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Un manifesto per una critica radicale al turismo di massa – Toscana Chianti Ambiente 15/07/2023

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di Lorenzo Somigli

Interrogarsi sul modello del turismo di massa è l’unico modo per iniziare a costruire soluzioni ai problemi complessi e cogenti delle città e dei loro abitanti.

Toscana Chianti Ambiente – Non potrebbe essere altrimenti: il turismo di massa sta diventando, a tutti gli effetti, un problema globale. Non è più una questione solo italiana e nemmeno confinata nelle cosiddette “città d’arte” che hanno scelto i “subiti guadagni”, che non sono né veloci, né sicuri. Questo modello impatta sicuramente sull’ambiente, dall’abuso degli ecosistemi e al sovra-consumo di risorse, in tempi di scarsità, ma, alla lunga, svaniti i guadagni del momento e finito il margine, anche sulla vita delle comunità umane, che dell’ambiente parte sono. Gli anni post-pandemici, al netto delle varie promesse, hanno portato a una ripresa frenetica del fenomeno e su ampia scala, con la medesima logica estrattiva e de-vitalizzante.

Interrogarsi su questo modello è un modo per iniziare a costruire soluzioni ai problemi complessi e cogenti delle città, che sono la declinazione della cittadinanza, e dei loro abitanti.

Dal mondo

A Porto, una fetta sempre più ampia della popolazione – ricostruisce un approfondimento di Euronews – è espulsa dal mercato immobiliare per colpa del proliferare degli affitti brevi, dunque non ha stabilità abitativa, che è presupposto per essere cittadini e rivendicare un diritto. Il Dolomiti si rivolge ai turisti invitandoli a rifuggire la trasformazione delle malghe in rumorose “Disneyland di montagna”. Del resto, questo modello tutto assimila e confonde nel medesimo frullatore, noncurante che nelle Dolomiti, come sulla Marmolada, ci sono ancora le tracce della Grande Guerra, oltre che un ecosistema. Nel frattempo, dagli Stati Uniti, si parla di città medio-grandi come San Antonio, Nashville e New Orleans, giungono notizie poco rassicuranti – lo riportano La Città Invisibile e pochissimi altri – su Airbnb: crollo dei ricavi, fino al 50%. Meglio non dirlo troppo in giro, per non terrorizzare “i proprietari”.

La città vetrina

Nel frattempo, la sempre puntuale Nomisma avvisa che il mercato immobiliare sta subendo un “inequivocabile appannamento” anche nei principali centri urbani, per effetto incrociato di aumento dei tassi ed erosione del risparmio (in soli tre mesi 50 miliardi in meno sui conti correnti); sicuramente, i paventati nuovi obblighi da parte della UE per le case non alimentano un clima di fiducia. Pur tuttavia, gli spettri di crisi non sembrano turbare i “ricchi che vogliono comprarsi Firenze” – titolo di una qualche gazzetta di qualche anno addietro – che una volta sono israeliani, poi russi, magari pure “amici” di Putin, ora “taiwanesi” e quindi “francesi” che, forse, hanno letto il Trattato del Quirinale e non vogliono rinunciare al posto al sole nel Belpaese. Palazzo Vivarelli Colonna e la casa natale del Cellini gli ultimi pezzi: del primo si faranno “residenze extra lusso”, il secondo sarà un Airbnb. In buona compagnia, pare.

Che poi, a pensarci bene, a Firenze, la ricchezza è sempre – in saecula saeculorum – dei soliti, si sa. Infatti, l’unico imprenditore vero, con soldi veri, è arrivato a Firenze, quattro anni fa, ma alla fine ha investito, sdegnato da fantomatiche “ipotesi Mercafir” e Pnrr per lo Stadio Franchi che non arriva, a Bagno a Ripoli. E non è un caso che l’ex sindaco di Firenze, dalla tribuna del Riformista, cannoneggi a  ragione il “calcio italiano”. Come a dire che dove lui governa c’è un modello di calcio (e di impresa) di livello internazionale. Dal centro sportivo di Bagno a Ripoli è tutto! Promemoria: è stato proprio il già citato ex sindaco a spingere la città verso la città vetrina.

Decostruire il “modello Airbnb”. In partes tres

La città di Firenze, dimentica di essere stata anche una città di industria, ha intrapreso un percorso verso una pressoché totale dipendenza dai flussi turistici. L’esperienza della pandemia dimostra, però, la somma fragilità di questo modello che, per altro, concentra i guadagni mentre larga parte della popolazione ne riceve solo le esternalità negative, come nel caso dell’espulsione dalla casa; ciò, mentre è in corso una ridefinizione degli assetti globali con ripercussioni su tutte le economie (la Germania è in recessione).

Le misure contro gli affitti brevi, molto tardive e comunque limitate alle proprietà minori e ai piccoli proprietari (vittime anche loro perché al massimo “fanno pari”), mentre gli studentati puntellano senza sosta e indisturbati la cintura dei viali, possono avere, ammesso entrino in vigore, una funzione meramente ritardante. Il nodo è più radicale, tutto politico.

In primis, il modello Airbnb risponde a un interesse meramente economico, per lo meno sui grandi numeri: cristallizzare la rendita immobiliare. Riferisce, con precisione, Per Un’Altra Città che a Firenze 20 soggetti controllino 1101 appartamenti, acquartierati nell’area UNESCO. Monopolio purissimo.

Due. Un territorio che si consegna a essere colonia estiva, o invernale, entra in una stagnazione cognitiva, che gli impedisce di pensarsi diversamente, che ammorba e distrugge qualsiasi fermento socio-culturale-industriale. Le monocolture – e i monopoli – non portano mai innovazione. Donde, l’appiattimento della città, sempre più periferica.

Oltre la superficie, c’è poi il cuore del problema, che investe il modello politico che viene veicolato, in filigrana, da Airbnb: la città senza cittadini, la vita senza l’abitare. Il modello Nomadland, per citare il film che ha vinto l’Oscar. E ciò mette in discussione la radice della civiltà, che si basa sull’ordinare lo spazio, si veda il celebre “Costruire abitare pensare” di Heidegger, sull’abitare, sulla stanzialità alla quale segue la cittadinanza e i diritti che fanno il cittadino. Chi vuole (ancora) una città, e una vita, così?

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