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Il turismo di massa mette in discussione la nostra civiltà. La nostra sfida dev’essere radicale

GERMOGLI PH: 15 NOVEMBRE 2020 FIRENZE ZONA ROSSA CENTRO STORICO PRIMO GIORNO DI CHIUSURA LOCKDOWN EMERGENZA CORONAVIRUS COVID 19 NELLA FOTO PONTE VECCHIO
Copyright Fotocronache Germogli (2020)
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Dopo l’evento del 22 maggio “Firenze Campo di Marte: lo stadio, la comunità, l’occasione perduta” alla libreria L’Ora Blu, Il Tazebao pubblica tutti gli interventi.
La necessità di una piattaforma di critica sullo sviluppo urbano, per un’alternativa al modello del turismo di massa.

di Lorenzo Somigli

Oggi abbiamo bisogno di convergere su una piattaforma di critica, sistematica e radicale, dello sviluppo urbano della città di Firenze. Capire l’urbanistica equivale a decriptare i rapporti socioeconomici nella società, come questi si perpetuano e cristallizzano, chi ne trae beneficio, chi è escluso, chi è ai margini od espulso.

Il problema della casa, dell’abitare è, per sua natura, radicale: segna e investe la vita umana.

Il suono, la luce, il contatto con la natura, lo spazio, il paesaggio determinano lo sviluppo della persona, al pari dell’accesso alle risorse, che rischia oggi di essere molto meno scontato di prima. Oggi, per questo, lanciamo una piattaforma di critica sulla città. Per toccare i nervi scoperti e per un nuovo abitare.

Abbiamo tutti seguito la protesta degli studenti contro il caro affitti: come tutte le proteste social e occupy-qualcosa, effimera, non politica, facilissima da cavalcare o da svuotare di senso. I media hanno subito incorniciato la protesta come un vezzo di giovani privilegiati, camuffando un problema reale.

Il ritorno della precarietà abitativa

Cito tre dati su Firenze: gli immobili all’asta, in media, nel 2023 hanno raggiunto i circa 100 al mese (Repubblica); gli sfratti nel 2022 sono arrivati a oltre 150 il mese, nella maggior parte per morosità (Controradio); non solo, i portali per la ricerca sono pieni di immobili accatastati come uffici o magazzini che vengono spacciati per casa e dove, probabilmente, qualcuno finisce per vivere.

Vivere in queste condizioni era la sorte dei meno abbienti, prima dei vari piani per la casa e dello Stato sociale, oggi sta tornando a esserlo, e non solo per loro, anche per chi prima stava meglio.

Di fronte a tutto questo, mi torna in mente, ancora una volta, la video-inchiesta “Chi vuole una città così” dell’architetto Luigi Bicocchi, di cinquant’anni fa, in cui denunciava la progressiva espulsione dei ceti popolari dal centro, iniziata prepotentemente con i lavori per Firenze Capitale, e il loro confinamento nei quartieri-ghetto periferici, come Rovezzano e Casella, criticando la scelta di destinare tutta l’area del centro ad attività turistico-ricettiva; nel servizio, si evidenzia la contraddizione tra l’immagine ufficiale della città vetrina e quella della città vissuta dai cittadini e – cito – che vanno in centro “solo per pagare le tasse”. Oggi non ci vanno più nemmeno per questo perché ci sono le app digitali per farlo che sono tanto comode. Ammesso funzionino.

Allargare la partecipazione e lo sguardo

Oggi vogliamo fare così: contro la città che chiude, che si rinchiude e che esclude, vogliamo allargare la partecipazione e di conseguenza lo sguardo.

Abbiamo coinvolto persone che provengono da esperienze diverse, di età diverse, che abitano in diverse zone della città, non solo il Campo di Marte, o fuori della città perché – lo voglio rimarcare – la fiorentinità non si esaurisce nel centro cittadino, dentro le mura.

La Fiorentinità arriva fino a Castelfiorentino, che copriva la via Francigena, fino alle Terre Nuove come San Giovanni Valdarno, dove le geometrie del tessuto urbano sono ancora dettate dalla pianta di Arnolfo, che poi è quella del castrum romano, fino a Scarperia e Firenzuola nel Mugello. Oso dirlo: la fiorentinità arriva fino a Prato perché da Prato, a Figline, prendiamo il serpentino verde che innerva le linee di tutta la nostra architettura. Oso dire che il distacco di Prato, con il suo dinamico distretto, ha segnato l’inizio del declino della città, oggi plastico ed evidente. Ad ogni modo, dove non arriva la Fiorentinità, arrivano i viola club…

Una sfida radicale al modello, che mette in discussione le basi dell’abitare

Oggi non c’è più mediazione possibile con il modello che regge la città. Non c’è via di scampo o furberia di qualche tipo. Non lo dico per una velleità intellettuale ma per sopravvivere. Adesso stanno scoppiando tutte le contraddizioni, la città sta sfuggendo di mano e rischiamo di essere tutti travolti.

Di fronte a tutto questo c’è solo una difficile strettoia: ricostruire un pensiero critico, ricostruendo una comunità. Del resto, non esiste città senza cittadini, come non esiste civiltà senza cittadinanza. Questo modello del turismo di massa e della città vetrina, con il suo mordi e fuggi, non solo esercita una pressione negativa su tutto il tessuto umano e urbano, che diventerà insostenibile, ma mette in discussione le basi della nostra civilizzazione, che esiste nell’abitare. Subiamo una pressione a diventare nomadi, come i nostri turisti per caso. La nostra sfida non può che essere, necessariamente, radicale.

Gli altri interventi
  1. Firenze e la Bellezza (Francesco Borgognoni)
  2. Il modello Airbnb e la città senza cittadini (Lorenzo Villani)
  3. Finis Florentiae (Gianni Bonini)

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