“Ci vediamo lungo la strada”. Nomadland, una nuova epica della frontiera o la normalizzazione della vita precaria?

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Una prima riflessione su Nomadland, docufiction di Chloé Zhao, dedicato agli americani esclusi dal sogno americano.

“Home, is it just a word? Or is it something you carry within you?”
Morrissey [1].

“Ci vediamo lungo la strada” è il mantra di Bob Wells, nomade nel film e nella vita reale [2]. Bob è il santone di quella subcultura nomade che pesca a piene mani nei lasciti della Beat Generation o in capolavori come Easy Rider. Wells se la prende con la “tirannia del dollaro” e si rivolge ai tanti che hanno creduto nel sogno di casette a schiera (con il mutuo facile), famiglia felice, pensione sicura e che invece si sono ritrovati soli, squattrinati e nomadi nell’infinita landa americana che unisce le due coste. La sua comunità mobile diventa naturaliter una nuova casa per Fern, donna di mezza età travolta dalla morte del marito e dalla dismissione della fabbrica dove lavoravano a Empire (Nevada), ridotta a città fantasma. Sono rimasti solo i magazzini abbandonati ma non quelli di “Affare fatto” (Auction Hunters).

Fern è una delle tante della sua generazione, i “boomer”, nati a partire degli anni ’60 con le certezze di ieri e le disillusioni di oggi. Pur avendo lavorato a lungo, non hanno abbastanza soldi per andare in pensione, sono costretti a girovagare tra lavori occasionali sottopagati – nelle mastodontiche cattedrali di Amazon o nei parchi nazionali – non hanno abbastanza soldi per pagarsi una casa fissa. È una trappola, un circolo vizioso ma questa alternativa “resiliente” rende il tutto più sopportabile. A interpretare la nomade Fern è Frances McDormand, vincitrice per tre volte dell’Oscar per la miglior attrice, un volto noto al pubblico sia per i ruoli nei film del marito (Joel Coen), per citarne uno Fargo (1996), ma soprattutto per il recente e devastante Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017).

Qualcosa si è rotto nel sogno americano?

Il fratello di Homer, Herb, che si è fatto dal nulla e ha costruito una fortuna nel settore dell’auto, nella (ex) capitale dell’auto, Detroit, appena incontra Homer e per amore gli affida tutto, va in rovina. L’episodio (“Oh Brother, Where Art Thou”, stagione II) esce nel 1991, il Muro è caduto da poco: c’è ancora la possibilità di fallire, rinascere con un’idea e gridare il liberatorio “USA, USA, USA!”. Perché alla fine il sogno americano dà, anche, una seconda occasione. Più o meno a tutti.

Oggi, dopo la grande crisi, non è più quella America. A differenza degli anni ’50, quando le highways si divoravano al ritmo del bebop e della benzedrina e le prospettive sul futuro erano ancora infinite, il girovagare non è più una fuga, un’evasione che si chiude con un ritorno, seppur problematico, alla vita noiosa e borghese. È una scelta obbligata e Nomadland – il cui sottotitolo è “Surviving America in the Twenty-First Century” ed è tratto da libro di Jessica Bruder [3] – è la cristallizzazione di una necessità: ridurre i costi, spostarsi, riciclare, lavorare, saltuariamente, ad Amazon per confezionare i pacchi che i protagonisti di “Sorry we Missed You” dovranno consegnare quanto prima. Il tutto senza via d’uscita o prospettive altre. Insomma, quanto più lontano da una qualsiasi idea di libertà.

Bibliografia
  1. Morrissey, “Home Is a Question Mark”, dal disco “Low in High School” (2017). Il verso è presente su un tatuaggio di una collega di Fern ad Amazon. Questa la canzone: https://youtu.be/mibfRl_TTHw
  2. Bob Wells ha un canale YouTube, CheapRVliving, molto curato e accattivante. Wells è anche su Amazon e vende dei prodotti per nomadi super accessoriati.
  3. Freeman J., “A Steady Diet of Low Expectations: A Conversation with Jessica Bruder, Author of Nomadland”, LA Review of Books, 21/04/2021.

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