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Sabbia del Tempo

30 aprile 1993 – Non avevate a tirare quelle monetine!

Un primo, incalzante, lucido focus sul crollo della Prima Repubblica, che inizia, plasticamente con le monetine contro Craxi.

“Non avevate a tirare quelle monetine!” Ogni tanto mi diverto ad apostrofare con questa espressione in vernacolo fiorentino gli astanti, anche qualche giovane che non porta responsabilità della gogna del terribile 1992-93: è il mio modo per rispondere a chi si lagna del disfacimento italiano dei nostri tempi.

Non sopporto i piagnistei per una situazione generale che, ad onta delle rincorse individualiste sempre più disperate a trovare le scorciatoie che non esistono, acceleratasi con Monti alla fine del 2011, come una pallina su un piano inclinato ha preso velocità e non dà segni di voler decelerare. E poi sono tanti quelli che conosco che per ignavia o furbizia, la moralità figuriamoci ma anche l’ideologia sono state virtù accessorie prevalevano l’invidia e una cattiveria quasi “bosniaca”, accompagnarono quella stagione golpista ed io ne conosco molti, non farò nomi e non posso perdonare.

Il riformismo di Craxi è l’occasione persa dal nostro Paese per darsi una prospettiva identitaria modernizzata, altro che sovranismo, nel disordine mondiale che succedeva alla caduta del Muro. La sua sconfitta ci ha consegnato ad una discesa sociale ininterrotta ed all’irrilevanza geopolitica, nonostante il geniale tentativo di Berlusconi nel 2002 a Pratica di Mare di superare con l’impegno di collaborazione fra la Nato e la Russia, alla presenza di Putin e G.W. Bush, la dottrina Brzezinski di sfondamento ad est. L’assassinio di Gheddafi e la tribalizzazione della Libia certificheranno la disillusione di un ammaraggio dolce dalla tempesta post-sovietica.

Intanto onoriamo il bel libro di Filippo Facci “30 aprile 1993” (che verrà presentato oggi dalla Fondazione Craxi), giornalista di vaglia e di straordinario coraggio, che rinfresca la memoria a chi quegli avvenimenti li ha sofferti e ne ricostruisce il dispiegarsi sul filo di una cronaca incalzante per tutti quelli tagliati fuori anagraficamente oppure distratti allora dalla vita o peggio ancora quanti hanno rimosso quella stagione.

Io la ricordo bene. Ero nell’occhio del ciclone, a capo di una grande azienda energetica del più importante Gruppo italiano, il tempo non ha attenuato il peso sullo stomaco di quel braccaggio che era la cifra dei moralisti già senza morale e la cultura giuridica della società civile acclamante la ghigliottina. Facci ce la fa sentire ancora carnalmente viva. I proclami del pool di Milano, i media assatanati di galera, i giornalisti feroci ed irridenti desiderosi di liberarsi dei loro padrini politici a cui dovevano carriera e prebende, un’imprenditoria piagnucolosa cresciuta nella protezione di Stato che si fingeva concussa, le plebi forcaiole ed il popolo sgomento, una politica impaurita sprofondata in vergognosi mea culpa, l’indegna abolizione dell’immunità parlamentare.

Ma non Bettino Craxi. La Nazione, mi pare, alla sua morte titolò, con una foto in apertura a piena pagina, “L’ultimo gladiatore”, nel senso dell’ultimo irriducibile combattente inevitabilmente destinato alla sconfitta, il film di Ridley Scott non era ancora uscito, a cui detti un’interpretazione forzatamente romantica che mi inorgoglì. Eravamo davvero soli ora.

Facci ci racconta la sua velata amarezza nell’esilio di Hammamet nel rilevare che Forza Italia in nemmeno sei mesi faceva numeri, ereditando i voti del “famigerato” CAF, Craxi-Andreotti-Forlani e degli italiani richiamati alla realtà dalla gioiosa macchina da guerra di Occhetto, inimmaginabili per un PSI che negli anni Ottanta era avanzato di solo quattro punti percentuali con una leadership forte ed una classe dirigente, al cui confronto impallidiscono gli “ininfluenti” attuali, che avevano portato l’Italia a diventare la quarta potenza economica mondiale.

Epperò, su questo punto, mi sento di ribadire un ragionamento sviluppato in dettaglio nel numero 21 della rivista Il Nodo di Gordio, ma esposto in più di un incontro pubblico. Che alla Prima Repubblica occorresse una riforma istituzionale in grado di reggere la rottura dello status quo della guerra fredda era perfettamente chiaro a Craxi che l’aveva perseguita per l’intero arco degli anni ’80. Cossiga e la sua famosa lettera di denuncia sul precipitare degli eventi ci arrivano nell’estate del 1991 quando l’URSS è già in liquidazione. Questa constatazione del resto non cancella il fatto inoppugnabile, su cui troppi glissano, che il quadripartito DC-PSI-PSDI-PLI, senza i repubblicani di Giorgio La Malfa attratti nell’orbita scalfariana, quelle elezioni politiche della primavera del 1992 le vince. Eccome se le vince, con maggioranze parlamentari largamente autosufficienti – 346 su 630 deputati alla Camera e 163 su 315 al Senato. Ed il differenziale tra PCI-PDS e PSI è minore di tre punti percentuale.

La Magistratura, per farla breve, non ratificò un bel niente, ma entrò a gamba tesa, e non l’avrebbe mai più ritirata, nel giuoco politico e determinò le condizioni per l’esclusione da parte di Scalfaro, subentrato subito dopo Capaci per effetto delle dimissioni di Cossiga, della candidatura naturale di Craxi alla Presidenza del Consiglio.
Questi sono i fatti, se parliamo di liberaldemocrazia. Certo che c’era uno scontro in atto, come c’era stato altre volte, ma non più drammatico di come lo si viveva ai tempi del governo Tambroni nel 1960 oppure per l’assassinio di Aldo Moro e della sua scorta nel 1978. Certo che avvertivamo la durezza della fase e la necessità di un salto di qualità politico, non eravamo né miopi né sprovveduti, ma la violenta escalation giustizialista non ci lasciò spazio di manovra, al netto delle vigliaccherie, osannate, che furono tante e degli eroismi, occultati, che comunque ci furono.

Il mondo stava cambiando, ma si poteva risparmiare all’Italia un’altra rottura storica, esistevano le condizioni per affrontare Maastricht e la transizione epocale coscienti del ruolo conquistato nel consesso internazionale dopo la tragedia bellica. Altri, Germania sopra tutti, ci sono riusciti, e partivano da situazioni geopolitiche forse ancora più complesse. E non si può dire che il gruppo dirigente socialista non possedesse una visione lungimirante della crisi che preconizzava la fine del blocco sovietico e non proponesse una soluzione gradualista per impedire quella deriva puntualmente avvenuta che è la madre della pericolosa instabilità che percorre la cerniera euroasiatica dal Baltico fino alla Crimea. Ma quali nani e ballerine! Il 45º congresso socialista del maggio 1989 all’Ansaldo di Milano, una grande assemblea di popolo, ha il suo fuoco sulle “prove competitive” che attendono il nostro sistema economico in forza della realizzazione del Mercato Unico Europeo e nell’apertura alle istanze democratiche e riformiste dell’Europa Comunista. Nella sua relazione il Segretario socialista riafferma che “il socialismo democratico dell’Europa occidentale deve essere un protagonista nel dialogo aperto con i riformatori dell’Est” e lo dice davanti a Brandt, a Burns, a Delors, a Hart, a Lamentowicz, a Miller, a Pozsgay, al figlio di Nahy, a Shimon Peres, ad Andrej Sacharov.

Lo stesso concetto ripete ed è un grande merito del nostro autore l’avercelo rammentato, il 3 luglio 1992 nel celebre discorso sul finanziamento irregolare, in cui chiama invano il sistema politico-istituzionale ad una prova di responsabilità e di coraggio ed invita l’Europa a guardare, cito testualmente, “al proprio riequilibrio interno ma anche all’altra Europa che si è liberata dal comunismo ma che rischia di restare ancora separata e divisa non più, come è stato detto, dalla cortina di ferro, ma dal muro del denaro”. Il 5 agosto Occhetto gli scrive “con amicizia”, per chiedergli il suo appoggio indispensabile per far accogliere la domanda di adesione del PDS all’Internazionale Socialista, l’8 marzo dell’anno dopo Craxi ne viene praticamente sbattuto fuori, come ci riporta sempre il nostro autore.

30 aprile 1993 – Perché tutto è iniziato lì – Il Tazebao

È andata così, cioè molto male per il Partito Socialista cancellato quando celebrava il suo centenario ed anche il nostro Paese non se la passa tanto bene. Quel 30 aprile 1993 davanti al Raphael il rito espiatorio con cui si intendeva sacrificare l’ultimo grande leader socialista non ha funzionato. Quelle monetine con cui l’odio manovrato voleva segnare fisicamente il trapasso storico, ha invece avviato il nostro declino inarrestabile ed ha vanificato il miracolo compiuto nel dopoguerra per risollevarci. Leggere Facci forse non fa bene al mio umore, ma sicuramente fa bene alla nostra Storia. Non siamo tutti colpevoli.

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Mundus furiosus Sabbia del Tempo

Il mio Marco Biagi, Gabriele Canè racconta

“Era avanti rispetto a un’Italia ancora bloccata dalle ideologie. Da giornalista si è dimostrato un ottimo divulgatore di argomenti altrimenti settoriali”

Aveva intuito, studiato e compreso le tendenze che si sarebbero verificate negli anni successivi. Avrebbe orientato il cambiamento attraverso la riforma, lo strumento che la politica ha per incidere sul reale, ammorbidendone le storture, che pur ci sono e che, oggi, sono ancor più evidenti. Grazie alla sua cultura riformista socialista, infatti, avrebbe agevolato la transizione di un mercato del lavoro, ancora rigido, novecentesco, verso un mercato dei lavori, basato sulle competenze. Marco Biagi manca da 19 anni e Gabriele Canè, ex direttore del Resto del Carlino e de La Nazione, ma anche amico personale di Biagi, lo ricorda così.

“Sono ancora arrabbiato per come lo hanno lasciato morire… indifeso. È stato vittima di un clima di intolleranza che ha scatenato i folli che lo hanno ucciso”.

“Io e Marco ci conoscevamo fin da giovani perché abbiamo frequentato lo stesso Liceo a Bologna, il Galvani. Si vedeva fin da allora che aveva una marcia in più. È sempre stato studioso, serio, preparato, non secchione però; amava i libri certo, ma anche il pallone. Quando mi iscrissi a Giurisprudenza lo ritrovai che, a 24-25 anni, era assistente del professor Giuseppe Mancini, grande giuslavorista. La scuola di Mancini è stata determinante per lui. Biagi è stato anche correlatore della mia tesi. Io allora lavoravo già al Resto del Carlino e mi trovai a fare una tesi sulla contrattazione nel lavoro giornalistico. Sarò sincero: non avevo né tempo, soprattutto, e neppure grande voglia di farla. Marco mi aiutò con la ricerca delle sentenze in materia permettendomi di completarla. Gliene sono stato sempre grato”.

“Non bisogna inoltre dimenticare che Biagi è stato anche un precoce giornalista. Un mestiere che ha iniziato, tra l’altro, prima di me. Infatti è stato anche direttore de La Rana, il giornale del nostro liceo. Successivamente, quando ero direttore, collaborò con il Resto del Carlino. Era sempre molto preciso e puntuale nel produrre gli articoli. Se dovevano arrivare alle 17, anche alle 12 già c’erano. Una collaborazione di spessore scientifico, ma anche di qualità letteraria. Marco scriveva bene con il taglio del divulgatore che sa farsi capire anche su argomenti per loro natura tecnici e settoriali”.

È stato un precursore, elaborava teorie di ampio respiro, era avanti rispetto ad un’Italia ancora ostaggio delle sedimentazioni ideologiche. Anche per questo la sua morte è stata ed è una grande perdita.

“Non è affatto vero quello che una certa sinistra ufficiale ha fatto credere: non era certo un teorico della flessibilità assoluta. Figuriamoci! Capiva semplicemente che il mercato del lavoro non poteva progredire con le rigidità e gli schematismi che lo avevano contraddistinto. Biagi era figlio di una cultura con una profonda radice popolare. Non a caso si riconosceva nella cultura socialista, in un Psi moderno, ammortizzatore rispetto alle vecchie logiche padronali, ma anche rispetto all’ideologia comunista”.

Ringraziamo sentitamente Gabriele Canè per aver condiviso i suoi ricordi con noi, restituendoci dei lati di Marco Biagi (che ho citato anche nell’ultimo contributo per il nuovo numero “Non c’è democrazia senza lavoro” della rivista Nazione Futura), umani prima che professionali-accademici, che altrimenti non avremmo conosciuto.

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1921/2021, La storia non sarà gentile [seconda parte]

Speranza e tragedia nell’eterotopia comunista

(Segue da QUI). Lo stalinismo organizzativo insito nel suo modello di partito e indossato nei tic dei sui militanti, dei sui quadri nei dirigenti acquisiva consenso nelle grandi masse e rappresentava qualcosa che non può essere ignorato sia in sede storica che in sede politica.

Il terrorismo ideologico come subcultura si scagliava su chiunque osava criticare il marxismo leninismo e si abbatteva, puntuale e implacabile l’arma della scomunica: diventavi un traditore e, come tale, venivi bollato con la lettera scarlatta del socialdemocratico, del riformista (anche nell’era digitale può esserci uno spazio riformista), del social fascista, del craxiano.

I segretari comunisti rispondevano a Mosca, mentre i partiti socialisti e socialdemocratici alla propria nazione, ma anche perché la sinistra massimalista agiva secondo modalità e principi totalitari, gli altri invece si conducevano bene o male secondo procedure mutuate dalla democrazia liberale.

Nel Pci ha continuato a circolare un’idea leggendaria del ruolo storico del leninismo: più che una opzione politica, una fede che aveva per oggetto l’identità del partito indipendentemente dalle dottrine che professa e dalle politiche che conduce.

Le riflessioni di Pellicani

Sottolinea Luciano Pellicani che il marxismo leninismo, anche nella sua filiale italiana, scagliava, all’ombra dello sharp power sovietico la contestazione globale (e anticristiana) della civiltà occidentale, di cui nulla si sottrasse a una condanna senza appello: né la scienza, né la tecnologia, né lo stato di diritto, né la democrazia parlamentare, né la socialdemocrazia, né, tanto meno, l’economia di mercato. Il risultato è stato un clima ultra-ideologico nel quale non c’era spazio alcuno per il riformismo e per il revisionismo.

E quando a partire dal 1968, sull’onda della contestazione studentesca, il marxismo, nella versione leninista, aveva preso a dilagare e a investire sfere della vita e della condotta un tempo regolate dalla tradizione e dai costumi, lo spirito rivoluzionario sembrò che stesse riportando una vittoria definitiva sul suo nemico di sempre: lo spirito riformista.

Nell’Italia repubblicana pochi a sinistra sfidarono apertamente il massimalismo imperante nei partiti e nei sindacati, nelle università e nei mass media: i socialdemocratici di Saragat e Cariglia, i radicali di Pannella e i socialisti mossi e rianimati da un dark knight epico. Per andare boots on ground, cioè verso un confronto diretto sul terreno dell’ortodossia marxista leninista, non bastavano dissensi ideologici o discussioni colte ma serviva, come ha scritto Ernesto Galli della Loggia, che “qualcuno imbracciasse il fucile e cominciasse a sparare”. Craxi si apprestò a fare proprio questo: “sparò con freddezza mirando al PCI”.

Il Pci ribadiva che non intendeva rinunciare al suo legame organico con l’Unione sovietica e con tutto ciò che essa simbolizzava. E lo faceva con il sostegno di una buona parte degli intellòs che amava definirsi progressista, mentre, in realtà, altro non era che l’erede storica della tradizione giacobina, radicalmente ostile alla libertà dei moderni e, come tale, profondamente e irrimediabilmente reazionaria. Nel tentativo di annullare, in nome di un presunto bene assoluto, lo spirituale e il temporale e stabilire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato e annientare il pensiero critico e la dissidenza.

In un’epoca primordiale rispetto a quella novecentesca ebbe modo di scrivere nel 1882 Vladimir Sergeevic Solov’ëv:

“Il mondo non deve essere salvato col ricorso alla forza […] Ci si può figurare che gli uomini collaborino insieme a qualche grande compito, e che a esso riferiscano e sottomettano tutte le loro attività particolari; ma se questo compito è loro imposto, se esso rappresenta per loro qualcosa di fatale e di incombente,  […] allora, anche se tale unità abbracciasse tutta l’umanità, non sarà stata giusta l’umanità universale, ma si avrà solo un enorme formicaio”.

Intellettuali, sia cattolici sia laicisti, che trovarono nel Partito comunista la loro comfort zone mantenendo la differenza dal partito. I sedicenti indipendenti di sinistra accettarono il valore comunista di assorbire le diversità politiche nella propria linea mantenendole tali, ma subordinandole al riconoscimento dell’egemonia. E l’adesione culturale politica testimoniava, argomenta sempre Pellicani, più fortemente l’influenza comunista sull’opinione pubblica che non la stessa militanza.

Per Berlinguer l’approdo socialdemocratico e riformista era una sorta di peccato mortale e quando dichiarava di costruire il socialismo all’ombra della Nato, enunciato funzionale per salvare e non superare la prospettiva leninista, il Pci manteneva il doppio strato dei finanziamenti sovietici e dell’apparato paramilitare clandestino: una struttura insurrezionale da usare in caso di invasione sovietica come supporto agli invasori. E dava spazio all’azione di esponenti del Kgb in Italia. L’installazione degli euromissili Nato venne ferocemente osteggiata nella parola d’ordine “meglio rossi che morti”. Qualcuno ha dimostrato che era possibile non essere rossi morti, se la libertà nazionale viene difesa con la necessaria fermezza strategica di Bettino Craxi.

L’identità comunista ha preservato una radice profonda nella Rivoluzione d’Ottobre, vista come un grande evento positivo per la storia del mondo nella propaganda che la soppressione nell’Est Europa e in URSS della libertà fosse un danno collaterale o un atto di progresso. L’entità e i modi di quest’influenza sono stati solo in parte evidenziati dalla ricerca storica ma ancor poco recepiti dal senso comune ma stanno nel portato di “una linea astratta”, perché dettata da istanze di potere piuttosto che della lotta di classe. Un Pci che comunque andava a guadagnare posizioni e reputazione democratica all’interno della profonda interazione tra Stato, burocrazia pubblica, grande capitalismo, gruppi sociali o classi come l’ineffabile ceto medio riflessivo.

Il PCI ha trasmesso geneticamente paradigmi e linee d’azione ai suoi eredi diretti: l’uso strumentale del pacifismo nella propaganda antiamericana e antioccidentale, per esempio, così come la demonizzazione dell’avversario o l’antiberlusconismo, divenuto versione aggiornata dell’antifascismo e dell’anticapitalismo, come strumenti di lotta politica.

Di qui l’elaborazione della questione morale e della “diversità” che è il presupposto dell’operazione del 1992-1994. Il nesso tra questione morale e diversità comunista fece rientrare nella discussione politica categorie non politiche, universali, antropologiche e produsse un progressivo allontanamento dalle dinamiche politico-parlamentari chiudendo una forza elettorale così significativa in uno spazio poco utile al confronto e alla ricerca di soluzioni.

Secondo Piero Craveri, la questione morale rappresenta la comparsa dell’antipolitica “nella scena politica italiana”. La critica di Berlinguer si scagliava soprattutto contro i partiti e sembrava anticipare discorsi che diventeranno senso comune dopo Tangentopoli. L’antipolitica come una “patologia eversiva” che Berlinguer e i suoi compagni lanciavano come extraterrestri nel sistema politico italiano, nel quale erano ancora condizionati dai finanziamenti sovietici.

E semmai esistesse una diversità antropologica dei comunisti italiani, era quella che non ammetteva l’irrompere dei sentimenti e dell’individualità nei valori più profondi di libertà personale, nella vita degli individui e nella politica.

Se la delegittimazione verso la sinistra marxista leninista attuata da Craxi era reversibile, perché sarebbe finita nel momento in cui il partito comunista fosse diventato compiutamente democratico, la demonizzazione berlingueriana non ammetteva vie d’uscita: una volta “mutati geneticamente” in leader riformisti e socialdemocratici e o di socialisti liberali non si poteva tornare indietro.

La forza egemone sul terreno del controllo degli spazi ideologico-culturali, cioè il Pci-Pds, ha avuto gli strumenti insieme mediatici e operativi per liquidare le altre (la Dc, il Psi, i partiti laici) come è avvenuto durante Tangentopoli.

Per Craxi una parte dei post PCI aveva in mente qualcosa che non gli poteva piacere perché era quello che i suoi nemici di sempre aveva sempre cercato: niente più comunismo, niente socialismo, ma solo un distinto democraticismo, un politicamente corretto antipolitico e conformista all’unico scopo di essere legittimati a entrare nel governo. Una nuova egemonia post-moderna e post-ideologica, liquida, solo apparentemente buonista e compassionevole, preconizzata da Augusto Del Noce nel volume “Il suicidio della rivoluzione” che avrebbe trasformando il comunismo in una componente della società borghese ormai completamente sconsacrata.

Dopo il 1989 gli Stati nazione sembravano divenire residuali, in attesa della loro scomparsa nella post-storia (non è stato così) che avrebbe dovuto aprire l’età della post democrazia, del post-nazionale, quella della pace universale. Nella democrazia cosmopolita del futuro, non ci sarebbero stati più né nazionali né stranieri, né cittadini né immigrati. Tutti gli umani sarebbero divenuti mobili. È l’abbaglio ideologico del postmodernismo politico argomentato con vis polemica da Pierre- André Taguieff.

Per guadagnarsi un ruolo i dirigenti del post Pci pagarono un ticket cercarono un modello non nella tradizione socialista e socialdemocratica riformista europea bensì nel partito democratico americano, rincorrendo ideali altissimi e riscatto sociale di giustizia fuori sincrono della realtà e dei soggetti che la storia l’hanno abitata prima dell’ideologia comunista e dopo che la grande illusione marxista leninista dimostrò la sua cifra totalitaria. I post comunisti si “liberalizzano” e polverizzano: da un lato si muovono verso l’ideologia dei nuovi diritti umani, della protezione delle minoranze, della libertà di scelta e dall’altro aprono verso la libera concorrenza e l’apertura dei mercati. E in un mondo in cui tutte le differenze si equivalgono, nulla merita di essere protetto dal mercato e tutto può diventare oggetto di commercio nella vulgata acconsenziente che il capitale, nella sua nuova versione iperfinanziaria, non dovesse essere più regolato dalla politica e dalla democrazia rappresentativa.

Craxi e Berlinguer

Nel 1978 Berlinguer rivolgendosi al Psi disse: “Il socialismo italiano non ha costruito una sua cultura pienamente autonoma dalle correnti borghesi né una sua autonoma strategia di cassa. È stato un possente movimento che, cent’anni fa, risvegliò per primo la coscienza dei proletari e mise in moto un grande processo di liberazione umana e politica. Questa è la sua grandezza, purtroppo […] mancò al partito Socialista una elaborazione culturale adeguata”.

Scatenò la reazione Bettino Craxi: “Rispetto alla ortodossia comunista, il socialismo è democratico, laico e pluralista. Non intende elevare nessuna dottrina al rango di ortodossia, non pretende porre i limiti alla ricerca scientifica e al dibattito intellettuale, non ha ricette assolute da imporre. Riconosce che il diritto più prezioso dell’uomo è il diritto all’errore. E questo perché il socialismo non intende porsi come surrogato, ideale e reale, delle religioni positive. Il socialismo nella sua versione democratica ha un progetto etico-politico che si inserisce nella tradizione dell’illuminismo riformatore e che può essere sintetizzato nei seguenti termini: socializzazione dei valori della civiltà liberale, diffusione del potere, distribuzione ugualitaria della ricchezza e delle opportunità di vita, potenziamento e sviluppi degli istituti di partecipazione delle classi lavoratrici ai processi decisionali” (Il Vangelo Socialista, “L’Espresso” 27 agosto 1978).


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Craxi 21 anni dopo, Quell’eurosocialismo che guardava a Est

In vista del ventunesimo anniversario dalla scomparsa di Bettino Craxi oggi il Tazebao approfondisce il suo eurosocialismo.

Bettino Craxi, da Segretario, si dedica immediatamente a conferire al Partito Socialista Italiano una forte impronta di politica estera volta a una ben definita direzione europeista. Il suo intento è chiaro fin da subito: creare una rete di alleanze, approfittando peraltro della collaborazione e della vicinanza dei suoi interlocutori dell’Internazionale Socialista, da Mitterand (presente con Craxi a Firenze nell’anno della Capitale della Cultura) a Soares, da Papandreu a Gonzales, fino a Olof Palme.

L’Europa craxiana deve essere in grado di conciliare identità socialista e vocazione nazionale, anche amalgamandone i rispettivi campi semantici (come sottolineato anche da Andrea Marcigliano, Senior Fellow del Nodo di Gordio). L’eurosocialismo è la pietra miliare della sua teoria politica, nonché neologismo da lui coniato e che si contrappone volutamente al termine eurocomunismo di Berlinguer. Nel corso della seduta del Comitato Centrale del maggio 1978 ne fornisce la definizione: Craxi si rivolge alla platea appellandosi a un noi collettivo, un noi che è comunità e che nella dimensione extranazionale abbraccia i fratelli socialisti, non solo quelli del Partito Socialista Italiano ma anche quelli di tutta Europa1. Unità di partiti di ispirazione socialista nel contesto della politica italiana e rispettiva conglomerazione di partiti socialisti nella dimensione europea.

Proprio in virtù di questa solidarietà socialista furono sostenuti i partiti socialdemocratici in esilio all’estero, come quello cecoslovacco e quello polacco; dall’altra, ci furono possibilità di distensione nei confronti di alcuni paesi, come dimostra la corrispondenza tra Craxi e il presidente romeno Ceaușescu. La corrispondenza con l’ambasciatore romeno Ion Mărgineanu, spesso corredata da messaggi di Nicolae Ceaușescu per il politico italiano. Alcune lettere riguardano le richieste di interessamento provenienti dall’Italia sulla mancata concessione del permesso di matrimonio a coppie miste italo-romene. Sono presenti, inoltre, veline di lettere di Craxi per Ceaușescu, programmi e resoconti della visita di Craxi in Romania, discorsi e interviste di Ceaușescu2.

Nell’ottobre del 1978 anche Bettino Craxi si recò in visita a Bucarest dove ebbe un lungo colloquio con il presidente romeno. Il verbale dell’incontro è di estremo interesse perché nel corso del lungo incontro i due leader abbordarono in maniera attenta, quasi dettagliata, l’insieme dei rapporti italo-romeni, le questioni interne dei due Paesi, del movimento socialista internazionale, le grandi questioni politiche aperte in quelle regioni del mondo particolarmente sensibili agli interessi politici ed economici dei due Paesi. Fu insomma una presa di contatto abbastanza aperta nella quale in qualche modo Craxi si presentava come un nuovo importante interlocutore leader di un Partito socialista che si apprestava a giocare un ruolo decisivo nel futuro della politica italiana.

L’importanza della Romania

È opportuno richiamare alla memoria gli avvenimenti del 1968, allorquando i carri armati sovietici entrarono a Praga per porre fine ai disordini studenteschi: l’esercito romeno fu l’unico del Patto di Varsavia a non partecipare all’aggressione. Ciò non solo offrì a Ceauşescu un’autentica base di consenso popolare, ma ne fece anche una sorta di interlocutore privilegiato degli Stati Uniti e dei loro alleati europei.

Scriveva La Pira (allora presidente della Federazione mondiale delle città unite) in una lettera inviata al leader romeno l’anno successivo gli eventi di Praga, che nel suo pensiero la Romania, nell’attuale situazione europea, rappresentava una vera e propria avanguardia storica che avrebbe potuto mettere in moto un meccanismo internazionale pronto a condurre verso un “[…] negoziato globale capace di investire i problemi del mondo e di tutti i popoli […]”3. Secondo l’esponente democristiano, la recente visita compiuta da Richard Nixon nella capitale romena (2 agosto 1969) aveva sancito il ruolo di Bucarest quale cruciale punto di convergenza tra il mondo socialista e quello non socialista e continuava, sempre riferito a Bucarest, “[…] il luogo della coesistenza pacifica!” Parigi (De Gaulle) e Bucarest (Ceauşescu), cioè due “altipiani politici e storici ove i popoli ancora contrapposti e divisi si incontrano. E anche l’America incontra qui questi popoli!”

Non stupirebbe se Craxi, forte nella sua lungimiranza e acume politici, avesse intravisto una possibilità, seppur prematura, di sottrarre ai “compagni cattivi” i popoli dell’Europa Orientale per aprire loro la strada e convertirli al socialismo riformatore.

La caduta del Muro e la fine della Prima Repubblica

All’imbrunire degli anni Ottanta la missione riformista dei socialisti si scaglia contro i regimi massimalisti che, a breve, non avrebbero più tenuto sotto scatto paesi quali la Cecoslovacchia, la Romania e altre realtà del blocco Orientale. Percepisce la possibilità di sottrarre campo ai comunisti e auspica che questi paesi sottoposti al giogo comunista possano intraprendere la strada del socialismo riformatore, democratico e liberale anche in forme diverse ma tutte collocate su di un versante progressista.

Ma la storia è una dea bendata e quello che sarebbe dovuto essere il momento del cambiamento, della rinascita e della verità, si è trasformato in un Medioevo per buona parte dei paesi dell’ala orientale: con la caduta del muro di Berlino molti partiti comunisti sono rimasti ben posizionati in sella persino in un paese come la Romania che ha sperimentato questa fase transitoria con una violenza inedita rispetto agli altri. Hanno semplicemente eliminato il termine “comunista” dalla propria sigla sostituendolo con quello “socialista” o “social-democratico” senza invece sostituire la vecchia classe dirigente.

http://iltazebao.com/1921-2021-leretico-danubio/

A Ovest della Cortina il PSI che si era tanto speso e battuto per un’Europa libera e progressista, un’Europa dei popoli, un’Europa mediterranea, viene punito per questo spirito innovativo ed inclusivo scagliandogli addosso il giustizialismo sommario, classica costante del modus operandi italiano.

L’elaborazione della politica estera craxiana, e in generale dei partiti appartenenti all’Internazionale Socialista, si basa sull’affidare la propria identità politica, l’eurosocialismo per l’appunto, al rilancio del processo d’integrazione europea. Processo nel quale l’Italia avrebbe dovuto avere un ruolo di primo piano.


Bibliografia delle fonti
  1. B. Craxi, Discorso al Comitato Centrale, 24-25 maggio 1978, Roma.
  2. Via del Corso 476, Carte della Direzione Nazionale del PSI. Inventario a cura di Cristina Saggioro e Sebastian Mattei, Fondazione Craxi, luglio 2020, pag.306.
  3. Anic, Fond C.C. al P.C.R., Secţia Relaţii Externe, Dosar 122/1969, lettera originale autografa (più due copie una dattiloscritta e un’altra in traduzione romena) inviata da Giorgio La Pira a Nicolae Ceauşescu; non compare la data ma la missiva è risalente, con molta probabilità, alla fine dell’estate o all’inizio dell’autunno del 1969.