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Il malessere locale durante la Grande Crisi: dove va la Terza Italia?

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Una seconda riflessione sull’esito delle amministrative in Italia: i segnali (inascoltati) di malessere dai territori. L’analisi cerca di andare oltre alle semplici vittorie o sconfitte nei singoli territori tentando di capire perché la Terza Italia, caratterizzata dalla continuità del voto, sia così fluttuante.

Punti cardine
  1. La crisi energetica come fine di un modello, in particolar modo nella Terza Italia, dove organizzazione industriale e sociale ruota intorno ai distretti specializzati.
  2. Il territorio politico: banco di prova, mediazioni e civismi.
  3. Bianco, verde, blu e rosso: l’evaporazione delle “zone” politiche e malessere dei territori.
Introduzione

L’allargamento delle basi di cittadinanza, la partecipazione popolare unitamente a un catalogo dei diritti, più o meno ampio, sono alcuni dei pilastri formali del sistema democratico. Tuttavia, la realtà offre indicazioni contrarie. Il processo democratico è molto meno partecipativo e allargato di quanto sollennemente statuito.

Le prove sono innumerevoli: la sovrabbondanza di interessi parziali e confliggenti – non esiste un “interesse generale” – che orientano il lavoro parlamentare e l’agenda di governo – il lobbying influenza ma non crea un consenso profondo e duratura – mentre la tecnicalità sostituisce la mediazione politica.

Di fatto, salvo alcune eccezioni in cui gli attori politici riescono ad essere ancora un sindacato del territorio nelle sedi di Roma e soprattutto a Bruxelles, l’attenzione per le “centralità periferiche”, la capacità di esserci e di trasformarne le istanze in politiche da parte dei partiti attuali diminuisce, fino a scomparire.

In più, la crisi energetica ed economica, che smantella il modello del benessere su cui si è imperniato il Paese, aggrava il malessere dei territori. I fluttuanti territori italiani, in particolare nella Terza Italia [1], sono una riserva di profondo malessere, che i canali politici tradizionali non riescono più a intercettare e processare, come dimostra l’evaporazione della continuità del voto nelle ultime elezioni amministrative.

Trasformare questo malessere in politica richiede un processo di partecipazione a livello locale effettiva, anche con strumenti nuovi.

La fine di un modello?

La ricerca e stabilizzazione del consenso avevano richiesto un enorme sforzo economico e organizzativo. La ramificazione dello stato sociale permetteva di intercettare e potenzialmente risolvere le istanze locali, ammortizzando la carica di conflittualità. Parallelamente, le condizioni economiche generali avevano consentito un allargamento delle basi reddituali, anche se in modo non uniforme: i beni di consumo erano diventati accessibili a tutti. L’automobile, che ha permesso a tutti di superare la distanza geografica che è distanza socio-economica, dunque esclusione, è stata il simbolo di questa fase.

La smobilitazione dell’apparato sociale è un processo irreversibile, sorretto da esigenze di bilancio. Ciò porta a un deterioramento materiale delle condizioni di vita, alimentando un senso di sfiducia e insicurezza. Allo stesso tempo, soprattutto nei paesi occidentali, è emersa la necessità di ridurre i consumi; il consumismo ha raggiunto livelli di ipertrofia impossibili da sostenere, visto che le risorse sono naturalmente limitate e la competizione per esse serrata. E come se non bastasse, si aggiunge la crisi energetica con prezzi destinati ad essere alti e insostenibili, a ulteriore erosione dei redditi e delle capacità di spesa.

Queste condizioni portano alla scomposizione di quel modello di stabilità e benessere sopra descritto. Gli effetti politici sono a lento rilascio ma ci sono prime avvisaglie di cui tener conto.

Il voto amministrativo: istruzioni per l’uso

Non solo per l’approssimarsi delle politiche ma anche come misurazione del malessere dei territori, meritano attenzione le ultime elezioni amministrative italiane (dopo il voto Il Tazebao si è soffermato sul dato dell’affluenza).

Proiettare il voto locale a livello nazionale, e viceversa, è sempre una forzatura, quindi ogni riflessione dev’essere ponderata e circostanziata. I territori percorrono spesso traiettorie sfuggenti e autonome, talvolta anticipano, talvolta ritardo. Proprio per questo meritano attenzione.

In primo luogo, il territorio come stress-test e la nazionalizzazione del voto. Ogni partito utilizza il territorio come banco di prova, sperimenta e proietta le formule vincenti a livello nazionale: “modello Genova” per la Destra, “modello Bologna” per la Sinistra. Ciò serve anche per contrattare i rapporti di forza in seno alle coalizioni.

«Il territorio è semplicemente un mercato che restituisce indicazioni di gradimento o meno. Le vittorie sono casi di studio, adattabili altrove».

In seconda istanza, il rigetto dei prodotti standardizzati da parte dei territori o il loro adattamento alle realtà locali: la necessità di mediazione con il territorio. Non è raro che il territorio reagisca. A livello amministrativo si presentano alleanze a geometria variabile, scoordinate o anche in aperta critica alle logiche nazionali, solo a livello locale resistono formule che a livello nazionale non sono più in uso (si pensi al bipolarismo delle coalizioni in tempi di governo “gialloverde” o “giallorosso”), o anche coalizioni che tentano di anticipare un possibile sviluppo successivo.

«Questa prospettiva permette di cogliere il territorio nella sua complessità: intreccio di interessi, aspirazioni, ansie, stratificazioni, progettualità e storie».

Infine, a frammentare ulteriormente il quadro, la diffusione del civicismo nelle sue infinite sfumature, ora alleato ora autonomo/ostile, cuneo traa le coalizioni, come espressione politica di un dissenso locale ma con una limitata capacità di proiettarsi a livello nazionale.

Questa riflessione considera i due protagonisti, Centrosinistra (vincente in questa tornata) e Centrodestra, e non del M5S che, al netto della prima discesa in cui è riuscito a vincere anche Roma e altre città (Parma, Livorno, Torino), ha scelto un percorso singolare di virtualizzazione del consenso, che meriterà ulteriori e più approfondite analisi, anche per le modificazioni che ha indotto sul sistema politico dal 2013 ad oggi.

Malessere e distacco: la fine delle zone politiche?

In quest’ultima tornata, la scomparsa del voto territoriale notoriamente continuo, caratteristico del “caso italiano” – un tipo di voto che distilla politica e territorio, particolarismi territoriali e ideologia – è un segnale di latente malessere, riconducibile anche alla liquidazione del welfare state e alla crisi energetica che erode il modello economico dei distretti industriali (tipici di Veneto, Emilia, Toscana, Marche), caratteristici della testè citata Terza Italia. Dove soffre il modello socio-economico, soffrono gli attori politici che lo hanno rappresentato o che ne hanno ereditato la rappresentanza (Lega e Forza Italia eredi della DC e PD erede del PCI).

Questa analisi tiene conto principalmente della Terza Italia ovvero Triveneto, le “Regioni rosse” e le Marche. La capitale del lavoro Milano ha intrapreso un percorso di alterità da un secolo, con l’esperienza del governo della Sinistra Radicale, mentre la capitale legale Roma è un mondo a parte. Sardegna e Sicilia hanno una loro traiettoria particolare, dove pesano le rispettive spinte autonomiste. Una dinamica tipicamente insulare: la Corsica sfugge alla tripartizione attualmente in voga in Francia, pur premiando Le Pen alle elezioni nazionali; Creta non abbandona Syriza (elezioni del 2019). Il Sud sperimenta oscillazioni cicliche destra-sinistra, con ampie porosità.

Va, quindi, indagata la fluttuazione elettorale di questa Italia. Qui il voto era consolidato quale espressione di un’identità pre-politica; qui la società si strutturava intorno al modello del distretto produttivo e della piccola-media industria, capace anche di coinvolgere gli operai nei processi aziendali.

Nel tempo, i contorni delle zone, una bianca (a predominio centrista) e una rossa (sinistra), sono diventati sempre più disconnessi. Le ultime elezioni amministrative fotografano un’estinzione quasi definitiva: in Liguria, storicamente di sinistra, si consolida un Centrodestra di governo, come in Toscana (ma non in Emilia), mentre la Lombardia, già roccaforte del Centrodestra, vede una presenza sempre più consolidata e stabile del Centrosinistra di governo nei capoluoghi.

L’esecutivo Draghi, sostenuto da una larga maggioranza, ha dovuto ridurre l’attività del Parlamento. Il malessere cerca di fuoriuscire come può. Uno è il distacco dall’identità territoriale e la fine della continuità del voto. Così, a Monza, si è votato contro la “politica senza territorio” [2]. A Verona il partito che ha abbandonato la sua matrice territoriale ha pagato conto pesante. Allo stesso modo, a Genova e Pistoia, gli elettori hanno scelto di punire il partito che ha voltato le spalle alla sua classe sociale. La Grande crisi corrode le identità politiche.

Il nostro esperimento di ri-territorializzazione: “Civitas Chianti. Codesti son altri luoghi! L’ouverture di Raffaele Tarchiani” – 28/07/2022

Conclusioni

Di fronte a una politica che evapora, che perde la capacità di essere una staffetta territorio-Roma-Europa o che non ha mai saputo esser presente nel territorio, esternalizzando ai media, di fronte a una politica che perde i propri connotati, come nel caso delle continue aspirazioni centripete, quando il Centro non ha giustificazioni geopolitiche né socio-economiche, l’arcipelago dei territori è una riserva di malessere politico, che non riesce a trovare un referente politico.

Da qui la necessità di nuovi strumenti per catturare le richieste e trasformarle in politica. È un processo che coinvolge tutti gli attori del processo democratico: i partiti, qualora riescano a ricostruire una rete territorio-Roma-UE, i media, chiamati a dare un’attenzione non sporadica al territorio, le associazioni financo i gruppi industriali e le associazioni di categorie.

Note
  1. L’espressione “Terza Italia” è introdotta da A. Bagnasco negli anni ’70 e permette di valorizzare quell’Italia socioeconomica spesso marginale nelle riflessioni. Sono quei territori che vivono “all’ombra” delle capitali: Torino, capitale della grande industria e Roma. Una provincia produttiva ma bistrattata che, in ragione del suo potere economico, reclama maggiore peso decisionale.
  2. Una spiegazione della “politica senza il territorio”, con particolare riferimento a Forza Italia, è contenuta in “Mappe dell’Italia politica” di Ilvo Diamanti (2009). Pur riferita in origine alla sola FI, che infatti si presenta trans-territoriale (Nord produttivo e Mezzogiorno), essa costituisce una tendanza accentuatasi in tutti gli attori del panorama politico italiano.

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