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Sabbia del Tempo

30 aprile 1993 – La fine della Repubblica e… l’inizio dei rimpianti

La vigilia del temporale

Era la sera di San Silvestro del ’91. Dal Quirinale, come da tradizione, il padron di casa, al tempo Francesco Cossiga, si apprestava ad entrare via etere nelle case degli italiani. Ma Kossiga, come dispregiativamente lo declinavano gli avversari, in appena tre minuti dichiarò la propria volontà di non tenere un discorso di fine anno: fedele a quello che definì il valore “sommo della prudenza”, evitò di “parlare non dicendo, tacendo anzi quello che tacere non si dovrebbe”. L’eco delle tenebrose parole de il picconatore si affievolì col calare della notte, sopraffatta dal boato di festa che si elevava dalla Capitale a, da lì a poco, una tempesta si sarebbe abbattuta sul Belpaese.

Il 17 Febbraio del nuovo anno, nella tramontante Milano da bere, quartier generale del PSI, una vettura dal lampeggiante azzurro si ferma al Pio Albergo Trivulzio e preleva il socialista con l’ambizione di sedere a Palazzo Marino, l’Ingegner Mario Chiesa, colto in flagrante, mentre intascava una mazzetta. “Un mariuolo isolato” lo definì Craxi ma, a posteriori, non fu che, per citare Montanelli, “il sassolino che formò la valanga di tangentopoli”, l’inizio della fine della Prima Repubblica, sotterrata dagli avvisi di garanzia del pool milanese guidato di Di Pietro. Il 1992 va dunque dipanandosi tra 70 procure impegnate a indagare sugli intrecci malavitosi tra politica, pubblica amministrazione e sistema di imprese; tra stragi e attentati perché la mafia tornerà ad alzare il tiro nei tragici giorni di Capaci e via d’Amelio; e, dulcis in fundo, tra gli attacchi speculativi di Soros che infrangeranno la permanenza dello Stivale nello SME.

L’arringa del Cinghialone fa tremare Montecitorio

Il nuovo inquilino del Palazzo del Quirinale, Oscar Luigi Scalfaro, rifiuta di concedere incarichi ai vicini degli inquisiti e rimpiazza il Segretario chiamando a Palazzo Chigi, Giuliano Amato. Ma il Cinghialone, così come lo definì Vittorio Feltri, ormai divenuto emblema di Mani Pulite, non accetta il ruolo di capro espiatorio e con la sua tuonante arringa del 3 Luglio fa tremare Montecitorio,

“ciò che bisogna dire e che tutti sanno del resto, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare od illegale… Non credo ci sia nessuno in quest’aula che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro”. Nessuno fiata, un silenzio assordante.

Fu lo stesso ex direttore de “L’Indipendente”, anni dopo, a raccontare i retroscena della vicenda tra le pagine del suo libro “Il Borghese”:

“un bel dì mi telefonò chiedendomi un incontro. Raggiunsi la Capitale un po’ impietosito da quell’uomo che io avevo contribuito a mettere alla gogna e un po’ incuriosito dal vis a vis con la bestia. Bettino aveva cominciato il suo discorso, lo stesso che poi fece alla Camera. Erano le prove generali dove vomitò la verità, liberandosi: disse che il sistema era completamente marcio. “Non è che si rubasse per il partito, si rubava anche al partito”, spiegò davanti a me, che ero rappresentante numeri uno dei manipulisti. Da allora cambiai registro. Io sbagliai. E lo ammetto”.

“Il giorno più grande della storia repubblicana, dopo l’uccisione di Moro”

I giorni passano, tra custodie cautelari, arresti, patteggiamenti e suicidi, e il 15 Dicembre dell’anno del giudizio, il numero uno dei socialisti riceve il primo degli avvisi di garanzia dal Palazzo di Giustizia: la repulsione anti-craxiana divampa nello Stivale come contagio di massa e non passa giorno senza che l’ex premier incontri per strada giovinastri che gli vociano contro mostrando i polsi incrociati. L’Italia è invasa da un’ondata di schadenfreude (gioia provata per le sfortune altrui) ma siamo nel paese delle mille rivolte e nessuna rivoluzione.

L’11 Febbraio del ’93 Craxi si dimette obtorto collo dalla segreteria del partito, ma non ci sta alla gogna e addita i giudici milanesi di muoversi dietro un “preciso disegno politico”. Nel frattempo il tintinnio delle manette scuote tutti (o quasi) i domiciliati ai palazzi berniniani tant’è che le famigerate raccomandate verdi della procura arriveranno anche sulla scrivania degli altri due componenti del cosiddetto CAF, Andreotti e Forlani. La stagione di caccia si concluderà con l’estromissione del 70% dei professionisti della politica dall’arena parlamentare.

Il cataclisma politico spinge il Capo di Stato a promuovere la formazione di un nuovo gabinetto – il primo assegnato ad un tecnico – sotto l’egida dell’ex governatore della Banca D’Italia, Carlo Azeglio Ciampi. La nuova compagine si presenta alla Camera il 29 aprile per ricevere la fiducia ma, lo stesso giorno, i deputati sono chiamati a votare sulla richiesta di autorizzazione a procedere verso Craxi nell’ambito di sei diverse inchieste. Il Grande Inquisito prende parola, ribadisce il finanziamento illecito come pratica istituzionalizzata e diffusa tra le forze partitiche, ma rinnega ogni accusa di arricchimento personale e di corruzione. Quattro votazioni su sei respingono le istanze dei tribunali. Indignato, il PdS ritira i suoi ministri, costringendo il neopremier ad un rimpasto ancor prima di ottenere la fiducia. La Repubblica titolerà “Vergogna, assolto Craxi” e, sotto, un editoriale firmato Eugenio Scalfari “dopo l’uccisione di Aldo Moro, è il giorno più grave della storia Repubblicana”.

“Bettino vuoi anche queste?”

Con una mezza vittoria, l’ormai volto del malaffare torna al suo domicilio capitolino, l’Hotel Raphael dove si dice vivesse in uno splendido attico (invero, il solito Feltri dirà che si trattava di una “topaia”). Lo sopraggiungono per congratularsi del risultato ottenuto, tra gli altri, Il Cavaliere, Silvio Berlusconi, suo intimo amico. Intorno alle 20, Ghino di Tacco, come lo battezzò polemicamente il direttore di La Repubblica, si appropinquava ad uscire per registrare un’intervista su Rai 3, ma gli viene sconsigliato di uscire dall’entrata principale. Si era infatti adunata, all’ingresso della struttura, una folla inferocita che, smanettando banconote da mille lire, canta “Bettino, vuoi pure queste?” L’eroe di Sigonella ignorerà gli avvisi e uscirà dalla principale a testa alta, divenendo bersaglio mobile di una pioggia di monetine, e quant’altro capitava sottomano ai facinorosi. “Ho provato per la prima volta sulla mia pelle lo squadrismo”, dirà poi.

L’abile penna di Filippo Facci, giornalista all’epoca molto vicino a Craxi, racconta così l’episodio:

“Largo Febo, cioè la piazzola davanti al Raphael, in realtà è un buco: non è che ci stia tutta questa folla. Eppure, oggi, a sentire le testimonianze, erano tutti lì.C’erano quelli del MSI, della Lega, i reduci di un comizio di Occhetto, passarono da lì anche molti studenti del Liceo Mamiani: nell’insieme fu più che sufficiente per far scrivere a tutti che quella era l’Italia. Il che, tutto sommato, era drammaticamente vero”.

L’iconografia della notte

L’episodio, che l’indomani non suscitò poi così tanta attenzione nei quotidiani, a posteriori, si rivelò l’emblema del terremoto politico che scosse il Paese e che portò al frantumarsi del mosaico partitico e della sua ultima degenerazione partitocratica. Ma l’iconografia non può concludersi qui, senza considerare il trauma socio-culturale che investì il Paese e, che ancora oggi, dipana i suoi effetti perversi.

Il malaffare milanese e l’annesso ciclone giudiziario che si abbatterono sull’Italia delegittimarono non solo una classe politica, bensì la politica in quanto tale: la politica intesa come macchina ormai incapace e indisposta ad intercettare le istanze del popolo, perché troppo assuefatta a sguazzare nella difesa dei suoi interessi particolaristici. Complici anche i mass media, si aprirà da allora la narrazione di un’Italia bicefala, spaccata in due: da una parte, la società civile, magari scomposta e arrabbiata ma limpida, portatrice di valori, vittima ingiusta di soprusi e inganni; e dall’altra, la classe politica, brutta e cattiva, panacea di tutti i mali, perennemente da contestare e combattere, di cui godere per le proprie sventure. Inizia allora, anche, l’era antropologica del (non) politico messia, apparentemente onesto ed evidentemente impreparato, interprete ed esecutore della volontà del popolo e dei suoi bisogni. E tanto altro ancora. Insomma, inizia tutto ciò che ci ha fatto rimpiangere la Prima Repubblica.

30 aprile 1993 – Non avevate a tirare quelle monetine! – Il Tazebao

30 aprile 1993 – Perché tutto è iniziato lì – Il Tazebao


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Interviste

Francesco Giubilei: “La Destra superi la subalternità al pensiero di sinistra”

È uno degli intellettuali della Destra più conosciuti e apprezzati, a livello italiano e internazionale. Il motivo? Un paziente lavoro culturale, che lo ha portato a fondare una casa editrice e una rivista oltre a scrivere già molti libri per la sua giovane età. Tra questi si segnalano “Storia del pensiero conservatore” (2016) e “Conservare la natura. Perché l’ambiente è un tema caro alla destra e ai conservatori” (2020). Francesco Giubilei, Presidente di Nazione Futura e della Fondazione Tatarella, inserito da Forbes tra i 100 giovani under 30 più influenti d’Italia, ci ha fatto il grande onore di analizzare il presente e il futuro delle Destre in Italia.

Un giovane Marcello Veneziani definì Indro Montanelli “presidente della destra che non c’è”. Lui rispose “Mi hanno etichettato come traditore ma in realtà mi considero orfano. Noi di destra ci troviamo spesso senza babbo e mamma”.

Giubilei, oggi, molti potenziali elettori di destra sono ancora senza genitori? Come mai?

“Cercherei di tenere l’analisi su un piano culturale invece che politico. In tal senso, una persona di destra può definirsi figlia di numerosi genitori essendo la storia culturale della destra italiana ed europea ricca di riferimenti; scrittori, giornalisti, editori, letterati, filosofi, pensatori di spicco che hanno contribuito ad arricchire la cultura del Novecento. Potrei citare numerosi esempi (nel libro “Storia della cultura di destra” ho cercato di tracciare un pantheon con le principali figure) ma, al netto dei nomi, c’è un aspetto più profondo da tenere in considerazione e riguarda la necessità da parte della Destra di acquisire una consapevolezza dello spessore culturale alla base del proprio pantheon valoriale superando un ingiustificato complesso di inferiorità che talvolta esiste nei confronti della sinistra”.

Ecco, secondo Lei, ha ancora senso parlare di Destra o Sinistra? O sono categorie superate? Canticchiando Gaber ma attualizzandolo ad oggi, “Cosa è la destra? Cos’è la sinistra?”

“Lo scenario politico negli ultimi anni è radicalmente cambiato, se dopo la vittoria di Trump nel 2016, la Brexit e l’avvento del sovranismo (che ha raggiunto il suo apice con il risultato alle elezioni europee nel 2019), pensavamo di essere entrati in una nuova fase politica destinata a durare a lungo. Il coronavirus ha di modificato il contesto politico in modo epocale. Negli scorsi anni si parlava di un superamento di due concetti orizzontali come destra e sinistra con una contrapposizione verticale (alto/basso, èlite/popolo), oggi assistiamo piuttosto a un trionfo della tecnocrazia, dai virologi ai tecnici chiamati in soccorso della politica che sembra ormai aver perso la propria autonomia sotto numerosi punti di vista. Possiamo utilizzare il termine che preferiamo (destra, conservatori, identitari, sovranisti) ma rimangono i valori e le idee che prescindono dalla terminologia utilizzata: tutela della famiglia, identità italiana ed europea, natura, radici cristiane, senso di comunità, i cosiddetti principi permanenti di prezzoliniana memoria”.

Pasolini a suo tempo asseriva “l’Italia non ha avuto una grande Destra perché non ha avuto una cultura capace di esprimerla”. Ancora oggi molti intellettuali, presunti o tali, affermano perentoriamente che “la cultura è solo di sinistra”. Tuttavia, questa teoria monopolistica è ben smentita dalla realtà. Perché allora questa presunta superiorità intellettuale? Semplice boria o appropriazione della cultura da parte della sinistra? 

“È una tendenza in corso dal 1968 in avanti quando il concetto di egemonia culturale teorizzato da Gramsci nei suoi “Quaderni” si è concretizzato attraverso una sistematica occupazione dei luoghi della cultura da parte della sinistra. Dal mondo dei media alla scuola e all’università fino ai teatri e alle fondazioni, la sinistra è riuscita a costruire una propria struttura di potere che le ha permesso di diffondere una visione della società congeniale ai valori progressisti, in particolare attraverso le nuove generazioni e con l’informazione di massa. Ciò ha fatto sì che si diffondesse uno stereotipo – che non corrisponde al vero – per cui la cultura è monopolio della sinistra. Eppure gli esempi di un’importante cultura conservatrice sono molteplici, basterebbe citare l’autore de “Il Gattopardo” Giuseppe Tomasi di Lampedusa, la pubblicazione della prima edizione italiana de “Il Signore degli anelli” presso Rusconi, l’attività editoriale di Leo Longanesi, lo straordinario lavoro giornalistico di Indro Montanelli e Mario Cervi, i romanzi di Ennio Flaiano e Carlo Sgorlon, le opere filosofiche di Augusto Del Noce… Non faccio un elenco perché risulterebbe incompleto alla luce dei numerosi pensatori che possiamo ascrivere nel novero della cultura delle destre”.

Piero Ignazi, in un articolo su Domani ha affermato che alla destra “si perdona sempre tutto e subito, alla sinistra niente”. Il politologo alludeva al fatto che l’improvvisa svolta europeista della Lega è stata accolta senza particolare clamore mentre, al contrario, si addita ancora il PD di aver tradito i propri padri e valori. Come interpreta questa giravolta? Cinico marketing elettorale o tappa di un percorso culturale di istituzionalizzazione?

“È un tema che abbiamo cercato di approfondire con il dossier realizzato dal nostro think tank Nazione Futura e intitolato “Il progetto Lega Italia. Come cambia il partito di Salvini dal sovranismo all’Europa”. A causa del coronavirus, forme, modalità, parole d’ordine della politica sono cambiate nel giro di pochi mesi. Consapevole di questo nuovo scenario, Matteo Salvini ha accelerato un percorso che era già avviato da vari anni e che potremmo definire la “fase tre”, iniziata con il passaggio da Lega Nord a Lega nazionale e ora con la volontà di costituire un partito di governo a vocazione maggioritaria: la Lega Italia. Ciò ha portato ad alleggerire i toni nei confronti dell’Unione europea e ad avviare un percorso per un nuovo posizionamento nel parlamento europeo. Al netto di un cambiamento rispetto al passato da parte della Lega, è lecito chiedersi se, invece dei sovranisti, non sia stata l’Unione europea ad aver modificato il proprio posizionamento accogliendo molte delle battaglie che hanno caratterizzato il pensiero sovranista negli ultimi anni. Il tema dell’austerity è in tal senso emblematico, anche i più strenui sostenitori dell’austerità sono ora favorevoli a politiche economiche di segno opposto (lo ha sottolineato anche Giovanni Orsina). Emblematica l’intervista rilasciata da Carlo Cottarelli sul quotidiano “la Verità” in cui ha affermato “Non è più tempo di tagli, ma di deficit” definendo “il Mes non essenziale”.

Lega e Forza Italia entrando a far parte dell’esecutivo Draghi dovranno mettere le mani sui 70 miliardi della voce “rivoluzione verde”. Ormai è impellente: la destra deve elaborare un proprio paradigma da anteporre all’ambientalismo globalista stile Greta Thunberg. Lei, nel suo libro “Conservare la Natura: perché l’ambiente è un tema caro alla destra e ai conservatori”, sostiene e propone l’idea di un ecologismo sul solco tracciato da Scruton e Alain de Benoist. Di cosa si tratta?

“Quando parliamo di ambiente dobbiamo partire dal presupposto che la salvaguardia della natura è un tema che dovrebbe stare a cuore a tutti i cittadini a prescindere dalle loro idee e dal colore politico. Negli ultimi anni però, come accaduto con la cultura, è avvenuta una ideologizzazione della tematica ambientale da parte di una precisa area politica che coincide con la sinistra liberal e globalista rappresentata da Greta Thunberg. Un approccio all’ambiente che non tiene in considerazione il concetto di identità, porta avanti una visione neomalthusiana in cui l’uomo viene considerato un nemico della natura e non, secondo l’approccio cristiano, come scritto nella Bibbia, facente parte di un unico grande insieme che costituisce il concetto di creato.

Occorre portare avanti una visione che coniughi ambiente ed economia attraverso un conservatorismo verde che tenga in considerazione le esigenze dei ceti più deboli e al tempo stesso del mondo delle imprese e degli imprenditori. La visione di un ecologismo di stampo conservare nasce dal locale ancor prima che dal globale, parte dalle comunità e dai piccoli centri e non considera la nazione un nemico della tutela ambientale. C’è un’importante storia e tradizione culturale nel mondo conservatore e identitario legata al tema ambientale, occorre che anche la politica di Centrodestra la faccia propria, altrimenti il rischio è che altre aree politiche se ne impossessino definitivamente”.

Concludiamo con la politica estera. Le ultime vicende interne, hanno messo fine alla stagione dei sovranisti e agli auspici di un ritorno ad un’Europa “Vestfaliana”? Quale seme dovrebbe piantare, a questo punto, la destra italiana in merito al futuro dell’integrazione del continente?

“Ci sono due diverse possibilità che si pongono all’Europa per i prossimi anni: o la creazione degli Stati Uniti d’Europa o la nascita dell’Europa delle nazioni. È sotto gli occhi di tutti che l’Unione europea come è stata concepita fino ad oggi non funziona, il fallimento della campagna vaccinale, con i suoi ritardi, ne è l’emblema. Mentre dai noi mancano i vaccini, l’Unione europea ha approvato l’esportazione di più di 34 milioni di vaccini prodotti nel territorio comunitario verso l’estero. Il principale problema dell’Ue è che nasce come un’unione economica ancor prima che storica e culturale dimenticando perciò le comuni radici cristiane e l’esistenza di un’identità europea. Quando si dice che i conservatori sono contrari all’Europa, si dice una falsità, occorre però domandarsi a quale tipo di Europa ci si riferisca, dal canto mio credo nell’esistenza di un’Europa dei popoli, un’Europa in cui possiamo credere, per citare il titolo di un importante manifesto firmato a Parigi qualche anno fa da una serie di intellettuali tra cui Roger Scruton”.

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Interviste Mundus furiosus

1921/2021, Tito Barbini (ex sindaco di Cortona): “La militanza nel PCI era generosità. Renzi…”

Intervista all’ex sindaco di Cortona ed ex assessore regionale Tito Barbini.

Tito Barbini è sindaco di Cortona dal 1970 al 1980. Quindi presidente della provincia di Arezzo. Con quasi 6000 preferenze nel 1990 approda in Consiglio Regionale, ricoprendo gli incarichi di assessore alla sicurezza sociale e quindi, nella legislatura successiva, all’urbanistica. Nel 2004 interrompe la sua carriera politica salvo poi aderire a Liberi e Uguali nel 2018 in aperto contrasto con Matteo Renzi. Oggi, per arricchire ulteriormente lo special sul PCI de Il Tazebao, Tito Barbini ci ha rilasciato la seguente intervista.

“Qualcuno era comunista perché credeva di essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri”, cantava Gaber. Lei perché era comunista?

“Lo diventai durante la mia adolescenza, fu naturale come bere un bicchiere d’acqua, grazie a quel senso di giustizia e di libertà che avevo preso dai miei genitori. Il senso del dovere, poi, con quelle radici profonde e potenti. Erano cose pensate per farmi crescere. Pochi concetti ma che dovevano essere ben chiari. E poi valori, che avrei dovuto tenere sempre presente. La dignità che ho incontrato nella mia Cortona, fin da ragazzo e poi da sindaco, alle Feste della Liberazione e del Primo Maggio quando c’era la distribuzione militante dell’Unità, ai cortei del sindacato o sulle panche di legno delle feste dell’Unità dove non si finiva mai di aspettare la salsiccia e il bicchiere di vino rosso, ma l’attesa non pesava perché si conversava anche con chi non avevi mai visto prima. Ecco, mi viene in mente la generosità della militanza quando la politica era una cosa bella, il senso di comunità. Dopo è arrivato il ’68 e l’impegno nella politica con il movimento studentesco. Sapevi che negli anni sessanta soltanto il 3 per cento dei figli degli operai e dei contadini arrivavano all’università?”

http://iltazebao.com/1921-2021-dentro-la-zona-rossa-le-piccole-pietroburgo-narrate-dagli-offlaga-disco-pax/

Ennesima domanda dal tono nostalgico. La mitologia della Prima Repubblica, ancora oggi, invade i salotti televisivi e il dibattito giornalistico: pare che i selfie di Renzi e Salvini facciano rimpiangere persino Andreotti. Lei che ne era parte integrante, sente la mancanza dei valori e le idee che animano l’arena politica fino a trent’anni fa? Davvero si stava meglio quando si stava peggio?

“Sì, era un’altra stagione della politica e delle istituzioni. Ora bisogna guardare avanti. Speriamo invece di uscire con l’idea di poter costruire un Paese capace di rispondere in futuro, in maniera moderna ed efficace, alle grandi emergenze del nostro tempo. Rafforziamo il nostro straordinario sistema sanitario pubblico e finanziamo finalmente, in modo serio, la ricerca. Ci troviamo di fronte a sviluppi della scienza, della conoscenza che oggi ci consentono di fronteggiare meglio eventi che fino a ieri sembravano non dominabili. E allora, che facciamo? Che risposta dà il mondo politico? E anzi: che cos’è la politica, dopo il coronavirus? Tornerà ad essere tornaconto elettorale, solo arte di arrangiarsi, conservazione di posizioni di potere, oppure può essere un’altra cosa? Per esempio, una grande stagione di innovazione della politica e delle istituzioni”.

Lei nel 2016 ha pubblicato uno dei suoi libri di maggior successo “Quell’idea che ci era sembrata così bella. Da Berlinguer a Renzi, il lungo viaggio” (2016, ASKA Editore). Cinquant’anni di vita politica e istituzionale nel filo di un racconto sul fallimento storico del comunismo. Ecco, mettendo il dito sulla piaga, cosa è andato storto in questo viaggio?

“Rispondo alla domanda con una sola riflessione. Ha ragione Umberto Eco. Anch’io penso che la voglia di rivoluzione non si esaurisce mai. Ho bisogno, ancora oggi, di una grande idea, di un progetto di vita, di una fine non banale, della voglia e della capacità di indignarmi.  Della passione per il cambiamento, infine. Allora, tutto questo ha a che vedere con quella “religiosità laica” di cui parla Eco, riconoscendo un senso del sacro, una propensione alla comunione, o comunque alla sua attesa, che riesce a convivere anche, come nel mio caso, in assenza di religione. Quell’entusiasmo di ragazzino, quando tutto era possibile, è svanito alla luce della storia e dei troppi tradimenti. Per fortuna, però, c’era dell’altro. C’è la nostra storia di comunisti italiani. C’è stato e c’è il tuo rapporto con le persone in carne e ossa. Con gli operai, gli studenti, i contadini. Una ricchezza immensa, che solo la politica in un grande Partito di massa ti poteva donare. Ecco perché è davvero triste la morte di un’idea di cambiamento e di futuro che è stata la mia idea di politica”.

Il comunismo, come il nazismo, si è macchiato di atroci genocidi, dunque si dovrebbe evitare ogni forma di proselitismo: il dispiegarsi delle commemorazioni ed iniziative per il Centenario dalla nascita del PCI ha dato adito a questa perenne ed irrisolta questione. Faziosa polemica o par condicio, a suo avviso?

“No, è sbagliato, storicamente ed eticamente, paragonare il nazismo con il genocidio della Shoah con i crimini del comunismo. Non dei comunisti italiani, tengo a precisare. Certo i comunisti hanno preso atto con troppo ritardo dell’orrore di Stalin o di Pol Pot. Ecco perché preferisco una giornata dei ricordi alla giornata del ricordo. La tragedia delle Foibe e l’Esodo, devono portarci a collocare quegli eventi nella cornice storica del loro accadere, a compimento di una guerra sciagurata, delle violenze dei fascisti italiani e quelle naziste sulla popolazione slovena, riconoscere i crimini che scortarono l’epilogo e i postumi di quel conflitto, le foibe tra quelli, è una forma di rispetto per tutte le vittime. Ho davanti a me un bel libro di Barbara Spinelli sui totalitarismi d’Europa, che racchiude una frase che trovo stupenda: “Siamo nani che camminano sulle spalle di giganti”. I giganti sono le nostre storie, i successivi e contraddittori volti che abbiamo avuto in passato e che ci portiamo dietro come bagagli. Dalle loro alte spalle possiamo vedere un certo numero di cose in più, e un po’ più lontano. Pur avendo la vista assai debole possiamo, con il loro aiuto, andare al di là della memoria e dell’oblio”.

Nell’analizzare la distribuzione dei consensi, molti opinionisti hanno definito il PD come un partito ZTL, visto che i propri voti sono soventemente concentrati nella fasce medio alte della cittadinanza che vive nei centri urbani. È questa la cifra (o il memento mori?) di una sinistra che, perdendo la fiducia dei ceti che storicamente rappresentava, ha smesso di fare la sinistra. Per Lei, con questa sua nuova veste di “polo dei poteri forte”, il Partito Democratico ha tradito i suoi padri?

“No, non solo, il Partito Democratico ha tradito i valori presenti alla sua fondazione. Insomma siamo in presenza di una assuefazione dei fenomeni degenerativi di questi anni che ci coinvolge tutti. Non mi dilungo a indicare tutti i segnali d’allarme che mi vengono dalla memoria e dalla quotidianità. Sono tanti, piccoli e grandi. Metto solo a verbale una cosa: che il clima e la gestione di Renzi, la sua influenza nel PD, hanno ormai generato un personale politico inquietante e con scarsi valori che si richiamano alla sinistra. Ormai non mi preoccupo per me, ma i miei figli e nipoti in quale paese vivranno? Ecco perché il fragile organismo della democrazia italiana ha bisogno di una grande opposizione democratica e se non reagisce vuol dire che ha perso gli anticorpi e può morirne nel sonno”.

In tal senso l’aretino rappresenta un “case study” degno di nota. Nell’ultimo lustro tutte le storiche roccaforti rosse sono state espugnate dal centrodestra: nel 2015 il centrosinistra viene sconfitto alle elezioni amministrative di Arezzo; e, negli anni successivi, le “capitali” delle quattro valli che compongono la provincia (Montevarchi, Sansepolcro, Bibbiena, Cortona) cambiano colore. Qual è la sua diagnosi?

“Renzi ci ha regalato queste sconfitte. Una dopo l’altra. Non mi fate parlare di Cortona. Il mio legame politico e sentimentale con Cortona è così grande che non riesco ad essere lucido e distaccato nell’analisi della sconfitta. Ora sono soltanto triste. I valori che hanno innervato per decenni l’azione di tanti amministratori sono franati definitivamente e le macerie hanno nascosto un patrimonio inestimabile. Forse riusciremo a riprendersi in questa nostra città, sicuramente i giovani riusciranno, con una opposizione intelligente, a guardare al futuro. Un’ultima cosa vorrei dire, riguarda Cortona e tutte le città dove il centro sinistra ha perso. Vi sembra normale che dopo avere portato il PD alla più grave sconfitta della sua storia, Renzi faccia una scissione e crei Italia Viva?”

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Alessandra Romano: “L’innovazione nasce in ambienti ad alto tasso di diversità. La scuola? Sia la prima a praticare l’inclusività”

Intervista ad Alessandra Romano, Ricercatrice Senior di Didattica generale e Pedagogia sociale all’Università di Siena e autrice del libro “Diversity and Disability Management”.

Il Lavoro, da un punto di vista squisitamente costituzionale, è definito come un diritto di prestazione ovverosia vale la pretesa del singolo affinché la Repubblica intervenga per renderlo effettivo, impiegando a tal proposito le dovute risorse finanziarie. Inoltre, mettere in condizione di lavorare chi è svantaggiato è il cuore della nostra Carta Costituzionale: è “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Siamo partiti da queste riflessioni nell’intervista che Alessandra Romano, Ricercatrice Senior di Didattica generale e Pedagogia sociale all’Università di Siena e autrice del libro “Diversity and Disability Management” (Mondadori, 2021).

La percentuale di italiani con disabilità oscilla tra la stima percentuale ISTAT del 5.2 e quella Censis del 7.9. Ma chi oggi sta lavorando è soltanto una persona su quattro (o addirittura su sei). Al di là delle evidenti implicazioni economiche, senza inclusione lavorativa, può esserci inclusione sociale?

“I dati su riportati costituiscono un quadro forse fin troppo generoso rispetto agli scenari del mondo del lavoro: spesso le aziende preferiscono pagare ammende piuttosto che assumere persone con disabilità congenita o acquisita. Questo poiché alcuni datori di lavoro sono ancora convinti che una persona con disabilità possa essere più o meno capace nello svolgimento di una professione. L’ipotesi di partenza da cui muove il volume “Diversity & Disability Management” è che l’inclusione lavorativa costituisca la leva strategica per l’inclusione sociale. Volevamo indagare come progettare ambienti di lavoro accessibili, dove l’accessibilità non fosse solo una questione di “accomodamenti ragionevoli” ma anche una condizione per l’innovazione dell’azienda. Abbiamo condotto ricerche applicate alle organizzazioni e alle imprese per tre anni. Gli esiti di questi studi ci hanno aiutato a formalizzare i modelli operativi e le pratiche di gestione attraverso cui i gruppi di lavoro, le aziende, le imprese possono essere supportati nello sviluppo di sistemi di valorizzazione del personale che in queste lavorano. Questo non ha a che fare solo con le “categorie considerate protette”, ma riguarda il ripensamento e la trasformazione dei modelli dell’impresa 2030. Le organizzazioni, in un mondo complesso, multietnico, super-globalizzato, in rapido cambiamento, si configureranno sempre di più come imprese ad alto tasso di eterogeneità e diversità”.

L’emergenza Covid 19 ha esasperato questi preoccupanti numeri?

“L’emergenza da Covid 19 ha sicuramente cambiato il modo stesso di intendere l’organizzazione del lavoro, aprendo la strada ad organizzazioni più flessibili, modulari e ubique del lavoro, citando Butera, molto meno assoggettate alla logica del presenzialismo. Questa flessibilizzazione di orari, modalità e procedure di lavoro ha, tuttavia, esasperato alcune fasce di professionisti già a rischio di precarizzazione o di esclusione dai circuiti lavorativi. Non mi sto riferendo solo alle persone con disabilità congenita o acquisita, che nel dibattito pubblico mediatico quasi mai sono citati, ma anche ai lavoratori e alle lavoratrici saltuarie, stagionali, che hanno incontrato un periodo di crisi e di incertezze senza precedenti. Si stima che circa il 30% dei lavoratori con disabilità abbia sospeso l’attività lavorativa durante il primo lockdown, uno su tre è stato collocato in lavoro agile ma spesso senza avere attrezzature e dispositivi necessari per lo smart working (Fonte: FISH-IREF 2020, con una ricerca condotta con 532 persone)”.

Vincenzo Falabella, presidente di Fish, Fondazione Italiana per il superamento dell’handicap, ha sottolineato alcune problematiche a livello giuridico “La legge 68 del 1999 non ha funzionato come avrebbe dovuto, imporre a un imprenditore un’assunzione non è mai visto di buon occhio. Teoricamente le multe sarebbero un deterrente, ma non lo sono. Spesso si preferisce pagarle o sono evase. La soluzione sta nella defiscalizzazione, diminuendo il costo del lavoro della persona con disabilità da parte dell’azienda”. Dal suo punto di vista, il legislatore dovrebbe prendersi carico di attuare una riforma in questo ambito? Oppure siamo davanti a un problema culturale che ripudia i lavoratori con disabilità come un carico improduttivo?

“Gli studi empirici cui faccio riferimento nel volume “Diversity & Disability Management” sottolineano che il primo ambito di intervento per la promozione dell’inclusione lavorativa sia la cultura organizzativa delle aziende e delle imprese. Per costruire ambienti accessibili e inclusivi, siamo chiamati a lavorare su tre livelli: il primo è con gli individui e i professionisti che abitano quei contesti; il secondo è con le culture organizzative, le teorie implicite, le norme tacite, spesso pregiudiziali, stereotipate, precritiche, che anche se non sono dichiarate apertamente, possono esprimersi nei comportamenti e nelle pratiche agite nei contesti professionali; il terzo è con le pratiche di lavoro, le routine e le modalità di gestione delle attività.

La constatazione che esistono già dei riferimenti normativi stingenti in materia di inserimento lavorativo, si veda il D.Lgs. 151/2015, ma che questi siano spesso inevasi, conduce a considerare il valore di approcci dal basso, di tipo bottom-up, che agiscano in modo concreto sulla cultura delle singole realtà aziendali e sulle istituzioni di riferimento sul territorio. Il primo step è validare quali sono le prospettive distorte, i pregiudizi, gli stereotipi e i giudizi di valore che spesso albergano nelle organizzazioni e che impediscono la possibilità di costruire nuovi schemi di azione e di pensiero molto più inclusivi e aperti al cambiamento”.

A questo proposito, molte ricerche hanno confutato tale pregiudizio. McKinsey, riferendosi alle persone con sindrome di Down, ha evidenziato che la loro presenza migliora la condizione aziendale su leadership, soddisfazione clienti, risoluzione dei conflitti, motivazione dei dipendenti, clima interno. Ancora, il rapporto “The Disability Inclusion Advantage”, realizzato da Accenture nel 2018, evidenzia come le aziende che eccellono nella inclusione lavorativa delle persone con disabilità abbiano in media ricavi superiori del 28% rispetto alle altre. Professoressa, l’evidenza empirica dei suoi studi, smentisce questo luogo comune e corrobora queste ricerche?

“Gli studi che ho condotto all’interno di percorsi di consulenze alle organizzazioni di tutto il territorio nazionale negli ultimi tre anni restituiscono un quadro piuttosto affine alle ricerche su menzionate: l’inclusione lavorativa premia, premia prima di tutto in termini di brand dell’azienda. Pensiamo ad Apple, che fa dell’accessibilità dei suoi dispositivi il suo punto di forza per conquistare un pubblico molto più ampio oltre i confini nazionali. Premia in termini di produttività e innovazione, laddove consente di valorizzare il contributo potenziale di ciascun professionista all’interno dell’organizzazione, di massimizzare i processi produttivi e di arginare il rischio di avere professionisti che sono sottoimpiegati rispetto al loro valore di contribuzione. Creatività e innovazione si collocano solo all’interno di gruppi eterogenei, composti da persone con differenti abilità, background, nazione, etnia, genere, etc.., dove ci sia confronto e scambio continuo”.

Con la pandemia lo smart working si è imposto nella nostra quotidianità: sotto l’egida del Governo, il lavoro a domicilio è parsa la soluzione migliore per tutelare la salute dei lavoratori. Ma questa nuova realtà lavorativa, magari in contesti non straordinari, può rivelarsi un’occasione di inclusione lavorativa per persone diversamente abili? O, al contrario, la vera inclusione sta nella autentica aggregazione in uno stesso luogo di lavoro?

“Non ci sono posizioni di massima che dovremmo assumere sullo smart working per le persone con disabilità, polarizzati necessariamente a favore o contro. Sarebbe auspicabile partire da un’analisi accurata delle condizioni materiali e contestuali dell’inserimento professionale. Per questo la metodologia della Consulenza Collaborativa Organizzativa che propongo nel volume costituisce un primo possibile orientamento metodologico per l’analisi delle condizioni ambientali dell’inserimento professionale delle persone con disabilità, e per la costruzione di un percorso di sviluppo di carriera che sia condiviso, scientificamente fondato, funzionale alle esigenze di tutti gli attori in gioco (lavoratori, dirigenti, datori di lavoro). Solo attraverso percorsi strutturati è possibile, difatti, individuare la soluzione in quel momento più sostenibile e percorribile per i lavoratori e per i datori di lavoro”.

In quest’ultima evenienza: sarebbe possibile correggere l’alienazione/emarginazione dello smart working creando spazi di coworking?

“Lo smart working non costituisce di per sé un’esperienza di rinnegamento della socialità professionale, laddove opportunamente organizzato e strutturato. Ciò che può creare alienazione sono condizioni ambientali ostacolanti. Assenza di dispositivi per la connessione digitale, barriere fisiche, cortocircuiti conversazionali, digital divide, sono condizioni non facilitanti che possono connotare con un’accezione negativa l’esperienza dello smart working da parte di alcuni lavoratori. Di convesso, il coworking si presta allo sviluppo di collaborazioni interprofessionali all’interno di un ambiente di confronto e dialogo. In questo caso, le diverse competenze, i saperi esperti di ciascuno possono contribuire alla creazione di prodotti e servizi di successo. In un contesto “a porte aperte” come quello del coworking, i lavoratori con disabilità possono trovare network relazionali che ne sostengono i processi di partecipazione e di crescita professionale. Questo non è scontato, soprattutto in assenza di un sistema integrato di gestione della diversità e della disabilità in azienda”.

Oltre al lavoro, è necessario che le persone con disabilità possano essere parte integrante delle nostre società fin dalla scuola. A Firenze la scuola media Dino Compagni, essendo sprovvista di una rampa, costringe i ragazzi disabili a entrare da dietro, non da davanti con tutti gli altri. Ecco, professoressa, lei cosa pensa del rapporto scuola-lavoro nel contesto dell’inclusività?

“Mi occupo di formazione degli insegnanti e degli insegnanti di sostegno già da diversi anni all’interno dell’Università di Siena. La scuola è la prima istituzione chiamata a praticare l’inclusività, in termini di politiche scolastiche, culture organizzative, e pratiche didattiche. Ho volutamente citato qui le tre dimensioni che in letteratura sono riportate anche dall’Index for Inclusion, un sistema di autovalutazione dei livelli di inclusività scolastica ampiamente in uso all’interno delle realtà scolastiche del nostro territorio. L’obiettivo era sottolineare che l’inclusività si esplica nella costruzione di un ambiente scuola che sia attento alle caratteristiche e alle esigenze di ciascuno e in grado di fornire sostegni alla piena partecipazione di tutti gli studenti e le studentesse. Già da tempo stiamo proponendo cordate con le aziende per la progettazione e realizzazione di percorsi di alto apprendistato che siano in linea di continuità con il percorso scolastico e universitario degli studenti e delle studentesse con disabilità. Quando si parla di scola, si corre il rischio di non tematizzare il “Dopo-scuola” e la realizzazione di una piena partecipazione alla comunità sociale nella vita adulta. Le esperienze di allineamento tra percorsi scolastici e inserimento professionale sono in questo quadro promettenti per costruire un’unica traiettoria di vita che parta dalla scuola e si sostanzi nel successo professionale nell’età adulta. Farci carico di promuovere queste esperienze e di formare professionisti che siano in grado di realizzarle è la sfida che come università ci attende e che scegliamo di affrontare”.

Dello stesso autore

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Gozzoviglio ergo…socializzo – Il Tazebao

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Gozzoviglio ergo…socializzo

Le relazioni alimentari rivestono un’importanza centrale nelle società umane ma con l’emergenza pandemica hanno subito una drastica interruzione.

“A Natale che comunque sia è la festa più bella che ci sia”, esclamò inaugurando il banchetto Leone, uomo ricco ma solo che, pur di non trascorrere il cenone in solitudine, decide di ingaggiare una compagnia di attori perché questa interpretasse la sua famiglia. Ma, ai tempi del Covid, anche l’espediente di Paolo Genovese in “Una famiglia perfetta” (2012) potrebbe esser inesorabilmente additato di epidemia colposa, lasciando dunque all’eremo i tanti che non si sono potuti ricongiungere con i propri cari nel rito della tavolata. Ed ecco che dinanzi gli aneddoti malinconici che hanno accompagnato queste feste come il “Pronto Carabinieri, non mi manca niente, solo una persona con cui brindare” torna alla mente l’oltraggioso “Natale viene meglio in pochi” del premier Conte. Forse, rispolverare la funzione sociale delle pratiche alimentari, a maggior ragione quelle festive, svela l’ossimoro dietro queste superficiali parole.

Un’attività che va oltre la sola nutrizione

“Se è una minaccia la fame, lo è anche mangiare da soli: il pane come cibo che nutre si può perdere anche quando si spegne la sua valorizzazione di cibo da mangiarsi in comune”, scriveva l’antropologo Ernesto De Martino. Basti solo pensare all’etimologia della parola compagno che deriva dal latino medievale companio, composto a sua volta da “cum” e “panis”, propriamente “chi mangia il pane con un altro”. Le parole definiscono il mondo diceva Gaber ed è appunto il lessico a svelare che la prima forma di socializzazione tra uomo e uomo avvenne quando ci si sedette assieme a consumare un pasto. Ecco allora che dietro il quotidiano spilluzzicare ci cela un prisma di significati sociali e culturali ancora tutto da indagare.

Sdegnare le relazioni alimentari ha implicitamente, ma altresì colpevolmente, significato dimenticare che il commensalismo è la peculiarità per eccellenza che distingue l’uomo dall’animale che, pur se si nutre in branco, lo fa per ben altre ragioni essendo il contatto diretto tra gli occhi, l’apertura della bocca, l’esposizione dei denti gesti ostili. Smarcando il gozzovigliare vis a vis da una mera logica di necessità fisiologica, comprendiamo che l’alimentazione – intesa dalla produzione alla distribuzione, dalla preparazione, al consumo – è, in quanto atto di condivisione, atto strutturante l’organizzazione di un dato aggregato umano. Addirittura, come osservava l’etnologo Lévi Strauss, le pratiche alimentari svolsero una primordiale funzione comunicativa e, col tempo, divennero veicolo attraverso cui si svilupparono autentiche forme linguistiche giustificate dalla necessità di ridurre le tensioni per la spartizione dei viveri.

Fa eco a questa interpretazione lo storico Massimo Montanari il quale, legittimando gli aggregati umani secondo una logica di sopravvivenza volta al procacciamento di risorse, afferma che il momento conviviale assunse progressivamente un significato collettivo e simbolico divenendo indice di appartenenza ed estraneità, adesione ed esclusione, tra i membri di una comunità e tra diverse comunità. Dal banchettare ensemble estrapoliamo allora una duplice funzione: sia quella di connettore all’interno di un dato consorzio sociale sia quella di vettore mediante il quale tramandare memorie, tradizioni, e stili di vita. Già Aristotele osservava che differenze alimentari connotano diversi tipi di società e, se ancora oggi è in voga l’espressione siamo quello che mangiamo, è perchè il cibo, e soprattutto quello che c’è dietro, rappresenta  una autentica frontiera gastronomica culturale.

Il pranzo di Natale al tempo del Coronavirus

Un patrimonio che, come lacrime nella pioggia, è esalato in questi mesi e che vede nel Natale senza Natale il più tetro e freddo acme. Invero, anche l’apparentemente innocua sospensione dei banchetti in queste festività, ha significato amputare un’appendice dell’animale sociale qual è l’uomo preso atto che oggigiorno, una tavolata apparecchiata, rappresenta un baluardo contro il disgregarsi del legame sociale. Nonostante con estremo materialismo si tenda a minimizzare, il pegno delle misure di contenimento non è soltanto economico: l’acconto da saldare insiste su un’ulteriore atomizzazione di una società già individualista.

Dello stesso autore

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Mundus furiosus

Ma era già impossibile distinguere gli uni dagli altri…

Da movimento a partito di governo, il M5S ha registrato una metamorfosi completa.

Nel circolo accademico è ormai noto che il populismo – nella sua neutra accezione politologica scevra da faziosi pregiudizi – fatichi a superare illeso la prova di governo. Dalla letteratura si evince infatti che, almeno in Europa, conquistati i vertici del potere, i movimenti di tale estrazione siano soggetti ad un un vertiginoso calo di consensi elettorali nei mesi a venire. Le cause principali? L’emergere di ambivalenze intestine nonché l’affermarsi di un gap tra le promesse sventolate e le policy effettivamente concretizzate. Insomma, l’assioma di Belzebù cambia segno per i populisti: il potere logora chi ce l’ha.

Anche gli illustrissimi statisti dello Stivale, divenuto a detta di taluni il paese di cuccagna dei populisti, confermano l’equazione: basti vedere i pentastellati e come questi siano rimasti goffamente intrappolati nell’humus di palazzo tanto da surrogare la dialettica dell’antipolitica al politicantismo. Una metamorfosi kafkiana che è anche un harakiri politico che le urne hanno inequivocabilmente palesato sia in occasione delle consultazioni europee sia in quelle regionali, alle quali gli ormai pantofolai grillini sono tornati a percentuali da prefisso telefonico.

L’imborghesimento è la cifra della debacle, come si deduce dall’autopsia della carcassa, ovvero ciò che non è stato rosicchiato dagli avversari, s’intende. Da smanicati dissidenti rispetto l’establishment, all’indomani del 4 Marzo 2018 l’equipe di Di Maio è divenuta complice del ceto politico che ambiva abbattere: se la liaison con il Carroccio aveva sconcertato gli elettori, il matrimonio con gli acerrimi nemici li ha definitivamente spinti all’adulterio o all’astensionismo (“Il PD è peggio di Forza Italia”, tuonava un esagitato Dibba pochi anni prima. Insomma, prostrandosi alla logica degli inciuci di Palazzo, il M5S ha vanificato la sua natura di agente patogeno nelle stanze del potere e, di conseguenza, la sua ragion d’essere.

Tuttavia, per quanto il connubio giallorosso sia evidentemente l’apice della contraddizione dei Cinque Stelle, i capi di imputazione non finiscono qui. Ed ecco che, dopo il tragicomico annuncio del “mandato 0”,  il partito di Beppe Grillo non ha smesso di stupire. “Sono onesta. Io vado avanti. La città ha bisogno di una guida sicura”, così ha risposto Virginia Raggi a chi le chiedeva se, in caso di condanna (condanna poi non avvenuta), si sarebbe autosospesa come la collega di Torino Chiara Appendino. Un bel salto semantico da parte di chi tifava le dimissioni di Alfano perché indagato.

Quali prospettive per il Movimento?

A questa altezza cronologica è dunque legittimo chiedersi quale sarà il futuro per il Partito di Beppe Grillo. Un’ipotesi suggestiva, seppur carica di interrogativi, è quella lanciata da Piergiorgio Corbetta che avrebbe pronosticato (e forse suggerito) un destino parallelo a quello del Partito Radicale dell’epoca di Pannella. Così riassume l’idea il politologo Marco Tarchi nel suo editoriale su Domani:  “(…) Quello di accontentarsi di essere una forza politica minore e non inserita in alleanze di governo ma capace di fungere da ago della bilancia tra le opposte coalizioni, influenzando in modo decisivo, e talora determinando, le scelte del parlamento e dell’esecutivo su temi cruciali di suo interesse”.

Concludendo, se il domani del Movimento appare incerto, l’oggi ci rende un’immagine che, per quanto carica di ambiguità, non assolve la nomenklatura di partito rea di aver tradito – più volte – i suoi sostenitori. Ecco perché, l’epilogo (?) degli stellati non è troppo diverso dall’epitome de “La Fattoria degli Animali” di George Orwell: “Le creature volgevano lo sguardo dal maiale all’uomo, e dall’uomo al maiale, e ancora dal maiale all’uomo: ma era già impossibile distinguere l’uno dall’altro”.

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Interviste Mundus furiosus

Sofia Eliodori: “Trump? A metà tra isolazionismo e interventismo”

Un’analisi sulla politica estera di Trump

Sofia Eliodori: “Elettorato stanco dell’impegno internazionale degli USA. Priorità alla politica interna”.

Il Tazebao, per proseguire nel filone delle riflessioni avviate dopo USA2020, ha contattato Sofia Eliodori, PhD Candidate, specializzata in relazioni internazionali, con tesi di dottorato sulla politica estera Usa.

La politica estera americana è storicamente distinta da elementi di discontinuità e continuità. La forte discontinuità in questo caso è dovuta al personaggio Trump: un passato da imprenditore in cui spiccava la sua aggressività verbale e una presidenza caratterizzata da elementi impulsivi e da un uso massiccio dei mass media, specie dei suoi noti tweet. Quanto pensi che abbia inciso la sua personalità nella conduzione della politica estera?

“Trump è un businessman che ha costruito il suo successo su di una personalità accentratrice e aggressiva, e questo suo modo di essere si è riverberato anche sulla politica estera che è stata definita transattiva, basata sul do ut des. Questo approccio è stato accolto in maniera negativa soprattutto dagli alleati, coi quali c’è bisogno di concertazione per definire strategie e obiettivi comuni. Inoltre, l’imprevedibilità delle sue azioni è stato un ostacolo per le relazioni internazionali, specie quando dagli USA ci si aspettava leadership. La politica estera è molto delicata perché dalla costruzione del rispetto e della fiducia dipende la pace e, sebbene Trump non abbia esposto la sicurezza internazionale a nuove guerre, ha certamente posto sotto stress il sistema attraverso il suo approccio”.

La politica estera americana è un pendolo che oscilla tra due estremi: l’isolazionismo (il cui tipico esempio è la politica voluta dai repubblicani nel primo Dopoguerra) e l’interventismo, inteso come una diplomazia ad alta frequenza tesa ad utilizzare tutti i gli strumenti (politici, economici, militari) per favorire gli USA. Trump in campagna elettorale rivendicò posizioni quasi neo isolazioniste e secondo alcuni questa posizione venne in un primo momento confermata dal fatto, seppur simbolico, che il neo presidente, nei primi 100 giorni alla White House avesse fatto soltanto un viaggio all’estero contro i nove della amministrazione Obama. Tuttavia, nonostante questo incipit, trascorsi quattro anni, in che punto di questo continuum dove collochi la politica estera di Donald?

“L’isolazionismo, come suggerisce il termine stesso, è caratterizzato dal ritiro entro i propri confini. Trump, invece, in questi quattro anni si è fatto portavoce di iniziative di politica internazionale ma preferendo nettamente un approccio unilaterale/bilaterale, come negli Accordi di Abramo. È venuto a mancare è il multilateralismo, col ritiro degli USA da molte istituzioni (ad esempio Unesco, OMS) e trattati internazionali (su tutti il JCPOA per il nucleare in Iran e gli accordi di Parigi per il clima) e, con esso, la leadership statunitense. Per tanto, collocherei questa amministrazione appena terminata a metà di un continuum tra i due estremi descritti, sebbene bisogna ricordare che come prima superpotenza gli Stati Uniti hanno interessi in tutto il mondo, oggi impossibili da controllare senza una massiccia presenza internazionale, viaggi all’estero o no. Trump ha voluto dimostrare non è tanto che gli USA non abbiano bisogno dell’esterno (e lo ha fatto capire senza mezzi termini, come spiegato da Alessandro Sorani), ma che possono fare a meno del consenso degli altri per raggiungere i propri obiettivi. Inoltre, bisogna evitare di confondere isolazionismo con pacifismo poiché, unito alla Dottrina Monroe, è stato foriero di continue aggressioni  nel continente americano”.

Corea del Nord, verso l’VIII Congresso del Partito del Lavoro

Trump durante la sua prima campagna elettorale sbandierò come punto fermo, con islamofobia a detta di taluni, quello di ridurre drasticamente l’impegno statunitense in Medio Oriente concentrando invece l’attenzione sul Pacifico, e segnatamente sulla Cina. Si potrebbe però smentire questa tesi riportando alla luce i fatti dell’intervento in Siria e dell’omicidio di Soleimani. Rispetto questi due eventi probabilmente sono state due le concause che hanno indotto ad una inversione di marcia: la necessità di affrontare l’ISIS e il pericolo di lasciare il Medio Oriente in mano russa. Quale lettura si può dare a queste operazioni?

“Il Medio Oriente è il teatro più complesso, soprattutto per i sistemi di alleanze e di contrapposizioni ed è stato il focus USA fino alla presidenza Obama, che elaborò la strategia Pivot to Asia. Grazie alla crescente autonomia energetica gli Stati Uniti hanno potuto diminuire il loro impegno nell’area che, comunque, non può essere azzerato per tre motivi principali: le organizzazioni jihadiste costituiscono un pericolo, di cui l’ISIS è solo l’ultimo esempio; gli USA hanno stabilito di evitare che altre potenze regionali si armino con il nucleare; ritengono che per mantenere il proprio predominio debbano evitare l’ascesa di una potenza regionale, qualsiasi essa sia, persino fra gli alleati. Inoltre, la necessità di mantenere una cospicua presenza militare, ad esempio nello Stretto di Hormuz, serve a mantenere un controllo sui mercati energetici anche come arma contro i competitor; infatti, la Cina è il primo importatore di petrolio. Le azioni della presidenza Trump vanno inserite in questo contesto, dove dobbiamo ricordare che la Russia è soltanto uno dei player. L’uccisione di Soleimani risponde a due necessità, invece: limitare l’influenza iraniana sull’Iraq; mettere in crisi il regime di Tehran. In questo caso Trump ha davvero impresso un’impronta personale, optando per una strategia di massima pressione per far crollare il regime dall’interno, e lo ha fatto invertendo completamente la direzione rispetto agli accordi sul nucleare dell’era Obama”.

Libia, un barlume di speranza? La strettoia per la pace

Spostiamoci ora sul Pacifico: un’area geopolitica caratterizzata, dal secondo dopoguerra, dall’egemonia incontrastata statunitense, nonostante la sconfitta in Vietnam. Un monopolio preservato sino all’emergere travolgente della potenza economica cinese alla vigilia del XXI secolo. Un palese cambiamento che non provocò particolari reazioni alla Casa Bianca sino all’insediamento di Barack Obama il quale caratterizzò i suoi mandati per l’alta dinamicità nell’emisfero. Nel 2014 Xi Jinping affermò “L’Asia è sufficientemente grande per offrire opportunità sia alla Cina che agli Stati Uniti”: un enunciato che secondo alcuni cronisti indicava che, sia Washington sia Pechino, avevano fatto propria la nozione secondo cui un loro avvicinamento avrebbe prodotto maggiori vantaggi per entrambi più di quanti ne potesse produrre un inasprimento delle potenziali tensioni. Tenendo fermo il dito sul mappamondo, con Trump siamo invece passati ad una politica muscolare e dunque alla guerra commerciale con la Repubblica Popolare Cinese. Come possiamo giudicare la più importante sfida dell’Amministrazione?

“Quando si osservano le relazioni sino-americane bisogna ricordare in primis che i due Paesi sono competitor ma soprattutto partner (il concetto della Chimerica rilanciato dal nostro Tabasso). L’interdipendenza, unita a un netto predominio militare USA, era considerata la base per lo sviluppo pacifico delle relazioni. Entrambi, ne hanno tratto benefici ma, già prima di Trump, sono emersi dei nodi. Pechino continua ad abusare del suo regime economico misto, ha sfruttato l’ingresso negli organismi internazionali per accrescere la propria influenza in Africa, e ha varato la Belt and Road Initiative per acquisire posizioni strategiche. Inoltre, in questi anni di apertura, il regime cinese non ha fatto nessun passo in avanti per garantire maggiori libertà al suo popolo. Trump si è fatto portavoce della richiesta di una politica di contenimento nei confronti della Cina che già circolava in ambienti USA. La questione dello sviluppo di tecnologie come il 5G è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, perché attraverso il controllo dei dispositivi e delle infrastrutture informatiche si possono controllare gli armamenti nucleari e i dati della popolazione, perciò la Cina può costituire una minaccia alla sicurezza. La guerra commerciale è stata solo un contorno propagandista a questa battaglia, lo dimostrano i numeri della bilancia commerciale USA-Cina che sono sostanzialmente invariati rispetto alla presidenza Obama. Con soli quattro anni di presidenza, è difficile dire se le strategie messe in atto da Trump avranno successo, bisognerà vedere quanto deciderà di discostarsene Biden”.

Una delle più comuni interpretazioni delle elezioni presidenziali USA vuole che sul loro esito le questioni di politica estera abbiano un’influenza meno rilevante rispetto la politica interna. In questo senso le elezioni del 1980, che videro la vittoria di Ronald Reagan, costituirono una delle sparute eccezioni a questa regola. Erano i tempi in cui si ebbe l’impressione che il Presidente Carter avesse incrinato il prestigio USA nel mondo nello schema bipolare e soprattutto perché i cittadini USA erano emotivamente provati dalla crisi diplomatica degli ostaggi in Iran. Il 3 Novembre la regola è stata rispettata?

“Penso che in un mondo globalizzato e profondamente interconnesso da satelliti, cavi marini, supply chains e flussi migratori, la politica estera abbia un influsso perenne sulle politiche interne spesso, però, percepito in maniera indiretta dalle opinioni pubbliche. Certamente è da tempo che l’elettorato statunitense ha dimostrato stanchezza e disinteresse verso gli impegni in questo ambito chiedendo, in maniera trasversale, una maggiore attenzione verso i numerosi temi di politica interna irrisolti. Credo che, in questo senso, anche alle elezioni che hanno portato Joe Biden alla vittoria, la regola sia stata rispettata”.

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