Icona elisabettiana e Tradizione post-moderna della Corona inglese

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Una riflessione sul senso profondo della Corona inglese e sulla figura della Regina Elisabetta di Antonio Bellizzi di San Lorenzo.

Londra, 19 settembre – A chiunque intendesse lo Stato come un mero “funzionamento calcolabile” in senso economicistico (v. Schmitt, Categorie del Politico,1932), sfuggirebbe il senso profondo dei Riti civili e religiosi seguiti alla morte di Elisabetta II, che, come un magnete, hanno esercitato un’attrazione centripeta sui media mondiali: d’un tratto, il presunto nuovo mondo digitale post-pandemico e il vecchio mondo di fango e sangue della guerra, riaffacciatosi prepotentemente ai confini orientali d’Europa, hanno ceduto la scena mediatica alla dimensione fiabesca della Tradizione di una Regina che muore e di un Re che le succede ed alla pompa solenne ma non lugubre di cerimonie affollate di volti eterogenei, giovani e meno giovani, in code interminabili per omaggiare − prima dei Capi di Stato del mondo − le spoglie di una Persona divenuta una icona della post-modernità ossia della irriducibilità della Vita a Progresso, inteso come incessante cambiamento: non è morto solo il più longevo Capo di Stato della più antica democrazia parlamentare dotata di continuità storica e di molti Stati del Commonwealth con immensi territori oltre Atlantico (Canada, etc.) ed oltre Pacifico (Australia, etc.) ma il simbolo vivente − quindi “la Regina” per eccellenza nell’immaginario − della più estesa comunità linguistico-culturale del Pianeta, costituita non solo dagli Stati che hanno l’Inglese come lingua ufficiale (USA, etc.) ma da tutti coloro che, da almeno 3 generazioni, s’innamorano sentendo una musica con parole inglesi, cantano e ballano su quelle note e da chiunque si avvalga degli strumenti digitali come di quelli finanziari: non solo il pensiero del cittadino di Cosmopolis è sempre più in Inglese ma il suo stesso inconscio è pervaso dall’idioma di quella verde Gran Bretagna che ha lasciato una Unione Europea ancor dotata dell’Inglese come prima Lingua ufficiale, of course.

Ecco quindi che l’inconfondibile sorriso di Elisabetta II, dall’immagine in bianco e nero di principessina che rischiò la vita prestando servizio a Londra sotto le bombe tedesche a quella variopinta con cappellino, di ironica Signora novantenne, personificazione di una Istituzione che ha beffardamente sepolto i disumani Totalitarismi del Novecento e le effervescenze di un iniziale terzo millennio globalizzato di soli finanza e turismo, è  il volto della Tradizione che, immortalata su moneta aurea e cartacea, si conferma ancora una volta il pernio del movimento di una ruota democratica, al cui timoniere contingente ha sorprendentemente affidato incarico di governo solo 2 giorni prima di morire. Veramente in se permanens omnia innovat! Orgogliosa dei suoi capelli bianchi, senza cedere a lusinghe giovaniliste di tinture, lifting, e mode, né a tentazioni efficientistiche di abdicazione prone solo a “funzionalizzare” la corona, deprivandola di coessenziale aura sacrale, Elisabetta ha continuato a rivolgere il discorso augurale per il Natale ad una società laica, secolarizzata e multireligiosa e pre-organizzato il suo cristianissimo funerale, diventando nel contempo icona pop ritratta da Bansky e dalla Street art.

Sociologicamente ingrigita, rispetto alla Londra del Defensor Fidei anglicano, appare così la stessa “Roma dei 2 Papi”, epigono del progressivo depauperamento liturgico-rituale postconciliare, patentemente non seguito da alcun surgere superius spirituale, né etico-pratico. Surrealmente tace la Cancel culture di fronte all’eco regale della swinging London che, dai suoi ‘siti archeologici’ del triangolo King’s road Kensington square-Carnaby street, ha dato luogo alla British invasion musicale del mondo, proprio tramite l’artiglieria Rock di quei Beatles provvidamente fatti baronetti dalla compianta Regina con un gesto araldicamente rivoluzionario come rivoluzionaria fu l’irruzione Rock nella Storia della Musica e delle emozioni individuali e collettive. Manzonianamente “attonita al nunzio sta” pure la Comunità LGBT, da tempo appropriatasi del vessillo cromatico del ritratto di Elisabetta di Andy Warhol, icona di quella Pop art che, insieme alla Liberazione sessuale ed al Movimento antinucleare, aveva costituito la miscela culturale esplosiva dell’Edonismo londinese degli anni ’70.

Ma i pubblici Riti seguiti alla morte della Regina per il suo commiato dalla vita terrena ed il passaggio della Corona in capo al suo Successore Carlo III, non servono solo a perpetuare il “corpo politico” del Re a prescindere dal suo “corpo fisico” pro tempore (v. Kantorowicz, I due corpi del re, 1958) ma sono “azioni simboliche” rigeneranti coesione sociale proprio tramite la ripetizione di gesti antichi e la loro percezione simbolica da parte dei membri di una data collettività, che spontaneamente vi si riconosce in termini identitari (v. Han, La scomparsa dei riti,2021): la cosa straordinaria infatti è la vitalità della Tradizione rituale, risalente allo Jus sacrum romano, in un dinamico contesto multiculturale, multietnico ed anzi ciò dimostra come, proprio nell’epoca post-consumistica, post-sessuale,etc. della famosa Modernità liquida di Bauman, vi è un bisogno di un ubi consistam sociale che ne garantisca la stabilitas e la firmitas nel fluire del tempo, al di là delle diuturne contrapposizioni politiche, socioeconomiche etc. Ecco allora che il Sistema potestativo inglese, intriso di chek and balance, realizza questa esigenza istituzionale di una Comunità non chiusa ma aperta, attraverso una sapiente separazione tra il prestigio rituale e il potere politico di una res publica coronata appunto: tutto il prestigio simbolico dello Stato è concentrato in una figura soggettiva che ha poteri minimi, quale il titolare della Corona, a scapito di chi ha il potere decisionale effettivo di fonte democratica. Il prestigio formale dello Stato è appunto Majestas simbolica che si esprime anche tramite la pompa cerimoniale spettacolare cromatica e sonora di fanfare, carrozze fiabesche, scalpitio di cavalli e luccichio di elmi e corazze, che reperiscono il proprio razionale nell’esaltazione di sacralità unitiva della convivenza civile, irriducibile a meccanismo burocratico e men che meno a mercato. In tale prospettiva, non solo la compartecipazione a nascite, amori, sofferenze e lutti ma anche gli scandali rosa, denudando l’umana “peccaminosità” dei Reali e riaccorciando la distanza rituale dell’apparato – pur nei risvolti tragici più noti – sono un ingrediente storico di un “Istituto mistico” intriso di fascino solo apparentemente irrazionale ma in realtà calibrato in modo sapienziale con una Democrazia partecipativa effettiva, efficiente e libera.

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