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Siccità, l’emergenza è diventata la norma. Dobbiamo imparare a gestirla – Toscana Chianti Ambiente 01/05/2023

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di Lorenzo Somigli

Le soluzioni straordinarie non bastano più, serve una risposta delle comunità verso l’ecologia civica. E magari rivedere anche certe “monoculture”.

“Si recano ai pozzi, ma non ne trovano, e tornano con i recipienti vuoti”
Geremia, 14, 3 (CEI 2008)

Toscana Chianti Ambiente – Erano tanto lontane, prima, la fame e la sete, relegate oltre un limes cognitivo rassicurante, nell’Africa, che sembrava così remota, con buona pace della geostoria, o “nel resto del mondo”, mentre la corrente saltava solo nei paesi “levantini”, come il Libano. E così le guerre, lontane, incomprensibili, guerre dimenticate, “arcaiche”, mentre questa è così vicina e morde.

In appena tre anni, un soffio della Storia, si sono riproposte tutte le sciagure sepolte negli anfratti della memoriail morbo, la guerra, la fame, la sete. Dai bagordi del benessere diffuso senza pensieri, a qualunque costo (umano, sociale, ambientale), caposaldo per l’espansione del modello democratico dagli anni ’60 fino all’epoca del “post-qualcosa” (l’espressione è dello storico Emilio Gentile), una vertiginosa e rapida regressione a uno stadio pre-stato sociale: meno sicurezze, meno servizi, meno stabilità, meno assistenza, meno beni e a costi più elevati. Non più per tutti. Dunque, una minor qualità (e durata) della vita.

Se le fonti di energia possono variare, pur con tutte le difficoltà connesse alla sostituzione di basi energetiche più stabili con altre più instabili, c’è una risorsa il cui consumo si può ridurre ma non azzerare: l’acqua. Le colture, i cicli industriali, tutti gli ecosistemi ne dipendono, soffrono se manca; la sua assenza forza il cambiamento e le migrazioni, porta alla decadenza intere società prima fiorenti.

È un problema globale ma anche tutto italiano quello dell’acqua. Il Paese si è ritrovato, dall’oggi al domani, in una condizione di scarsità delle risorse che dava per scontate, senza aver mai elaborato una strategia. Per quanto attiene l’acqua l’Italia, invero, è anche uno dei Paesi dove le risorse idriche non mancano certo, tanto da aver sviluppato l’idroelettrico (ci sono 4702 impianti in Italia secondo Terna), che è rimasto la prima fonte di energia rinnovabile; la quota di energia prodotta, dal 2022 a oggi, è in calo per effetto proprio della siccità.

Come è noto, interi territori italiani devono le loro fortune alla presenza e alla disponibilità di riserve d’acqua. Un caso è quello di Milano, sebbene oggi abbia dimenticato, tombando di qua e tombando di là (con effetti spesso nefasti), di essere una città d’acqua. Milano diventa baricentrica nel Nord, quindi a suo modo una “capitale”, proprio grazie all’articolato sistema delle infrastrutture fluviali costruite fin dall’epoca romana; questo sistema fu rilanciato dagli ordini monastici e crebbe al crescere della città. Ugualmente, tutti i distretti industriali, così tipici del modello produttivo italiano, fin dall’inizio del Novecento si stabilizzano ove le risorse idriche sono presenti, a Biella come nella Valle del Bisenzio, dove il tessile ne ha bisogno.

L’era in cui si trova il mondo adesso è segnata da una generale scarsità e ciò apre a molti cambiamenti, socio-economici e perfino politici, e impone anche una revisione dei modelli di gestione e di vita delle comunità umane. Senza inutili allarmismi ma anche senza infingimenti e dolcissime illusioni, è chiaro ed evidente che non è più possibile garantire un consumo come quello precedente e un domani, in assenza di modifiche sostanziali, per tutti come è stato finora.

Il nodo sta nella gestione della risorsa: l’infrastruttura è inefficiente, la qualità della risorsa idrica è consequenzialmente minore, la rete disperde molto ma non è facile sbloccare le opere per trattenerla. Del resto, la moltiplicazione dei centri decisionali e di spesa, unitamente a una selezione non efficiente della macchina tecnico-politica, rende pressoché impossibile realizzare le opere di cui c’è un disperato bisogno (e anche attrarre gli investimenti), tra le quali il celeberrimo piano laghetti, per il quale almeno in Toscana ci sono dei timidi progressi, come nel caso dell’invaso di San Piero in Campo.

In effetti non è facile smuovere le burocrazie, non è facile azionare la macchina abituata a non far muovere foglia, per le più disparate ragioni. Proprio per questo si ricorre, ancora una volta, all’extrema ratio del commissario straordinario ma l’emergenza, non come le precedenti, è strutturale.

Queste soluzioni emergenziali rischiano di essere di corto respiro e di non produrre effetti sostanziali. A monte deve maturare una nuova coscienza comunitaria, orientata necessariamente verso una ecologia civica, che non può prescindere dalla consapevolezza dei limiti della risorsa, oggi e nel futuro. Da qui, adottare le soluzioni e collettive e come singoli – fin dagli edifici che disperdono acqua come energia – per la riduzione del consumo e a favore del riuso dell’acqua.

L’attuale stato di cose – sine ira et studio – impone, inoltre, di rivedere i modelli basati sull’eccessiva pressione antropica. È il caso dei territori impostati, economicamente e dal punto di vista urbanistico, intorno alla monocoltura turistica, come le città d’arte, che già di per sé presenta esternalità negative (rifiuti) molto più alte di quanto si vorrebbe credere. Come garantire a questa mole di turisti energia, cibo e acqua, ora che si avvicina un’estate di scarsità? C’è un problema di fondo di sostenibilità di questo modello.

Fonti consultate

Fonte: Siccità, l’emergenza è diventata la norma. Dobbiamo imparare a gestirla

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