Ma, in fondo, io, perché dovrei andare a votare?

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Considerazioni a margine della tornata elettorale amministrativa appena conclusasi e uno sguardo ai cambiamenti più profondi nella democrazia italiana.

Il conto economico che Salvini agita recita 58 comuni vinti su 54 uscenti (fonte YouTrend), il conto politico è un bagno di sangue. In nemmeno un mese, il Centrodestra, la coalizione tutt’oggi data vincente alle politiche del 2023, colleziona un referendum ignorato dagli elettori e dall’opinione pubblica – gli italiani erano chiamati a pronunciarsi su uno dei poteri della democrazia – e la disfatta delle amministrative. Un’infilata di sconfitte che fa il paio con la tornata precedente (15 capoluoghi su 20 al Centrosinistra a ottobre 2021).

Nei grandi centri urbani non c’è stata partita ma anche in quelli medio-piccoli, le “marginalità periferiche”, storicamente più congeniali alle Destre, la ritirata è certificata. Da non dimenticare anche la pessima conduzione nei mesi scorsi della partita per il Quirinale.

Verona è un duro colpo, anche se il logoramento è sempre da mettere in conto, al pari dell’evaporazione delle “zone bianche” e “rosse” e del voto d’affezione (o la sua eredità), visto che oggi prevalgono la post-ideologia, il pensiero debole, la dis-organizzazione dei partiti e la primazia dei nuovi media rispetto al consenso profondo. Catanzaro è la riprova di quanto sia difficile allargare l’ormai celebre campo. Piacenza, invece, fa come Cascina e torna subito al Centrosinistra. A Parma non si scende nemmeno in campo. In Lombardia rimane un solo capoluogo a guida Centrodestra, mentre si accende la corsa per la presidenza e Fontana scricchiola.

Tutto sommato, ci sono anche delle note positive per il Centrodestra. Riconquista Lucca la bianca, grazie ai voti al secondo turno (l’analisi di Nazione Lucca) degli ex Casapound e dei no green pass che convergono su Pardini; prende Barletta; trionfa al primo turno in ex roccaforti rosse come Pistoia e Genova; riprende Palermo e tiene sia nel Lazio sia in Piemonte, dove perde, però, Alessandria.

Il distacco tra la Coalizione e il suo popolo

Il distacco tra il Centrodestra e i suoi elettori si consuma per varie ragioni: il governo Draghi, la guerra e le armi, il green pass. Vince solo con candidati apprezzati nella società, molto spesso capaci di smarcarsi dai partiti, profili manageriali alla Berlusconi della prima maniera, come Bucci a Genova. Tiene o vince in territori dove esprime un’alterità rispetto al sistema di potere, come in Toscana. Interessante notare, infatti, come si esprima meglio fuori casa piuttosto che nei confini delle storiche roccaforti, dove pesa l’usura del governo, anche.

Queste sono le condizioni dell’area potenzialmente maggioritaria del Paese, alla quale guardano da sempre i ceti produttivi, il mondo delle professioni, ma anche la medio-bassa borghesia e, più di recente, grazie a Salvini e Meloni (ma il fenomeno era già iniziato con Berlusconi), i ceti pauperizzati dalle crisi. I più colpiti dall’attuale crisi, che prima avevano trovato una sponda nel Centrodestra, sono i primi a voltargli le spalle ma non cambiano voto, disertano le urne. Coloro che dovrebbero aver maggior ascolto in questo momento finiscono per essere sempre più marginalizzati e senza voce.

Una modificazione di lungo periodo?

La bassa partecipazione è un punto saliente di questa tornata elettorale (e non solo) e dev’essere ricondotta in una traiettoria consolidata della democrazia in Italia. Due anni di eccezione, l’ampio uso/abuso della decretazione di emergenza (dai fragili e malleabili DPCM apripista in poi), una democrazia parlamentare commissariata, una guida tecnica inscalfibile, molto probabilmente destinata a perpetuarsi anche dopo le politiche, per necessità, a causa della guerra e soprattutto della crisi energetica, che mina le basi di un sistema dove benessere e democrazia sono intrinsecamente legati: tutti fattori che rendono l’esercizio del voto molto meno attrattivo per gli elettori e molto meno incisivo e determinante; parallelamente rendono molto meno contendibile e contrastabile il potere.

Dopo una così lunga sospensione – al momento non ci sono né alternative né energie per una eventuale contestazione – il risveglio è o sarà, a seconda se si individui e si ponga una fine, tutt’altro che semplice. Tornare al sistema politico di prima, come prima è un’illusione. Le crisi hanno sempre prodotto modificazioni radicali nei sistemi politici, nei suoi meccanismi, nei suoi stessi cittadini. Anche questa non può essere da meno. Si apre un’era di democrazia regimentata? Di restrizione delle basi democratiche? È, appunto, una traiettoria di lungo periodo. Io, in fondo, cosa vado a votare a fare?

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