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Epicedio per la Tradizione dell’Artigianato fiorentino. Risorgerà?

GERMOGLI PH: 15 NOVEMBRE 2020 FIRENZE ZONA ROSSA CENTRO STORICO PRIMO GIORNO DI CHIUSURA LOCKDOWN EMERGENZA CORONAVIRUS COVID 19 NELLA FOTO PONTE VECCHIO
Copyright Fotocronache Germogli (2020)
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A partire dalla storia di un artigiano fiorentino, l’ennesimo, che chiude, Antonio Bellizzi di San Lorenzo ci invita a riflettere sul modello di sviluppo della città.

Firenze, 5 ottobre 2022 – L’ennesimo amico Artigiano della Old Florence ‘Diladdarno’ mi ha detto che chiude la sua bottega di doratore: non ce la fa più. E non chiude per problemi di salute: è un cinquantenne ben portante, entrato a 14 anni nella bottega paterna. Ma chiude per crisi economica: affitto, caro bollette, tasse, difficoltà contestuali di un mercato di nicchia fatto da antiquari, collezionisti e quel che resta di vecchie famiglie; un mercato difficile per via della forbice sempre più divaricata tra sensibilità per la Bellezza, Cultura assimilata e non libresca, da un lato, e possibilità economica emancipata dai bisogni primari dall’altra.

Questo cittadino di una Repubblica fondata sul Lavoro lascia la dignità specifica di un lavoro veramente infungibile frutto di ultradecennale sapienziale manualità tramandato da generazioni, con l’aspirazione alla sicurezza di un lavoro fungibile ed anonimo tipo autista di mezzi di linea. Il padroneggiamento esperienziale delle varie fasi di posa della foglia d’oro zecchino sul legno, preceduta da ammannitura con gesso e colla di pesce/coniglio, verniciatura col bolo, e seguita dalla brunitura con pietra d’agata, sarà un ricordo. Molti crederanno che la ‘doratura’ sia una qualunque verniciatura di porporina magari pure per il restauro di chiese e antichi palazzi dell’immenso patrimonio italiano pubblico e privato.

È un colpo al cuore vedere andare a spengersi così – prima lentamente, dopo la Pandemia in modo accelerato – quel Presepe vivente artigianale di lavoratori autonomi quali intagliatori del legno, doratori, argentatori, laccatori, bronzisti, argentieri, restauratori, fabbri etc., i quali hanno costituito l’humus delle grandi botteghe d’Arte del tanto retoricamente decantato Rinascimento e che ha costituito per secoli la perpetuazione delle grandi committenze medicee, degli altri antichi casati, non solo fiorentini, e delle chiese della Città del Fiore.

Catene di generazioni di Know-how si interrompono, possibilità di valorizzazione economica in circoli virtuosi sono lasciate incenerire nel circolo vizioso di una imperdonabile cieca burocrazia, sotto il rullo compressore di una tassazione iniqua: acqua potabile viene irresponsabilmente gettata nella fogna.

La straordinaria umanità della interlocuzione costante tra committenti e artigiani fatta di civili mercanteggiamenti, picchi culturali e ilari battute è espulsa da un mondo spietato di prodotti obsolescenti da consumare e buttare prima possibile, un mondo de-dialogizzato ed impaziente fatto di acquisti on line e nervose consegne “Amazoniche” nella giungla del traffico metropolitano.

Alcune botteghe con tutti i loro strumenti di sapienza manuale antica hanno trovato migliore destinazione economica come magazzini di localini della movida notturna e dello straordinario mondo del Food che tutto divora: ogni canna fumaria di un fondo di commercio è l’ambito segno di predestinazione alla eletta dimensione superiore della ‘Pizzeria’, dell’Irish pub, del Ristorante lounge o finto antico, se non del Kebab. Firenze così patisce la sua riduzione a simulacro turistico-museale, già toccata ad altre città della Bellezza come Venezia. Così, mentre altri tipi di artigianato di supporto a ‘settori che tirano’ (abbigliamento) sono surrogati da destrutturazione del ciclo produttivo e delocalizzazione all’estero per minori costi, la Comunità cittadina si depaupera ulteriormente di intersezioni secolari di Economia e Cultura, di indotti economici della Bellezza, di possibilità di rigenerazione nell’Arte della “ragione del Lavoro”: depauperamento identitario ed economico di lunga durata.

In Francia artigiani del genere sarebbero ingaggiati e lautamente pagati dall’Amministrazione repubblicana del Patrimoine per restauri dei grandi palazzi pubblici. E pensare che grande è il debito della cultura artistico-mecenatesca parigina proprio verso Firenze, tramite le due regine di Francia, Caterina e Maria de’ Medici. Se a sfavore dei piccoli artigiani ha giocato il pregiudizio ideologico verso i lavoratori autonomi di una politica nazionale, a livello contestuale cittadino, ci si chiede se vi sia stata una sensibilizzazione istituzionale da parte del mondo accademico e non della Storia dell’arte, delle associazioni di antiquari, delle Soprintendenze e della Curia: cosa ci sarebbe voluto per un’Amministrazione comunale che avesse a cuore l’Artigianato infungibile fiorentino – vero fossile vivente del Rinascimento – ad acquisire dalla Camera di commercio i nominativi di tali ultimi artigiani ed andarli a cercare per proporre aiuti economici specifici magari in cambio dell’ammissione alla bottega di giovani pagati dal Comune o altro Ente pubblico (se non già dotati di reddito di cittadinanza) in modo tale da realizzare il duplice interesse pubblico dell’occupazione giovanile e della trasmissione ai posteri del know how di culture artigianali infungibili in estinzione?

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