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Biopotere Mundus furiosus

“Liberi tutti…liberi tutti”. La libertà e noi

A proposito del tanto discusso e impellente DDL Zan…

“Libertas, quae non in eo est ut iusto utamur domino, sed ut nullo”
“La libertà non è avere un padrone giusto ma non averne proprio”
Cicerone, De re publica, II, 43

È un vecchio adagio che la libertà si apprezzi veramente quando la si è perduta. Ma ancor prima di perderla – si veda alla voce lockdown – la libertà aveva ancora un valore riconoscibile? O esso si era sbiadito e alla lunga dissolto? Una volta rotti tutti gli schemi, perse tutte le inibizioni, riconosciuti tutti i diritti a tutti quanti – seppur anche solo formalmente – di libertà ce n’è stata fin troppa e, quindi, essa, donata senza fatica, lontano il ricordo delle fatiche passate per conquistarla, aveva effettivamente perduto il suo valore.

Non c’è stata più tensione, né lotta, né ricerca di una contrattazione con il potere, che al contrario se la passa alla grande, di spazi di libertà reale. L’appiattimento delle differenze, il livellamento generale, sottoprodotti del nuovo modello culturale, di cui, per esempio, è paladina Disney (che poi in casa propria si comportano molto peggio), uniti alla perdita di coscienza collettiva, al drastico calo della qualità dell’istruzione, esemplare la castrazione dell’educazione classica a favore di competenze “richieste dal mercato” (come se la passano le decine di migliaia di cuochi e camerieri adesso?) che era una vera scuola di libertà e medicamento dell’animo, hanno fatto il resto. In sintesi: non esiste libertà graziosamente concessa, esiste la lotta con il potere per la libertà.

La libertà è lotta per la libertà

È bene precisare che quello di libertà è un concetto ampio e quindi per forza esageratamente vago. Senza fissarsi sulla libertà positiva o negativa, questo concetto comprende la libertà di movimento, mutilata di netto nell’ultimo anno e senza particolari recriminazioni – era prevedibile vista la già denunciata dismissione della lotta e il decadimento degli strumenti di partecipazione collettiva – la libertà di associazione, la libertà di pensiero. Quest’ultimo, il pensiero, è quanto di più libero possa esistere.

La mente umana ha potenzialità infinite e può, con la fatica e lo studio, sondare ogni spazio e scoprirne di nuovi. Più l’uomo si interroga, più scopre del mondo e, soprattutto, di sé. Il pensiero vola alto e libero, persino quando il corpo è in catene o inabile. Proprio per questo ogni colpo al pensiero, qualunque esso sia, da qualunque parte provenga, rappresenta un attentato alla libertà. Del singolo individuo certo ma anche della collettività, che potrebbe beneficiare o meno di qualunque pensiero.

Ogni pensiero, per quanto non condivisibile, purché si accetti di vivere in una democrazia compiuta, merita il suo spazio o comunque la possibilità di alimentare dibattito e crescita della stessa società. Ogni pensiero può stimolare le più variate reazioni, favorevoli, contrarie, indifferenti. Stizzite, schifate, ostili. Che comunque possono migliorare la società, in un senso o nell’altro. In più, il pensiero è, comunque, fonte di cambiamento e di altro pensiero. Ammesso che, appunto, si riconosca dignità e spazio ad ogni pensiero.

Le voci “contro” hanno sempre fatto bene all’umanità

Certo che se, nella storia, tutti avessero deciso di assecondare i modelli imposti dal potere non ci sarebbe stato alcuno sviluppo. Senza trasgressione, senza rabbia non ci sarebbe stata buona parte della produzione culturale degli ultimi cento anni almeno, basti citare le Avanguardie, ma la lista potrebbe andare ancor più indietro e con esempi ancor più illustri. Senza contro-pensiero, contro-narrazioni non ci sarebbe stato alcun progresso dell’uomo.

Proprio il restringimento degli spazi di libero pensiero, financo la costrizione o il divieto imposto per legge, rappresentano un serio problema per il bene delle società e sicuramente per i settori della produzione culturale. A meno questa o in generale il pensiero non si limitino al confermare lo status quo, al corroborare le istanze del potere, al massimo ad una contestazione tenue e programmata per cui fa tendenza fare, vestirsi da ribelli. Ma come può esserci creatività se ci sono dei blocchi di partenza, delle chiuse al pensiero?

Insomma, il DDL Zan è preoccupante proprio per questo. Perché, nel tentativo, anche condivisibile di tutelare una minoranza, può compromettere gli spazi di libertà di pensiero di tutti (minoranze stesse). Si può dirlo, si può scegliere di non dirlo, si può dirlo in miriadi di modi diversi, del resto l’italiano è una lingua feconda, provocando le più differenti reazioni. Si può dire gay o “finocchio”, a seconda dei contesti. Imporre di non dirlo, a prescindere, o, ancor peggio, prevedere delle sanzioni – meglio non pensare a come sarebbero i vari processi – rischia di impoverire tutta la società.


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Mundus furiosus

Lo spirito dell’amministrazione Biden

Sempre a partire dalle riflessioni di Raghida Dergham del Beirut Institute tracciamo un bilancio del cessate il fuoco tra Israele e Gaza e delle sue ricadute sui vari attori regionali.

La diplomazia europea negli anni ’20 fu molto attiva nell’operare in chiave anti-tedesca. Il 16 ottobre 1925, Germania, Francia, Gran Bretagna, Italia, Polonia e Belgio, firmano l’accordo di Locarno. Si diffuse allora lo “Spirito di Locarno”, un clima di inebriante fiducia reciproca, suggellato tre anni dopo dal patto Briand-Kellog, contro la guerra.

Allo stesso modo, l’arrivo del nuovo inquilino alla Casa Bianca, ha rassicurato il mondo lanciando un messaggio di tranquillità e fiducia, considerate le ‘peripezie’ della precedente amministrazione repubblicana. Questo clima di fiducia, tuttavia, non interessa quella parte di mondo che ne avrebbe più bisogno, lo scacchiere mediorientale. Lo “Spirito di Biden” – se così possiamo definirlo – è impotente nel penetrare la solida membrana di violenza e sfiducia che circonda la regione che soprattutto oggi rappresenta la fonte di ossigeno primaria per la politica estera del Pentagono.

La priorità numero uno dell’agenda Biden, in politica estera, è il ripristino del JCPOA, Joint Comprehensive Plan of Action, l’accordo sul nucleare iraniano, una sorta di patto Briand-Kellog sempre contro la guerra, ma in chiave moderna.

I patti di fine secolo, “cacata carta” usando un’espressione di Catullo, sono finiti nel cestino. Nell’auspicio che la storia insegni qualcosa, ai politici soprattutto, analizziamo lo scenario mediorientale adesso che le ostilità tra Hamas e Israele sono finite, solo momentaneamente, e che a Vienna sono in corso i colloqui sull’accordo nucleare.

Il tanto atteso annuncio del cessate il fuoco tra Palestinesi e Israeliani è finalmente arrivato e una tregua dalle ostilità fra i due è in corso da venerdì 21 maggio, dopo ben undici giorni di aspri combattimenti in cui sono state uccise più di 250 persone, la maggior parte delle quali a Gaza. Naturalmente entrambe le parti rivendicano la vittoria sull’altra. Ma chi ha veramente vinto e soprattutto qual è la posta in palio?

Rapido bilancio di guerra: Israele

Entrambe le parti hanno certamente vinto qualcosa, ma è qualcosa di effimero, non è destinato a durare, è uno scenario vecchio al quale oramai siamo abituati. Cambiano gli attori, il copione, ma la trama è sempre la stessa. Un’analista che spesso abbiamo apprezzato e riportato, Raghida Dergham, fondatrice e chairman del Beirut Institute, suggerisce piuttosto che, se esiste l’ombra di un possibile vittoria strategica all’orizzonte, questa è imputabile al regime iraniano.

Ma andiamo con ordine: Netanyahu è ancora al timone della nave anche se non riesce a formare un governo (la situazione è ancora magmatica alla Knesset) in modo da garantirsi l’immunità parlamentare contro i procedimenti penali intentati contro di lui. L’aggressione di Hamas, che controlla Gaza, potrebbe avergli, momentaneamente, salvato la carriera politica. In fin dei conti è il primo ministro più longevo della storia politica d’Israele nonché il “custode della sicurezza nazionale”. Molti, però, non sono d’accordo con quest’ultima affermazione: infatti, Netanyahu ha esposto il paese ai razzi di Hamas per salvarsi la pelle [1]. La popolazione israeliana (si intende la componente ebraica), unita al suono di “Sheket iorim” (“Silenzio, si sta sparando”), nota espressione del lessico politico israeliano che allude al congelare momentaneamente le divisioni interne in nome dell’unità nazionale, al termine dello spettacolo pirotecnico nel cielo di confine tra Israele e Gaza, è scesa in piazza a protestare contro king Bibi.

Anche l’immagine di superpotenza regionale che voleva offrire del suo paese è fallita miseramente: la Iron Dome, la Cupola di Ferro, il sistema di difesa israeliano, è stato colto di sorpresa dalla raffica di razzi lanciati da Hamas dalla striscia di Gaza, per non parlare dell’insurrezione della popolazione araba nei cosiddetti “quartieri misti” delle città di Haifa, Tayibe e Lod. In città come Tel-Aviv e Nazareth, ci sono state proteste di palestinesi israeliani ed ebrei israeliani che insieme hanno chiesto la fine delle violenze al proprio governo.

Nella città a maggioranza araba di Sakhnin, migliaia di persone sono scese in piazza al fianco dei rappresentanti della “Lista Unita”, un’alleanza politica formata da quattro dei cinque principali partiti israeliani che rappresentano la comunità palestinese in Israele; all’appello mancava, ovviamente, la fazione Ra’am, il partito di Mansour Abbas (di cui spesso abbiamo parlato a partire dalla possibile “Alleanza di Abramo”), l’ago della bilancia della politica israeliana.

Rapido bilancio di guerra: Gaza

Dall’altra parte del campo di battaglia, la situazione non è di certo migliore: la rappresaglia israeliana ha devastato Gaza. Il bilancio delle vittime è allarmante: si contano 63 bambini uccisi, 40 donne e 25 anziani morti [2]. Raghida Dergham, qui, richiama l’attenzione su un punto cruciale: indifferentemente dalla provenienza dell’arsenale di Hamas, quest’ultimo non potrà più pretendere di rappresentare tutti i palestinesi della regione. L’organizzazione ha fallito nel rivendicare la leadership alla rivale Autorità palestinese a guida di Mahmoud Abbas, che ne è a capo ininterrottamente dal 2005 e ha fatto saltare l’appuntamento elettorale fissato per il 22 maggio motivando tale decisione con il divieto di partecipazione della popolazione araba residente a Gerusalemme Est imposto del governo israeliano, quest’ultimo ovviamente ha smentito il tutto.

La comunità internazionale, nonostante tutto, riconosce l’Autorità palestinese di Abbas come l’unico interlocutore del mondo palestinese e gli aiuti statunitensi per ricostruire Gaza non finiranno nelle mani di Hamas. Persino l’Egitto, che ha avuto un ruolo di primo piano nel definire il cessate il fuoco, bypasserà l’organizzazione terroristica e dirigerà i suoi aiuti direttamente ai beneficiari di Gaza. Il principale obiettivo di Israele e dell’amministrazione Biden, adesso, è quello di far arrivare gli aiuti a Gaza, ma senza conferire alcuna autorità a Hamas, che controlla la striscia! Come Haaretz scriveva il 25 maggio:

“Blinken’s Israel Mission: Helping Gaza Without Strengthening Hamas” [3], aiutare Gaza senza rafforzare Hamas.

Il Pirro di Plutarco avrebbe detto: “Ἂν ἔτι μίαν μάχην νικήσωμεν, ἀπολώλαμεν”, “un’altra vittoria così e sarò perduto”. (Plutarco, Pirro, 21). Nella nostra narrazione ci sono troppi Pirro, però!

La repubblica Islamica: tante priorità contrastanti in vista delle elezioni di giugno

L’Iran ha mantenuto un profilo basso in questo conflitto nonostante la sua inimicizia con Israele. Mentre il cielo sopra Tel-Aviv e quello sulla striscia erano illuminati da razzi danzanti nel delirante desiderio di ostentare il proprio arsenale militare, sembrava addirittura di assistere ad uno spettacolo di fuochi d’artificio, a Vienna spirava il vento della speranza: nella capitale austriaca erano in corso, e lo sono tuttora, i colloqui tra l’Iran e le potenze mondiali nel loro tentativo collettivo di resuscitare l’accordo sul nucleare del 2015.

Teheran, nonostante l’aiuto fornito ad Hamas, aiuto al quale l’amministrazione Biden ha chiuso maliziosamente un occhio, ha mantenuto le giuste distanze tenendo a guinzaglio Hezbollah e tenendo sotto controllo il fronte siriano. Secondo fonti di intelligence [4] che hanno familiarità con i preparativi militari iraniani, turchi e israeliani, Hamas ha ricevuto 600 missili dall’Iran e altro hardware militare attraverso una nave non identificata, che le fonti hanno sottolineato contenere anche aiuti militari turchi. Inoltre, un enorme carico di armi iraniane ha raggiunto Hezbollah attraverso la Siria.

La revoca delle sanzioni americane e il rilancio dell’accordo sul nucleare sono le priorità iraniane del momento. I palestinesi possono aspettare. Il vero fronte iraniano è Vienna, non Gaza. È in Europa che Teheran concentra tutte le sue forze e si gioca il futuro. Dopo aver tenuto testa a due assedi ottomani, uno nel 1529 guidato personalmente dal sultano Solimano il Magnifico, l’altro, più noto come Battaglia di Vienna, nel 1683 guidato dal Gran Visir Merzifonlu Kara Mustafa Pasha e protrattosi per ben due mesi, riuscirà Vienna, ed insieme ad essa l’intera comunità internazionale, a non cedere ai capricci iraniani?

Dergham qui coglie una sottigliezza fondamentale:

“Of course, a strategic victory for Iran does not mean that it will forgot any of its levers in the region, one of which is Hamas. Rather, it is being selective when it comes to using them.” [5]

 

(“Naturalmente, una vittoria strategica per l’Iran non significa che rinuncerà a nessuna delle sue leve nella regione, una delle quali è Hamas. Piuttosto, è selettivo quando si tratta di usarle”.)

In più, come dimenticarsi che il 18 giugno si terranno le elezioni per il rinnovo della presidenza iraniana (contemporaneamente alla sesta elezione dei consigli islamici di città e villaggio e alle elezioni parlamentari di medio termine). Secondo la costituzione iraniana, Hassan Rouhani non ha diritto a candidarsi di nuovo perché ha già servito il paese per due mandati consecutivi.

Qui la giornalista libanese è sicura di due cose: i moderati non hanno quasi nessuna possibilità di vincere le elezioni, e indipendentemente da chi vincerà, l’amministrazione Biden e l’UE sono determinati a raggiungere un accordo con Teheran. Il Pentagono brama di raggiungere un accordo con Teheran a tutti i costi. Teme una repubblica islamica dotata di bomba atomica, ma si finge cieco davanti alla realtà: non prende in considerazioni le sue politiche nel cercare di influenzare gli equilibri della regione a proprio vantaggio e l’espansione militare al di fuori dei suoi confini tramite proxy. I colloqui di Vienna hanno “addomesticato” gli europei (“the Vienna talks have ‘tamed’ the Europeans”) [6], e Teheran lo sa e sa come sfruttarlo a suo vantaggio.

The global powers’ determination to return to their nuclear deal with Tehran may be driven by fear, and the regime has been adept at exploiting it.” [7]

 

(“La determinazione delle potenze globali di tornare al loro accordo nucleare con Teheran può essere guidata dalla paura, e il regime è stato abile a sfruttarla”).

Dal colloquio [8] tra Dergham e Norman Roule, che ha servito nella CIA e ha diretto i suoi programmi per il Medio Oriente, emergono delle tesi molto interessanti. Roule è convinto che l’accordo verrà concluso, ma andrà a beneficiare pesantemente l’Iran.

Il Medioriente è influenzato, come sempre accade, da macro-eventi, in primis la debole sicurezza internazionale, la sempre minor rilevanza del consiglio di Sicurezza dell’Onu e da strutture regionali quali l’OPEC e la Lega Araba. Alla lista non può mancare l’assenza di leader iconici che sono stati spazzati via dalla febbre di libertà che ha tanto animato le primavere arabe. Gli equilibri religiosi sono cambiati in seguito anche al riconoscimento di Ali Al-Sistani come guida sciita da parte di papa Francesco durante il suo storico viaggio in Iraq. La popolazione mediorientale è giovane, molto meno attaccata a vecchie questioni, è molto educata, disoccupata, più interessata a trovare soluzioni durature invece che soluzioni effimere e partigiane. Ci sono sempre meno soldi nella regione, alta competizione per attirare investimenti stranieri come anche per i dollari dei turisti. Quello che tiene insieme tutti questi stati è il desiderio di arginare l’Iran e intercettare le sue zone di influenza che spaziano dall’Iraq allo Yemen, dalla Siria al Libano fino al Mediterraneo con il supporto offerto a Gaza contro Israele.

Infine, dobbiamo menzionare la fatigue internazionale verso una regione con tanto potenziale, ma incapace di formulare delle proprie soluzioni.

Ci sono anche degli aspetti positivi tuttavia: gli stati economicamente avanzati che trascinano l’intera regione sono stati che stanno affrontando profondi cambiamenti sociali, sono stati con una solida struttura politica, con solide istituzioni, specialmente l’esercito. Un esercito forte può evitare la creazione di milizie armate.

Assistiamo anche ad un cambio generazionale, non di poco conto, nella leadership della regione: monarchi, emiri, sceicchi giovani, di nuova generazione che hanno capito l’importanza dell’andare d’accordo gli uni con gli altri. Tutto ciò deriva dallo sviluppo economico. Il dialogo interreligioso, l’avvalersi di nuove tecnologie, abissali cambiamenti sociali, l’abbandono dell’atteggiamento settario, l’uscita dalla scena politica di vecchi leader che hanno dominato per troppo tempo la regione ha determinato e sta determinando una rivoluzione epocale nella regione, ma molti sono ancora ciechi e si ostinano a non cogliere questi impercettibili chicchi di sabbia che nel silenzio del tempo hanno rimodellato il Medioriente.

In barba al patto contro la guerra, chi distruggerà chi e quando? “E chi nasconderà la testa sotto la sabbia sperando che tutto questo finisca?” [9] Mentre l’amministrazione Biden è distratta, Israele è imprudente e l’Iran crede che questa sia la sua occasione d’oro per raggiungere i suoi obiettivi. Tutto è sul tavolo.

Bibliografia

[1] Raghida Dergham, “Aimd the Palestine-Israel Ceasefire, Iran eyes a Strategic Win”, The National News, del 23/05/2021.

[2] Ibidem.

[3] Jonathan Lis, “Blinken’s Israel Mission: Helping Gaza Without Strengthening Hamas”, Haaretz, del 25/05/2021.

[4] Raghida Dergham, “Hamas’ Iranian Rockets Rile Up Biden’s Administration; Threaten Israel’s Arabs”, LinkedIn Raghida Dergham, del 16/05/2021.

[5] Raghida Dergham, “Aimd the Palestine-Israel Ceasefire, Iran eyes a Strategic Win”, The National News, del 23/05/2021.

[6] Raghida Dergham, “Hamas’ Iranian Rockets Rile Up Biden’s Administration; Threaten Israel’s Arabs”, LinkedIn Raghida Dergham, del 16/05/2021.

[7] Ibidem.

[8] Beirut Institute Summit e-Policy Circle 35, YouTube, 19/05/2021.

[9] Raghida Dergham, “Hamas’ Iranian Rockets Rile Up Biden’s Administration; Threaten Israel’s Arabs”, LinkedIn Raghida Dergham, del 16/05/2021.

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Nessuno indietro

Dino Compagni, Becattini: “Discriminazione assurda. Sostegno a Ginevra e cittadini per giusta battaglia”

Sopralluogo di Marco Becattini alla scuola media Dino Compagni dove manca ancora una rampa per disabili nell’ingresso principale.

“Una chiara discriminazione indiretta, anzi, mi verrebbe da dire, una discriminazione diretta, bella e buona”. Definisce così Marco Becattini, disabile e Presidente di Liberamente Abile Sport e Viaggi, la mancanza di una rampa per persone con disabilità nell’ingresso principale di via Sirtori nella scuola media Dino Compagni a Campo di Marte che tanto ha fatto discutere in questi ultimi anni. “Totale solidarietà a Niccolò e totale sostegno alla battaglia di mamma Ginevra e dei cittadini del Quartiere 2 che hanno finanziato il ricorso contro il Comune, che ha portato con l’ordinanza, pubblicata nei mesi scorsi, a riconoscere la discriminazione indiretta contro Niccolò e in generale contro le persone con disabilità. Incredibile – sottolinea – che la rampa, costruita nella vecchia scuola demolita per amianto e che era presente nel capitolato della nuova scuola, sia letteralmente scomparsa senza che nessuno abbia previsto, prima delle proteste di Ginevra, una soluzione alternativa e non umiliante. Mi unisco a Niccolò, a mamma Ginevra e ai cittadini del Q2 in questa battaglia di civiltà”. 

Per approfondire sulla vicenda: https://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/cronaca/21_marzo_08/firenze-ecco-rampa-disabili-scuola-dino-compagni-1aa78350-802a-11eb-995b-e216d997e2be.shtml

Dalla rubrica nessuno indietro

Rifredi, Becattini: “Rilevo con piacere l’assenza di gravi problemi di accessibilità” – Il Tazebao

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Statuto (FI), la denuncia di Becattini: “Se sei in carrozzina non prendi il treno” – Il Tazebao


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“Facile celebrare adesso Falcone”. Claudio Martelli a Il Nodo di Gordio

In occasione del ventinovesimo anniversario dalla strage di Capaci Il Nodo di Gordio ha contattato Claudio Martelli, allora Ministro della Giustizia e Vicepresidente del Consiglio. Queste alcune delle sue riflessioni rilasciate al think tank, che ringraziamo.

«Adesso è facile celebrare Falcone. Invece non era affatto facile essergli amici quando nel 1991 lo invitai a venire a Roma a lavorare con me al Ministero della Giustizia. Gli offrii l’incarico più importante perché ne avevo grande stima e sapevo che in Sicilia non poteva più lavorare. Molti colleghi, prima di destra poi di sinistra, si dedicavano a denigrarlo, chi per invidia chi per loschi traffici. I giornalisti più accecati dalla faziosità rincaravano e dilatavano i sospetti. Cosa Nostra con la complicità di poliziotti e agenti dei servizi gli organizzò un attentato in casa e colleghi e giornalisti insinuarono che se l’era preparato da solo per farsi pubblicità. 

I corvi con le toghe gli rovesciarono addosso calunnie infamanti protetti dall’anonimato. Il CSM aveva respinto tutte le sue aspirazioni: ad assumere la guida dell’Ufficio Istruzione e poi della Procura di Palermo. La Suprema Corte di Cassazione aveva bocciato l’assunto fondamentale dei suoi processi e cioè che la mafia avesse una struttura unitaria e gerarchica, insomma una “cupola” di comando. L’ANM lo aveva bocciato quando si candidò per il CSM. Il suo capo, Gianmanco, gli sottraeva le inchieste più importanti. L’allora – e tuttora – sindaco di Palermo giunse a denunciarlo al CSM perché “tiene nascosti nei cassetti della Procura i nomi dei mandanti politici dei più gravi delitti di mafia”. E il CSM lo sottopose a un interrogatorio umiliante».

Per leggere tutto l’intervento: https://nododigordio.org/in-evidenza/falcone-la-versione-di-claudio-martelli/


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Mundus furiosus

E vissero tutti nomadi e contenti

Chiudono i negozi Disney Store, tra cui quello di via Calzaiuoli a Firenze. Stupisce, nel silenzio della politica, il silenzio imposto ai lavoratori dall’azienda paladina…

Non c’era bisogno di altre riprove. Al lieto fine avevamo smesso di crederci già da un pezzo. Troppe le peripezie senza senso. Come ai buoni e cattivi. Noi che siamo sempre, volenti o nolenti, dalla parte dei cattivi perché lì ci hanno rifilato i nostri autori. E poi, parliamoci chiaro, i cattivi sono anche più complessi e affascinanti. Sul principe azzurro stendiamo un velo pietoso come sulla principessa. Una coppia troppo vetusta, troppo binaria. Non dico un principe ma almeno uno spasimante di colore mettiamocelo! E la principessa deve per forza essere bianca e bionda? Che banalità, che noia! E poi siamo sicuri fosse consenziente? Quindi, anche sull’amore eravamo parecchio perplessi. Ma del resto, “Il romanticismo è morto! È stato omogeneizzato alla Disney e venduto pezzetto per pezzetto”, per dirla con la cara Lisa Simpson (a proposito la serie sulla famiglia gialla d’America se l’è pappata proprio la Disney).

Insomma, a indispettirci, non è tanto la perdita di oltre duecento posti di lavoro in tutta Italia, che poi sono anche famiglie, consumatori se vogliamo andare sul gretto, o il portare a termine la dismissione dei negozi – c’era da aspettarselo prima o poi dopo il lungo limbo del blocco licenziamenti – e puntare alle sole vendite online (Amazon! Amazon!), siamo oramai ben scafati alle logiche aziendali e alla primazia del mercato, come non ci aspettavamo una presa di posizione anche pelosa, anche di peluche della politica locale – Nardella stava candidando Firenze al prossimo Eurovision (del resto bisogna stare sul chiacchiericcio trend topic) – ma quell’imposizione tassativa del silenzio ai malcapitati dipendenti, così aliena rispetto alla nostra cultura. Vietato parlare. Altrimenti che succede? Verrebbe da chiedersi. Cosa potrebbe succede di peggio? Drastico ma efficace: tutte bocche cucite al quasi ex Disney Store di via Calzaiuoli.

A far questo è la stessa Disney paladina della diversità, dell’inclusione, del rispetto per chiunque uomo, donna, binario, non binario, binario morto. Disney, la casa madre delle pop star costruite in laboratorio, o meglio a Camp Rock, vedasi alla voce Demi Lovato, la “non binaria” cui dovremo rivolgerci dando del loro. Sembrano storie surreali ma queste carriere costruite dalla culla al Grammy sono emblematiche. E non è nemmeno una questione tra il predicare bene e razzolare male. Quando mai ad “alti” ideali corrispondono azioni ugualmente alte? C’è un continuum tra la propaganda del Mondo Nuovo e la totale spregiudicatezza. Adesso niente più putei piangenti perché vogliono il pupazzetto. Niente più figlie che sognano di vestirsi a festa e cercano il vestitino (ci scuseranno le Lovato se siamo rimasti alle bambine, e non ai bambini, che si vestono da principesse). Niente più babbi spanciati costretti a infinite code, né mamme affannate alla ricerca del Dumbo più adatto. A guardarlo così, sembra pure un mondo migliore.

Dello stesso autore

“Ci vediamo lungo la strada”. Nomadland, una nuova epica della frontiera o la normalizzazione della vita precaria? – Il Tazebao


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“Siamo già nel Secolo Africano?” Intervista a Marco Cochi [Rassegna stampa]

La nostra intervista a Marco Cochi, giornalista e analista per il think tank Il Nodo di Gordio e per l’Osservatorio sul radicalismo e il contrasto al terrorismo (ReaCT), nonché fondatore del blog Afrofocus, è rilanciata anche da altri giornali e siti.

Modelli di sviluppo e ostacoli sul secolo africano | Intervista | AfroFocus

Siamo già nel Secolo Africano? A colloquio con Marco Cochi – Il Tazebao 21.05.2021

L’intervista completa a Marco Cochi: Siamo già nel Secolo Africano? A colloquio con Marco Cochi (Afrofocus e Nodo di Gordio) – Il Tazebao


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Mundus furiosus

Il Libano in cerca di stabilità

Attraverso le pregevoli analisi di Raghida Dergham, fondatrice e presidente esecutivo del Beirut Institute, ricostruiamo i problemi e le prospettive del Paese dei cedri.

“Il limes arabicus, la frontiera romano-bizantina, spalmata su più di 1300 chilometri, tra la Siria del nord e il sud della Palestina, il centro della mezzaluna fertile, è sempre stato l’epicentro dei terremoti geopolitici dell’Antichità e anche oggi non cessa di essere al centro dei conflitti, interpretabili sotto molti aspetti […] ” [1]

Sono le parole che escono dalla penna di Gianni Bonini nel suo libro “Il Mediterraneo Nuovo”. Nel capitolo sul Libano, intitolato “E ora dove andiamo? Il Libano: una pozione magica”, viene messo in evidenza come nel Paese dei cedri precipitano tutte le ambizioni e le contraddizioni politico-statuali dell’Area Mena, Middle East and North Africa.

“We want Lebanon to be part again of the region”. [2]

(“Vogliamo che il Libano sia, di nuovo, parte della regione”).

Così tuona la giornalista libanese Raghida Dergham e parla con passione e frustrazione di quello che lei vede come l’inevitabile collasso del suo paese.

In un’ampia intervista con Arabian Business, Dergham, che ha 28 anni di esperienza nelle tematiche legate al mondo arabo come corrispondente diplomatico senior, editorialista e capo dell’ufficio di New York per il londinese Al-Hayat, esprime le sue prospettive sulle questioni geopolitiche regionali.

Ha definito la leadership politica libanese una “gang” e sottolineato, con grande rammarico, come il loro comportamento sia simile a quello dei gangsters. Loro non vogliono attuare un pacchetto di riforme nell’interesse del paese perché un tale cambiamento li spazzerebbe via. Le riforme richiedono “accountability” e loro non sono pronti per questo.

“I am very sorry to say that we in this country keep hoping and dreaming for a miracle” (“Mi dispiace tanto dover affermare che noi speriamo e sogniamo che avvenga un miracolo”) ha continuato, “Inshallah, I hope the miracle will come true”. (“Che Dio voglia, spero che si avveri questo miracolo”).

È giunto il momento che il popolo libanese prenda in mano la situazione e diventi artefice del proprio destino senza aspettare l’intervento di qualche potenza straniera, intervento che arriva, certo, ma non privo di tornaconto personale. I libanesi devono essere più attivi in tal senso e forgiarsi il proprio destino, è una questione esistenziale per loro (“It’s an existentialist question for the Lebanese people”). Sempre secondo lei, non solo i libanesi, popolo e leader politici, fanno finta di non vedere cosa realmente succede nel paese e nella regione, ma anche le potenze europee e mondiali, le stesse che nel 2015 firmarono il JCPOA, il Joint Comprehensive Plan of Action, l’accordo sul nucleare con l’Iran. La sua rabbia è indirizzata verso la Francia, la Germania, il Regno Unito, la Russia, la Cina e gli Stati Uniti che hanno regalato un lasciapassare all’Iran nel firmare l’accordo sul nucleare; più precisamente, le ambizioni iraniane per quanto riguarda l’intera regione, non furono portate sul tavolo negoziale e questo ha contribuito ad inculcare maggiore fiducia nell’Iran che si muove come meglio crede.

I tre Moschettieri: Russia, Iran, Cina. Nemico comune, obiettivi, strategie e investimenti diversi – Il Tazebao

I paesi stranieri citati sopra sono diretti responsabili per quanto successo in Siria (“the killing of the country”), sono responsabili della situazione di stallo in cui versa l’Iraq e del sacrificio richiesto al Libano. Quando si tratta del suo paese, il meraviglioso Paese dei cedri, il tono si fa ancora più aspro e pungente:

“Lebanon is being sacrificed in the daylight”.

(“Il Libano viene sacrificato alla luce del sole”).

Dal suo ragionamento non può certamente mancare un riferimento a Hezbollah: ci tiene a precisare che nessuno vuole la sua messa al bando né allontanarlo dalla vita politica libanese (ne trattò nella sua intervista anche Maroun El Moujabber). Anzi la soluzione ideale sarebbe proprio quella di concedergli maggiore spazio. Auspica che diventi una componente poderosa nel panorama politico libanese. Solo così, tutti insieme, possono voltare pagina. Non deve stupire tutto ciò; l’unica cosa anormale è lasciare la situazione così com’è. Non è normale che un gruppo paramilitare, Hezbollah, operi all’interno di un paese e faccia gli interessi per conto di un altro paese (Iran). È giunto il momento che gli interessi del Libano primeggino su quelli iraniani.

Le ricadute degli Accordi di Abramo

Spende qualche parola di riguardo sugli Accordi di Abramo fortemente voluti dall’amministrazione Trump, Accordi che hanno cambiato radicalmente gli equilibri della regione e l’approccio degli USA nei confronti del Medioriente. È un’occasione irripetibile ed imperdibile per gli stati arabi: la giornalista libanese crede che gli arabi possano usare gli Accordi, per fare pressione su Israele affinché fermi l’annessione della valle del fiume Giordano e per renderlo responsabile delle sue azioni. È stata una mossa astuta di Washington per ‘svezzare’ il Medioriente e renderlo indipendente.

Per quanto riguarda i rapporti Libano-Israele, Dergham suggerisce, prima di tutto, una netta e chiara demarcazione dei confini sia marittimi che terrestri. Questo vale sia con Israele che con la Siria (su cui abbiamo scritto anche “Quale futuro per le macerie?”); una chiara demarcazione reca innumerevoli benefici a tutti i paesi interessati. Ma non tutti la pensano allo stesso modo: la Siria, per esempio, non è d’accordo. Ritornando a Israele: la pace va assolutamente negoziata, ma solo dopo aver stabilito le condizioni.

“When wars end, all the people negotiate and reach a peace agreement” [3] (Quando le guerre finiscono, tutti i popoli negoziano e raggiungono un accordo di pace). Per rendere ancora più efficiente (andare dritto al punto con poco) la riflessione, pesca nella storia europea, e come darle torto d’altro canto…

“In Europe, they were more savage than us in the Arab world. But then, in Westphalia or elsewhere, they reach agreements, and now they live with one another. There’s nothing shameful about obtaining your rights through negotiations”.

(“In Europa, erano più selvaggi di noi del mondo arabo. Ma poi, in Westfalia o altrove, hanno raggiunto accordi, e ora vivono gli uni con gli altri. Non c’è nulla di vergognoso nell’ottenere i propri diritti attraverso i negoziati”.)

Non c’è niente di vergognoso nella pace, se i diritti di tutte le parti coinvolte sono garantiti.

La gente desidera vivere in pace, non se ne vergogna. La pace o si negozia o la parte più forte la impone a quella debole. È una scelta.

“Israel should not be our eternal enemy, if we can obtain our rights from it”.

(“Israele non dovrebbe essere il nostro eterno nemico, se possiamo ottenere da esso i nostri diritti”).

L’intervista si conclude con un’ultima riflessione, ultima non certo per importanza, sulla “causa palestinese”. È una riflessione originale e denota una lucidità inedita per il mondo arabo- musulmano che supporta, all’unanimità e aprioristicamente, i palestinesi in queste ore piene di tensione. Dergham, in qualità di araba, e ci tiene a marcare questo dettaglio, sostiene che il mondo arabo deve smettere di infiammare, dall’esterno, gli animi dei palestinesi sulla questione di Gerusalemme. La città santa non verrà mai restituita ai palestinesi. Questi devono prenderne coscienza e liberare generazioni di palestinesi da questa assurda pretesa.

“Will you continue to hold Palestinian generations hostage for all eternity? No”

(“Continuerete a tenere le generazioni palestinesi in ostaggio per l’eternità? No.”)

Bibliografia
  1. Gianni Bonini, “Il Mediterraneo Nuovo”, Samizdat Editore, luglio 2018, 49.
  2. “Raghida Dergham on Abraham Accords, Future of Lebanon, and Middle East Women”, Arabian Business, del 13/10/2020.
Della stessa autrice

Lo spirito dell’amministrazione Biden – Il Tazebao

Sykes-Picot. La corrispondenza McMahon-Hussein (14 luglio 1915 – 10 marzo 1916) – Il Tazebao


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Siamo già nel Secolo Africano? A colloquio con Marco Cochi (Afrofocus e Nodo di Gordio)

Marco Cochi, giornalista e analista per il think tank di geopolitica trentino Il Nodo di Gordio e per l’Osservatorio sul radicalismo e il contrasto al terrorismo (ReaCT) – suo il blog Afrofocus che offre spunti di riflessione e aggiornamenti sul Continente – a margine dell’uscita del suo nuovo libro “Il jihadismo femminile in Africa. Il ruolo delle donne all’interno di Boko Haram e al-Shabaab” è intervenuto a Il Tazebao.

Siamo di fronte ad una nuova corsa all’Africa, dovuta anche e soprattutto alle risorse del continente. Non c’è proprio una via alternativa rispetto alla “ricolonizzazione” per i paesi africani?

Ci sono dei modelli alternativi da cui prendere esempio?

“Se non ricordo male, nel marzo 2019, l’autorevole rivista britannica The Economist, pubblicò un articolo in cui parlava della nuova corsa all’Africa da parte di varie nazioni, sottolineando l’apertura di numerose ambasciate nel continente e l’aumento degli investimenti stranieri, soprattutto da parte dell’India. E spesso si disserta di neocolonialismo nei confronti dell’Africa da parte di attori internazionali di estremo rilievo come l’India o la Cina, che a seconda delle opinioni vengono indicati come i maggiori artefici dello sviluppo o del sottosviluppo del continente. Indubbiamente l’Africa dovrebbe prestare attenzione al rischio di affogare sotto l’ingente flusso di finanziamenti e la rilevante mole di investimenti che arrivano da questi paesi. La direzione giusta sarebbe quella di adottare una strategia comune di sviluppo continentale, che per alcuni versi si sta consolidando con l’entrata in vigore, all’inizio di quest’anno, dell’African Continental Free Trade Area (AfCFTA), la più grande area di libero scambio al mondo per numero di Stati membri. In pratica, l’Africa dovrebbe intraprendere una via autonoma di sviluppo ed evitare di farsi depredare delle proprie risorse, senza cadere ancora una volta nella logica del continente in vendita. Quello di cui ha invece bisogno è una strategia unitaria, che le offra la capacità di relazionarsi e di agire come un attore unico per diventare protagonista del suo futuro. In termini di modello ci si potrebbe ricollegare al panafricanismo, sia nella sua dinamica politica che promuove la totale indipendenza del continente africano, sia nella sua dimensione transnazionale e civile, che sostiene la solidarietà tra africani e persone di origine africana”. 

Tra i mali che affliggono il Continente c’è il terrorismo. Lei ne ha scritto molto, come nel suo ultimo libro. Proviamo a ricostruire la sua genesi e la sua diffusione.

A cosa si deve questa forte penetrazione?

“Attualmente diverse regioni dell’Africa sono caratterizzate da un’elevata instabilità, che trova origine nell’ancora incerto consolidamento delle forze di sicurezza degli Stati della regione, nella porosità delle frontiere, nelle rivendicazioni territoriali su base etnica e nella presenza di gruppi estremisti islamici attivi nelle zone. Nel corso degli anni, i gruppi legati ad al-Qaeda e allo Stato islamico hanno trovato terreno fertile per la propria espansione in aree grigie o in zone frontaliere incontrollate, arrivando a minacciare la sicurezza e la stabilità di una ventina di paesi. Queste formazioni armate hanno alimentato insurrezioni e conflitti in cinque regioni dell’Africa, che tradizionalmente rappresentano i maggiori epicentri del radicalismo religioso del continente. Una criticità riconducibile al duplice rapporto causa-effetto originato dagli annosi contrasti di natura etnico-sociale e dalla perdurante instabilità politico-economica. Inoltre, i gruppi estremisti attivi nel Sahel, in Somalia, nel nord-est della Nigeria e nel bacino del Lago Ciad hanno raggiunto una consolidata esperienza strategica e tattica, grazie anche al supporto di una solida rete locale, in alcuni casi frutto della collaborazione con le organizzazioni criminali già presenti nella regione. Un connubio delinquenziale che ha consentito agli estremisti religiosi di beneficiare di un’ampia libertà di movimento e di assumere il controllo di vaste porzioni di territorio, dove hanno imposto una rigida interpretazione della sharia. In Africa, i due gruppi più noti, per la loro efferatezza e per l’attenzione loro concessa dai media, sono gli stessi che tratto nel volume: al-Shabaab in Somalia e Boko Haram in Nigeria. Fedele ad al-Qaeda il primo, seppure in modo non ufficiale sino al febbraio 2012, mentre il secondo ha giurato fedeltà allo Stato islamico nel marzo 2015, trasformando il territorio sotto suo controllo nel Wilayat Garb Ifrqiya, la “Provincia dell’Africa Occidentale” del sedicente Califfato. Mossa che ha creato una spaccatura al suo interno, circa un anno e mezzo dopo il giuramento. Entrambi i gruppi continuano ad essere una temibile minaccia per le popolazioni e i governi locali. Preferisco, comunque, lasciare che il Lettore ne conosca le vicende e l’evoluzione tramite le pagine che gli ho dedicato nel libro (scaricabile gratuitamente a questo link)”.

Uno dei punti critici è il controllo delle risorse idriche.

Ricostruiamo l’origine del conflitto tra Etiopia ed Egitto e le prospettive di questo scontro.

“La spartizione delle acque del Nilo costituisce da sempre una delle più spinose questioni irrisolte della regione, originata dal fatto che per decenni l’Egitto ha goduto di un quasi monopolio garantito da una spartizione fissata dall’accordo concluso nel 1929 con la Gran Bretagna, all’epoca potenza coloniale in Sudan. A questo, ha fatto seguito un secondo trattato siglato nel 1959 tra il Cairo e Khartoum, tre anni dopo che il Sudan era diventato indipendente, che nella sostanza riconfermava quanto stabilito nel 1929 fissando le quote di metri cubi d’acqua da spartire tra i due Paesi (55,5 miliardi di metri cubi all’Egitto e 18,5 miliardi di metri cubi al Sudan) e concedendo al Cairo il potere di veto su qualsiasi opera idrica progettata a monte del fiume. I due trattati, però, non hanno preso minimamente in considerazione le esigenze degli altri nove paesi attraversati dal Nilo, che non si sono mai sentiti vincolati dai due accordi, dei quali da lungo tempo reclamano una revisione. Tra i nove paesi interessati dal bacino fluviale era compresa anche l’Etiopia, da cui proviene l’85% delle acque e ciononostante non fu coinvolta nelle trattative. L’Etiopia sta costruendo la Grande diga del rinascimento etiope (GERD), iniziata nel 2011 vicino al lago Tana, la sorgente del Nilo Azzurro, a 15 chilometri dal confine sudanese. Attraverso questo progetto, il paese del Corno d’Africa non solo risolverà il problema energetico ma diventerà anche il primo esportatore di energia del continente. L’imponente opera dovrebbe essere conclusa entro il prossimo anno, nonostante l’opposizione dell’Egitto che dipende dal Nilo per oltre il 90% della sua acqua potabile e teme che la diga riduca sostanzialmente la sua disponibilità idrica. Per questo, nelle ultime settimane Il Cairo sta tentando di convincere il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ad affrontare la disputa con l’Etiopia sullo sbarramento sul Nilo Azzurro. E anche il Sudan è preoccupato per l’impatto della diga e allo stesso modo dell’Egitto sta cercando di raggiungere un accordo legale, che vincoli l’Etiopia su quanta acqua può trattenere o rilasciare, ma finora non è stata raggiunta alcuna intesa”.

La presenza italiana è andata riducendosi in tutti gli scenari che contano. Eppure, gli italiani hanno saputo sviluppare la cooperazione in Africa e portare un modello positivo. L’uccisione dell’ambasciatore in Congo è stata emblematica. C’è spazio per ricostruire una presenza? Come?

“Riguardo alla possibilità di ricostruire una presenza italiana in Africa, sarebbe utile che il nostro paese, come il resto dell’Occidente, facesse i conti col proprio passato coloniale nel continente, dove per 75 lunghi anni ha dominato in tempi e modi diversi gli abitanti di quattro Stati africani: Eritrea, Somalia, Libia ed Etiopia. Mentre quanto accaduto lo scorso 22 febbraio, giorno della morte dell’ambasciatore italiano in Congo, Luca Attanasio, del carabiniere che lo accompagnava, Vittorio Lacovacci e dell’autista del World Food Programme (WFP), Mustapha Milambo Baguna, ha riproposto al centro dell’attenzione il ruolo che il nostro Paese può rivestire in Africa. Anche se va ricordato, che ancora non sono stati identificati i responsabili della tragica fine dei tre uomini. Purtroppo, dopo la commozione e il clamore mediatico dei primi giorni, sulla drammatica vicenda sulla sembra essere calato il silenzio.

E andrebbe anche ricordato che il diplomatico nativo di Saronno svolgeva la sua missione in quella che agli occhi di noi italiani appare una zona remota del continente, sia a livello geografico sia per quanto riguarda i nostri interessi nazionali. Ma in realtà è proprio qui, assieme ad altre aree dell’Africa, che convergono una serie di questioni delicate sotto il profilo politico ed economico, che dovrebbero attirare la nostra attenzione. La presenza italiana nel continente è già abbastanza radicata, come dimostrano le 25 ambasciate italiane in Africa, l’ultima delle quali stata aperta in Niger nel gennaio 2018. Senza dimenticare, i consolati presenti in quasi tutti i paesi africani e le ultime stime della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (UNCTAD), secondo le quali l’Italia è al sesto posto tra i paesi che hanno maggiormente investito in Africa”.

Un ringraziamento sentito a Marco Cochi che con le sue riflessioni ci permette, per la prima volta, di aprire un focus sull’Africa.

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Mundus furiosus

Da Vestfalia a Gaza

La storia, come si sa, non insegna niente alla politica, ma senza la conoscenza della storia, l’azione politica è cieca.

I lunghi conflitti mediorientali non possono altro che costringersi a riflessioni amare. L’elenco è lunghissimo. Il conflitto arabo-israeliano e poi palestinese-israeliano con propaggini libanesi da quel lontano 1948, le due guerre in Iraq – prima e seconda guerra del Golfo (1990-1 e 2003-11) – poi la lotta all’Isis (2014-17), la guerra civile siriana e guerra all’Isis (2011 ancora in corso), la guerra in Afghanistan contro gli invasori sovietici (1979-1989), in seguito tra Stati Uniti e forze Nato contro Al Qaida e Talebani e, una volta cacciata Al Qaida, tra talebani e governo afghano (dal 2001 e ancora non è finita) sostenuto dalle forze occidentali.

Vestfalia, 1649

Allora qualche osservatore rimanda lo sguardo alla storia europea, storia millenaria di sangue e distruzione fino alla fine del Secondo conflitto, che non si dimentichi provocò qualcosa come 50 milioni di morti. Sposta lo sguardo al quel Seicento, al “secolo di ferro” come è stato chiamato, culminato con una pace, quella di Vestfalia (1649) sancita da accordi diventati la base della convivenza civile e del diritto internazionale. Infatti, la pace sanciva l’indipendenza degli stati da ogni ingerenza esterna sia papale sia da parte dell’Impero e stabiliva la libertà di scelta di culto da parte dei sovrani, ripetendo d’altronde quanto scritto nelle pace di Augusta del 1555. “Cuius regio, eius religio”, con la possibilità da parte dei sudditi di fede diversa di poter emigrare mantenendo il possesso dei propri beni. Ma il trattato entrava nello specifico di molti più ambiti contenendo anche clausole sulla gestione dello stesso, i casi ed i modi in cui dovevano essere affrontate le crisi tra stati e molto altro. Ma il fatto veramente importante fu appunto la fine della guerra di religione, lo scontro tra cattolici e riformati, che aveva attraversato l’Europa.

La guerra dei Trent’anni fu spaventosa: eserciti di mercenari, truppe allo sbando, feroci odi religiosi, distrussero l’Europa centrale. Alle stragi di civili inermi, si aggiunsero le morti per malattia, le epidemie, la carestia. La superficie coltivabile si ridusseo del 50%. Il Württemberg perse i tre quarti della sua popolazione, il Brandeburgo la metà degli abitanti, la Boemia un terzo.

Quella guerra era stata qualcosa di estremamente complesso in un intreccio di cause inestricabile. Scontro per l’egemonia in Europa tra Francia, Austria e Spagna. Guerra religiosa tra cattolici e protestanti. Guerra di indipendenza dei Paesi Bassi dalla Spagna e presa d’atto della realtà elvetica. Ricerca di nuove posizioni sullo scacchiere geopolitico europeo e quindi di nuovi equilibri, si veda l’affacciarsi della Svezia di Gustavo Adolfo sulla scena. Lotta per la sovranità da parte dei principi tedeschi dall’impero. Guerra che aveva coinvolto le Fiandre, l’Europa centrale, le zone del Baltico, anche l’Italia con la guerra piemontese che gli Aosta alleati della Francia contro la Spagna.

Quella guerra però dei Trenta anni non fu per fortuna completamente inutile. Da quel disastro uscì un nuovo ordine europeo, cioè mondiale.

La similitudine con il caos mediorientale odierno è affascinante. Scontro di popoli, di religioni, di potenze regionali e di super potenze. Guerra tra stati, guerre civili, guerre di religione e tra popoli.

Allora il confronto regge?

No assolutamente. I paragoni in storia sono utili, ma con essi non facciamo altro che confrontare un modello, una fotografia statica con processi complessi che sono durati secoli.

Innanzitutto, quello scontro avveniva al centro dell’Europa, cioè al centro del mondo, di un un mondo che condivideva gli ideali religiosi e culturali della cristianità, il “concerto d’Europa” cantato dagli Illuministi, da Voltaire a Diderot, dove si parlava una sola lingua. Ideali di pace che si scontravano da sempre con la realtà della guerra, ma che nella tensione avevano prodotto un pensiero prima teologico con la scolastica, poi filosofico politico con il giusnaturalismo, e infine giuridico con l’invenzione del diritto internazionale, grazie all’aiuto del diritto romano. Pensiero il cui fine centrale era la regolazione del conflitto, la strada se non per la pace perpetua, per una convivenza il più possibile pacifica. Insomma tutta la riflessione delle discipline che avevano a che fare con la guerra e la pace si erano dedicati, si direbbe ora, alla gestione dei conflitti.

L’Europa che non aveva mai smesso di produrre altissimo sapere nonostante le guerre, con alle spalle il Rinascimento, l’Umanesimo. Che stava attraversando due grandi passaggi, la rivoluzione scientifica e la secolarizzazione. Per giunta alla vigilia della Rivoluziome industriale, in un’Europa ormai non più chiusa nel Mediterraneo, ma che guardava verso l’America e le Indie. La guerra si rivelò oltre che nei suoi aspetti drammatici, come un potente fattore costitutivo anche di nuove istituzioni. Come ricordava Otto Hintze, la storia dello stato è storia d’Europa, lo stato come lo conosciamo è affare europeo, e la storia dello Stato è la storia della guerra. Costruire eserciti richiede soldi, vuol dire per il Sovrano procacciarsi risorse continue in modo stabile, vuol dire approntare un meccanismo di esazione razionale, le tasse sono sinonimo di organizzazone burocratica efficiente. Combattere per decenni richiede eserciti addestrati, un corpo di ufficiali fedele, truppe disciplinate. La grande rivoluzone militare del XVII secolo è opera dei protestanti ugonotti, olandesi e svedesi. Agli Orange e agli intellettuali della loro cerchia si deve la riscoperta dei classici del pensiero romano, la loro traduzione sistematica, la riscoperta del pensiero stoico. Rivoluzione militare che è anche rivoluzione sociale, formazione della classe dirigente sia da un punto di vista strategico che culturale nel senso più profondo, come condivisione di valori, costruzione di atteggiamento, modo di pensare e vedere il mondo, disciplina morale.

Sistema degli stati, equilibrio di potenza, guerra limitata, diritto internazionale a cui corrispondeva lo Stato come macchina che deteneva il monopolio della violenza interna ed esterna, il monpolio del diritto e delle finanza, l’organizzazione delle forze armate. Con la guerra dei Trent’anni, erano finite le guerre sante. Questi sono alcuni delle istituzioni-concetti-dottrina su cui si è costruita e su cui ancora si regge la nostra storia.

Vi è forse qualcosa in comune con il mondo di oggi e con il Medio Oriente in particolare?

E poi ci sono ancora tre enormi differenze. La prima, le forze del conflitto arrivarono ad una volontà comune di pace, perché completamehte esauste, le forze dei contendenti erano finite.

La seconda, la guerra era terminata con dei vincitori e dei vinti senza ombra di dubbi. Avevano vinto la Francia, la Svezia, i Paesi Bassi, i protestanti. Di contro, sconfitti l’Impero, la Spagna e il Papa, si veda a questo proposito la scomunica per i firmatori cattolici del trattato di Vestfalia a causa del riconoscimento degli stati aderenti alla Riforma.

Il terzo motivo. La pace apportò dei cambiamenti territoriali enormi, in nome di un equilibrio tutto politico, senza guardare in faccia nessuno. Avvenne a spese dell’unità della Germania, dell’indipendenza della Boemia, della futura sparizione della Polonia.

Niente di simile avviene oggi in Medio Oriente. Non c’è nessuna similitudine con il conflitto tra Israele e palestinesi. Se facciamo un confronto puntuale, le differenze sono abissali. È sufficiente prendere le ultime tre, come una voltà notò con cinismo Luttwack. Le guerre moderne non finiscono perché si fermano troppo presto (cito a memoria) e perché, aggiungo, i flussi di denaro non si interrompono mai.

Comunque il punto centrale è che avvengono tra contendenti che non condividono nessun principio di legittimità internazionale, perché il sistema degli stati non forma certo nessun concerto, perché l’ordine mondiale e regionale come la configurazione politica del Medio Oriente, gli attuali stati, sono un prodotto nel bene e nel male europeo, anche del colonialismo. Ma la storia non si può cambiare.


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Mundus furiosus Sabbia del Tempo

“La Zampata dell’orso”. L’offensiva Brusilov nella Prima Guerra Mondiale e l’aviazione imperiale russa

Gli autori sono Basilio Di Martino, Paolo Pozzato, Elvio Rotondo

Tra la primavera e l’estate del 1916 la cosiddetta offensiva Brusilov, così chiamata dal nome del generale russo Aleksei Alekseevich Brusilov che ne fu il principale protagonista, rappresentò il momento più alto delle fortune dell’esercito zarista. Quel lungo e sanguinoso ciclo operativo fu sul punto di decidere in modo del tutto inatteso le sorti della guerra, spingendo l’Austria-Ungheria sull’orlo del baratro, ma il pronto intervento dell’alleato germanico e i fattori di debolezza intrinseca della Russia, duramente provata dalle disastrose sconfitte del 1914 e del 1915, contribuirono a far sì che la spinta delle armate del fronte sud-occidentale si esaurisse già prima della fine dell’estate, portando a un precario equilibrio che si sarebbe definitivamente rotto nel 1917. Quello che può essere a ragione considerato l’ultimo, disperato sforzo dell’esercito zarista, ebbe però due importanti conseguenze: da un lato determinò la definitiva subordinazione strategico-tattica delle forze imperial-regie all’alto comando tedesco, dall’altro, con il fallimentare intervento rumeno ad agire da catalizzatore, accelerò la crisi finale di quello stesso esercito fino alla sua dissoluzione. L’andamento delle operazioni in Volinia, Galizia e Bucovina, nomi dimenticati che oggi si fa fatica a trovare sulle carte geografiche, nel sottolineare l’interdipendenza tra i vari fronti, un’interdipendenza che, sia detto per inciso, Cadorna aveva ben chiara, evidenzia come l’ossessione di Conrad per il fronte trentino, e la sua decisione di trasferirvi uomini e mezzi dal fronte orientale nel tentativo di sconfiggere una volta per tutte l’odiato “nemico del sud”, abbiano esposto la Duplice Monarchia a un pericolo mortale contribuendo ad avviarla verso un declino inarrestabile.

Quelle lontane vicende, ricostruite attingendo a fonti austro-ungariche, tedesche e russe, nonché successivi studi di matrice britannica e statunitense, senza dimenticare le testimonianze italiane dell’epoca, hanno però anche un altro significato, che ne proietta l’influenza ben oltre l’orizzonte temporale della Grande Guerra: il ruolo tattico svolto dall’aviazione sviluppava la dimensione aeroterrestre del combattimento, e le modalità utilizzate da Brusilov per realizzare lo sfondamento e cercarne lo sfruttamento in profondità davano concretezza a quel livello “operativo” del conflitto, intermedio tra il livello tattico e quello strategico, che sarebbe stato teorizzato negli anni ’30, e gettavano le premesse per una “Russian way of war” destinata a consolidarsi durante la Grande Guerra Patriottica ed a rimanere attuale per tutta la lunga stagione della Guerra Fredda.

Elvio Rotondo ha contribuito spesso a Il Tazebao

Taiwan resta nell’occhio del ciclone. Washington pronta ad abbandonare «l’ambiguità strategica»? – Il Tazebao

La priorità degli USA di Biden è nell’Indo-Pacifico. I dossier ancora aperti – Il Tazebao

Myanmar, il colpo di stato e il peso delle potenze straniere – Il Tazebao

Coree, in attesa del “coup de théâtre” del leader nordcoreano – Il Tazebao


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