Il Libano in cerca di stabilità

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Attraverso le pregevoli analisi di Raghida Dergham, fondatrice e presidente esecutivo del Beirut Institute, ricostruiamo i problemi e le prospettive del Paese dei cedri.

“Il limes arabicus, la frontiera romano-bizantina, spalmata su più di 1300 chilometri, tra la Siria del nord e il sud della Palestina, il centro della mezzaluna fertile, è sempre stato l’epicentro dei terremoti geopolitici dell’Antichità e anche oggi non cessa di essere al centro dei conflitti, interpretabili sotto molti aspetti […] ” [1]

Sono le parole che escono dalla penna di Gianni Bonini nel suo libro “Il Mediterraneo Nuovo”. Nel capitolo sul Libano, intitolato “E ora dove andiamo? Il Libano: una pozione magica”, viene messo in evidenza come nel Paese dei cedri precipitano tutte le ambizioni e le contraddizioni politico-statuali dell’Area Mena, Middle East and North Africa.

“We want Lebanon to be part again of the region”. [2]

(“Vogliamo che il Libano sia, di nuovo, parte della regione”).

Così tuona la giornalista libanese Raghida Dergham e parla con passione e frustrazione di quello che lei vede come l’inevitabile collasso del suo paese.

In un’ampia intervista con Arabian Business, Dergham, che ha 28 anni di esperienza nelle tematiche legate al mondo arabo come corrispondente diplomatico senior, editorialista e capo dell’ufficio di New York per il londinese Al-Hayat, esprime le sue prospettive sulle questioni geopolitiche regionali.

Ha definito la leadership politica libanese una “gang” e sottolineato, con grande rammarico, come il loro comportamento sia simile a quello dei gangsters. Loro non vogliono attuare un pacchetto di riforme nell’interesse del paese perché un tale cambiamento li spazzerebbe via. Le riforme richiedono “accountability” e loro non sono pronti per questo.

“I am very sorry to say that we in this country keep hoping and dreaming for a miracle” (“Mi dispiace tanto dover affermare che noi speriamo e sogniamo che avvenga un miracolo”) ha continuato, “Inshallah, I hope the miracle will come true”. (“Che Dio voglia, spero che si avveri questo miracolo”).

È giunto il momento che il popolo libanese prenda in mano la situazione e diventi artefice del proprio destino senza aspettare l’intervento di qualche potenza straniera, intervento che arriva, certo, ma non privo di tornaconto personale. I libanesi devono essere più attivi in tal senso e forgiarsi il proprio destino, è una questione esistenziale per loro (“It’s an existentialist question for the Lebanese people”). Sempre secondo lei, non solo i libanesi, popolo e leader politici, fanno finta di non vedere cosa realmente succede nel paese e nella regione, ma anche le potenze europee e mondiali, le stesse che nel 2015 firmarono il JCPOA, il Joint Comprehensive Plan of Action, l’accordo sul nucleare con l’Iran. La sua rabbia è indirizzata verso la Francia, la Germania, il Regno Unito, la Russia, la Cina e gli Stati Uniti che hanno regalato un lasciapassare all’Iran nel firmare l’accordo sul nucleare; più precisamente, le ambizioni iraniane per quanto riguarda l’intera regione, non furono portate sul tavolo negoziale e questo ha contribuito ad inculcare maggiore fiducia nell’Iran che si muove come meglio crede.

I tre Moschettieri: Russia, Iran, Cina. Nemico comune, obiettivi, strategie e investimenti diversi – Il Tazebao

I paesi stranieri citati sopra sono diretti responsabili per quanto successo in Siria (“the killing of the country”), sono responsabili della situazione di stallo in cui versa l’Iraq e del sacrificio richiesto al Libano. Quando si tratta del suo paese, il meraviglioso Paese dei cedri, il tono si fa ancora più aspro e pungente:

“Lebanon is being sacrificed in the daylight”.

(“Il Libano viene sacrificato alla luce del sole”).

Dal suo ragionamento non può certamente mancare un riferimento a Hezbollah: ci tiene a precisare che nessuno vuole la sua messa al bando né allontanarlo dalla vita politica libanese (ne trattò nella sua intervista anche Maroun El Moujabber). Anzi la soluzione ideale sarebbe proprio quella di concedergli maggiore spazio. Auspica che diventi una componente poderosa nel panorama politico libanese. Solo così, tutti insieme, possono voltare pagina. Non deve stupire tutto ciò; l’unica cosa anormale è lasciare la situazione così com’è. Non è normale che un gruppo paramilitare, Hezbollah, operi all’interno di un paese e faccia gli interessi per conto di un altro paese (Iran). È giunto il momento che gli interessi del Libano primeggino su quelli iraniani.

Le ricadute degli Accordi di Abramo

Spende qualche parola di riguardo sugli Accordi di Abramo fortemente voluti dall’amministrazione Trump, Accordi che hanno cambiato radicalmente gli equilibri della regione e l’approccio degli USA nei confronti del Medioriente. È un’occasione irripetibile ed imperdibile per gli stati arabi: la giornalista libanese crede che gli arabi possano usare gli Accordi, per fare pressione su Israele affinché fermi l’annessione della valle del fiume Giordano e per renderlo responsabile delle sue azioni. È stata una mossa astuta di Washington per ‘svezzare’ il Medioriente e renderlo indipendente.

Per quanto riguarda i rapporti Libano-Israele, Dergham suggerisce, prima di tutto, una netta e chiara demarcazione dei confini sia marittimi che terrestri. Questo vale sia con Israele che con la Siria (su cui abbiamo scritto anche “Quale futuro per le macerie?”); una chiara demarcazione reca innumerevoli benefici a tutti i paesi interessati. Ma non tutti la pensano allo stesso modo: la Siria, per esempio, non è d’accordo. Ritornando a Israele: la pace va assolutamente negoziata, ma solo dopo aver stabilito le condizioni.

“When wars end, all the people negotiate and reach a peace agreement” [3] (Quando le guerre finiscono, tutti i popoli negoziano e raggiungono un accordo di pace). Per rendere ancora più efficiente (andare dritto al punto con poco) la riflessione, pesca nella storia europea, e come darle torto d’altro canto…

“In Europe, they were more savage than us in the Arab world. But then, in Westphalia or elsewhere, they reach agreements, and now they live with one another. There’s nothing shameful about obtaining your rights through negotiations”.

(“In Europa, erano più selvaggi di noi del mondo arabo. Ma poi, in Westfalia o altrove, hanno raggiunto accordi, e ora vivono gli uni con gli altri. Non c’è nulla di vergognoso nell’ottenere i propri diritti attraverso i negoziati”.)

Non c’è niente di vergognoso nella pace, se i diritti di tutte le parti coinvolte sono garantiti.

La gente desidera vivere in pace, non se ne vergogna. La pace o si negozia o la parte più forte la impone a quella debole. È una scelta.

“Israel should not be our eternal enemy, if we can obtain our rights from it”.

(“Israele non dovrebbe essere il nostro eterno nemico, se possiamo ottenere da esso i nostri diritti”).

L’intervista si conclude con un’ultima riflessione, ultima non certo per importanza, sulla “causa palestinese”. È una riflessione originale e denota una lucidità inedita per il mondo arabo- musulmano che supporta, all’unanimità e aprioristicamente, i palestinesi in queste ore piene di tensione. Dergham, in qualità di araba, e ci tiene a marcare questo dettaglio, sostiene che il mondo arabo deve smettere di infiammare, dall’esterno, gli animi dei palestinesi sulla questione di Gerusalemme. La città santa non verrà mai restituita ai palestinesi. Questi devono prenderne coscienza e liberare generazioni di palestinesi da questa assurda pretesa.

“Will you continue to hold Palestinian generations hostage for all eternity? No”

(“Continuerete a tenere le generazioni palestinesi in ostaggio per l’eternità? No.”)

Bibliografia
  1. Gianni Bonini, “Il Mediterraneo Nuovo”, Samizdat Editore, luglio 2018, 49.
  2. “Raghida Dergham on Abraham Accords, Future of Lebanon, and Middle East Women”, Arabian Business, del 13/10/2020.
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Lo spirito dell’amministrazione Biden – Il Tazebao

Sykes-Picot. La corrispondenza McMahon-Hussein (14 luglio 1915 – 10 marzo 1916) – Il Tazebao


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