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Stefano Bardini (antiquario), Frederick Stibbert (collezionista), due case-museo a Firenze

Una ricostruzione su due figure opposte ma significative per la storia di Firenze: Stefano Bardini e Frederick Stibbert.

Nascono in Toscana, nei primi anni dell’Ottocento, a pochi anni di differenza l’uno dall’altro, due personaggi che saranno emergenti in Firenze per opposti ruoli: l’antiquario Stefano Bardini (Pieve di Santo Stefano, Arezzo, 1836-1922 ), il collezionista Frederick Stibbert (Firenze, 1838-1906). Con in comune la passione per la bellezza e per  l’arte, entrambi cercarono di ricreare nelle loro collezioni, seguendo lo spirito del tempo, una situazione culturale perduta attraverso la selezione di oggetti antichi.

In Firenze, le loro residenze erano collocate, nella toponomastica della città, in luoghi opposti.

Stefano Bardini emerse come pittore in un momento storico pieno di fermenti artistici e culturali. In quel periodo a Firenze nacquero nuovi circoli, club e caffè culturali, frequentati anche da artisti d’Oltralpe, tra  i quali nel 1858 Edgar Degas. Tutti frequentavano il caffè Michelangelo, in via Cavour, dove si riuniva il gruppo dei Macchiaioli al quale apparteneva anche Stefano Bardini. Egli si era formato all’Accademia sotto la giuda di Giuseppe Bezzuoli, caposcuola dei pittori romantici, nel 1866 però incominciò anche l’attività di restauratore di dipinti per interessarsi in seguito anche di archeologia e di oggetti del passato, seguendo una sua naturale evoluzione; a detta dell’antiquario Luigi Bellini: “prima si nasce artisti e poi si diventa antiquari”, ed anche Bardini segui questa metamorfosi, cangiandosi da conoscitore in artista e collezionista.

“Lui è stato il principe degli antiquari e nello stesso tempo, l’antiquario dei principi” così lo definì Alberto Bruschi.

Bardini ebbe contatti con archeologi e storici dell’arte tra cui Bernard Berenson, Frederick Mason, Perkins e Wilhelm von Bode, quest’ultimo fondatore del Kaiser Fredrich Museum con la collaborazione di Bardini come fornitore di opere d’arte.

Tra i suoi clienti collezionisti ricordiamo John Pierpoint Morgan, Henry Clay Frick, Isabella Stewart Gardner, Robert Lehman, il principe Giovanni di Liechtenstein, Figdor di Vienna. Importanti contatti che contribuirono a rafforzare il suo successo come antiquario che faceva tendenza.

L’antiquario Bardini fece della sua abitazione il luogo principale della sua attività, con il deposito, il gabinetto di restauro, e l’esposizione, raccogliendo i frammenti architettonici recuperati dalla demolizione di una parte del centro storico, avvenuto per  la realizzazione di Firenze Capitale. Il tessuto urbano di Firenze fino al 1865 era giunto indenne nella sua configurazione, circondato dalle mura medievali con orti e giardini a ridosso di queste ultime e con i suoi  monumenti pubblici in riferimento storico.

La città subì un nuovo assetto urbanistico atto a creare l’immagine celebrativa per diventare nel 1864 Capitale d’Italia dopo Torino .

L’incarico d’ampliamento urbano fu affidato all’architetto Giuseppe Poggi che realizzò un piano urbanistico capace di interpretare il  nuovo ruolo di Firenze assimilandola alle tendenze estetiche delle altre capitali europee di quel tempo.

La possibilità di dare un nuovo piano urbanistico a Firenze però era già stato previsto durante il periodo imperiale negli anni 1808-1814: la città non subì grandi cambiamenti anche se vi furono soppressioni di chiese e conventi che fecero giungere molto materiale sul mercato antiquario. Bardini non si lasciò sfuggire l’affare e acquistò una notevole e  pregevole raccolta di  opere d’arte.

Fu proprio all’allestimento e all’esposizione delle opere d’arte che Bardini diede particolare attenzione, con accorgimenti che valorizzassero gli oggetti contestualizzandoli nel loro periodo storico, utilizzando veri e propri allestimenti scenografici fino a studiare un colore delle pareti del contesto abitativo in cui dovevano essere collocate. Per questo creò  un blu di particolare cromatismo, il “blu Bardini”, con un pigmento che esaltava i colori delle opere, pitture e  sculture, nello spazio abitativo.

Nelle sue raccolte e nelle sue ambientazioni l’antiquario predilesse il gusto tipicamente fiorentino, con il collezionismo di oggetti dal medioevo a tutto il rinascimento, recuperando tutto il materiale prodotto dalle dismissioni abitative.

Nella sua collezione vanno ricordate opere di Francesco Laurana, Desiderio da Settignano, Giovanni Battista Foggini.

L’antiquario Bardini, la cui attività era ben organizzata, non ebbe collaboratori, ma abilissimi artigiani specializzati nelle varie materie che lui trattava, il suo vasto magazzino comprendeva armi, maioliche, paliotti in cuoio, stemmi e colonne, statue e tessuti e tappeti e dipinti che lui stesso spesso restaurava.

A lui si deve la riproduzione dei mobili nello stile rinascimentale fiorentino, opera di abilissimi artigiani che utilizzarono materiale di recupero, che, esportati in America, ebbero molto successo.

Bardini con il suo arredamento riuscì a colmare la lacuna culturale dei suoi facoltosi clienti ricchi in denaro ma che mancavano di una tradizione storica familiare.

Bardini esportò, imitato da altri antiquari dell’epoca, una notevole quantità di oggetti autentici, mobili, quadri, sculture, maioliche arazzi, tanto da indurre lo Stato italiano a promulgare la legge del 1 giugno 1939 n.1089 “Tutela delle cose d’interesse Artistico e Storico” pubblicata sulla gazzetta ufficiale n 184 dell’8 agosto 1939 e tuttora in vigore.

Con la sua attività Bardini divulgò oltreoceano e in Europa l’immagine mitica dell’Italia e in particolare il gusto del rinascimento fiorentino   contribuendo a suscitare interesse per Firenze e per un turismo di élite fatto di personaggi facoltosi, intellettuali, artisti e scrittori.

Tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento Firenze fu meta prediletta di stranieri che presero la residenza e rappresentarono circa un quarto della popolazione residente, con prevalenza di Inglesi; in un arco di qualche decennio possiamo ricordare Henry James, Edith Wharton, Vernon Lee, D.H.Lawrence, Aldous Huxley, Isadora Duncan, Bernard Berenson, Stibbert Harold Acton e molti altri, nel novero della colonia degli stranieri residenti vanno ricordati  personaggi molto estrosi, collezionisti, dame e famiglie di aristocratici decaduti.

L’antiquariato divenne simbolo di posizione sociale, per una classe che aveva appena acquisito nuova ricchezza e che teneva a presentarsi  in ambienti ricercati per estetica e rapporto col passato arrtistico.

L’antiquario non fu più considerato un semplice commerciante ma diventò un personaggio insolito molto ben accolto in società apprezzato per la cultura e per i suoi modi raffinati: Bardini interpretò perfettamente questo ruolo.

Winckelmann scrisse:

“Le arti dipendenti dal disegno hanno avuto origine, come tutte le invenzioni, dalle cose necessarie, in seguito si manifestò in esse una ricerca di bellezza , alla quale seguì il superfluo: sono questi i tre stadi dell’arte”.

Un inglese a Firenze

Sulla collina di Montughi in opposto a Bardini (antiquario e esportatore di opere d’arte) abitò, negli stessi anni, il collezionista e importatore di opere d’arte Frederck Stibbert, nato a Firenze ma inglese d’origine e dotato di una formazione culturale anglosassone. Fu raccoglitore di armi e armature ebbe un gusto cosmopolita e fu un profondo conoscitore della storia

La catalogazione della sua collezione fu suddivisa cronologicamente con una esposizione storico didattica.

La scenografia delle stanze della villa era stata arricchita da Stibbert con quadri di soggetto storico scelti per valorizzare la collezione delle armi: i manichini rivestiti delle armature, come nel caso della cavalcata, possono essere considerati  come personaggi fantastici di un teatro immaginario ricco del fascino della storia e di una bellezza cruenta.

Stibbert nei suoi lunghi viaggi in Europa e in Oriente importò e arricchì la sua collezione con innumerevoli porcellane, stoffe, armi, gioielli e tutto ciò che colpiva la su fantasia suscitando emozione e desiderio di possesso. Riutilizzò questi oggetti ricostruendo nella sua abitazione un teatro romantico e sentimentale nel quale egli stesso, interagendo con  le sue collezioni, era attore/protagonista. Fulcro del museo furono gli oggetti appartenuti a Bonaparte, provenienti dalla Villa di San Donato e proprietà dei Demidoff.

Napoleone e la simbologia imperiale e scientifica – Il Tazebao

Stibbert fu sicuramente affascinato dalla figura di Napoleone, le cui gesta forse saranno state parte dei racconti della sua infanzia, la cui figura veniva evocata dalla presenza di Luigi Bonaparte, fratello minore di Napoleone, che aveva abitato a meno di un chilometro in linea d’aria sempre sulla collina di Montughi, vicino alla sua residenza.

Stibbert con la sua la raccolta ha voluto fermare il tempo della memoria di un mito, e l’abito più adatto per celebrarlo non poteva che essere il costume che Napoleone aveva indossato in occasione dell’incoronazione a Re d’Italia: mantello in velluto verde con ricami in oro di api segno di operosità e spighe segno di prosperità e l’immancabile N napoleonica, completo di gilet, pantaloni e calze.

Ancora alla fine dell’Ottocento si sentivano gli echi di quello che  Napoleone aveva rappresentato come ideale eroico e umano. La reliquia del personaggio che rievoca la traccia della storia, anche D’Annunzio ne rimase affascinato e raccontò la sua passione napoleonica. Stibbert arricchì la sua casa museo  di quadri che raffigurano lui ed altri membri della famiglia Bonaparte.

Nel Museo sono presenti anche raccolte di vari oggetti in vari materiali cari a Stibbert come le porcellane orientali, i tessuti, gli orologi, bottoni del Settecento, tabacchiere esposti in varie vetrine del museo.

Il gusto eclettico di Stibbert si è spinto oltre in acquisti di altro tipo nella sala della Malachite, si può ammirare un quadro unico esistente a Firenze che raffigura la Monna Lisa di Leonardo da Vinci, considerata fino al 1837 come opera autentica del grande maestro, successivamente invece come eccellente copia su tela, ma da recenti studi, invece, risulterebbe come un’opera dipinta alla fine del 1600. A tale proposito la dottoressa Simona Di Marco, vicedirettore del museo Stibbert sostiene:

“Sono stati usati pigmenti che non potevano essere posteriori al Seicento, in particolare il blu smaltino. Frederick Stibbert acquistò la Gioconda nel 1879 all’asta della collezione Mozzi del Garbo, la tela ha avuto nel tempo dei rimaneggiamenti, rifilata e poi stesa su una tela di dimensioni maggiori, porta evidenti  restauri seguiti nel 1800”.

I Mozzi del Garbo erano una famiglia di mercanti potentissimi per generazioni tesorieri pontici, (a cui apparteneva la nobildonna Teresa di cui Napoleone si era invaghito), il figlio conte Adolfo dopo dissesti economici mise tutta la sua vasta raccolta di opere d’arte in asta nel 1879 e con il numero 150 anche il quadro della Gioconda, che Stibbert acquistò tramite l’antiquario Giuseppe Valmori insieme ad altri quadri tra cui la Maddalena Penitente attualmente attribuita all’Allori.

Il museo Stibbert ha un’importante sezione giapponese che raccoglie una delle raccolte più complete di armature esistenti fuori dal Giappone. Il primo nucleo di acquisti fu fatto presso l’antiquario Jannetti (antiquario personale di Casa Reale dei Savoia ) di Firenze, ma successivamente si rifornì anche da altri antiquari sia italiani che stranieri. Oltre alle armi, la collezione comprende porcellane, bronzi, tessili, costumi e indumenti nobiliari in seta. L’interesse di Stibbert per l’Oriente fu richiamato anche dal particolare momento storico e dall’eclettismo intriso del romanticismo  ottocentesco che aveva coinvolto tutta l’Europa, e che lui aveva avuto occasione di conoscere  nei sui viaggi.

Il gusto per l’oriente coinvolse con un feeling la Toscana e Firenze, fu costituita nel 1859 la scuola di studi orientalistici che faceva parte del Reale Istituto di Studi Superiori. L’Oriente si configurava nella Toscana dell’epoca come un complesso di eterogenee realtà geografiche culturali: Cina, Giappone, Persia, Turchia, l’Arabia, l’Egitto. Elementi che contribuirono a ravvivare i repertori progettuali di architetti e di artisti cristallizzati a Firenze tra neo-medievalismo, neo-rinascimento e neo-classicismo.

L’architettura toscana ebbe degli esempi di orientalismo e per citarne qualcuno possiamo ricordare. La villa Alhambra di Sammezzano costruita dall’architetto e anche proprietario Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona (la famiglia si poteva considerare come la quarta casata fiorentina tra  più ricchi  dopo i Corsini,i Torrigiani, i Rinucci ),il marchese non viaggiò mai in oriente, come si potrebbe pensare,ma il suo castello nacque seguendo il suo sogno d’oriente leggendo molti  testi, e disegnando le piastrelle, stucchi  e tutti gli elementi decorativi che venivano realizzati in loco a pochi chilometri da Firenze,mentre  lui stesso sovrintendeva ai lavori.  Proprio in questa sede  nel 1878, si svolse il banchetto con 100 congressisti del IV Congresso degli Orientalisti,accorsi per visitare un luogo   unico e mitico. Quasi in una gara  che vedeva coinvolti i personaggi più in vista in Toscana anche Frederik Stibbert eclettico per natura fu coinvolto dal gusto orientalista nell’architettura  realizzò così la sala Islamica nella sua abitazione.

Si aprì a Firenze in quel periodo un collezionismo privato che non coinvolse non solo Stibbert all’arte orientale, ma molti viaggiatori toscani e studiosi e tra questi va ricordato Carlo Puini (nato a Livorno nel 1837), accademico linceo, che può essere considerato l’iniziatore dei moderni studi orientali a Firenze.

L’interesse dell’oriente per Firenze fu suscitato durante  la prima missione diplomatica cinese, giunta nel giugno 1870 e anche dalla delegazione ufficiale del governo giapponese a Firenze nel maggio 1875, che si trattene per circa due giorni facendo visita ai principali monumenti e musei della città.

Il gusto per l’oriente coinvolse anche la musica che poi ispirò  a Giacomo Puccini l’opera di Madama Butterlly con le sue successive scenografie.


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Cesare e Ottaviano, le due vie verso la stessa destinazione: l’Impero (parte 1)

La prima parte dell’approfondimento su Cesare e Ottaviano a cura di Alessandro Cosi

Dalla metà del I secolo a.C. fino a circa il 27 a.C. due grandi personaggi nati dalla cultura politica di Roma, Giulio Cesare e Ottaviano Augusto, contribuirono a condurre fuori dalle sue paludose trame politiche l’esausta Repubblica, e puntarono verso un ideale monarchico come alla soluzione dei problemi infiniti che il sistema sociale e legislativo romano aveva prodotto.

La Repubblica romana aveva illuminato almeno per quattro secoli e mezzo la penisola italica guidando popoli e culture diverse verso una filosofia sociale di libertà e uguaglianza, almeno per il significato che avevano tali parole in quel contesto storico.

Ma la nascita di due fazioni contrapposte, aristocratici e populares, attorno alla fine del II secolo a.C., aveva generato scontri e guerre civili che, negli ultimi cento anni, avevano minato la sopravvivenza stessa del sistema romano.

Cesare e Ottaviano non furono i primi ad avvertire l’esigenza di un cambiamento nella Res Publica

Già prima Caio Mario, Silla e lo stesso Pompeo si erano diretti verso un cambiamento dello Stato romano in senso autocratico; ma solo con Cesare e poi più nitidamente con Ottaviano la politica di Roma si proiettò verso l’Impero.

Riproporre un paragone tra i due più grandi e significativi personaggi della fine del I secolo avanti Cristo, Giulio Cesare e Ottaviano Augusto, non è argomento tra i più malleabili; ma le loro esperienze di uomini di Stato, le loro battaglie e il contributo che hanno dato alla costruzione del più grande impero dell’Occidente, non possono essere trascurate o sorvolate con un breve tratteggio.

Le loro vite, per alcuni versi simili, perché tendevano alla ristrutturazione della Repubblica, oberata da problemi più grandi di lei, hanno però evidenziato differenze sostanziali, caratteriali e soprattutto politiche tali da meritare un approfondimento.

La gens Iulia e la sua importanza nella storia romana

Entrambi provengono dall’antica gens Iulia, che si faceva discendere, attraverso il mito, da Venere per un lato (poiché madre di Enea, che si unì al troiano Anchise) e dal re Anco Marzio per l’altro. Sempre la leggenda vuole che il nome della Gens Iulia derivi da Ascanio, detto Iulo dai Latini, figlio di Enea.

Tutti i grandi personaggi del I secolo sono in vario modo legati alla gens Iulia, attraverso matrimoni che conferivano prestigio e fornivano alleanze solide, senza trascurare i considerevoli vantaggi economici: Caio Mario, Cornelio Silla, Gneo Pompeo, Marco Antonio. Giulio Cesare aveva metà del sangue giulio, Ottaviano solo un ottavo.

Ma Cesare aveva nel suo DNA solo sangue nobile, e lo dico ovviamente nel significato che i Romani attribuivano alla nobiltà, l’unica classe sociale che avesse le doti per guidare lo stato, avendo almeno un console tra i propri antenati, visto che il consolato “nobilitava”. La madre Aureliaera degli Aurelii Cotta, vetusta e gloriosa casata. Il giovane Ottavio aveva invece forti contaminazioni equestri, vale a dire plebee (sempre nel senso dato dai Romani ai plebei, cioè popolazione “non nobile”).

La sorella di Cesare, Giulia minore, infatti, sposa il cavaliere Azio Balbo, da cui nasce l’intraprendente figlia Azia, spregiudicata protagonista del suo tempo. Azia a sua volta sposerà un altro cavaliere, per giunta provinciale, di Velitrae, Velletri, quale era Caio Ottavio, compagno d’arme e amico di Cesare. Nelle vene del giovane Caio Ottavio scorre quindi, se i miei ricordi di genetica non m’ingannano, solo 1/8 di sangue nobiliare proveniente dalla gens Iulia. Le origini, nell’arcaica società romana, avevano il loro peso, anche se ai tempi di Cesare certe distinzioni rigide si erano notevolmente affievolite. Basti pensare agli ultimi protagonisti delle vicende politiche: Caio Mario, semplice provinciale di Arpino, che fa carriera nell’esercito, Silla nobile ma decaduto (proveniva dalla gens Cornelia, quella di Scipione, ma da un ramo secondario), Pompeo ricco provinciale del Piceno, con molto sangue gallico tra i suoi antenati, Cicerone anch’egli cavaliere di Arpino.

Per approfondire la conoscenza dei due personaggi, sempre nello spirito di un breve articolo, e quindi necessariamente sintetico, vorrei prendere in esame la gioventù e l’ingresso nella politica, il raggiungimento del potere, il mantenimento del potere, e poche note caratteriali che facciano luce sull’indole e la personalità di Cesare e Ottaviano.

La gioventù

La gioventù dei due è stata molto diversa per tempistica ed esperienza: Cesare faticò molto ad emergere, crebbe sotto l’ala di Caio Mario e rapidamente passò sotto la dittatura di Silla, e come nipote di Mario rischiò la vita; inoltre non aveva mezzi finanziari propri e spese a profusione per la sua carriera, indebitandosi pesantemente. Una gioventù che dissipò tra vizi costosi e lusso, tentando talvolta maldestramente di avvicinarsi al potere, come nel caso della congiura di Catilina, riuscendo però ad uscirne sempre solo l’opportunità di mediare tra i due uomini forti della repubblica, Pompeo e Crasso, creò quello spiraglio di potere che egli cercava con tenacia e con una notevole dose di audacia e spregiudicatezza; così si inventò di sana pianta un nuovo strumento politico, il triumvirato (Varrone lo ebbe a definire tricaranos, mostro a tre teste) nel quale vi entrò come elemento debole, di coesione e ne uscì come il vincitore: riuscì a porsi sullo stesso piano dei due colleghi, senza averne le risorse finanziarie né la fama militare. Tutto questo gli costò anni e anni di guerre e di scontri politici, ma alla fine sovrastò su tutto e tutti. In questo percorso verso il potere assoluto si creò nemici ostinati e una consapevolezza smisurata di se stesso, cose che entrambe alla fine lo condussero a morte.

Caio Ottavio cresce nella familia Iulia quando Cesare è all’apice del potere, poi viene adottato dallo stesso assumendo il nome di Caio Giulio Cesare Ottaviano (di Caio Ottavio, cioè della famiglia Ottavia). Quindi alla morte del prozio, quando ha solo 19 anni, eredita tutte le sostanze di Cesare! Inoltre è il solo a sapere dove Cesare ha messo i fondi, cospicui, per la futura campagna contro i Parti. Il possesso di fondi illimitati ha permesso a Ottaviano di pagare addirittura un paio di legioni personali e di utilizzarle a suo piacimento, un gesto assolutamente fuori dalle regole romane. Cesare a suo tempo fu tormentato per anni da Catone perché aveva arruolato legioni in Gallia senza il permesso del Senato; a Ottaviano nessuno ebbe alcunchè da obiettare. Ma i tempi erano maturi per disinvolte avventure autocratiche.

Il raggiungimento del potere (consolato)

Cesare divenne console a fatica e a 41 anni, in ritardo sulla media romana, che era di circa 30 anni. Per Cesare la strada per il consolato fu dura, irta di ostacoli, e solo con la sua straordinaria audacia politica nel mettere d’accordo due personalità così diverse come Pompeo e Crasso riuscì finalmente, nel 59 a.C., a sedersi sullo scranno più prestigioso di Roma. Da quel momento, grazie alle sue capacità militari e politiche, dominò la scena romana e mediterranea. Ottaviano fu console a 20 anni, fuori dalle regole per il consolato. Quando Cesare morì aveva 19 anni ed era un giovane ufficiale, l’anno dopo era console, una magistratura che ottenne grazie ad una sorta di marcia su Roma. Da questo incipit particolare si può già intuire il grande vantaggio iniziale che ebbe ma anche il suo audacissimo modo di procedere; eppure all’inizio fu sottovalutato da molti politici.

Entrambi, per raggiungere il potere assoluto a Roma furono costretti ad affrontare una sanguinosa guerra civile, Cesare contro Pompeo, Ottaviano contro Marco Antonio. Ma assai diversi furono gli atti che portarono alla fine degli scontri.

Ottaviano s’impegnò in molteplici accordi tra i vari generali che aspiravano al posto lasciato vacante da Cesare, elaborazioni non facili ma nelle quali già emergeva la sua intelligenza politica acuta e concreta. Fu protagonista con Antonio nella battaglia di Filippi contro Cassio e Bruto. Creò poi il II triumvirato con Antonio e Lepido, a imitazione di quello fatto da Cesare. Organizzò la guerra contro Sesto Pompeo in Sicilia e, nonostante il fatto che Lepido avesse in mano le sorti del conflitto, riuscì con un abile apparizione in mezzo alle truppe vittoriose di Lepido, a volgere il controllo delle milizie a suo favore. Riconquistare il favore di 23 legioni senza spargimento di sangue fu una straordinaria dimostrazione di carisma e di astuzia.

Ed infine fu vittorioso ad Azio, col sostanziale aiuto di Agrippa, braccando poi come un levriero Cleopatra e Antonio in Egitto, finché non li spinse al suicidio. Da quel momento finirono le guerre civili che avevano fiaccato la Repubblica, e Roma fu tutta nelle sue mani, pacificata e rafforzata, per decenni.

A Cesare ci vollero anni e infinite battaglie per venire a capo della resistenza offerta dal partito pompeiano, dove si radunavano Catone, Bruto, Cassio, Pompeo e i suoi figli, e al quale aderì lo stesso Cicerone.

In sostanza l’élite politica ed economica di Roma. E questo dopo aver combattuto instancabilmente per otto anni nelle Gallie ed aver condotto la popolazione celtica nell’enclave romana.

Seguono altri approfondimenti…

Bibliografia dell’autore

“Nel cuore della battaglia” (Florence Press, 2008);

“La guerra civile tra Cesare e Ottaviano” (E-Dida 2017);

“Farthan il romano” (Samizdat, 2017);

“L’oro di Tolosa” (E-Dida, 2019).

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Napoleone e la simbologia imperiale e scientifica

Le api in oro e le aquile dorate furono i simboli costantemente  presenti nella vita dell’imperatore, una scelta con riferimenti storici culturali allegorici greco-romani a cui Napoleone faceva sempre riferimento.

Il 18 maggio 1804 Napoleone viene proclamato imperatore dei francesi e il 10 luglio il consiglio di Stato stabilì: “il sigillo dell’impero rappresenterà un leone dormiente d’oro in campo azzurro”, ma prima di porre la firma Bonaparte dichiarò a voce la sua scelta “un’aquila ad ali spiegate”.

L’aquila, un simbolo che trae origine dall’Antichità

Ai reggimenti con una cerimonia ufficiale e solenne il simbolo delle aquile venne consegnato il 5 dicembre 1804, furono così sostituite le vecchie bandiere della rivoluzione con le nuove, dove sul campo bianco il simbolo dell’aquila alata in oro veniva esaltata nella sua regalità.

Le aquile dorate napoleoniche ad ali spiegate sulle bandiere,  ricordavano i fasti delle legioni romane, avevano sostituito quelle della monarchia il cui simbolo era il giglio, sventolavano sulle insegne del reggimento prima della battaglia tra il rumore degli zoccoli dei cavalli, delle grida dei soldati, quasi a rafforzare il loro potere feroce e all’incitazione per l’attacco.

Furono realizzate 560 esemplari di aquile dorate in bronzo con il becco aperto e con la lingua in evidenza, dallo scultore dell’impero Caudet ed eseguite dal fonditore Thomire. Nel 1805 Napoleone, consegnò le aquile ai reparti della Guardia Reale Italiana, tale simbolo vene anche adottato all’esercito del regno italico e fabbricate dalla fonderia milanese Francesconi, con la testa lievemente diversa rispetto alla precedente e gli artigli rivolti in avanti.

L’aquila simbolo alchemico che in Francia trovò tutta la sua affermazione non poteva che essere scelta da Napoleone Bonaparte come simbolo dell’impero che stava per nascere .

L’aquila simbolo dell’esaltazione dell’io, dell’istinto di potere, dell’esaltazione del senso del proprio valore, del potere imperiale poteva anche essere considerata l’allegoria dell’imperatore, dato che le sue caratteristiche erano perfettamente simili al carattere di Napoleone

L’aquila è un uccello rapace, vola libera nel cielo è capace di innalzarsi al di sopra delle nuvole e quando si espone al sole e le sue piume cominciano a bruciare, così si getta in un acqua pura e ritrova una nuova giovinezza. Un gesto che è paragonabile all’iniziazione e all’alchimia che prevedono il passaggio attraverso l’acqua e fuoco, mentre il  volo di discesa rappresenta la discesa della luce sulla terra

La scelta dell’emblema dell’aquila era ricaduta anche sui re etruschi, che la esibivano sullo scettro di comando, nella cultura romana e greca invece il saper leggere il suo  volo aveva il valore interpretativo dell’oracolo degli dei. Dai tempi dell’antica Roma essa era esibita in battaglia, Cesare nei commentari libro IV. 25 affermava: “affrettatevi camerati se non volete abbandonare l’aquila al vostro nemici”.

Per ricordare i fasti delle legioni romane, il comandate Charle Seriziat  l’11 settembre 1791 prese l’iniziativa di radunare  il primo reggimento di volontari Rhone et Loire  davanti alla cattedrale di Lione per la benedizione della bandiera dove era posta per la prima volta un’aquila dorata ad ali spiegate.

L’aquila sorante (che sta spiccando il volo) napoleonica non si fermò solo sui campi di battaglia, ma volò (in senso figurato) sugli ornamenti esteriori dello scudo, sulle tabacchiere, ssulle medaglie della zecca di Parigi, ma anche sugli ottoni come decorazione raffinata dei mobili, mentre sui tessuti risplendeva l’emblema delle api in oro, la sola N di Napoleone Imperatore chiusa in una corona d’alloro, apparve sui troni, sedie come affermazione di potere.

L’ideale estetico dell’arte dell’impero napoleonico si identificava con quello etico e politico ai modelli della Grecia e di Roma . Il concetto del bello si tradusse nella semplicità delle forme e coincise anche con il concetto di buono, conforme al vero, alla natura oltre che alla ragione e si tradusse nella purezza nel contorno lineare delle forme.

Le api

Napoleone il 2 dicembre del 1804 si fece incoronare imperatore di Francia nella cattedrale di Notre Dame e si fece appuntare sul suo manto e quello di Giuseppina sua moglie delle api d’oro, come segno di continuità regale che si riallacciava all’antica tradizione Francese.

L’ape è un simbolo di rigenerazione alchemica del ciclo eterno della vita e della morte, data la sua capacità di scomparire in inverno e di ricomparire in primavera. Al suo lavoro di operosità è attribuito un grande valore esoterico, anticamente il miele serviva per l’ambrosia sacra ai greci e ai celti. La caratteristica di questo insetto è di costruire alveari modulari con cellette di forma esagonale. L’esagono esalta l’armonia divina della natura, è il  risultato dall’intersezione di due triangoli equilateri. La coppia dei triangoli sono il principio della dualità, del femminile e maschile, del giorno e della notte, dello in e yang cinese, che formano la totalità del cosmo, gli archetipi universali della lama e del calice, rappresentati da una mano chiusa e una aperta, la forma che li ha ispirati è sempre il triangolo, come il cerchio e il quadrato che si trovano in natura, sono simboli primordiali, e che ricordano il simbolo massonico della squadra e del compasso, nella sua forma semplicistica, come nella sovrapposizione e intersezione della lama e del calice.

Forse  Napoleone volutamente scelse questo simbolo esoterico. Lui aveva dei legami con la massoneria, come lo aveva tutta la sua  famiglia. Nel 1798 durante la sua campagna in Egitto portò al suo seguito oltre all’esercito anche esperti di vari settori, come chimici, geologi, pittori, archeologi naturalisti, disegnatori, circa 165 scienziati facevano parte della Commissione delle Scienze e delle Arti al seguito dell’armata che il 16 maggio 1798 salpò da Tolone per l’Egitto – quasi duecento navi e tremila uomini tra soldati e marinai Napoleone era imbarcato su L’Orient – nella missione c’erano anche scienziati di appartenenza massonica e in quel contesto sembra che Bonaparte   sia stato iniziato in una loggia militare francese di stampo copto-egizio.

Nella campagna in Egitto fu predisposta una commissione di egittologi, composta da Dominique Vivant Denon e da giovani studiosi provenienti dalle migliori scuole scientifiche francesi con il compito di analizzare tutto quello che trovavano e di realizzare “Il grande inventario della valle del Nilo”, essi produssero un’incredibile mole di lavori e scoprirono la stele di Rosetta che svelò il segreto dei gerogrifici.

In quella missione c’era anche Jean Baptiste Joseph Fourier, fisico e matematico, famoso per la sua legge sulla conduzione del calore , scrisse sulle motivazioni che spinsero Napoleone alla sua missione in Egitto:

“Egli era consapevole dell’influenza che questo evento, la conquista dell’Egitto,avrebbe avuto sui rapporti dell’Europa con L’Oriente e con l’interno dell’Africa, oltre che sugli affari marittimi nel Mediterraneo e sul futuro dell’Asia. Si diede l’obiettivo di abolire la tirannia dei Mamelucchi di estendere l’irrigazione e l’agricoltura di istituire commerci regolari tra Mediterraneo e Mar Arabico, di favorire le imprese commerciali, di  fornire all’Oriente utili esempi dell’industria europea, e infine di migliorare le condizioni di vita degli abitanti e di procurare loro tutti i vantaggi di una civiltà più avanzata. Questi obiettivi non sarebbero stati raggiungibili senza la continua applicazione della scienza”.

Napoleone matematico

Ci viene da chiederci quale fosse il vero volto dell’imperatore, se un valoroso combattente o un matematico innamorato della geometria?

Napoleone era amico di matematici e scienziati  tra questi Fourier, Monge e Berthollet ( che parteciparono alla campagna d’ Egitto), e in loro compagnia si intratteneva in profonde discussioni, presi dal fascino della cultura egiziana e di come anticamente in Egitto avessero potuto giocare con la matematica e la geometria per trovare delle soluzioni in una architettura armoniosa e unica fatta di segreti geometrici.

Napoleone era preso dallo studio del codice matematico che utilizzava nelle strategie geometriche di battaglia con le quali riusciva a rompere gli schemi degli eserciti legati a manovre ripetitive prevedibili e noiose, famosi sono  i suoi accerchiamenti e le sue azioni rapide. La realizzazione del suo impero era fatto da un sogno geometrico-matematico, le battaglie erano la prova delle sue teorie e la loro dimostrazione. Per intraprendere il corretto combattimento aveva seguito lo studio delle  leggi che riguardavano la traiettoria dei  proiettili con l’applicazione delle teorie della gravitazione e delle  leggi della dinamica di Newton, Bonaparte sapeva regolare perfettamente la direzione dei cannoni che li portava e a centrare l’obiettivo prescelto.

Sotto il suo regno la Francia divenne la potenza scientifica più importante del mondo, risultato di una politica adeguata in cui il talento e merito di studiosi, di scienziati veniva valorizzato dal ruolo sociale politico concesso loro dall’imperatore. Napoleone fondò delle importanti scuole tecniche quali l’Ecole Normale e l’Ecole Polytechnique, scuole dove i migliori professori matematici del tempo tenevano lezione e tra questi ricordiamo Lagrange, Laplace, Monge che contribuirono alla diffusione della materia. Le vecchie accademie andarono incontro a radicali riforme, per esempio il Jardin du Roy si trasformò nel Muséum d’Historie Natulle che è stato uno dei principali luoghi di ricerca biologica nel mondo. L’imperatore divenne membro della sezione di matematica dell’Istituto de France e proprio in questo istituto, nel 1801 Alessandro Volta presentò a Napoleone la pila inventata da lui nel 1799. Successivamente Volta fu nominato da Napoleone senatore e conte del Regno d’Italia. La Lombardia era diventata parte della zona d’influenza francese con la Repubblica Cisalpina nel 1796 mentre nel 1805 entra a fare parte del Regno d’Italia e beneficia delle riforme attuate da Napoleone con la promulgazione del codice civile 1804, con la soppressione dei privilegi nobiliari, uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, tutela della libertà personale e del diritto di proprietà introduzione del matrimonio civile e del divorzio.

Nel 1796 durante la campagna in Italia  Bonaparte ebbe occasione d’incontrare il matematico italiano e sacerdote Lorenzo Mascheroni, professore universitario di algebra all’università di Pavia, a seguito dello studio su un trattato di scienza delle costruzioni Nuove ricerche sull’equilibrio delle volte” divenne docente nel 1786. L’intento di Mascheroni non era solo matematico, ma era di fornire agli ingegneri e fisici una tecnica per costruire strumenti di misura di alta precisione per i loro lavori. A seguito dei suoi studi ebbe numerosi incarichi fu a capo dell’Accademia Pavese degli Affidati, nominato Accademico all’Università di Padova, membro delle Scienze e membro dell’Accademia Reale di Mantova, inoltre ebbe anche una breve attività politica, fu eletto deputato della Repubblica Cisalpina. Con questi versi Mascheroni dedicò il suo libro Geometria del compasso a Napoleone Bonaparte che era un suo grande ammiratore e con il quale condivise la passione della matematica, con lui ebbe una felice intesa intellettuale per la e messa a punto di vari teoremi, che spesso portarono il nome di Napoleone.

Io pur vidi coll’invitta mano,
Che parte i regni e a Vienna intimò pace
Meco divider con attento guardo
il curvo giro del fedel compasso

La naturale attitudine di Napoleone per la matematica fu messa in evidenza dai suoi stessi insegnati che riconobbero in lui un allievo modello e il suo biografo Felix Markham scrive: “l’ispettore scolastico scrisse che l’attitudine di Napoleone per la matematica lo rendeva adatto alla marina, ma alla fine si decise che avrebbe dovuto tentare l’ingresso all’artiglieria, dove l’avanzamento per merito e abilità matematica era più aperto”. Frequentò la scuola militare di Parigi e fu ammesso proprio per le sue attitudini scientifiche.

Il nome dell’imperatore è legato anche a dei risultati pratici di teoremi di geometria che portano il suo nome. Il problema di Napoleone è il teorema che con la sua applicazione si può trovare: “con il solo compasso il centro, che si suppone non noto. di un cerchio dato” sembra che la sua paternità sia legata anche al matematico di Mascheroni molto vicino all’imperatore e con lui pose le prime basi della geometria proiettiva.

Il teorema di Napoleone, la cui intuizione sembra che si possa attribuire proprio all’imperatore, e sembra che lui stesso lo abbia proposto a Joseph -Louis Lagrange per lo studio della sua dimostrazione  e che sia stato pubblicato nel 1825, è un teorema di geometria del triangolo che afferma quanto segue:

“I baricentri dei triangoli equilateri, costruiti tutti esternamente o tutti internamente sui lati di un triangolo qualsiasi, formano un triangolo equilatero”.

Questo teorema di Napoleone trova attualmente alcune applicazioni pratiche. Ne cito alcune come:

  • Tracciare la strada per unire dei gasdotti.
  • Instradamento delle condotte idriche o di riscaldamento.
  • Il teorema può trovare anche delle applicazioni nelle tassellature per ricoprire un piano, con figure geometriche senza sovrapposizione.

Il teorema di Napoleone porta alla determinazione di un punto centrale detto di Torricelli-Fermat, è  il teorema che rende minima la somma delle distanze dai tre vertici di un triangolo qualsiasi. Era considerato il punto strategico di Napoleone in campo di battaglia era il riferimento di tutte le sue azioni sia per fare partire gli ordini che per ricevere missive.

Napoleone con le sue soluzioni pratiche, le sue intuizioni e realizzazioni, è attuale  non solo per i teoremi di geometria, ma anche per il suo Codice detto napoleonico che è il codice civile attualmente in vigore in Francia, e che è stato preso come modello in molte parti del mondo.

Mito e Leggenda ormai fanno parte della figura di Napoleone e a duecento anni dalla sua morte ancora alimentano la fantasia popolare che lo ha studiato ed esaminato in ogni  aspetto della sua vita. È stato ritratto sia in pittura che in scultura in varie pose da artisti importanti dell’impero,per storicizzare gli avvenimenti salienti della sua vita e della sua ascesa al potere.

Raffigurato da Jacques Louis David  in posa ufficiale nel 1812, che lo ritrae a grandezza naturale, in uniforme da ufficiale dei granatieri a piedi, in divisa blu foderata di bianco, con le decorazioni imperiali della Legion d’Onore e dell’Ordine della Corona Ferrea nel suo studio alle Tuileries, la figura è dipinta di tre quarti, con una mano nascosta nel suo panciotto, gesto che potrebbe essere interpretato sia come comunemente si crede per contenere il dolore di una malattia allo stomaco, sia come posa di circostanza di moda a quell’epoca? Possiamo individuare però in quel gesto anche l’appartenenza massonica che permette il riconoscimento, un silenzioso messaggio come membro di  Royal Arch, 13° grado del Rito Scozzese o 7 Rito di York, Mason of the Secret. Un alto grado Grado per conoscere le grandi verità massoniche.

Non fu casuale che a Firenze un massone di origini inglesi, Federick  Stibbert acquistò dalla dismissione della villa dei Demidoff di San Donato, il mantello di Napoleone, quando fu incornato con molto sfarzo a Milan , nel Duomo Re d’Italia il 26 maggio 1805.

Il mantello di Bonaparte è di velluto verde sul  bordo possiamo individuare i suoi soggetti preferiti: le api dorate ricamate ,simbolo dell’operosità e le spighe di grano sempre ricamate simbolo della prosperità. Non è un caso che adesso, quel mantello completo di gilet, pantaloni e calze bianche si possa ammirare in mostra nella casa museo di Stibbert proprio a Firenze, dato che Napoleone aveva origini toscane. L’abitazione di Frederick si trovava a circa un chilometro in linea d’aria sulla collina di Montughi da quella di Luigi Bonaparte, fratello minore di Napoleone e padre di Napoloene III, ultimo monarca francese, e sicuramente quest’ultimo sarà stato oggetto di racconti d’infanzia di Frederick. Nel museo possiamo ammirare tra il vario materiale da collezione, il decreto autografo dell’imperatore di concessione di un nuovo stemma per la città di Firenze del 1811, oltre ad altri cimeli e quadri della famiglia Bonaparte. Mi piace immaginare che Frederick Stibbert raccogliendo tra le mani quel mantello verde non abbia resistito alla tentazione di appoggiarlo sulle sue spalle e  guardandosi allo specchio abbia sentito per magia l’applauso della folla a Napoleone “Viva il Re d’Italia”.


A nome di tutta la redazione de Il Tazebao un sentito ringraziamento a Maria Chiara Donnini, Vicepresidente dell’Associazione Amici del Museo Stibbert, per questo interessante excursus su una delle figure più centrali della nostra storia.


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Mundus furiosus Sabbia del Tempo

Il mio Marco Biagi, Gabriele Canè racconta

“Era avanti rispetto a un’Italia ancora bloccata dalle ideologie. Da giornalista si è dimostrato un ottimo divulgatore di argomenti altrimenti settoriali”

Aveva intuito, studiato e compreso le tendenze che si sarebbero verificate negli anni successivi. Avrebbe orientato il cambiamento attraverso la riforma, lo strumento che la politica ha per incidere sul reale, ammorbidendone le storture, che pur ci sono e che, oggi, sono ancor più evidenti. Grazie alla sua cultura riformista socialista, infatti, avrebbe agevolato la transizione di un mercato del lavoro, ancora rigido, novecentesco, verso un mercato dei lavori, basato sulle competenze. Marco Biagi manca da 19 anni e Gabriele Canè, ex direttore del Resto del Carlino e de La Nazione, ma anche amico personale di Biagi, lo ricorda così.

“Sono ancora arrabbiato per come lo hanno lasciato morire… indifeso. È stato vittima di un clima di intolleranza che ha scatenato i folli che lo hanno ucciso”.

“Io e Marco ci conoscevamo fin da giovani perché abbiamo frequentato lo stesso Liceo a Bologna, il Galvani. Si vedeva fin da allora che aveva una marcia in più. È sempre stato studioso, serio, preparato, non secchione però; amava i libri certo, ma anche il pallone. Quando mi iscrissi a Giurisprudenza lo ritrovai che, a 24-25 anni, era assistente del professor Giuseppe Mancini, grande giuslavorista. La scuola di Mancini è stata determinante per lui. Biagi è stato anche correlatore della mia tesi. Io allora lavoravo già al Resto del Carlino e mi trovai a fare una tesi sulla contrattazione nel lavoro giornalistico. Sarò sincero: non avevo né tempo, soprattutto, e neppure grande voglia di farla. Marco mi aiutò con la ricerca delle sentenze in materia permettendomi di completarla. Gliene sono stato sempre grato”.

“Non bisogna inoltre dimenticare che Biagi è stato anche un precoce giornalista. Un mestiere che ha iniziato, tra l’altro, prima di me. Infatti è stato anche direttore de La Rana, il giornale del nostro liceo. Successivamente, quando ero direttore, collaborò con il Resto del Carlino. Era sempre molto preciso e puntuale nel produrre gli articoli. Se dovevano arrivare alle 17, anche alle 12 già c’erano. Una collaborazione di spessore scientifico, ma anche di qualità letteraria. Marco scriveva bene con il taglio del divulgatore che sa farsi capire anche su argomenti per loro natura tecnici e settoriali”.

È stato un precursore, elaborava teorie di ampio respiro, era avanti rispetto ad un’Italia ancora ostaggio delle sedimentazioni ideologiche. Anche per questo la sua morte è stata ed è una grande perdita.

“Non è affatto vero quello che una certa sinistra ufficiale ha fatto credere: non era certo un teorico della flessibilità assoluta. Figuriamoci! Capiva semplicemente che il mercato del lavoro non poteva progredire con le rigidità e gli schematismi che lo avevano contraddistinto. Biagi era figlio di una cultura con una profonda radice popolare. Non a caso si riconosceva nella cultura socialista, in un Psi moderno, ammortizzatore rispetto alle vecchie logiche padronali, ma anche rispetto all’ideologia comunista”.

Ringraziamo sentitamente Gabriele Canè per aver condiviso i suoi ricordi con noi, restituendoci dei lati di Marco Biagi (che ho citato anche nell’ultimo contributo per il nuovo numero “Non c’è democrazia senza lavoro” della rivista Nazione Futura), umani prima che professionali-accademici, che altrimenti non avremmo conosciuto.

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Mundus furiosus Sabbia del Tempo

Khojali, 29 anni dopo: un massacro (quasi) dimenticato

A 29 anni da quella tragica notte la ferita è ancora aperta e forse solo il ritorno del Nagorno Karabakh sotto l’Azerbaigian può sanarla.
Il riconoscimento delle gravi violazioni dei diritti umani compiute a Khojali potrebbe portare ad una pace più duratura nella regione.

Era la notte tra il 25 e il 26 febbraio del 1992. Poco dopo la disgregazione dell’Unione Sovietica era nata l’Oblast’ Autonoma del Nagorno Karabakh, riaprendo le rivendicazioni, sopite fino ad allora ma che affondavano nelle scelte di quasi un secolo prima, per quel territorio determinante per gli equilibri regionali e per il controllo del Caucaso come dell’Asia Centrale. La città di Khojali è stata teatro quella notte di quello che a tutti gli effetti è stato un genocidio, uno degli episodi più tragici del conflitto tra Armenia e Azerbaigian.

Come ben nota il giornalista Leonardo Tirabassi su Il Sussidiario in una sua attenta ricostruzione, questo conflitto fu del tutto simile ad altri consumatesi dopo la fine della guerra fredda. Scoppia, infatti, in un’area marginale dell’ex impero, russo in questo caso, dove non era chiaro l’equilibrio delle forze in campo, un’area quella del Nagorno con una geografia etnico-religiosa complessa e quindi per sua natura foriera di conflitti e, da molti secoli, frontiera tra Europa e Asia. La guerra finì solo nel 1994 con l’accordo di Bishkek.

La scelta dell’Armenia di aggredire proprio la città di Khojali non fu casuale ma rispose ad un preciso disegno strategico. Essa è sita poco lontano da Khankendi e Agdam (la città fantasma nota al pubblico europeo per la sua squadra di calcio, il Qarabag) e possedeva un aeroporto in funzione. La popolazione era composta per la quasi totalità da azeri e turchi meshketi. Tanti motivi che la rendevano un crocevia prezioso per controllare tutto il Nagorno.

Il genocidio

Quella notte le forze armate dell’Armenia, miste a bande armate armene locali irregolari, con la partecipazione diretta del 366° reggimento di fanteria motorizzata dell’ex Unione Sovietica, dopo un periodo di assedio, irruppero nella città di Khojali massacrando militari e soprattutto civili azeri.

Il bilancio dei morti, ricostruito dall’Azerbaigian e contestato apertamente dall’Armenia, ammonta a 613 civili uccisi, di questi 63 bambini, 106 donne e 70 anziani, su una popolazione che allora era intorno alle 6-7mila persone. Le modalità con cui si sono compiute le violenze sono ancor più atroci di quanto possano raccontano i freddi numeri. Nel corso del massacro i corpi di 487 abitanti sono stati lacerati nei modi più spietati, alcuni bruciati vivi, decapitati, altri mutilati e altri scalpati. Altre 1.000 persone sono state ferite e 1.275 sono state prese in ostaggio.

Il trauma del genocidio (Xocalı soyqırımı per gli azeri) è ancora vivo e lacerante. È una delle dimostrazioni più evidenti che, in quella guerra, l’Azerbaigian fu aggredito e non aggressore. Come ogni genocidio, il ricordo del 25-26 febbraio ’92 perseguita tutt’ora coloro, pochi, che sono sopravvissuti allora alla violenza e, quando sfollati, ai rigori dell’inverno. I lutti non hanno risparmiato quasi nessuno. 8 famiglie sono state completamente distrutte, 25 bambini hanno perso entrambi i genitori e 130 bambini hanno perso uno dei genitori. 150 cittadini di Khojali figurano ancora come dispersi.

Da notare, inoltre, che ben prima del genocidio stesso erano state avviate azioni di sabotaggio e bombardamenti, con il duplice scopo di terrorizzare la popolazione azera e tagliare i collegamenti con le altre città della regione. Il genocidio è stato quindi l’epilogo tragico di un assedio iniziato mesi prima che aveva già prodotto conseguenze pesanti sulla popolazione.

L’inizio di un’azione di pulizia etnica

Xocalı soyqırımı è stato un atto brutale, cruento, animato dalla volontà di dimostrare la superiorità bellica dell’Armenia, ma anche scientifico, come ogni azione di pulizia etnica nella storia. Perché i massacri di civili non sono mai ciechi, mai casuali, mai frutto di errori. Il genocidio è stato la concretizzazione di una precisa volontà di svuotare degli azeri quel territorio favorendone l’annessione all’Armenia e quindi un’omogeneità culturale altrimenti impossibile. Anche per questo è un episodio, per quanto poco noto alle cronache, decisivo perché segna l’inizio di una escalation nel conflitto.

A partire dal genocidio di Khojali, infatti, l’Armenia ha avviato un’aggressione su larga scala contro l’Azerbaigian, fuori dalla regione del Nagorno-Karabakh dell’Azerbaigian, occupando militarmente il Nagorno Karabakh e 7 distretti circostanti, in totale il 20% del territorio dell’Azerbaigian. Quando iniziato a Khojali, dunque, è proseguito con identica crudeltà: durante l’occupazione armena, 30 mila persone sono state uccise, più di 50 mila sono rimaste ferite o rese disabili.

Non stupisce il persistere di un livore profondo nella popolazione azera, cementato dalla totale mancanza di colpevoli e, da parte dell’Armenia, di una qualunque forma di ammenda rispetto a questo terribile genocidio. Pur avendo la piena responsabilità per il genocidio di Khojaly, che è esplicitamente confermato da numerosi fatti, tra cui prove e documenti investigativi, ma anche testimonianze oculari, resoconti dei media internazionali e documenti di organizzazioni intergovernative e non governative, gli armeni non riconoscono il genocidio e riconducono le uccisioni al conflitto in corso, motivando l’attacco alla città con il bisogno di fermare il lancio di missili che partiva dalle batterie azere ed era diretto verso Khankendi. In più sostengono che la popolazione di Khojaly fosse stata avvisata prima dell’attacco e che fosse stato predisposto un corridoio umanitario per favorire l’uscita dei profughi. Sicuramente gli azeri avrebbe potuto prevederlo visto il lento avvicinamento alla città delle truppe armene iniziato mesi prima ma era difficile preventivare una violenza del genere.

Le reazioni internazionali

La comunità internazionale spesso è intervenuta sui fatti di Khojaly riuscendo lentamente a far emergere la verità. Nella sentenza del 22 aprile 2010, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha formulato la seguente osservazione, che, pur non parlando apertamente di genocidio, non lascia dubbi sulla questione della qualificazione del reato e della conseguente responsabilità dello stesso:

“Sembra che le relazioni disponibili da fonti indipendenti indichino che al momento della cattura di Khojaly nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 1992 centinaia di civili di etnia azerbaigiana sarebbero stati uccisi, feriti o presi in ostaggio, durante il loro tentativo di fuggire dalla città catturata, da combattenti armeni che attaccavano la città”.

La Corte ha qualificato il comportamento di coloro che effettuano l’incursione come “atti di particolare gravità che possono equivalere a crimini di guerra o crimini contro l’umanità”.

Il genocidio di Khojaly e altri crimini contro l’umanità perpetrati dall’Armenia nel corso della sua aggressione militare contro la Repubblica dell’Azerbaigian costituiscono una grave violazione del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani, in particolare le Convenzioni di Ginevra del 1949, la Convenzione sulla prevenzione e la punizione del Crimine di genocidio, il Patto internazionale sui diritti civili e politici, il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, la Convenzione contro la tortura e altri trattamenti o pene crudeli, inumani o degradanti, la Convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, la Convenzione sui diritti del fanciullo e la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

L’autore armeno Markar Melkonian menziona in particolare il ruolo dei combattenti dei due distaccamenti militari armeni “Arabo” e “Aramo” e descrive dettagliatamente come hanno massacrato gli abitanti pacifici di Khojaly. Così, come da lui riferito, alcuni abitanti della città erano quasi riusciti a mettersi in salvo, dopo essere fuggiti per quasi sei miglia, quando “i soldati [armeni] li inseguirono”. I soldati, nelle sue parole, “sguainarono i coltelli che si erano portati sui fianchi per così tanto tempo e iniziarono a pugnalare”.

L’ex presidente della Repubblica di Armenia Serzh Sargsyan è stato il comandante in capo delle forze militari illegali nei territori dell’Azerbaigian occupati al momento del genocidio di Khojaly nel febbraio 1992. I seguenti pensieri di Sargsyan, riportati nel volume “Black Garden” del giornalista Thomas de Waal, non lasciano dubbi sulla questione dei veri autori del crimine a Khojaly:

“Prima di Khojaly, gli azerbaigiani pensavano di scherzare con noi, pensavano che gli armeni non avrebbero potuto alzare una mano contro la popolazione civile. Siamo stati in grado di rompere quello [stereotipo]. Questo è quello che è successo”.

Il genocidio di Khojaly è riconosciuto e commemorato da atti parlamentari adottati in numerosi paesi. Finora, gli organi legislativi di Bosnia ed Erzegovina, Colombia, Repubblica Ceca, Honduras, Giordania, Messico, Pakistan, Panama, Perù, Sudan, Gibuti, Guatemala, Scozia e diciannove Stati degli Stati Uniti d’America hanno adottato risoluzioni parlamentari.

La Repubblica di Armenia ha continuato i suoi crimini contro l’umanità prendendo di mira deliberatamente i civili azerbaigiani anche durante la seconda guerra del Karabakh nel 2020. Attaccando la popolazione civile e le infrastrutture di popolose città azerbaigiane come Ganja, Barda e Tartar, situate lontano dal campo di battaglia, l’Armenia ha commesso nuovamente nel 2020 gli stessi crimini di guerra del 1992 e, di fatto, questa volta ha utilizzato armi più letali, comprese bombe a grappolo e sistemi missilistici per causare maggiori vittime tra i civili.

Secondo l’Ufficio del Procuratore Generale della Repubblica dell’Azerbaigian, a seguito di attacchi con missili e artiglieria pesante più di 100 civili, tra cui 12 bambini e 27 donne, sono rimasti uccisi, 423 civili sono rimasti feriti. A seguito di questi attacchi sono stati distrutti più di 5000 case residenziali ed edifici multi-appartamento, 76 strutture sociali, comprese scuole, ospedali e asili nido, 24 strutture di produzione, 218 strutture commerciali, 51 strutture di ristorazione pubblica, 41 edifici amministrativi e 19 strutture religiose. Sia il genocidio di Khojaly del 1992 che il bombardamento della popolazione pacifica nel 2020 rappresentano una chiara prova della politica deliberata e degli atti di violenza sistematica da parte delle autorità della Repubblica di Armenia contro i civili azerbaigiani.

Durante la cosiddetta Guerra Patriottica di 44 giorni iniziata il 27 settembre scorso – non sono certo mancate avvisaglie nei mesi e negli anni precedenti, come per altro testimoniato da un attento osservatore come Andrea Marcigliano (intervenuto anche al Tazebao) su Nodo di Gordio – quando le forze armate dell’Armenia hanno sottoposto gli insediamenti e le posizioni militari dell’Azerbaigian a bombardamenti da più direzioni, utilizzando armi di grosso calibro, mortai e installazioni di artiglieria di vario calibro, l’Azerbaigian ha liberato i suoi territori, sotto occupazione militare da parte dell’Armenia da quasi 30 anni.

La strada per la pace

La liberazione delle terre azerbaigiane apre opportunità di pace, dialogo e cooperazione nella regione prima impensabili. Uno dei fattori ostativi al raggiungimento della pace durevole e della riconciliazione tra Armenia e Azerbaigian, tuttavia, è l’impunità di cui godono ancora gli autori dei crimini contro la popolazione civile. Pertanto, l’accertamento della verità riguardo alle gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani commesse durante i conflitti, a cominciare dal genocidio di Khojaly, la fornitura di riparazioni adeguate ed efficaci alle vittime e la necessità di azioni istituzionali per prevenire il ripetersi di tali violazioni, sono tutti atti aggiuntivi necessari a un vero processo di riavvicinamento e pacifica convivenza tra le due nazioni.


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Sabbia del Tempo

15 marzo 44 a.C. – Le Idi di Marzo

In vista di un approfondimento ulteriore a cura de Il Tazebao esce oggi il ricordo del Divo Giulio nel giorno della sua uccisione.

Le Idi di Marzo. Cesare fu l’ultimo, il più Grande della Res Publica oppure l’artefice del Principato? Senza nulla togliere alla sua magnitudo è la grandezza politica di Ottaviano Augusto, grazie ai talenti del Divo Giulio questo sì, che ha guidato il passaggio costituzionale…

Di Giulio Cesare, di quanto abbia inciso nella storia romana torneremo a parlare a breve con un approfondimento specifico.

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Mundus furiosus Sabbia del Tempo

1921/2021, L’estero vicino

Vale la pena di riflettere su una delle implicazioni internazionali della fondazione del Partito Comunista Italiano, destinata ad avere un significato notevole nella storia recente.

Analogamente alle scissioni dei partiti socialisti avvenute in altri Paesi d’Europa e del mondo, anche in Italia l’esempio della Rivoluzione d’Ottobre e della nascita dell’Unione Sovietica furono levatori della creazione di un partito per la rivoluzione mondiale, quindi antinomico a quel gioco parlamentare che aveva visto partecipi i socialisti nella definizione di una politica estera italiana.

Il partito comunista italiano era parte non costitutiva ma in un certo senso derivata di un soggetto internazionale, il Comintern appunto, o Terza internazionale se si preferisce. Non erano le vicende italiane a creare il partito, ma l’effetto dirompente di una trasformazione internazionale, che con un messaggio universalistico e un piano di trasformazione globale, si direbbe oggi, si proponeva di giungere in ogni paese ed abbattere lo stato di cose esistenti, perché il proletariato non aveva nazione.

Certamente il partito riprendeva lo spirito delle due precedenti internazionali, organizzazioni che riunivano partiti, gruppi, militanti di ispirazione socialista e prima ancora anarchica; ma a differenza delle antesignane, il Comintern contava su un territorio, su uno stato, su una vittoria incomparabile coi successi elettorali della socialdemocrazia tedesca che aveva invece rappresentato il nerbo della Seconda internazionale.

Sebbene nel 1921 la reazione staliniana fossa ancora ben lontana e non definibile, il centro del Comintern era ovviamente a Mosca, e lì guardavano i partiti comunisti anche quando, come in Italia, arrivavano al termine di una serie di occupazioni, lotte e rivolte senza esito rivoluzionario.

Per la prima volta si creavano legami transnazionali fra due Paesi, Italia e Russia, al di fuori dei canoni sino ad allora sperimentati. Legami di Partito, con una gerarchia destinata a divenire sempre più marcata con la politica grande russa di Stalin, fino allo scioglimento del Comintern nel 1943: pro bono pacis dei nuovi alleati del dittatore del Cremlino, gli Stati Uniti e il Regno Unito, dopo la rottura del precedente legame con la Germania nazista.

In quel 1921, anche in Italia, il legame transnazionale rappresentato dal Comitern traduceva un progetto politico che appunto travalicava i confini nazionali e quindi, per definizione, lo stesso concetto di politica estera sino ad allora conosciuto. Anche se il partito comunista italiano dovrà attendere fino alla Liberazione per sperimentare un’eteroclita stagione di governo – certamente non rivoluzionario – dobbiamo ritornare a quel passaggio storico per datare l’ingresso della società e della politica italiana nel Secolo Breve, se si vuole, o in quell’estero vicino consustanziale alla politica russa.

O ancora, secondo un datato saggio di Arno Mayer purtroppo mai tradotto in italiano, nel “wilsonismo contro leninismo”, tassello sul quale si costruì in seguito il sistema della Guerra Fredda. Ma nel 1921 Woodrow Wilson era giunto alla conclusione della sua presidenza, dove aveva cercato di rispondere al messaggio universalistico della Rivoluzione d’Ottobre con una costruzione di principi basata sulle nazioni e sul destino manifesto di quella americana. Ovvero di una nazione ben più conosciuta dagli italiani rispetto alla più vicina ma esotica Russia, perché lido di approdo di una lunga emigrazione nella quale però, invece della fine dello sfruttamento promessa in Unione Sovietica, si trovava la dura realtà sociale del capitalismo in ascesa.

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18 febbraio 1743 – Muore a Firenze l’Elettrice Palatina

Il 18 febbraio è un giorno importante per Firenze. In questo giorno, infatti, si commemora un personaggio che noi fiorentini dovremmo ricordare sempre con grande gratitudine.

Se infatti la nostra città è quello splendido diamante che tutto il mondo ci invidia, il merito è principalmente suo, della Principessa Anna Maria Luisa (o Lodovica) de’ Medici, meglio conosciuta come l’Elettrice Palatina, deceduta in un’ala di Palazzo Pitti, per “un’oppressione al petto”, il 18 febbraio del 1743. Si deve infatti a lei, ultima rappresentante del ramo granducale della gloriosa Casata de’ Medici, che in quasi quattro secoli di governo aveva trasformato il capoluogo toscano in una città opulenta oltreché in una capitale di rango europeo, se Firenze non ha subite le spoliazioni che avvengono ad ogni mutazione di governo o di casa regnante.

Anna Maria Luisa nacque l’11 agosto del 1667, secondogenita nonché unica figlia femmina del Serenissimo Granduca di Toscana Cosimo III de’ Medici e della di lui consorte, la bisbetica e bizzosa Margherita Luisa d’Orleans, figlia del Duca Gaston Jean Baptiste d’Orleans, terzo ed ultimo figlio di Enrico IV di Francia e di Maria de’ Medici.

Difficilmente nella storia possiamo trovare una coppia peggio assortita di questa, direi addirittura mal sposata: tanto bigotto, baciapile, puntiglioso, timido e formale era lui, quanto estroversa, maliziosa, festaiola, egocentrica, bisbetica e bizzosa era lei. Fu incurante di tutto e di tutti, persino dei tre figli che il suo dovere di Granduchessa le impose di mettere al mondo con quell’uomo che lei disprezzava perché impostole come marito dalla ragion di Stato e soprattutto dalla volontà del Re Sole, a discapito di pretendenti ben più prestigiosi, come in primo luogo l’affascinante Duca Carlo di Lorena.

Margherita Luisa non accettò mai sia di vivere a Firenze, città da lei considerata non all’altezza del suo rango, sia di inserirsi nella corte medicea, considerata gretta e provinciale a confronto di quella di Versailles donde proveniva. Nonostante la benevolenza e l’affetto del suocero Ferdinando II, che non mancò mai di viziarla con generosi e preziosi doni, per ripicca, contro i suggerimenti dei medici di corte, non perse occasione per mettere a repentaglio le sue gravidanze partecipando a balli forsennati, ad estenuanti cavalcate, ed a battute di caccia, col rischio persino d’abortire. In tutto questo la piccola Anna Maria Luisa fu da lei affidata alle cure di uno stuolo di balie, governanti e istitutori che cercarono di supplire alla meno peggio al suo più assoluto disinteresse nei confronti della figlia, culminato nel 1675 col rientro definitivo di Margherita Luisa a Parigi, senza che da quel giorno quest’ultima avvertisse il minimo desiderio di rivedere la prole e tanto meno l’odiato marito.

Per fortuna però la bambina trovò sia nella nonna, la Granduchessa Vittoria della Rovere, sia nel padre Cosimo III, che ebbe per lei un affetto sincero, tutte quelle attenzioni e quell’amore necessari a farle trascorrere un’infanzia e una giovinezza tutto sommato felici in riva all’Arno.

Quando ebbe raggiunto l’età da marito, il padre, nell’intento di accrescere il prestigio internazionale di casa Medici, riuscì a darla in sposa al Principe Giovanni Guglielmo di Wittelsbach – Neuburg, Elettore Palatino e signore di vasti ed importanti territori sparsi lungo il corso del fiume Reno, noto per essere uno dei personaggi più influenti dell’allora mondo germanico. Il matrimonio venne officiato per procura nell’aprile dell’anno 1691. La novella sposa, accompagnata da un seguito degno di una sovrana, oltrepassate le Alpi dal Brennero, incontrò per la prima volta il consorte nella città austriaca di Innsbruck.

Cosa più unica che rara nei matrimoni regali del tempo, tra Anna Maria Luisa e Giovanni Guglielmo fu amore a prima vista. Dotata di una corporatura alta e slanciata, coi folti capelli neri, gli occhi profondi e dolci, la principessa medicea, grazie anche ai comuni interessi come l’amore per la musica, per l’arte, per la letteratura, per il collezionismo, incantò subito il marito che si innamorò sinceramente di lei.

La fiorentina non faticò neppure ad integrarsi nella sua nuova Corte, nella città di Düsseldorf, attorniata da nobili e funzionari che da sempre esercitavano proprio quell’arte della mercatura, che aveva reso i Medici conosciuti e stimati in ogni parte del mondo.

Dopo aver imparato perfettamente a leggere ed a scrivere in lingua tedesca, l’Elettrice Palatina entrò completamente nel cuore dei suoi sudditi, coi quali condivideva l’amore per le pietanze, le usanze e il modo di vivere locali. Dalle numerose lettere inviate ai suoi cari, in primo luogo al padre Cosimo III, ne emerge il ritratto di una donna felice, che aveva imparato ad amare la sua patria di adozione e dalla quale era sinceramente ricambiata.

Rimasta vedova e senza figli, nonostante alcune gravidanze finite male, Anna Maria Luisa nel 1717 decise di ritornare a Firenze, conscia del fatto che probabilmente per la sua plurisecolare Casata erano ormai arrivati gli ultimi giorni.

Dopo la prematura morte del fratello maggiore Ferdinando, il Gran Principe di Toscana, stroncato dalla sifilide contratta in una scorribanda al carnevale di Venezia del 1696, probabilmente dopo una notte d’amore con la bella cantante Vittoria Tarquini detta “la Bambagia”, non le rimanevano infatti che l’anziano padre ed il fratello minore Gian Gastone, anch’egli, come già Cosimo III, vittima di una pessima scelta matrimoniale che lo lasciò solo, infelice e senza discendenza.

Così, in mezzo ai giochi politici delle potenze di allora, Francia, Spagna ed Austria, Firenze e la Toscana furono dapprima assegnate al Principe Carlo di Borbone, figlio di Filippo V Re di Spagna ed Elisabetta Farnese, ed in seguito, quando quest’ultimo cinse la corona di Re di Napoli, alla Casata dei Lorena nella persona del Duca Francesco Stefano che, a sole due settimane di distanza dalla morte di Gian Gastone de’ Medici, nel luglio del 1737, si fece riconoscere dal Senato Fiorentino, senza mai mettere piede in città, il titolo di ottavo Granduca di Toscana. Un Lorena, proprio un Lorena discendente del suo amato Carlo, sul trono che era stato dell’odiato marito Cosimo III. Bizzarra vendetta postuma della bizzarra Margherita Luisa d’Orleans!

Anna Maria Luisa visse con amarezza e sovrano distacco gli ultimi anni della sua vita. Una sola cosa le stava veramente a cuore, che i nuovi arrivati non disperdessero e depredassero la sua incredibile eredità personale, composta, fra l’altro, dalle eccezionali collezioni di quadri e statue esposte in Palazzo Pitti, agli Uffizi e nelle numerose Ville Medicee disseminate sul territorio della Toscana, da una raccolta di gemme unica al mondo, tra cui il leggendario “Diamante Fiorentino”, da mobili e suppellettili di inestimabile valore, dai preziosissimi libri delle biblioteche Palatina e Medicea, raccolti a partire da Cosimo il Vecchio Pater Patriae e dal di lui nipote Lorenzo il Magnifico, da preziosissimi arazzi, da servizi da tavola e da tutto quanto viene conservato ancora oggi nei più importanti musei di Firenze, visitati ogni anno da milioni e milioni di cittadini del mondo.

Volle pertanto, con una lungimiranza incredibile per una donna di quei tempi, che nella Convenzione da lei personalmente negoziata e sottoscritta coi Lorena, il cosiddetto “Patto di Famiglia”, si stabilisse chiaro e tondo che il nuovo Granduca fosse designato come semplice conservatore di quell’immenso tesoro.

In quanto tale “egli s’impegna a conservare per utilità del Pubblico e per attrarre la curiosità dei Forestieri, gallerie, quadri, statue, biblioteche, gioje et altre cose pretiose”, facendo in modo che “nulla sia trasportato o levato fuori dalla Capitale dello Stato”.

Questa è la ragione per cui ancora oggi Firenze può essere considerata orgoglio della nazione italiana, perla della cultura universale e patrimonio di tutto il genere umano. Ed è questa la ragione per cui noi fiorentini dobbiamo essere grati, immensamente grati alla memoria di questa grandissima donna.

Riposate in pace, Vostra Altezza Elettorale, e grazie per tutto quello che avete fatto per la nostra Firenze.

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Sabbia del Tempo

Foibe, una memoria comune da coltivare ogni giorno

Giampaolo Giannelli, coordinatore regionale dell’Unione Istriani per la Toscana, riferisce sul lavoro svolto nei mesi per contribuire alla memoria delle Foibe.
A conclusione proponiamo il brano del compositore Stefano Burbi per commemorare la tragedia delle Foibe.

I primi di ottobre del 2020 sono stato nominato Coordinatore regionale per la Toscana dell’Unione degli Istriani; temporaneamente, in attesa che venga scelta una figura adatta per l’Emilia-Romagna, mi occupo anche del territorio emiliano romagnolo.

L’Unione degli Istriani – Libera Provincia dell’Istria in Esilio è la principale organizzazione di esuli istriani in Italia. È nata nel 1954 ed ha sede a Trieste, Palazzo Tonello. Non finirò mai di ringraziare il Presidente Massimiliano Lacota e la Giunta, che hanno avuto fiducia in me onorandomi con questa nomina.

Io non ho parenti istriani, ma da sempre sono stato sensibile ed attento osservatore delle vicende del confine orientale. Il mio è stato quindi inizialmente un approccio storico, di persona che non capiva perché vi fosse stato in Italia un oblio durato decenni sui fatti tragici di tanti nostri connazionali che hanno subito un destino tanto tragico. Si parla di cifre, purtroppo, importanti: tra i 10 ed i 12.000 nostri connazionali infoibati o comunque uccisi, e di almeno 350.000 italiani che sono stati costretti all’esodo per non cadere vittima della furia cieca dei partigiani comunisti titini della ex Jugoslavia, spesso fiancheggiati da partigiani italiani. Le vicende, quindi, hanno interessato tanti nostri connazionali, costretti, a cavallo della fine della Seconda Guerra Mondiale, a fuggire dalle loro case in Istria, lasciando tutto, per affrontare un destino incerto e spesso avverso.

Mi ero quindi ripromesso, quando vi fossero state circostanze possibili, e, soprattutto, quando avessi avuto tempo disponibile, di fare qualcosa di concreto per far conoscere ai tanti che ancora ignorano, queste vicende di un nostro passato che non può né deve essere dimenticato.

Dopo uno studio durato circa tre anni mi sono messo in contatto con la sede dell’Unione degli Istriani e così, dopo due, chiamiamoli, “stages di prova”, sono stato scelto. Tra le tante associazioni di esuli presenti nel panorama nazionale la scelta è ricaduta sull’Unione degli Istriani perché si tratta di una associazione seria, totalmente apolitica, che rifugge a compromessi dedicandosi anima e corpo ogni giorno dell’anno a divulgare, con competenza e professionalità quanto accaduto in quei tragici anni.

Il ricordo di Norma Cossetto

Da subito ho iniziato a svolgere un’attività concreta. Il 17 ottobre 2020 infatti, ho avuto l’opportunità di rappresentare l’Unione degli Istriani (indossando con onore e commozione la storica fascia della Libera Provincia dell’Istria in esilio) alla cerimonia di inaugurazione del parco dedicato a Norma Cossetto a Siena dall’amministrazione comunale.

Per coloro che non lo sapessero, Norma Cossetto è una giovane martire istriana, insignita della Medaglia d’Oro al Valor Civile dal Presidente Ciampi nel 2005. Norma fu torturata, violentata, gettata nella foiba di Villa Surani da parte dei partigiani jugoslavi. Aveva 23 anni. La sua unica colpa? Essere figlia di un dirigente locale del P.N.F. e non essersi voluta “convertire” ai comunisti jugoslavi. Norma Cossetto è un po’ il simbolo del dramma e dell’orrore del periodo. A lei sempre più amministrazioni comunali dedicano vie, piazze, parchi.

In questi mesi di incessante lavoro sono riuscito a stringere importanti legami e collaborazioni, che hanno già dato risultati importanti e magari insperati anche fino a poco tempo fa. Nel Mugello, Borgo San Lorenzo, Dicomano, Pelago, Rufina, hanno celebrato in vari modi, grazie al nostro impulso, il Giorno del Ricordo (10 febbraio di ogni anno, istituito con legge del 2004 sotto la presidenza Berlusconi) seppur con tutte le restrizioni da Covid. Sempre nel Mugello Firenzuola e Scarperia San Piero celebrano da anni il giorno del Ricordo ed hanno due lapidi dedicate ai martiri delle foibe.

È per fortuna lungo l’elenco delle amministrazioni con le quali in questi mesi abbiamo stretto una importante sinergia. Sperando di non dimenticare nessuno vorrei ricordare Pisa (un plauso alla Vicesindaco Raffaelle Bonsangue per il suo impegno) Siena, Pistoia, i comuni di Signa, San Casciano Val di Pesa, Carrara, Massa, Arezzo, Fiesole.

Una nota di merito al Comune di Firenze per la fresca intitolazione dei giardini di Via Isonzo a Norma Cossetto grazie all’impegno dell’Assessore Martini.

Questi mesi abbiamo anche incontrato i Prefetti di quasi tutte le province toscane, ricevendo ovunque un’accoglienza più che amichevole.

La strada da fare è ancora tanta

Cosa manca ancora? Direi soprattutto due cose. La prima, un impegno a livello nazionale per giungere finalmente alla revoca della onorificenza (purtroppo) conferita nel 1967 dall’allora Presidente Saragat a Tito, che non merita certo tale titolo, essendo stato ormai accertato dalla storia come l’uccisore di tanti italiani. E manca, ancora, un percorso all’interno di tutte le scuole di ogni ordine e grado, affinché il dramma delle foibe e dell’esodo sia conosciuto ed insegnato in maniera adeguata. Solo allora potremo dire che il cerchio si sta per chiudere. Perché le tante sacche negazioniste e/o giustificazioniste ancora presente devono essere emarginate in modo tale che non possano più nuocere.

Non possono esistere, nel 2021, vittime di serie A e di serie B, vittime onorate ed altre ignorate. Non è concepibile assistere a spettacoli vergognosi come l’esposizione della bandiera della Jugoslavia di Tito che campeggiava al CPA di Via Villamagna Firenze, per di più nel Giorno del Ricordo, in evidente dileggio delle vittime della violenza titina.

L’Unione degli Istriani continuerà sempre più a far conoscere quanto accaduto, anche con viaggi di conoscenza, indirizzati tanto ad amministratori locali che a studenti ed insegnati. Conoscere, per non dimenticare e tramandare. Ora e sempre.

Il brano del compositore Stefano Burbi per commemorare le vittime delle Foibe

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Mundus furiosus Sabbia del Tempo

1921/2021, Kim Il Sung e l’Italia: i rapporti col PCI

Kim Il Sung in un’intervista a L’Unità: “Eurocomunismo? Un’invenzione dei capitalisti”.

Abbiamo già trattato, sinteticamente, la considerazione e l’attenzione che Kim Il Sung (1912-1994), primo presidente e fondatore della Repubblica Popolare Democratica di Corea, riservò all’Italia e alle questioni italiane, allorquando ripubblicammo parte della sua intervista all’Avanti! del 1982.

Abbiamo anche menzionato come i rapporti fra Italia e Corea del Nord fossero stati gestiti sino agli anni ’80 dal PCI, prima dell’apertura dell’ambasciata nordcoreana a Roma nel 2000 dopo un “buco” di un quindicennio circa, da quando cioè in via delle Botteghe Oscure si decise la rottura dei rapporti col campo socialista dopo i fatti di Solidarność (1981), che naturalmente Pyongyang condannò a favore del governo della Repubblica Popolare Polacca.

Il punto di massimo sviluppo dei rapporti

Nella stagione più florida dei succitati rapporti tra Partito Comunista Italiano e Partito del Lavoro di Corea, coincisa col decennio degli anni ’70, Kim Il Sung ebbe a concedere il 2 aprile 1974 un’intervista all’Unità in cui però si soffermò quasi esclusivamente sulle questioni coreane (la riunificazione, il piano sessennale) e su quelle allora più pressanti del movimento comunista internazionale. Tre anni più tardi, all’inizio del settembre 1977, egli ricevette la Segretaria dell’Associazione d’amicizia Italia-Corea (legata al PCI), Ina Sansone, con la quale ebbe a confrontarsi in merito alla nascente corrente dell’eurocomunismo.

Questo colloquio, come ricordato, appartiene alla stagione più florida dei rapporti fra il PLC e il PCI, quando l’Unità traduceva intere pagine del Rodong Sinmun e descriveva la Corea socialista con toni analoghi a quelli in uso negli anni ’40-’50 per divulgare le conquiste dell’URSS e delle democrazie popolari. In quegli anni furono tradotti e stampati i moltissimi libri ed opuscoli di Kim Il Sung che ancora oggi circolano sia su Internet che, con un po’ di fortuna, alle bancherelle d’antiquariato.

Date le circostanze, il grande leader non può che ringraziare i comunisti italiani ed esprime addirittura alcuni commenti positivi sull’operato di Berlinguer, elogiando la politica del fronte unico antimonopolista (gradita anche ai sovietici) e ricordando l’importanza attribuita da entrambi i partiti all’autonomia da Mosca. Ma proprio qui si nota una significativa differenza d’accento che svela l’intenzione polemica delle parole di Kim Il Sung: egli intende la sovranità come il presupposto di un’autentica e durevole fedeltà al marxismo-leninismo, mentre gli eurocomunisti erano in procinto di rimuovere dallo Statuto del partito gli ultimi riferimenti alla dottrina da cui del resto si erano già considerevolmente allontanati, e si richiama in modo solo apparentemente frammentario alla conferenza del maggio 1967, sede in cui aveva ribadito l’assoluta indispensabilità della dittatura del proletariato nel discorso A proposito dei problemi del periodo di transizione dal capitalismo al socialismo e della dittatura del proletariato”.

Questa sottile critica è ancora più evidente là dove il “grande Leader” sembra difendere il Partito Comunista Spagnolo (PCE), ma cita pressoché alla lettera un passo dell’articolo con cui il giornale sovietico Tempi nuovi il 23 giugno 1977 stroncava il libro di Santiago Carrillo L’eurocomunismo e lo Stato, riaffermando con forza proprio ciò che i partiti occidentali negavano: l’universalità dei principi del socialismo scientifico, quelle leggi generali dell’edificazione socialista contro cui un anno dopo Berlinguer si sarebbe scagliato nel suo burrascoso colloquio col noto teorico e mecenate sovietico Mikhail Andreevič Suslov.

Le riflessioni di Kim Il Sung

«Sono lieto di apprendere che il Partito comunista italiano e il compagno Enrico Berlinguer aderiscono al principio dell’indipendenza.

In questi giorni certuni attaccano il compagno Carrillo, accusandolo di un preteso “eurocomunismo” e chissà cos’altro. Di certo non può esistere né un “comunismo europeo”, né un “comunismo asiatico”, né un “comunismo americano”. Non c’è che un solo comunismo per tutti. Dunque la parola “eurocomunismo” è un’invenzione dei capitalisti, non dei comunisti, penso.

Oggi i partiti comunisti d’Europa — in particolare il PCI, il PCF e il PCE, partiti attivi nei paesi capitalistici sviluppati, così come quelli di molti altri paesi ancora, — professano l’indipendenza; è cosa buona e giusta, perché a ciascun popolo spetta di decidere da sé il destino della rivoluzione nel proprio paese.

Le esperienze acquisite da un paese nella rivoluzione, qualunque esso sia, non possono in nessun caso essere imposte ai partiti degli altri paesi.

La nostra epoca è ben diversa da quella in cui Lenin organizzò la III Internazionale. A quel tempo il compagno Berlinguer ed io eravamo entrambi degli scolaretti in tema di marxismo-leninismo. Ma adesso i nostri capelli sono già bianchi. Noi possediamo oggi tali ricchezze teoriche e sperimentali che siamo in grado di risolvere da soli i problemi che sorgono nella rivoluzione del nostro paese, e tracciamo la nostra linea di condotta rivoluzionaria in piena indipendenza. Abbiamo già attraversato tutte le fasi della rivoluzione. E siamo giunti alla conclusione che tutti i partiti sono tenuti a guidare il movimento rivoluzionario in rapporto alle realtà dei loro rispettivi paesi.

Attualmente il PCI, il PCF e il PCE cercano di portare il movimento operaio a uno stadio superiore, facendo leva sul vasto fronte unito che hanno formato con parecchi altri partiti dei loro rispettivi paesi; è molto importante. La formazione di un simile fronte unito permette alla rivoluzione di non indietreggiare, bensì di avanzare. Per questo sosteniamo attivamente la linea del vostro partito. La nostra posizione in questo campo è stata già trasmessa al Comitato centrale del PCI. Però vi prego di informarlo ancora una volta.

Il nostro partito e il PCI si attengono entrambi all’indipendenza. Per i partiti comunisti mantenere l’indipendenza significa assumere davvero una posizione tesa a difendere la purezza del marxismo-leninismo. Si tratta di sviluppare il movimento rivoluzionario nei loro rispettivi paesi ed ottenere così la vittoria della rivoluzione. Ciò costituisce il principale criterio per sapere se la purezza del marxismo-leninismo viene preservata o no. Per questo riteniamo giusta la politica praticata dal vostro partito» [1].


1. Kim Il Sung, Opere, vol. 32, Edizioni in Lingue Estere, Pyongyang 1988, pagg. 340-42 ed. ing.