politica, basta pensare al mondo del cinema o ai guru spirituali. L’Europa, soprattutto l’Europa Occidentale, è maturata da questo punto di vista: ha superato da tempo la logica bipolare, è un panorama molto frammentato politicamente. Il bipolarismo è una minaccia secondo l’autore in quanto, specialmente negli Stati Uniti, l’alternarsi di due forze antagoniste sfocia nel Single Party rule, nell’unipartitismo a quasi tutti i livelli dell’amministrazione. Questi due partiti in continua competizione tra loro sono fortemente ideologizzati e di conseguenza i cittadini si schierano con l’uno o con l’altro. Si crea una divisione nella società. Si rompe il patto sociale.

Non a caso l’autore riporta la seguente frase dello studioso induista Giani Narain Singh Ji:

“All the chaos in this world, who is responsible for it? Two classes of people who live by the principle ‘divide and rule’. One is politicians and the other is preachers”. (“Chi è responsabile di tutto il caos presente nel mondo? Due categorie di persone che vivono secondo il principio del divide et impera. Una è quella dei politici, l’altra quella dei predicatori”).

Le conclusioni di Nistor sono alquanto amare: in paesi fortemente religiosi com’è il Caso statunitense[9] dove numerosi elettori scelgono il loro candidato in base all’agenda religiosa o meno di questo e dove gli stessi elettori soono più suscettibili al culto della personalità, il mix tra aspirazioni religiose e politiche possono avere conseguenze devastanti.

Perchè la religione può essere catartica da un lato, ma ha anche un lato oscuro.


Bibliografia delle fonti
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Mundus furiosus Sabbia del Tempo

1921/2021, “L’eretico Danubio”

Una ricostruzione dettagliata dei rapporti tra PCI e Romania, dalla destalinizzazione in poi.
1956: rottura nel monolitismo comunista

Il 25 febbraio 1956, nel corso del XX congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, l’allora segretario del partito Nikita Krusciov, convocò i leader dei partiti comunisti internazionali per leggere un documento segreto nel quale criticava apertamente il culto della personalità imposto da Stalin e prevedeva la concessione sovietica di qualche autonomia ai partiti comunisti.

L’imminente condanna allo stalinismo scosse il movimento internazionale comunista, creando una crepa irreparabile. Condannare l’ex dittatore significava abbattere le fondamenta che fino ad allora avevano sorretto la solida ideologia comunista. Lo scandalo del rapporto segreto Chruščёv segnò l’inizio della fine del monolitismo comunista.

Sulla linea tracciata da Togliatti nel suo Memoriale di Yalta del 1964 in cui si era lamentato della lentezza del processo di destalinizzazione, il Partito Comunista Italiano iniziò ad allacciare rapporti di più stretta collaborazione con i partiti del campo socialista sfruttando appieno i nuovi spazi concessi dall’era post-staliniana.

La collaborazione in politica estera tra il Partito comunista italiano ed il Partito comunista romeno fu un’esperienza strategica ed importante per l’evoluzione di entrambi i partiti. La comune ambizione di indipendenza fu talmente forte da prevalere sulle immense differenze ideologiche, almeno all’inizio. Le affinità persistettero finché i due non definirono con precisione i confini della propria via nazionale al socialismo. Fintanto che l’unione delle forze arrecò loro benefici, i due si servirono l’uno dell’altro, sfruttando il loro rapporto di convenienza, come spesso avviene in politica. In quest’ottica, la nascita, l’evoluzione e l’esaurirsi delle affinità tra PCI e PCR in politica estera costituirono un riflesso a livello micro di ciò che avveniva a livello macro nell’intero organismo comunista.

La politica autonoma adottata da Bucarest

Nel campo socialista, il partito comunista più autonomo e indipendente da Mosca era il Partito Comunista Romeno che sotto la leadership di Gheorghe Gheorghiu-Dej prima e sotto quella di Nicolae Ceauşescu (di cui abbiamo trattato anche in occasione dell’anniversario dalla morte di Craxi) dopo, rivendicava il diritto allo sviluppo di una “via nazionale al socialismo” in autonomia dalla linea dettata da Mosca ed esprimeva la necessità di superare i due blocchi contrapposti. L’élite comunista romena criticava lo stalinismo inteso come la politica imperialistica sovietica sui paesi satelliti, era solo una questione di quella che in gergo viene definita politica estera. Non lo hanno mai inteso come un potere dispotico esercitato da una sola persona e d’altronde non potevano permettersi una tale critica: l’autoritarismo centrato sulla figura del leader in politica interna era il pane quotidiano dei paesi del blocco sovietico. Ecco perché secondo Gheorghiu-Dej la destalinizzazione in Romania era già stata effettuata nel 1952, tramite l’epurazione degli esponenti Ana Pauker, Vasile Luca e Teohari Georgescu accusati di essere fedeli a Mosca a discapito del socialismo nazionale romeno.

Nell’agosto 1962 si tenne a Bucarest una riunione fra una delegazione del PCR e una del PCI, a cui parteciparono anche Nicolae Ceauşescu, allora numero due del partito, ed Emanuele Macaluso, dell’area più “riformista” del PCI. Si era, infatti, aperta un’aspra discussione in seno al PCI sulle cause del culto della personalità: una parte degli esponenti del partito cappeggiata da Antonio Giolitti sostenevano che era proprio il sistema sovietico in sé a generare lo stalinismo e che quindi tale errore non si sarebbe potuto correggere. Dopo la repressione sovietica in Ungheria, Giolitti uscì dal partito. La delegazione italiana volle insistere anche su un altro aspetto: il policentrismo. Mosca non aveva più un ruolo privilegiato nel dettare la linea per l’intero movimento comunista internazionale. Macaluso sottolineò come i comunisti italiani avevano abbandonato questa formula pur ricordando che i partiti comunisti occidentali erano costretti a muoversi in un contesto completamente diverso da quello dei compagni del blocco sovietico che erano già al governo.

I compagni italiani orfani di Togliatti, l’era Ceauşescu in Romania

Una fase del PCI si chiuse con la morte di Togliatti, il 21 agosto 1964, in Crimea. Nello stesso anno, Mario Alicata fece notare come all’interno dello stesso campo socialista vi fossero delle incongruenze fra la teoria e la prassi, per cui dei paesi socialisti si erano scontrati con altri paesi socialisti, erano stati invasi o erano criticati aspramente da governi marxisti e come questa divisione continua del fronte anticapitalista creava un disorientamento nelle masse lavoratrici e doveva essere in qualche modo spiegata. Ribadiva inoltre che fin dalle risoluzioni del XX Congresso del PCUS si era previsto il fatto che non dovesse più esistere un partito guida.

I romeni si dimostrarono particolarmente disponibili nei confronti delle tesi dei comunisti italiani: la Romania iniziò a stabilire rapporti commerciali con i paesi occidentali, ma anche con quelli asiatici e africani, e la Romania iniziò a giocare il ruolo di intermediario fra i due blocchi contrapposti e fra l’Occidente e il Terzo Mondo. Parallelamente iniziava a svilupparsi nelle relazioni della sezione esteri del PCI un atteggiamento critico verso le questioni interne della Romania. In particolare, ci si soffermava sulla gestione rigida dell’economia e sull’assenza di un libero dibattito sia nel partito che nel paese attorno ai principali problemi di carattere politico. Sulle questioni di carattere internazionale, invece, la concordanza fra i due partiti continuava ad essere buona.

Nel marzo 1965, pochi giorni dopo la morte di Gheorghiu-Dej, Nicolae Ceauşescu fu eletto segretario del PCR. Ceauşescu proseguì la politica di autonomia nazionale e di apertura verso i paesi non comunisti inaugurata da Gheorghiu-Dej e permise, nella seconda metà degli anni Sessanta, una moderata liberalizzazione sul piano interno. Il programma di de-russificazione nella scuola e nella cultura, iniziato nel 1958 contestualmente al ritiro delle truppe sovietiche, proseguì a ritmi spediti, insieme all’esaltazione delle radici latine della nazione romena, l’isola latina in un mare slavo. Tutto il mondo occidentale osservava con estremo interesse questa eresia romena: fra l’altro, a Bucarest si recarono in visita De Gaulle e Nixon e la Romania aderì al Gatt nel 1971, alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale nel 1972, mentre furono stabiliti favorevoli accordi commerciali con il Mercato comune europeo e gli Stati Uniti.

Nel settembre 1967 fu il segretario del PCI Luigi Longo a recarsi in Romania per incontrare Ceauşescu. Le carte in tavola riguardavano: conflitto arabo-israeliano, Vietnam e Ostpolitik.

Dal punto di vista del Conducător era stato un errore dichiarare aggressore Israele e aver rotto le relazioni diplomatiche con il governo israeliano: la Romania era stato l’unico paese del blocco socialista che si era rifiutato di farlo. Per quanto riguardava il Vietnam, Ceauşescu accusava i sovietici di essere eccessivamente cauti e di non darsi abbastanza da fare per mettere fine al conflitto. Affrontando poi il tema della Ostpolitik inaugurata da Brandt, Ceauşescu si mostrava aperto, tanto da stabilire relazioni diplomatiche con Bonn, a discapito di quelle con la Germania Est, che infatti si raffreddarono.

1968: internalizzazione di un evento nazionale

Una nuova importante convergenza fra il PCI e il PCR si ebbe nell’agosto 1968, in occasione della Cecoslovacchia: Ceauşescu condannò nettamente l’invasione, definendola “un grande errore e un grave pericolo per la pace in Europa, per la sorte del socialismo nel mondo”.

Mentre i comunisti italiani avevano simpatizzato apertamente per il “comunismo dal volto umano” e di Dubček, i romeni si limitavano esclusivamente alla violazione della sovranità nazionale cecoslovacca e del principio di autonomia dei partiti comunisti. Il paese balcanico doveva essere molto cauto poiché una possibile invasione del paese stesso non era poi tanto lontana; l’internalizzazione di questo evento nazionale (la violazione della sovranità cecoslovacca e la violazione dei diritti umani, dipende da quale angolatura lo si osservi) fu un elemento stabilizzante per il blocco sovietico perché non permise all’URSS di continuare con la politica dei carri armati nei paesi satelliti, ma un elemento divisorio per il comunismo internazionale.

All’indomani della reazione italiana alla sostituzione di Dubček, i sovietici parevano preoccuparsi per le possibili ricadute dell’avvenimento in ambito internazionale: Sergej Dorefeev, il funzionario sovietico che si occupava dei rapporti coi comunisti italiani (per approfondire sul tema), sottolineava che gli ultimi avvenimenti cecoslovacchi non avrebbero dovuto impedire la ricerca dell’unità, a dispetto dell’esistenza di divergenze tra i due partiti fratelli. Il dibattito interno al PCI iniziò a rivelare posizioni non solo diversificate, ma talvolta persino contrapposte. Umberto Terracini sosteneva che la pressione sovietica fosse un elemento assolutamente determinante: la sostituzione di Dubček altro non era che il diretto risultato delle imposizioni di Mosca. Gian Carlo Pajetta intervenne veementemente in difesa di Husák definendolo un comunista. Berlinguer propose di rivolgere un augurio alla nuova Direzione. Longo invece dava una lettura più positiva della situazione cecoslovacca.

Fra la fine degli anni Sessanta e l’inizio del decennio successivo, tuttavia, i rapporti fra i due partiti andarono incontro ad un graduale ma progressivo raffreddamento. Sia il PCI che il PCR avevano infatti raggiunto una sostanziale normalizzazione con l’URSS brežneviana: Ceauşescu con l’obiettivo di smorzare le diffidenze sovietiche, temendo possibili reazioni anche sul piano militare, e il PCI, prima con Longo, poi con Berlinguer, non volendo rompere con il campo socialista, che restava, nonostante tutto, il suo punto di riferimento ideologico. Il PCI assunse dunque un atteggiamento né ortodosso né eretico.

L’eurocomunismo

Nel 1976 il PCI di Berlinguer approdò alla linea del “eurocomunismo“. I cardini della nuova strategia riguardavano tanto la politica interna ai singoli Paesi, quanto la collocazione internazionale dei partiti comunisti dell’Europa occidentale. Nel primo campo proposero forme di cooperazione politica che portassero al governo ampie coalizioni, superando le ristrette prospettive delle alleanze a sinistra.

http://iltazebao.com/craxi-21-anni-dopo-quelleurosocialismo-che-guardava-a-est/

A livello internazionale la questione fondamentale era guadagnare una posizione indipendente da Mosca, negando qualsiasi tipo di partito o stato guida e rivendicando l’autonomia di elaborazione politica di ciascun partito rispetto alla propria situazione nazionale di riferimento.

Berlinguer aveva invitato i comunisti italiani ad avviare “una azione di ricerca e di studio critico sempre più approfondito sui paesi socialisti”.

Il regime di Ceauşescu e i rapporti con il PCI

Fu il corrispondente de L’Unità da Bucarest, Silvano Goruppi, a trasmettere una serie di informazioni allo scopo di mettere in luce tutte le storture del regime di Ceauşescu. La Romania dei primi anni Settanta si presentava come un paese caratterizzato da tensione, preoccupazione e incertezza per delle misure economiche antipopolari che hanno reso ancora più precario il già pesante stato di cose. Goruppi notava anche come Ceauşescu stesse costruendo intorno alla propria figura e a quella della sua famiglia un autentico culto della personalità, per cui ogni libera discussione era bandita.

Giorgio Napolitano, allora esponente dell’ala “moderata” e “riformista” del PCI, riteneva che i comunisti italiani avrebbero dovuto svolgere nei confronti dei paesi socialisti una funzione critica, ma senza rottura. Dopo aver incontrato a Bucarest nel luglio 1974 Ceauşescu, con cui peraltro aveva registrato la consueta sintonia sui temi del superamento dei blocchi e del disarmo, Napolitano riconosceva tuttavia che la situazione descritta negli ultimi anni dal corrispondente de L’Unità nei suoi rapporti riservati rispondeva a verità.

L’incontro fra Ceauşescu e Berlinguer ebbe luogo nel gennaio 1977. In tale occasione, fra i due leader si registrò un’intesa consueta quanto formale sull’ormai collaudato tema della necessità di rispettare le scelte di ogni partito. Rimaneva tuttavia il problema della democrazia: Ceauşescu, però, non riteneva si trattasse di una verità assoluta con validità universale.

Un ulteriore motivo di frizione fra i due partiti comunisti fu provocato dalla crisi polacca del 1980-81 e dalla posizione presa nei confronti del nuovo sindacato libero Solidarność. Ceauşescu sosteneva che il governo polacco stava sbagliando a venire incontro alle richieste degli operai, che erano strumentalizzati da forze esterne alla Polonia e dalla Chiesa cattolica, visto che il sindacato era di ispirazione cattolica. La direzione del PCI, che seguiva con molta attenzione ciò che stava accadendo in Polonia, si era espressa già nel novembre 1980 in modo molto chiaro, condannando ogni possibile ingerenza sovietica nelle questioni interne polacche ed invitando il regime comunista ad un dialogo con il nuovo sindacato di Wałęsa. La linea tenuta dai comunisti italiani aveva generalmente suscitato critiche da parte di tutti i partiti comunisti dell’Est e in particolare di quelli polacco e sovietico.

Il Partito comunista italiano arrivò alla vigilia degli anni Ottanta debilitato dal fallimento della politica di solidarietà nazionale, cioè quella politica di avvicinamento al governo con l’obiettivo di farlo diventare parte della maggioranza parlamentare. Verso l’inizio degli anni Ottanta il leader romeno assunse un atteggiamento particolarmente distaccato verso le posizioni del PCI unito ad una crescente diffidenza. La crisi polacca ha demolito gli ultimi resti dell’affinità italo-romena, così come il rapporto segreto di Chruščёv, la Rivoluzione Ungherese e la Primavera di Praga hanno indebolito la solidità del comunismo internazionale, facendo sì che fosse nuovamente un evento internazionale a rompere i fragili equilibri.

Una fine preannunciata

La crisi polacca degli anni Ottanta stimolò a catena l’avvio di percorsi di riforme interne in molte democrazie popolari, arrivando a destabilizzare l’intero sistema socialista tra il 1989 ed il 1991. A ciò si aggiunse la volontà riformatrice di Michail Gorbačëv che si propose di liberalizzare e democratizzare il blocco sovietico partendo dal suo interno. Insieme all’Unione Sovietica crollarono anche gli elementi portanti del comunismo internazionale, il partito unico che si faceva Stato, la repressione dell’opposizione, l’utilizzo del socialismo come ideologia che massifica e unifica, l’economia di comando.

Di fronte a tale situazione, il 31 dicembre del 1989, l’allora segretario del partito Achille Occhetto, nella celebre “Dichiarazione di intenti”, affermò che fosse necessario “guardare in faccia al fallimento” e che per fin troppo tempo il PCI si era illuso che i regimi di tipo sovietico fossero riformabili.

In definitiva, le responsabilità della dissoluzione dell’organismo comunista è da imputare ai comunisti stessi, tutti i comunisti. Gli estremisti come Ceaușescu si lasciarono accecare dalla rigidità, mentre i riformisti come gli esponenti del PCI sbagliarono a non rompere in tempo con la guida sovietica, che si illudevano fosse riformabile. Entrambe le parti commisero lo stesso peccato, non vollero recepire i messaggi che la storia cercava di trasmetter loro, non realizzarono che stesse chiedendo loro di evolvere, di innovarsi seriamente. E la forza della storia punisce chi non è capace di cavalcare il progresso.