Plenitudo temporis paolina ed intitolazione a Maradona dello stadio di Napoli

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BUENOS AIRES, ARGENTINA - JANUARY 20, 2018: Street art of Diego Armando Maradona at Caminito street in La Boca, Buenos Aires, Argentina. Maradona is argentinian former soccer player and one of the worlds most famous players

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Una decisione, quella di intitolare a Maradona lo stadio del Napoli, che sta alimentando molte polemiche. Un segno dei tempi?

Il presentismo è uno dei tratti caratterizzanti del nostro evo: il post-evo ossia l’epoca che rimuove la durata del tempo, le sue decantazioni, i suoi ritmi di andata e ritorno, il suo senso di percorso direzionale (progressista, regressista etc): alla plenitudo temporis paolina trascendente escatologica ovvero immanente/progressista – si contrappone la plenitudo momenti. Il presente, scomposto in miriadi di frammenti informativi e ricomposto in caduchi miti mediatici, tutto fagocita.

Esemplare manifestazione ne è la delibera del Comune di Napoli (4 dicembre 2020) per intitolare lo stadio partenopeo a Diego Armando Maradona (scomparso il 25 novembre 2020), rottamando nella raccolta indifferenziata l’intitolazione a San Paolo. W la libertà, è il caso di dire! Tanto di cambiare intitolazione ai luoghi (è sempre successo!) quanto di trarne alcune brevi riflessioni, pur lungi da ogni moralistica, indebita ed ingenua comparatio tra l’Apostolo delle genti sbarcato a Pozzuoli da Cesarea nel 61 d.C. (Atti degli Apostoli 28, 13-14) ed il Pibe de oro, arrivato a Napoli da Barcellona nel 1984.

Breve storia del San Paolo

Com’è noto, lo stadio di Napoli originariamente intitolato all’unico sovrano indiscusso del Mezzogiorno, il Sole, fu intitolato al Principe degli Apostoli nel 1963 (in piena stagione politica democristiana) giacché l’area di Fuorigrotta, su cui insiste lo stadio, rientra nella Diocesi di Pozzuoli, luogo del tradizionale arrivo del Santo, come del resto della presentazione ai tifosi di Maradona, allo Stadio San Paolo appunto, nel 1984: resterà agli atti della fede religiosa (e calcistica) dei napoletani che, proprio sotto l’intitolazione a San Paolo, ben 2 scudetti sono stati  festeggiati nell’impianto sportivo e Maradona stesso ha ivi svolto alcune delle sue mirabili gesta!

<< Scherza coi fanti e lascia stare i Santi!>> mormora la vecchia saggezza popolare espressione di quella “durata” non più di moda ma, in epoca di populismi trasversali, la regola aurea potestativa  del panem et circenses disarciona oggi Paolo di Tarso dal cavallo di Napoli (v. stemma civico) come ieri la Divina Provvidenza lo disarcionò sulla via di Damasco: questa volta cambia nome uno stadio, quella volta cambiò nome lui, da Saulo in Paolo, in segno della nota conversione.

Un uomo che diventa divino?

Ma qual è il messaggio che la classe politica oggettivamente dà, assecondando la comprensibile emotività collettiva, in un’epoca di angoscia (per approfondire) pandemica e infodemica? Evidentemente che l’intitolazione dello stadio al Diez, al posto del Martire della Fede cristiana, decollato fuori le mura di Roma, probabilmente nel 67 d.C. è, nei fatti, una erezione di un luogo di culto di una società neo-pagana, segno di neo-divinizzazione secondo la lettura di Evemero da Messina (330 a.C.–250 a.C), per cui gli dei non erano altro che uomini assurti alla venerazione ed al culto postumo per gesta eccezionali.

E, del resto, questa nuance si coglie nella commovente nota dell’Eliseo, con cui il presidente Macron ─ enarca letterato ─ ha ricordato il <<dio Diego>> aggiungendo che <<nel Sud Italia il ragazzo d’oro ha ritrovato la passione degli stadi sudamericani, il fervore irrazionale dei tifosi e ha portato Napoli sulla strada dello scudetto ed ai vertici del calcio europeo>>, ricordando anche che Maradona, nei noti quarti di finale dei Mondiali di Città del Messico del 29 giugno 1986, determinò la vittoria calcistica dell’Argentina, sconfitta militarmente alle Falkland, sull’Inghilterra della Lady di Ferro, <<nella partita più geopolitica della Storia del calcio>>,che rappresentò pure una rivalsa psico-sociale del Sud del Mondo verso il Nord.

Solo la consapevolezza di questi segni dei tempi può relativizzare il cambio di nome di un luogo profano, che ne perde uno sacro. Si può, forse, guardare a questa intitolazione con quello spirito di Carità della I° lettera di San Paolo ai Corinzi: <<…se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri della scienza, se avessi tutta la fede in modo da spostare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla>>.

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