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Mundus furiosus

Corea del Nord, verso l’VIII Congresso del Partito del Lavoro

All’atteso Congresso del Partito del Lavoro previsto per gennaio si dovranno considerare anche gli effetti delle elezioni USA 2020.

Il prossimo gennaio, Pyongyang, capitale della Repubblica Popolare Democratica di Corea (meglio conosciuta come Corea del Nord), vedrà aprirsi i lavori dell’VIII Congresso del Partito del Lavoro dopo cinque anni dal precedente.

La scelta di Kim

Già da questo semplice fatto si nota come il Dirigente supremo del Partito, dello Stato e dell’Esercito Kim Jong Un abbia rimesso la vita politica del paese su un binario di regolarità e stabilità: l’intervallo di cinque anni, previsto dallo Statuto dello stesso PLC, era stato per varie ragioni accantonato nel lunghissimo periodo di 36 anni intercorso tra il VI e il VII Congresso, tenutisi rispettivamente nell’ottobre 1980 e nel maggio 2016.

L’VIII Congresso del Partito del Lavoro di Corea (di cui ha trattato anche Elvio Rotondo) è particolarmente importante perché si svolgerà in un contesto interno e internazionale estremamente fluido: l’emergenza COVID-19, le calamità naturali, la recente scoperta di “gravi crimini” commessi dal comitato di Partito dell’Università di Medicina di Pyongyang, le elezioni americane (per approfondire), i progressi nell’industria missilistica e la Battaglia degli 80 Giorni per la riabilitazione dalle suddette calamità e il conseguimento di nuovi successi nell’edificazione infrastrutturale in vista dell’evento di gennaio. Sono tutti fenomeni, questi, che hanno caratterizzato, nel bene e nel male, la vita della RPD di Corea in quest’ultimo anno.

Una svolta nella diplomazia

Ma l’VIII Congresso sarà rivestito di questa importanza poiché sarà chiamato a fare il bilancio del periodo trascorso dal Congresso precedente, periodo che ha visto inaugurarsi la svolta diplomatica del 2018-19, in cui Kim Jong Un ha incontrato, anche più volte, le più alte cariche di tutte e tre le superpotenze: Xi Jinping per la Cina, Trump e Pompeo per gli USA, Lavrov e Putin per la Russia, oltre a tre vertici inter-coreani per la prima volta dopo 11 anni, nei quali ha incontrato il presidente sudcoreano Moon Jae-in portandoselo pure a Pyongyang e facendolo parlare davanti a 150.000 nordcoreani in occasione del vertice di settembre.

Non si è ancora concretizzato, nonostante la reciproca disponibilità comunicata sempre nel 2018, l’incontro tra Kim Jong Un e Assad, mentre si sono rafforzati i rapporti partitici e diplomatici con altri paesi socialisti come Cuba e Vietnam: è del 16 novembre 2018 la visita ufficiale del presidente cubano Miguel Díaz-Canel a Pyongyang. Risale al 1° marzo 2019 il viaggio di Kim Jong Un ad Hanoi per incontrare il presidente Nguyen Phu Trong.

Da segnalare anche il colloquio col presidente di Singapore, paese ospite dello storico vertice RPDC-USA del 12 giugno 2018, Lee Hsien Long, nel quale si è parlato anche di accordi commerciali, scambi e cooperazione in una serie di ambiti.

Dunque, cinque incontri con Xi Jinping, uno con Lavrov e con Putin, addirittura tre con Trump (primo presidente americano in carica ad aver mai incontrato un Líder Maximo nordcoreano) nel giro di un anno e due, a contorno, con Mike Pompeo.

http://iltazebao.com/italia-corea-del-nord-20-anni-di-rapporti-diplomatici/

Un attivismo che restituisce centralità alla Corea del Nord

Dal punto di vista geopolitico, questi enormi successi della Corea del Nord sul fronte diplomatico hanno garantito al paese un “posto al sole” nella comunità internazionale, una posizione di forza in ogni eventuale trattativa o scontro (si spera sempre solo verbale e politico) con gli storici nemici americani, sudcoreani e giapponesi.

Pyongyang ha infatti rinsaldato notevolmente la sua alleanza con Mosca e Pechino nonostante i ripetuti test missilistici e atomici del periodo 2013-17 avessero fatto insorgere in molti analisti occidentali il dubbio e varie ipotesi di rottura con gli storici alleati russi e cinesi, i quali almeno formalmente condannavano dette azioni e si univano al coro delle sanzioni in seno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Ciò ha altresì permesso al governo nordcoreano di far sentire più distintamente la sua voce di militanza per un mondo multipolare in cui regnino indipendenza e sovranità.

Non staremo qui a fare la cronistoria del sostegno che la RPDC ha accordato a vario titolo, negli anni, a movimenti come il Partito delle Pantere Nere, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, l’Irish Republican Army o Hezbollah, piuttosto che menzionare i volontari mandati in Vietnam o i rapporti che essa ha avuto con la Libia di Gheddafi (avviata ad una difficile pace) e paesi “ribelli” del campo socialista est-europeo come la Jugoslavia di Tito e la Romania di Ceauşescu. Per non dimenticare, ovviamente, le storiche relazioni di amicizia col Venezuela bolivariano, con la Siria degli Assad (rafforzatesi negli aiuti in armi e personale all’Esercito Arabo Siriano nell’ormai decennale guerra civile che ha sconvolto il paese), con l’Algeria e altri paesi africani avviatisi sulla via dell’indipendenza dopo la decolonizzazione, col Perù di Fujimori. Basti ricordare la partecipazione attiva e in primo piano, dal 1975 a oggi, che la Corea del Nord vanta nel Movimento dei Non Allineati in nome dell’indipendenza globale, obiettivo che persegue apertamente sin dai tempi di Kim Il Sung (1912-1994), fondatore della Repubblica Popolare Democratica.

Come riposizionarsi dopo USA 2020?

È poco probabile, quindi, che l’VIII Congresso del Partito del Lavoro in gennaio segni un cambio di rotta. Più probabile che, sapendo quasi certamente per quel periodo l’esito delle elezioni americane, assisteremo a una nuova strategia, nel bene o nel male, nei riguardi del comportamento da tenere verso gli Stati Uniti.

È palese, infatti, che a Pyongyang preferiscano la rielezione di Trump, essendo stato questi l’unico in grado di costruire una relazione (pur tra mille contraddizioni e passi indietro) col governo nordcoreano. Le malcelate minacce rivolte da Biden a paesi indipendenti, socialisti e amici della Corea del Nord come Cuba, Nicaragua e Venezuela, e relative minacce da parte di Pyongyang al suo indirizzo, fanno effettivamente poco sperare che questa relazione possa traslarsi all’eventuale nuovo presidente dem.

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Maria Antonietta Gulino: “Siamo mutilati. Dopo una fase di ansia oggi sta crescendo la depressione. Il nostro impegno affinché il malessere non diventi cronico”

La proposta: “Un voucher la salute psicologica”.

A colloquio con la Presidente dell’Ordine degli Psicologi della Toscana Maria Antonietta Gulino.

L’incombere di una minaccia invisibile, le restrizioni che comprimono spazi e diradano le relazioni, la tenuta psicologica in bilico e le contromisure attivate o in fase di studio per contenere i danni. Maria Antonietta Gulino, psicologa, psicoterapeuta e Presidente dell’Ordine degli Psicologi della Toscana, è intervenuta su Il Tazebao.

È un’Italia sempre più insicura. Che sollecitazioni causa e che conseguenze produce questa emergenza sul singolo e sulle nostre collettività? C’è un rischio per la salute pubblica? “Assolutamente sì. Oltre al corpo, oltraggiato dal virus, la pandemia ci ha stravolto dentro, cambiando le relazioni. Il distanziamento fisico ha cambiato radicalmente i momenti sui cui si basa la nostra vita: ha danneggiato l’animale sociale, politico che è insito in noi. Ha frustrato il nostro bisogno di confronto e di dialogo. Su questo grande sconvolgimento delle nostre vite si è sommata la seconda ondata che stiamo vivendo. Ripenso a quando accoglievo un paziente dandogli la mano. Manteniamo sempre un contatto, riusciamo a parlare anche a distanza, si perdono però tutte le informazioni prossemiche, non verbali che sono determinanti e che ci aiutano a capire. Non ci possiamo più toccare. Siamo mutilati. In questo periodo abbiamo vissuto un apprendimento forzato: non so come ci comporteremo dopo, cosa saremo. Stiamo assimilando la distanza. Riprenderemo mai a darci la mano?”.

Alcuni dati

Lei è stata eletta a inizio di quest’anno e ha potuto toccare con mano tutta l’emergenza. Di quanto sono aumentate le richieste di aiuto e di che tipo a livello toscano? “Anche noi in un certo qual modo siamo stati travolti perché subito dopo l’insediamento ci siamo ritrovati in una pandemia. L’emergenza è prima sanitaria ma poi psicologica e i dati parlano chiaro. Il livello di stress della popolazione, come mostrano i dati dell’Istituto Piepoli raccolti per l’Ordine Nazionale degli Psicologi, è tornato – i dati sono riferiti a settembre – ai livelli di marzo, l’inizio della pandemia. Il 57% dei partecipanti di un sondaggio condotto da Eurodap dichiara di aver paura di contagiarsi e di contagiare. Nella nostra regione la richiesta di terapia è decisamente aumentata da agosto ad oggi, sebbene non ci siano ancora informazioni affinate. Negli anni precedenti, solitamente, a settembre registravamo un calo, connesso al periodo post-vacanze, e poi a gennaio, dopo le riunioni familiari, c’era un’impennata. Non è andata così quest’anno. In più adesso registriamo un’evoluzione dei sintomi: dopo una fase ansiosa oggi sta crescendo la depressione visto che, al contrario dei mesi precedenti, non si vedono vie d’uscita dalla pandemia”.

I soggetti più a rischio

L’emergenza ha una sorta di gradiente di intensità. Colpisce maggiormente chi giù in basso, si assomma infatti alle precedenti marginalità. Che strategia occorre adottare per impedire che sempre più poveri o nuovi poveri (l’ultimo rapporto Censis parla chiaro) finiscano nella disperazione? “La pandemia psicologica ha travolto tutti ma ha stravolto i più vulnerabili. E mi riferisco agli anziani, che sono i più colpiti anche sul versante sanitario, gli operatori sanitari a rischio burnout, le famiglie con i bambini, gli adolescenti, nuovi disoccupati e disoccupati di lungo periodo. Le fasce più vulnerabili sono ancora più a rischio. Sentiamo parlare spesso di indice RT ma ne trascuriamo uno altrettanto importante: l’indice di fragilità. Chi si occupa di loro, chi ascolta i loro dubbi, chi li prende in carico? È proprio l’indice di fragilità un parametro che dovremmo considerare. Anche forti di questi dati, stiamo chiedendo alle Istituzioni, faremo a breve un incontro con l’Assessore Regionale alla Salute, per discutere dell’introduzione di un voucher per la presa in carico della salute psicologica. Non ci possono essere solo bonus per la mobilità, per quanto importanti, ma ce ne dev’essere uno anche per la salute. E questa misura può essere erogata nel quadro di un sistema assistenziale a centralità pubblica. E lo dico perché le marginalità si espanderanno, i nuovi poveri aumenteranno. In tal senso, a maggior ragione se non c’è una presa in carico, i dati sulla fragilità e la depressione non fanno ben sperare”.

Crescere durante il Coronavirus

I più giovani, che hanno visto cancellata di netto tutta la socialità, come stanno vivendo il momento? Che ripercussioni possono avere visto che gli manca la scuola o attività fondamentali come lo sport? “I giovani, questi sconosciuti… lasciatemelo dire. Fantasmi senza volto e senza voce. Sono stati i primi a essere deprivati delle relazioni sociali. Sono quelli a cui abbiamo chiesto uno sforzo maggiore, anche con le scuole aperte e chiuse. Da una ricerca dell’Università di Firenze a cura di Menesini e Nocentini, professoresse di Psicologia, i ragazzi hanno mostrato livelli crescenti di stress: il 29% ha mostrato livelli di stress alti ad aprile, a giugno, quando ci saremmo aspettati un decremento, invece è salito al 40%. È un indicatore che fa capire che ci è una presa di coscienza del trauma. Questo significa che ci sarà un momento del lutto, dell’elaborazione e che comunque il periodo lascerà ferite e un dolore psicologico. È emerso un quadro di pensieri ossessivi, di ansia, l’autolesionismo è in aumento, non è sparito nemmeno il bullismo. Le DAD sono state applicate a fatica e non sono state apprezzate da alcuni dei ragazzi: questo ha avuto un’incidenza sul rendimento scolastico. Il 60% dei ragazzi intervistati si sono definiti nervosi. Che ne sarà di loro? Come faranno dopo questo anno di vuoto?”.

La sessualità

La sessualità, un momento imprescindibile della vita umana, cambia. C’è chi è arrivato a sconsigliarlo… è davvero qualcosa cui poter rinunciare? “È inevitabile che questa chiusura sia stato un laboratorio relazionale per la coppia. Coppie che erano in crisi, ma avevano ancora risorse sufficienti, hanno risolto. Quelle più compromesse lo hanno vissuto come l’anticamera della fine. La nostra vita sessuale è cambiata visto che non ci possiamo toccare. Penso ai vari single, che non solo sono chiusi, hanno avuto difficoltà nell’incontrarsi tra di loro anche nei momenti di pausa tra le restrizioni. Il motivo spesso è la paura di incontrare chi può essere contagioso. Mi viene da ripensare a quando ci trovammo a fronteggiare l’HIV. Quella minaccia seminò diffidenza nella sfera dell’intimità ma c’erano gli anticoncezionali. Anche per questo la situazione odierna è molto più complessa. Come possiamo gestire la sessualità se abbiamo corpi mutilati? Certi comportamenti forzatamente appresi perdureranno…”

Analizziamo adesso il rapporto uomo-donna sotto il lato più patologico e deteriore. Il 25 novembre si è celebrata la giornata contro la violenza sulle donne. I dati di ActionAid parlano chiaro: un’emergenza nell’emergenza. A cosa si deve questa recrudescenza spaventosa? “La violenza sulle donne è un fenomeno che ha in sé le più svariate componenti, da quelle sociali a quelle religiose passando per una infinita serie di stereotipi. Certo è che sul rispetto della donna c’è ancora molto ancora da fare. Nel primo lockdown erano diminuite le segnalazioni perché dovevano stare a casa con il compagno violento, poi, come si vede dai dati, l’impennata è molto preoccupante. L’estrema esposizione relazionale ha esasperato le coppie, a maggior ragione quando sono altamente disfunzionali. Spero che questo tema sia sempre più centrale nel dibattito”.

Il contributo degli Psicologi è tra i più preziosi e richiesti e si è visto anche nei mesi scorsi. Presidente, vogliamo ricordare quali servizi sono attivi per l’emergenza? “Sono attivi dei servizi per l’emergenza a livello di ASL territoriali, stiamo lavorando per esempio con le USCA per attivare l’intervento dello psicologo come previsto in origine, mentre la Protezione Civile ha attivato un numero verde. Ricordando quando fatto nei mesi dell’emergenza, da marzo a maggio abbiamo gestito 800 chiamate in virtù di un servizio in collaborazione con il Comune di Firenze. L’invito che mi sento di rilanciare è ad aumentare gli psicologi coinvolti. Dobbiamo impegnarci affinché questo malessere psicologico non diventi cronico così da programmare il post-pandemia”.

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Libia, un barlume di speranza? La strettoia per la pace

Fra ritiri di truppe ed embargo d’armi ripartono i negoziati internazionali.

In queste settimane, i rappresentanti dei due governi libici e le potenze straniere coinvolte nella guerra si stanno riunendo a un vertice dell’ONU in Tunisia per negoziare un cessate il fuoco. Nell’ultimo anno ci sono stati diversi tentativi di accordo, nonostante la tensione alta, e dopo quasi un decennio di guerra, questa sarebbe una svolta storica per il Paese.

Un lento cammino verso la pace

A gennaio del 2020, diverse potenze mondiali si sono riunite a Berlino per discutere. Fra i presenti c’erano Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia, Italia, Cina, Emirati Arabi, Turchia, Congo, Egitto, Algeria, e rappresentanti di ONU, UE, Unione Africana e Lega Araba. I due governi libici sono stati invitati, ma non si sono voluti sedere allo stesso tavolo. In separata sede, sono stati informati delle discussioni.

Era stato concordato un embargo sulle armi estere, violato poco più di una settimana dopo da 8 Paesi fra cui Turchia, Russia, Emirati Arabi e Francia.

Haftar non ha più la stessa fiducia

È evidente che dopo l’assedio a Tripoli del 2019 si è sentito il bisogno di invertire la rotta. Il 2019 ha visto la più grande mobilitazione di forze libiche dal 2011. Fra i soldati di Haftar c’era sia chi era stato leale a Gheddafi e chi si è era ribellato e ha poi vissuto la guerra come un fallimento. E forse proprio questo assedio, conclusosi con uno stallo e moltissimi civili morti, ha determinato la sfiducia internazionale verso Haftar.

Haftar controlla una vasta porzione del territorio dal 2016, ha sconfitto l’ISIS e consolidato il controllo territoriale in pochissimo tempo, ma non è riuscito a guadagnarsi la fiducia della comunità internazionale.

Durante le negoziazioni di settembre a Ginevra si è rimarcata la necessità del ritiro di truppe straniere, per poi poter organizzare le elezioni. Si è discusso di un eventuale spostamento di importanti organi amministrativi e del parlamento a Sirte in via temporanea, una volta compiute le dovute procedure logistiche.

Haftar ha dichiarato che si atterrà alle risoluzioni di Ginevra. Nelle ultime settimane Russia, Emirati Arabi ed Egitto hanno ritirato delle truppe, il che lascia ben sperare.

Altro dato importante sono alcuni cambiamenti interni alle autorità libiche: Sarraj e Haftar stanno perdendo d’importanza, sostituiti per altro in alcune visite di rilievo. Eventuali dimissioni da parte dei leader potrebbero allentare le tensioni riguardanti un eventuale governo unico.

Un mondo sempre più multipolare

La Libia mette in luce quanto il mondo sia cambiato dal 2011. Da un quinquennio, le alleanze si fanno sempre più aleatorie in una transizione storica verso una multipolarità. Esempio lampante è il ruolo della Francia, che pur ufficialmente sostenendo le azioni dell’ONU per la pace e ponendosi come attore centrale e neutrale ai negoziati di pace, ha prestato aiuti politici, logistici e militari consistenti a Haftar.

Nel 2019 sono stati rinvenuti diversi missili Javelin vicino a Bengasi. La Francia li aveva acquistati dagli USA e forniti a Haftar, violando accordi bilaterali con gli americani e un embargo sulle ONU. Dopo l’incidente internazionale, al Sarraj ha interrotto i rapporti con l’Eliseo e l’ONU ha inviato un monito ai francesi.

Un’Italia tagliata fuori

La noncuranza della Francia nella sua gestione dei rapporti con i Paesi africani, in questa occasione, rischia di creare uno strappo all’interno della NATO, per via della tensione fra Turchia e Francia in merito alla situazione in Libia, ma anche nel Mediterran25eo Orientale. Lontana dall’essere una forza moderatrice imparziale, in diverse occasioni ha tagliato l’Italia, centrale nella questione libica, fuori dalle discussioni diplomatiche.

http://iltazebao.com/le-ambizioni-di-grandeur-alla-prova-dei-fatti-i-nodi-ancora-irrisolti-di-macron/

Le potenze occidentali, che hanno istigato la guerra nel 2011, non sono più una fazione compatta e hanno ceduto il passo ai Paesi mediorientali nel 2014. La Turchia e il Qatar, ad esempio, sono riusciti ad affermarsi e a mantenere il governo islamista di Sarraj con la benedizione dell’ONU e dell’UE. Dal canto loro, i russi si sono ritrovati a operare fianco a fianco con gli Emirati Arabi, da sempre fedeli agli inglesi. La Cina, inizialmente coinvolta in operazioni segrete, si è ritirata dal conflitto e ora spinge per una soluzione diplomatica.

Il Chaos libico e l’emergenza sanitaria globale. La partita del petrolio

Pare che i Paesi coinvolti siano troppi per potersi stancare della guerra, ma forse lo scenario internazionale sta cambiando. Il Covid ha messo in ginocchio l’economia mondiale, abbassando drasticamente il prezzo del petrolio e permettendo al governo di Tobruk di mettere un embargo di sei mesi sull’oro nero. Embargo che si è concluso solo ora, con la riapertura dei dialoghi. Già nel 2016, diversi pozzi di petrolio minori nella parte ovest del Paese erano stati completamente prosciugati da varie milizie islamiste, che gestivano commerci illegali sulla rotta tra Niger e Misurata. Adesso, solo i pozzi principali nell’area di Ubari sono sotto il controllo di Tripoli, ma il governo non ha dove poter raffinare il grezzo.

Le ipotesi per arrivare a una pace più duratura

Si spera che questi negoziati portino almeno a una tregua temporanea, oppure che eventuali successori dei due leader uscenti possano mettere d’accordo abbastanza potenze internazionali da guadagnarsi la fiducia dell’ONU e dell’UE.

Una delle priorità delle discussioni, a valle di questo embargo, è quella della ripartizione equa del petrolio. Qualora la tregua non portasse ad alcuna soluzione duratura, alcuni esperti considerano che la Libia possa venire divisa in due parti all’altezza di Sirte.

Rimane ancora da vedere se questa possa essere una soluzione accettabile per Mosca. Ma soprattutto se il governo di Tripoli si accontenterà di una risoluzione tutta in suo favore, oppure se tenterà di accaparrarsi i giacimenti di petrolio più importanti d’Africa, sfruttando il ritiro delle forze alleate di Haftar.

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Sabbia del Tempo

1881 – Lo Schiaffo di Tunisi: la corsa alle colonie, l’irrilevanza italiana e le frizioni con la Francia

Uno smacco all’Italia che rimarrà impresso a lungo nella memoria del Paese.

Alla fine del Secolo Lungo il colonialismo vive il suo momento di auge. Il Congresso di Berlino del 1878 legittima le ambizioni delle grandi potenze, la Russia si proiettata verso il Mediterraneo attraverso i Balcani dopo la sconfitta degli Ottomani ed eleva la Germania ad artefice della pace.

La stessa Germania, tra gli ultimi arrivati al tavolo della spartizione globale, costruirà il proprio impero coloniale in Africa. Appena sei anni dopo se ne terrà un secondo a Berlino che inaugurerà ufficialmente la corsa all’accaparramento dell’Africa.

A rimanere fuori dai grandi giochi è l’Italia, fresca di riunificazione ma ancora scarsamente riconosciuta sul piano internazionale, che al tavolo berlinese sperava innanzitutto di ottenere il Trentino, ancora in mano austriaca, ma senza successo. È del resto un momento di stanca e di ripensamento per l’Italia che vive la stagione del trasformismo inaugurata da Agostino Depretis, che nasce in seguito al completamento unitario, come sublimazione delle precedenti differenze tra Destra e Sinistra che vertevano spesso sulla presa o meno di Roma.

Le pretese di Francia e Italia

Tra i vari argomenti che i delegati affrontano c’è anche la presenza nel Nord Africa. Francia e Italia ambiscono entrambe alla Tunisia, da sempre una terra di incontro per i popoli rivieraschi nel Mediterraneo e dove la presenza italiana era riconosciuta e accettata, come ben sottolinea il numero “Tunisia: una speranza nel Mediterraneo” della rivista LeSfide a cura della Fondazione Craxi. L’Italia spera che l’Inghilterra gliela conceda in ottica di contenimento dello strapotere francese ma Salisbury liquida con poco battute le timide pretese italiane.

Dum Romae consulitur…

Il governo italiano a guida Cairoli, seguendo la linea delle “mani nette” inaugurata da Depretis, non vuole prendersi la responsabilità di un’azione armata. Di contro la Francia non tentenna e nel 1881 fa sbarcare a Biserta un contingente di duemila uomini occupando il territorio. L’Italia è ancora una volta umiliata nello scacchiere internazionale e palesemente isolata. Le conseguenze di questo smacco sono molteplici: dalla caduta del governo Cairoli ad un avvicinamento dell’Italia alla Germania, sancito con la Triplice Alleanza siglata da Francesco Crispi.

L’occupazione della Tunisia da parte della Francia, quella inglese successiva dell’Egitto e quindi della Libia nel 1911 ad opera degli italiani sono i prodromi alla dissoluzione dell’Impero Ottomano che sarà sancita con gli accordi di Sykes-Picot.

Il contesto: la corsa globale alle colonie

Gli anni che vanno dal 1876 al 1900 segnano, come sottolinea Vladimir Il’ič Ul’janov meglio noto come Lenin nel suo Imperialismo (la massima applicazione delle teorie marxiane alle relazioni internazionali), la completa spartizione del globo.

I possedimenti coloniali dell’Inghilterra crescono dai 2,5 milioni di miglia quadrate del 1860 ai 9,3 del 1899 per un totale di 309 milioni di abitanti, nello stesso anno la Francia arriverà a detenerne 3,7 milioni per un totale di 56,4 milioni. ¹

Fotografia eloquente di questa accelerazione nella politica coloniale è il ribaltamento dei proponimento in seno alle classi dirigenti britanniche. Se nel 1852 per Disraeli le colonie sono un peso di cui liberarsi quanto prima, Joseph Chamberlain e Cecil Rhodes saranno fervidi sostenitori di un rilancio imperialisti. E avranno successo.


1. Dati estrapolati da “Storia della colonizzazione” (1900) di Henry C. Morris.

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Le ambizioni di Grandeur alla prova dei fatti. I nodi (ancora) irrisolti di Macron

Macron tratteggia una Francia capofila in Europa e di nuovo protagonista nel Mediterraneo. Ma ci sono le basi per farlo?

La riflessione di Leonardo Tirabassi, giornalista de Il Sussidiario.

Tutto si può dire di Macron ma non che manchi di visione strategica. E l’intervista rilasciata pochi giorni fa ne è una conferma. Fa un certo effetto a noi italiani leggere le parole del presidente francese a confronto con i sussulti d’aria dei nostri! Bene sta facendo il giovanissimo blog Il Tazebao a lanciare una riflessione a questo proposito.

Sulle pagine di Le Grand Continent si trovano infatti affermazioni potenti suffragate da un attivismo in politica estera notevoli, sia con azioni pratiche nel bacino del Grande Mediterraneo, dall’Africa subsahariana, alla Libia, dall’Egeo al Caucaso, sia con parole chiare a proposito del multiculturalismo e del terrorismo islamista (sul punto è intervenuto anche il giornalista Alberto Rosselli).

Davanti al caos nel Medio Oriente allargato e del rimland intorno all’ex Unione Sovietica, davanti all’attivismo neo-ottomano della Turchia alla ricerca di un nuovo ruolo regionale, davanti al disinteresse americano, super potenza ripiegata su sé stessa, che però si permette di schiaffeggiare l’Europa e la Germania – si veda il ritiro dei soldati USA – Macron si emerge con una proposta chiara. Unica voce europea. Nuovo ruolo dell’Europa, spazio di difesa comune, con il comando, questo è implicito, alla Grande Francia, all’unica potenza militare nucleare europea rimasta nel continente dopo l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

Vive l’Empereur, vive la France!

Le criticità che Macron deve risolvere

Ma è un progetto concreto che ha le gambe su cui marciare? Lasciando da parte i giudizi di valore, la proposta si basa su una serie di presupposti tutti da verificare.

1) La Francia è vero che ha delle forze armate potenti, addestrate, abituate ad intervenire all’estero, dispone anche di un’ottima industria bellica, ma non è un gigante economico. Ha bisogno della Germania, senza il consenso e l’adesione dei tedeschi non può far niente. E infatti i vicini si sono fatti sentire e non certo tanto per parlare, perché Berlino non è certo disposta ad accettare di svolgere un ruolo ancillare. E poi anche da un punto di vista militare, ancora un qualche valore nel mondo ha il detto, “chi non ha combattuto contro i tedeschi, non sa cosa sia la guerra”.

2) Nessun paese dell’Est Europa, alleati di ferro degli Stati Uniti a cominciare dalla Polonia, aderirebbe ad un qualche progetto di difesa che non avesse la benedizione degli USA.

3) Le sfide che l’Europa si trova davanti sulla sicurezza, da quelle regionali – Caucaso, al Maghreb, Medio Oriente – a quelle globali rappresentate dall’espansionismo revisionista cinese, non possono essere affrontate nemmeno da un Europa unita. Quindi necessario è ricercare un’integrazione nei sistemi di alleanze esistenti.

Ma il problema posto da Macron è vero e rimane, l’Europa ha bisogno di pensare con la propria testa sui problemi della difesa, ha bisogno di conseguenza di organizzarsi, di dotarsi di risorse finanziarie appropriate. Soprattutto però deve dotarsi di un cervello politico.

“Tornare indietro per andare avanti”. Suggestioni sulle memorie del futuro di Emmanuel Macron. Une longue lecture

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Alberto Rosselli: “Il pensiero unico avanza insieme al declino della cultura occidentale. Conflitto Nagorno Karabakh? In Armenia solo Grecia e Francia si sono viste”

A confronto con Alberto Rosselli, storico e direttore della rivista Storia e Verità.

“L’Unione Europea sta abolendo le identità locali”

Indubbiamente controcorrente, financo “revisionista” per il modo attento, approfondito e anche coraggioso con cui passa al setaccio i fatti storici – maggiori, minori e misconosciuti – e i loro protagonisti. Alberto Rosselli, giornalista, saggista storico e direttore di Storia e Verità, è intervenuto a Il Tazebao.

Nel nostro manifesto programmatico scriviamo che il totalitarismo mediatico vuole cancellare la biodiversità italiana. “Il totalitarismo mediatico non è una causa, ma una conseguenza del declino della cultura occidentale, ormai avvelenata dal relativismo filosofico degenerato in nichilismo e dall’abbandono dei principi identitari e statuali di matrice cristiana. Non si tratta soltanto di un problema italiano, ma europeo. La Commissione e il Consiglio d’Europa hanno, infatti, deciso di abolire le particolarità culturali di ogni nazione membro in nome di un’integrazione economica sfrenata e di una sorta di monocultura aperta ad ogni influsso estraneo alla nostra Tradizione. La cultura di ogni singola nazione deve sopravvivere anche in un contesto aggregativo più ampio, ma comunque rispettoso delle singole identità. Non a caso, la cultura di una nazione facente parte di un soggetto più ampio (la UE, ad esempio) può essere definita come la trasmissione, da una generazione all’altra, di valori diversi ed unici. Massificare l’Europa in un unico soggetto abolendone le singolarità nazionali che la compongono significa, infatti, eliminare gli stessi pilastri di questo soggetto senza anima e fede, eliminando il concetto stesso (preziosissimo) di identità: quest’ultima è, infatti, qualcosa di più di una semplice peculiarità nazionale, ma è il significato ultimo della stessa cultura, o meglio, il senso culturale di una civiltà composita. In ultima analisi, il totalitarismo mediatico è dunque il risultato di una massificazione geopolitica ed economica improntata sull’annullamento delle singolarità nazionali”.

http://iltazebao.com/edoardo-tabasso-la-globalizzazione-ha-fatto-riemergere-conflitti-e-identita-la-democrazia-liberale/

Il nostro blog richiama la Rivoluzione Culturale di Mao. In un suo recente libro ricostruisce il trapasso dalla Cina imperiale alla Repubblica Popolare. Perché è importante guardare al Paese del Dragone? A cosa si deve il successo della Cina? “In quanto storico (il mio testo è infatti incentrato sulla lunga Guerra Civile Cinese), non mi occupo di economia o finanza, ragion per cui posso soltanto esprimere un’opinione basata su alcuni fatti già noti ed indagati dagli esperti in materia. L’enorme e rapidissima crescita economica della Cina è da attribuirsi a diversi fattori, primo fra tutti la creazione di un sistema politico anomalo che racchiude in sé – in maniera molto spregiudicata – i principi di uno stato totalitario comunista aperto tuttavia ad una forma di capitalismo produttivo senza limiti, direi immorale o privo di un’etica di fondo. La Cina (pur essendo membro del WTO) produce ed esporta enormi quantitativi di prodotti senza badare ai precetti sociali comuni a tutte le altre nazioni. In Cina i lavoratori non godono di alcuna tutela di tipo sindacale e debbono accontentarsi di salari estremamente bassi e comunque inferiori a quelli occidentali, soprattutto nelle vastissime sue regioni interne. In ultima analisi, trattasi di una potenza che può permettersi di produrre e soprattutto esportare grazie alla sua stessa natura politica, quella di uno stato totalitario che, spesso – grazie al suo sistema politico accentratore e militarizzato – può concedersi di applicare o imporre  regole di interscambio internazionali a qualsiasi altro paese, anche in virtù della sua sconfinata disponibilità finanziaria: una disponibilità che le ha consentito perfino di comprare a mani basse parte del debito pubblico statunitense (e non solo)”.

Dalla peste Antonina fino alla Morte Nera. Le grandi epidemie sembrano avere la capacità di accelerare il corso della storia. Siamo di fronte a questo scenario? “Credo di sì. Nel corso della storia le grandi pandemie hanno avuto un forte impatto sulle comunità colpite, sia in epoca antica che moderna. A questo proposito, è interessante notare che le grandi pestilenze siano scoppiate e si siano diffuse in relazione ai picchi di incremento demografico registrati, ad esempio in Europa, nel XIV e XVII secolo, e al conseguente fenomeno dell’inurbamento. Oltre a ciò, le pandemie sono andate di pari passo con lo sviluppo dei commerci internazionali, soprattutto marittimi. La peste del XIV secolo giunse in Europa occidentale grazie all’intenso interscambio commerciale tra la Repubblica di Genova e l’emporio di Caffa, situato in Crimea. Diciamo che la crescita demografica, lo sviluppo delle città e l’aumento della velocità dei trasporti hanno di fatto favorito la trasmissione dei vari morbi, cosa che, del resto, si è verificata ai giorni nostri con il Covid-19, la cui rapidissima diffusione è stata favorita dalla globalizzazione e, in parte, anche dall’immigrazione incontrollata e di massa dal Terzo Mondo all’Europa. Detto ciò, le grandi pandemie avvenute nel corso della storia hanno sì modificato in maniera significativa la vita di intere comunità, ma hanno favorito nel contempo lo sviluppo di scienze come la medicina”.

Uno sguardo al Medioriente

Da storico ha prodotto interessanti libri sul Medioriente. Le “fallaci primavere arabe” come le definisce il nostro Bonini (che le paragona pure) hanno lasciato campo aperto a ISIS. Da dove nacque e a cosa si deve la fortuna di ISIS? Ricordiamo anche che, per quanto sconfitto, continua ad alimentare atti di terrore… “Le cosiddette primavere arabe, che avrebbero dovuto democratizzare il mondo islamico, hanno sortito sicuramente un effetto controproducente e negativo, in quanto hanno risvegliato il revanscismo della porzione più ortodossa della umma (o comunità musulmana), favorendo la nascita di movimenti armati e terroristici come Al Qaeda e successivamente l’Isis. Organizzazioni non soltanto impregnate di fanatismo religioso, ma portatrici di valori anche politici. Come disse l’iraniano Khomeini: “L’Islam o è politico o non è niente”. Nonostante le sconfitte subite in Siria, l’Isis ha dimostrato la capacità di reagire e di rafforzarsi nuovamente cambiando strategia, pur rimanendo legato al principio fondamentale dell’Islam ortodosso: la sottomissione degli infedeli. Più precisamente, l’obiettivo dichiarato è quello di annullare le singole entità statuali musulmane, dando vita ad un impero islamico salafita globale ed etnicamente indistinto. Stiamo parlando, come è facile capire, di un progetto ambizioso, estremo, a tratti delirante, ma capace tuttavia di galvanizzare le menti di molti giovani disorientati dalla crisi economico-sociale e morale che attanaglia l’intero pianeta. Non a caso, sono decine di migliaia – come abbiamo già avuto modo di dire – i volontari confluiti in questa organizzazione criminale: ribelli siriani, ex-militari iracheni, disoccupati tunisini, europei musulmani, ma anche atei convertiti, che sembrano avere sposato questa causa fino ad immolare le proprie vite e, purtroppo, anche quelle di tanti, troppi innocenti, per un ‘ideale nuovo’ di natura pseudo trascendentale”.

Le conseguenze di lungo periodo di Sykes-Picot

In uno dei suoi ultimi testi ha trattato della rivolta nazionalista in Iraq. Un segno evidente che il Medioriente covava sentimenti di odio antioccidentale frutto anche dei nostri errori. “All’indomani della sconfitta subita nel 1918 dall’Impero Ottomano, e con la conseguente disgregazione dei suoi possedimenti mediorientali conquistati dalle forze dell’Intesa (Gran Bretagna e Francia), il Medio Oriente venne spartito tra Londra e Parigi. L’Iraq, in particolare, divenne un mandato britannico, ovvero un regno arabo autonomo, ma posto sotto stretta tutela dell’Inghilterra. Questo perché le enormi riserve petrolifere e la posizione a metà strada tra l’India ed il Canale di Suez imposero alla diplomazia inglese una presenza diretta sul territorio. Già a partire dai primi anni Venti i rapporti tra britannici ed iracheni non risultarono facili. I problemi, infatti, erano spinosi, in parte a causa della costituzione di un regno composito dal punto di vista etnico-religioso (con il Nord a prevalenza curda sunnita; il Centro, con Baghdad, a maggioranza arabo-sunnita ed il Sud, con Bassora, a maggioranza arabo-sciita), in parte perché una porzione della nuova classe dirigente irachena ambiva in tempi rapidi ad acquisire la totale indipendenza (già prevista dalle clausole mandatarie, ma ritenuta troppo lontana). Di qui, nella primavera del 1941, la Grande Rivolta nazionalista antinglese capitanata dal leader nazionalista Rashid Al Galiani: una rivolta destinata a fallire, ma che rimase ben impressa nella memoria dei futuri leader musulmani, dall’egiziano Nasser all’iracheno Saddam Hussein”.

Il conflitto in Nagorno Karabakh

Non possiamo non citare l’Armenia, vittima ancora una volta di una brutale aggressione… “Gli armeni sono un popolo decisamente sfortunato. Dopo avere subito sanguinose repressioni da parte degli Ottomani (ricordiamo l’immane strage del 1915-1918, in cui persero la vita circa 1.500.000 armeni cristiani: massacro ancora negato dall’attuale governo di Ankara), il piccolo stato armeno – unica entità cristiana dell’area caucasica meridionale – è stato aggredito pochi mesi fa dalla repubblica islamica filo-turca dell’Azerbaijan, interessata ad occupare la regione autonoma del Nagorno Karabakh a forte componente armena. Detto questo, il governo azero di Baku considera la popolazione armena in Nagorno Karabakh come una frattura della propria integrità territoriale, tanto che l’espressione “recupero del Karabakh” è stata pronunciata più volte negli ultimi tempi sia dalla dirigenza azera sia da quella turca. Il recente, breve conflitto tra Armenia e Azerbaijan sembra per il momento concluso con un nulla di fatto (dietro pressioni internazionali è stato firmato un cessate il fuoco), anche se da questo episodio è emersa un’amara verità. Mentre il governo turco del dispotico Recep Erdogan e, in parte, quello iraniano hanno appoggiato militarmente Baku, ad eccezione della Francia (la nostra riflessione sull’intervista di Macron) e della Grecia nessuna altra nazione o potenza occidentale, e quindi teoricamente cristiana, ha sostenuto Erevan. Perché? Per il semplice fatto che gli oleodotti che dai grandi campi petroliferi di Baku portano greggio verso l’Occidente debbono essere salvaguardati: per il bene di tutti, naturalmente…”

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Vive l’Empereur, vive la France!

Proseguono su Il Tazebao le riflessioni sull’intervista di Macron a “Le Grand Continent”, quasi ignorata dai media ma ricca punti salienti.

Leggo sul giornale – cartaceo perché ancora mi piace il contatto fisico e non solo della carta – che a Petii-Couronne nella periferia di Rouen slitta di altri sei mesi l’apertura della gigantesca piattaforma logistica di Amazon di 160mila mq in Normandia sostenuta dal fondo immobiliare cinese Gazeley. Il Prefetto di Seine Maritime prende tempo.

Respiro ed il pensiero corre ai tanti Masaniello succedutisi anche nella mia città negli ultimi 25 anni a difesa di un modello sociale, quello esemplificato dalla Disneyland rinascimentale, sommerso dal Covid, ma poi rifluisce saggiamente nella recente intervista a Macron dei giovani cool di “Le Grand Continent”.

I media italiani non hanno dato grande rilevanza all’intervista

Una bella intervista mi schiero subito, stranamente negletta, salvo il Corsera ed Il Foglio mi pare, dal nostro mainstream mediatico, come si usa dire oggi, legando la parola inglese, mainstream, al latino media che si pronuncia così e non midia per cortesia. Troppi impegnati i nostri eroi, molti freelance, a magnificare quotidianamente i bollettini del bioterrore per prestare attenzione al rilancio politico in versione europeista del Presidente francese.

Eppure fino ad un istante prima dello scoppio della pandemia sembrava che il dibattito politico, per quanto povero, fosse polarizzato sull’Europa ed ora che, svaniti d’incanto nel momento culminante della crisi i gilet gialli ed i loro Di Maio, sulla cui volatilità politica il sottoscritto aveva modestamente scommesso, nessuno si affretta a riprendere il tentativo di prelazione continentale della France. Eppure l’impronta napoleonica sull’Italia non è mai sembrata tanto forte, dai cantieri navali di Saint-Nazaire, Stx, alla Légion d’Honneur generosamente elargita ai nostri connazionali di spicco o supposti tali, lascito di una grande Tradizione che è stata una componente fondamentale dell’Unità italiana. Eppure la ville lumière è sempre stata un punto di riferimento obbligato nel bene e nel male, da Napoleone III allo schiaffo di Tunisi, dagli esuli antifascisti ad Hyperion, da Sedan a Mitterand, giuocando sempre un ruolo determinante. Non è che l’innamoramento di Biden, forse meglio di Kamala Harris delle élite domestiche ha indotto una colpevole sottovalutazione dell’uscita post-gollista di un personaggio ritenuto a torto e semplicisticamente revanchista, l’estromissione dalla Libia ci brucia nonostante le arie diplomatiche che ci diamo, e si traduce in un atlantismo rispolverato più che altro dalla probabile sconfitta di Trump e del suo America First in chiave soprattutto antigermanica?

La visione di Macron sull’Europa

Se così fosse commetteremmo un’altra volta un grave errore, non si può cambiare cavallo impunemente nel great game, che assottiglierebbe le nostre residue chance come Paese di contrattare comunque una parte nel giuoco europeo. Sì perché il bello del commento a tutto campo di Macron è proprio la dichiarata consapevolezza che l’Europa deve recuperare una assoluta autonomia rispetto ai due poli, USA e Cina, in tutti i settori chiave del futuro, dalla cibernetica big tech incluse – il prefetto di Rouen si sentirà sollevato – il più decisivo, alla difesa, dai vaccini ai valori condivisi. Con una sottolineatura forte nei confronti dell’impegno in Africa dove terrorismo ed assedio cinese esercitano una pressione insostenibile, crescente, sulla fascia subsahariana francofona che, a mio avviso correttamente, richiama l’insieme della UE ad un’assunzione di responsabilità. Non credo che la Estonia nel Mali sia l’unico esempio di collaborazione militare interforze, so per certo delle difficoltà frapposte nell’area alle truppe italiane proprio dai comandi francesi, non siamo qui a prendere per oro colato le dichiarazioni dell’inquilino dell’Eliseo.

Nemmeno siamo così ingenui da non trovarvi anche una ratio interna in un momento delicato, in cui le faglie della vita civile tendono ad allargarsi, primo fra tutti la rupture nel rapporto tra laicità statuale, orgoglio della Republique ed Islam che non può più essere taciuta, provocando sommovimenti della stessa crosta identitaria nazionale.

Il silenzio, tuttavia, è assordante per non essere preoccupante. Non dico Enrico Letta, così prodigo di esternazioni dal suo incarico parigino, ma era più che logico attendersi una qualche reazione dei nostri gruppi parlamentari a Strasburgo sia pure in modalità webinar. Niente. Neppure da Sassoli. Capisco che intervenire sul disaccordo espresso nei confronti del ministro della difesa tedesco Annegret Kramp Karrenbauer, secondo la quale “gli europei non saranno in grado di sostituire il ruolo cruciale dell’America nel garantire la sicurezza”, necessita di pesare bene le parole, ma l’Italia non può permettersi di glissare sull’autonomia europea dopo averne esaltato a più riprese l’inevitabile approdo.

Il pragmatismo di Macron

La verità è che Macron ha perfettamente chiaro che l’amministrazione americana ha comunque imboccato, già col soft power obamiano e le primavere arabe, peraltro, la strada senza ripensamenti non tanto del disimpegno politico, quanto di quello direttamente militare nel quadrante euro-mediterraneo. Ed anche i fattisi furbi tedeschi lo sanno ed infatti flirtano con Putin, indipendentemente dalle dichiarazioni ufficiali, a questo giro di boa delle guerre asimmetriche non ripeteranno il vizio assurdo novecentesco di farsi prendere nel mezzo.

Senza un’Europa politica che interviene compattamente, non si riesce a contenere l’offensiva di Erdogan nel Mediterraneo di Levante, figuriamoci gli equilibri nel puzzle siriano ed in Medioriente, con buona pace dei principi westfaliani del riconoscimento reciproco fra stati così cari a Kissinger.

Di questi limiti e di queste urgenze, naturalmente pro domo sua, ci parla il Presidente francese, per rilanciare l’Europa politica oltre la dimensione tecnocratica e monetaria ormai insufficiente per affrontare i grandi nodi della transizione all’era cibernetica e lo fa dall’alto di una visione imperiale, che per quanto alquanto ammaccata, ancora trasuda i crismi della grande geopolitica bonapartista. Si può essere d’accordo o meno, prospettare soluzioni diverse e contrarie, ma non ci è concesso eluderli, tanto meno a noi italiani nel bel mezzo del disordine del Mediterraneo, valore aggiunto e cruccio della nostra storia.

“Tornare indietro per andare avanti”. Suggestioni sulle memorie del futuro di Emmanuel Macron. Une longue lecture

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“Tornare indietro per andare avanti”. Suggestioni sulle memorie del futuro di Emmanuel Macron. Une longue lecture

Una riflessione a cura di Edoardo Tabasso sui temi affrontati dal presidente francese nella sua intervista

Lo stretto rapporto tra politica interna e politica estera, tra seconda guerra fredda e un nuovo consenso europeo a egemonia francese, questo e tanto altro ancora (scontri di civiltà, mediterraneo allargato, libertà di pensiero, islamismo radicale, sovranità digitale) nella video intervista rilasciata dal presidente Macron a tre giovani studiosi di politica internazionale della Scuola Normale superiore di Parigi, redattori della rivista “Le Grand Continent”.

In uno spazio pubblico dove la comunicazione in tutte le sue declinazioni ha sostituito la politica e dove il Principe e la categoria del Politico inseguono le frenesie dell’attualità a servizio di spin doctor imbroglioni e cinici, Macron prova, riuscendoci, a riempire un vuoto e lo fa con una visione distintiva e con una competenza che gli va riconosciuta.

Un’intervista che ci ha incuriosito e che ha attirato la nostra attenzione e che almeno per ora, per dovere di cronaca, ha ricevuto reazioni piuttosto tiepide. In Italia è stata pubblicata in una versione ridotta dal Corriere della sera e commentata da pochi (su Formiche.net, su Panorama da Lorenzo Castellani e sul Foglio David Carretta). Nella stessa Francia l’intervento de Le Président è stato quasi ignorato da gran parte del circuito polito mediatico, idem nei media degli altri paesi europei.

Guardi e ascolti Macron nell’intervista rilasciata e ti verrebbe da gonfiare il petto e intonare la Marsigliese come avviene nel film Casablanca nella scena del bar, postribolo di intrallazzi vari e gestito da Rick, alias Humphrey Bogart innamorato di Ingrid Bergman, deviato dai suoi impegni di freedom fighter contro il nazifascimo.

Quindi “play it again Monsieur Macron”! Beh il presidente è già impegnato nella campagna presidenziale del 2022 il cui esito, come ci dimostrano le elezioni svolte nei paesi dove si fanno ancora (la nostra analisi su USA2020), non è scontato.

Un Macron differente

Il Macron dell’intervista è cambiato, riflessivamente critico verso quel modello di cultura politica che ha segnato il suo successo politico: coglie che si è chiuso malamente un ciclo e un altro si sta aprendo.

Macron, fece nel 2017 dell’Europa la sua bandiera elettorale, in una sorta di referendum bis dopo il no dei francesi nel 2005 al trattato costituzionale, che aveva provocato la prima grave battuta d’arresto dell’Ue. Fautore di una piattaforma politica ispirata al socialismo liberale, e con grandi aperture alla globalizzazione, Macron fu salutato dai media mainstream, sempre alla ricerca di personalità politicamente corrette, come l’“Obama Francese”.

Senza la Brexit e senza Trump, non avremmo assistito a un neopresidente francese come Emmanuel Macron marciare verso il palco del vincitore accompagnato dall’Inno alla Gioia, soundtrack della malridotta UE, mentre le bandiere a dodici stelle facevano capolino tra quelle tricolori.

Ora abbiamo di fronte un Macron revisionista, probabilmente anche sulla scorta di errori fatti per esempio la sua gestione del fenomeno dei gilet jaune e sul quale ammise di aver detto e fatto conneries (“stronzate”) e con ambizioni neogolliste per tentare di intercettare e convincere i cuori e le menti dei Les Républicains.

Nell’intervista una delle chiavi di lettura è la visione di una sovranità e di una autonomia strategica a guida francese per l’Europa. È l’approccio macroniano al sovranismo europeo, in nome di una indipendenza dall’alleato americano che si assumerebbe l’amministrazione geopolitica sull’area dell’Indo-Pacifico mentre il nuovo consenso francese sul Mediterraneo e sul Medio Oriente.

«La nostra politica di vicinato con l’Africa, con il Vicino e Medio Oriente, con la Russia, non è una politica di vicinato per gli Stati Uniti d’America. È quindi insostenibile che la nostra politica internazionale dipenda da loro o che segua le loro orme» argomenta Macron.

Nel partenariato franco-tedesco l’Opa del modus vivendi del Vecchio continente riconosciamo già che su questo aspetto si profila una divergenza tra l’impegno trasversale dei francesi rispetto alla non disponibilità tedesca a impegnare truppe nelle missioni internazionali.

Nell’intervista sentiamo affermare da Macron che la diminuzione del ruolo dello Stato, le privatizzazioni, le riforme strutturali, l’apertura delle economie attraverso il commercio, la finanziarizzazione delle economie hanno avuto conseguenze su le classi medie in particolare, e una parte delle nostre classi popolari, e sono state la variabile di aggiustamento della globalizzazione. Un processo afferma Macron insostenibile.

Insomma un vero detour perché Macron rimane prodotto delle élite di Parigi e dei grandi centri urbani, in stretta contrapposizione di classe alla Francia periferica.

Un accenno critico alla globalizzazione

Fino ad ora Macron ha giocato su ricette di neosocialismo liberale, basato su buone letture accademiche di sapore progressista alla Tony Blair di vent’anni fa. Se qualche defaillance, a essere generosi, ha svelato, come lo stesso Macron riconosce, e ci ha condotti a una globalizzazione non governata, perché dovrebbe funzionare ora? È la domanda riflessione che Macron pone.

Seppur con garbo e stile evoca la catastrofe visibile di una visione ideologica e trasversale che ha attraversato l’Occidente almeno dal 1989: un trentennio nel quale una autoproclamatasi aristocrazia trasversale detiene la ricchezza materiale in virtù di una sedicente superiorità morale che le ha impedito di cogliere in anticipo fenomeni che giudica deplorevoli come quelli etichettati nella formula valida per tutte le stagioni di populismo.

La soluzione secondo Macron

Macron rivela quindi la sua “grande idea”: un ripensamento globale dell’egemonia liberale a partire del multiculturalismo, bandiera del globalismo, la visione iper-ideologizzata della fase di globalizzazione che viviamo.

“L’intero dibattito che ha preso piede si è fondamentalmente ridotto a chiedere all’Europa di scusarsi per le libertà che permette (…). Non siamo multiculturalisti, non sommiamo l’uno sull’altro, i modi di rappresentare il mondo, ma cerchiamo di costruire un insieme, qualunque siano le convinzioni che abbiamo in ciò che è intimo e spirituale”.

Macron offre una prospettiva che riconosce quanto le relazioni internazionali siano governate dal realismo politico e da quella che, per i realisti, è la sfida centrale negli affari di politica: chi può fare che cosa, con chi e a chi? E come la risposta sia condizionate dagli affari interni dei singoli paesi. Nella prospettiva di Macron l’interno corrisponde ad una mediazione ragionata tra stati europei e un’Unione Europea, ammettendo che non si è ancora realizzata una sovranità europea, perché il potere politico europeo non si è pienamente consolidato.

Carl Schmitt lo preconizzò segnalando nella sua filosofia politica che non può esserci Ordnung (ordinamento sovranazionale) senza Ortung (localizzazione) cioè senza un’adeguata intermediazione dello spazio geopolitico. Quindi se l’Unione Europea è il nostro spazio vitale, per farla funzionare serva ancora la nazione! Tradotto: una Francia europeista a trazione di una Francia sovranista!

Per Macron “si tratta di pensare in termini di sovranità europea e di autonomia strategica, in modo da poter contare da soli e non diventare il vassallo di questa o quella potenza senza avere più voce in capitolo (…) significa che, quando si tratta di tecnologia, l’Europa deve costruire le proprie soluzioni in modo da non dipendere dalla tecnologia americana o cinese”.

In effetti ad osservare il contesto dentro il quale ci ritroviamo, il partito comunista cinese vuole avere una solida base nell’Ue per divenire un contrappeso strategico per Stati Uniti e Russia, mostrandosi paradossalmente come alfiere di una globalizzazione alternativa a quella a traino statunitense.

I cinesi non considerano l’Europa un avversario strategico o una minaccia a lungo termine e questo potrebbe rivelarsi per l’Europa un vantaggio sul quale scommettere per rivelare, dentro un impegno di realismo proattivo, e non di retorica, la sua identità politica senza la quale scivolerà sempre più nei margini periferici dello scenario geopolitico.

Necessario quindi arrischiare e azzardare ma qualche suggestione inquadrando l’intervista di Macron dentro i disequilibri dinamici che stiamo vivendo. Un commento che non scioglierà i nodi geopolitici evocati dal presidente francese, ma che piuttosto si vuole concentrare sul momento di “frattura del sistema capitalistico” evocato nell’intervista.

Uno scenario nel quale le accelerazioni storico-sociali indotte dalla pandemia globale stanno facendo da catalizzatore ad una nuova fase che amplifica gli effetti precedenti, toglie speranza, scava un solco tra le popolazioni, che vedono andare in pezzi il proprio ambiente d’esistenza.

Esiste una domanda politica legittima e comprensibile trasversale a tutti i ceti nazionali: l’autodifesa di società che si sentono impoverite e minacciate. A questa domanda nessuna risposta di buon senso è arrivata da un’élite oramai postmoderna, liquida, multiculturale, tecnocratica, senza senso autocritico, perché incapace di trarre una lezione dai propri errori di percorso.

Somewhere/anywhere

A questo proposito è imperdibile l’analisi irriverente di David Goodhart in “The Road to Somewhere: The Populist Revolt and The Future of Politics” che distingue tra i somewhere, i “da qualche parte”, quel 50 per cento di persone che vive dov’è nato, che pensa prima ai vicini di casa che ai rifugiati e che non ha qualifiche particolari, ma che un tempo aveva una dignità e che ora si ritrova continuamente vilipeso dall’altra tribù, gli aristocratici gli anywhere, i cosmopoliti irriducibili che stanno “da qualunque parte”, quindi in nessuna parte. Sono coloro quelli che hanno i diplomi e la conoscenza per stare bene ovunque e che, pur rappresentando solo il 20-25 per cento della popolazione, dettano egotisticamente un’agenda politica mascherata però da attitudini in overdose di buonismo altruista e sentimenti compassionevoli. Le parole d’ordine degli anywhere a prescindere sono progresso, apertura, individualismo e per rendere cool, distintivo, il loro status e il loro potere hanno bisogno di continue conferme che i media mainstream offrono di buon grado.

Sono gli stessi membri appartenenti alla classe dominante descritta da Angelo Codevilla in The Ruling Class: How They Corrupted America and What We Can Do About It”, da Christophe Guilluy nei saggi La France périphérique” e Le crépuscule de la France d’en haute”, da Richard Reeves “Dream Hoarders: how the american upper middle class is leaving everyone else in the dust”.

Per citare solo alcuni saggi usciti negli ultimi anni che approfondiscono questa new class prodotto sociale ibrido, trasversale e liquido emerso nella recente globalizzazione e in collusione diretta con quello che Jean Claude Michéa, autore de “Le Complexe d’Orphée: la gauche, les gens ordinaires et la religion du progrès”, definisce “il partito dei media e del denaro”.

Una nuova classe di vincitori che prendono tutto, impegnata perfino in un’azione pseudo evangelica di altruismo commiserante e ipocrita perché vuole cambiare il mondo degli altri senza mettere in discussione il proprio, come argomenta con paradossale ironia Anand Giridharadas nel volume “Winners take all. The élite charada of changing the word”.

Fine della Storia?

Le nuove generazioni, evocate da Macron nell’intervista “non hanno vissuto l’ultima grande lotta che ha strutturato la vita intellettuale occidentale e le nostre relazioni: lìanti-totalitarismo”.

Il crollo del muro di Berlino e dell’Unione Sovietica segnò la vittoria di coloro che al conseguimento di quell’obiettivo inatteso avevano dedicato tutte le loro energie politiche. Ma per un concorso non ancora del tutto esplorato di circostanze e di strategie, nell’89 non “finisce la storia”.

Quello spartiacque, piuttosto, comincia a segnare  l’inizio della  crisi delle  democrazie che cominciarono ad erodere la loro attrazione politica e sociale fondata sulla svolta riformista lanciata da  Franklin Delano Roosevelt con il discorso del 1941 delle Quattro libertà di cui ogni persona nel mondo dovrebbe godere: libertà di espressione, religiosa, diritto ad un livello di vita adeguato e libertà dalla paura della guerra e dei conflitti e da John Maynard Keynes e da William Beveridge con la creazione del welfare state e la piena legittimazione, teorica e pratica, dell’intervento dello Stato nell’economia per sostenere la domanda globale di beni e servizi e garantire la piena occupazione.

Può accadere – è già accaduto – che ottime intuizioni diventino un ostacolo per il futuro, proprio per la difficoltà di riadattare, in un diverso contesto, l’essenza di quelle intuizioni non avendo il coraggio di abbandonare qualsiasi forma che non sia più in grado di esprimerle.

La sfida politica alla quale ci obbliga questa emergenza sanitaria potrebbe rappresentare una sveglia perché come custodi del canone e della civiltà occidentale, dimensione dell’anima e del Politico, non abbiamo più tempo per continuare a perseverare negli errori e nel prolungare la nostra agonia a causa dell’inadeguatezza di istituzioni nazionali e sovranazionali.

Le classi dirigenti provano a difendere il vecchio quadro culturale, ma smarriscono capacità di indirizzo e incapacità nel riadattare il potere in virtù e in valori politici quali lo spirito di sacrificio e l’assunzione del rischio personale per gli interessi generali.

È nei momenti storici di crisi – epoca di crisi o crisi d’epoca – che deve riemerge il dovere di rischiare, per superare le regole consolidate, che non valgono più nulla, se si vuole dimostrare una reputazione all’altezza di leadership: diversamente si tira a campare.

Il conto della globalizzazione

Il malessere dell’Europa, evocato da Macron, viene da lontano e si sarebbe manifestato anche senza la malagestione del fenomeno immigrazione e le derive che dall’ideologia multiculturalista ne sono conseguite.

Il disagio è più complesso. La fine di quella solidarietà che aveva accomunato le destre e le sinistre democratiche all’uscita della Seconda guerra mondiale e su cui era stato edificato il sogno dell’Unione europea. È il crollo di un’egemonia culturale che delegittimava qualunque pulsione nazionalista. Un’utopia che si sta schiantando contro il riemergere di sentimenti diffusi come la difesa delle proprie radici e l’esigenza di riconoscersi in un’identità anche economica di fronte al ciclone della globalizzazione.

Se è del tutto vero che la globalizzazione ha consentito di liberare e mettere in moto energie come quelle dei cinesi e degli indiani – lo sottolinea Macron nell’intervista – e di alcuni Stati Africani è altrettanto vero che le accelerazioni incontrollate e incontrollabili attivate dalla globalizzazione hanno attivato proteste, suscitate dalle attese deluse, nel cuore stesso delle democrazie europee.

Dinamiche che stanno fomentando la rinascita, sotto nuove forme, di un neo-feudalesimo di un’élite tecno burocratica finanziaria ben posizionata e coperta dai media, vecchi e nuovi che Joel Kotkin, liberal che non ha aderito alla caccia alle streghe contro Trump, ha analizzato nei volumi “Coming of Neo-Feudalism A Warning to the Global Middle Class” e “The new class conflict”. Per l’autore stiamo assistendo al ruolo performativo di una nuova oligarchia, gentry liberalist progressista, della finanza, dell’high tech la cui potenza di fuoco è fornita dall’industria dell’intrattenimento e del consumo, dai media, dalla pubblicità, dalla comunicazione e della tecnologia. Un fronte iperconnesso e trasversale che nella sua eterogeneità è compatto e coeso nel perseguimento di una vaga ideologia globalista.

La perdita della sovranità nazionale è accettabile se, e solo se, è fatta in nome di un’istituzione più capace di garantire la sicurezza e il benessere di ciascuno e, più rispettosa e rappresentativa delle culture e delle tradizioni di quanto non lo siano gli stati nazionali. Altrimenti la marginalizzazione della storia di questo continente, sono un destino annunciato.

Da troppo tempo l’Unione Europea si ritiene infallibile e appare incapace di trarre una lezione dai propri errori di percorso, con la conseguenza di trovarsi imprigionata in una continua fuga in avanti, fatta di continue forzature. Potrebbe essere il momento giusto per mostrare agli europei che l’Europa sa anche essere la soluzione dei loro problemi in un mondo in cui la dimensione nazionale è troppo piccola.

Processi complicati che quando una figura autorevole come il Presidente francese li delinea e li configura consapevolmente, seppur all’ultimo istante, dobbiamo tirare un sospiro di sollievo perché siamo tra coloro che in solitudine e senza nessuna presunzione o certezza hanno compreso almeno due principi per fronteggiare la realtà.

Il primo è che perseverare nella ricerca di semplificazioni per descrivere fenomeni nuovi e complessi da analizzare attorno al tema del cambiamento della Storia, delle società e dei suoi individui, delle collettività nazionali e sovranazionali, delle istituzioni internazionali, delle  democrazie, dei totalitarismi politici e religiosi, delle culture politiche, significa essere incapaci di affrontare il cambiamento soprattutto quando non è quello che ci aspettiamo e non è quello che preferiamo.

Il secondo principio è che quando avvengono fatti inaspettati, come quelli legati alla globalizzazione non sono i fatti a essere etichettabili come imprevisti, è la nostra capacità di analisi ad avere qualche problema.

Vive l’Empereur, vive la France!

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1921/2021, La storia non sarà gentile [seconda parte] – Il Tazebao

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Biopotere

Una nuova “Age of Anxiety”? La biosicurezza sanitaria e l’angoscia nella nostra società

La biosicurezza sanitaria incide pesantemente sulla psiche di un Paese già solcato da profonde incertezze.

Dopo le luci della Belle Époque, il ‘900 promette il trionfo del progresso scientifico e della razionalità. La crisi di Agadir (1911) sembra invece il preludio alla guerra di massa che già è stata sperimentata tra Russia e Giappone (1904-1905).

L’esordio del Secolo è quanto mai convulso per l’Italietta liberale che solo con la pratica del trasformismo cementa un’Unità poco unitaria e per di più al prezzo di una serpeggiante sfiducia nelle fragili istituzioni. Reduce dalla disastrosa esperienza coloniale in Etiopia, vive anni movimentati che culmineranno con l’assassinio del re.

In contemporanea germogliano le teorie di Einstein sulla relatività (ristretta nel 1905 e generale nel 1915). Grazie a Freud si scopre che l’uomo è molto più profondo e sfaccettato di quanto si pensasse. Ecco perché Joyce inventa l’artificio del flusso di coscienza che rende al meglio la complessità del pensiero umano. Anche per questo si parla di “Age of Anxiety”.

Angoscia e paura

Giova ricordare che l’angoscia è radicalmente diversa dalla paura. Mentre la paura deriva dalla minaccia concreta costituita da un ente determinato, intramondano, chiarisce Heidegger nel suo celeberrimo “Essere e Tempo” l’angoscia si riferisce a qualcosa di non identificabile.

Scrive lo psichiatra von Gebsattel: “L’angoscia ha cessato di essere la questione privata della singola persona. L’umanità occidentale in generale è immersa nell’angoscia e nella paura: un determinato presentimento di minaccia terribilmente incombente sconvolge la certezza ontologica della persona umana” ¹.

L’età dell’angoscia nell’arte

L’arte anticipa questi sentimenti. Il Cubismo scompone la prospettiva che prima era univoca e lineare. Nelle strade di Berlino i personaggi di Kirchener non incrociano mai lo squadro tra di loro. E per restare all’espressionismo tedesco del Novecento – l’arte tedesca è espressionista fin dalla Crocefissione di Grunewald – come non citare le scenografie del “Gabinetto del Dottor Caligari” così contorte, spezzate, taglienti e irregolari. Kubin già vede gli spettri della pestilenza e di un’immane tragedia. Non è un caso che il compianto Daverio parlasse di “Secolo spezzato delle Avanguardie”.

Merito di questi intellettuali è aver chiarito che l’angoscia è una condizione ineliminabile dell’uomo moderno. In ogni epoca. Perché quei tormenti di allora si riscoprono attuali oggi. Quando l’umanità è travolta dall’incedere di un progresso che non fa sconti a nessuno. Quando le restrizioni per la minaccia invisibile del virus cancellano la genetica delle relazioni sociali.

Una società sempre più tormentata

Anche prima dell’emergenza sanitaria la società italiana mostrava dei segni preoccupanti. Si legge nel rapporto CENSIS sul 2019 (pubblicato il 6 dicembre ’19):

(L’incertezza) è una convinzione radicata nella “pancia” sociale del Paese che genera uno stress esistenziale, intimo, logorante, perché legato al rapporto di ciascuno con il proprio futuro, che amplifica la già elevata tensione indotta dai tanti deficit sperimentati quotidianamente e si manifesta con sintomi evidenti in una sorta di sindrome da stress post-traumatico: il 74,2% degli italiani dichiara di essersi sentito nel corso dell’anno molto stressato per la famiglia, il lavoro, le relazioni o anche senza un motivo preciso; al 54,9% è capitato talvolta di parlare da solo (in auto, in casa, ecc.); e per il 68,6% l’Italia è un Paese in ansia (il dato sale al 76,3% tra chi appartiene al ceto popolare); del resto, nel giro di tre anni (2015-2018) il consumo di ansiolitici e sedativi (misurato in dosi giornaliere per 1.000 abitanti) è aumentato del 23,1% e gli utilizzatori sono ormai 4,4 milioni (800.000 in più dal 2015).

Ricadute pesanti sulla salute

Chi perde il lavoro, chi lavora fino allo sfinimento, chi lavora ma solo e da casa e una generale incertezza. La pandemia restituisce un Paese ancor più solo, incerto e ansioso. A questo si assommano le sempre più stringenti restrizioni che la biosicurezza sanitaria² somministra con rigore attraverso i dispositivi di eccezione di cui il DPCM è la leva materiale, sfociando in quella che si potrebbe definire una schizo-cromia.

Lo stress da Coronavirus, come evidenziano i dati elaborati dall’Istituto Piepoli per l’Ordine degli Psicologi, tocca livelli alti. E a ben poco è servita la pausa estiva che, pur permettendo di allentare la tensione, ha creato una polarizzazione tra un’Italia meno stressata, quella più giovane (spesso giudicata come irresponsabile) e una più stressata.

Eloquente il presidente dell’Ordine Nazionale degli Psicologi David Lazzeri che mette in guardia da come questa condizione di ansia permanente possa peggiorare la vita delle persone. “Questo oggi è il rischio che dobbiamo affrontare con programmi di psicologia sociale e di comunità. Dobbiamo impedire che questo stress diffuso e senza risposte intacchi la salute e gli equilibri di vita delle persone, il lavoro, le relazioni”.

http://iltazebao.com/maria-antonietta-gulino-siamo-mutilati-dopo-una-fase-di-ansia-oggi-sta-crescendo-la-depressione-il-nostro-impegno-affinche-il-malessere-non-diventi-cronico/


  1. Testo citato da E. Borgna e riportato in “L’età dell’ansia” su Doppiozero del 26 febbraio 2018;
  2. G. Agamben in “Biosicurezza e politica” pubblicato su Quodlibet l’11 maggio 2020.
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Mundus furiosus

USA 2020, La composizione del voto e il peso delle minoranze

Una dettagliata analisi del voto di USA 2020.

Trump tiene con la middle class ma minoranze e poveri fanno spiccare il volo a Biden.

Dopo una campagna elettorale segnata da costanti scandali, è stata dichiarata dai media la vittoria di Biden alle elezioni USA 2020. Non succedeva che un presidente americano non fosse rieletto al secondo mandato dal 1992, quando Clinton vinse contro Bush padre.

Biden viene eletto con un supporto delle élites trasversale. A spendersi per la sua elezione ci sono diverse famiglie presidenziali. Obama appare in video e scrive articoli in suo favore, Bush si congratula con lui per la vittoria.

A livello di fondi elettorali, i Democratici (entrano in autunno) con 141 milioni di dollari in più degli avversari, capovolgendo la situazione dell’inizio della campagna presidenziale. Un enorme vantaggio su Trump, che in estate ha dovuto stringere la cinghia e ridurre le pubblicità televisive (e che è finito, secondo il sociologo Tabasso, in un tritacarne mediatico-giudiziario).

Vittoria di Pirro al Congresso. I democratici riescono a mantenere una maggioranza risicata, perdendo diversi posti alla Camera. Al Senato, invece, sono testa a testa: al momento i repubblicani hanno 50 posti, contro 48 per la coalizione di democratici e indipendenti. Mancano ancora due senatori da eleggere a gennaio e qualora vi fosse un pari numero di senatori spetterebbe a Kamala Harris fare da ago della bilancia in Senato. Il Senato ha potere legislativo, ma ha anche il potere di eleggere i giudici della Corte Suprema.

Il caso Georgia

A rendere ancora più importante l’attesa delle elezioni di gennaio c’è il fatto che i seggi contesi sono in Georgia, la quale ha una legge particolare – risalente al periodo dell’apartheid – secondo la quale qualsiasi rappresentante eletto al Congresso ha bisogno di almeno il 50% dei voti. Per questo si andrà al ballottaggio.

La Georgia è uno “stato rosso”, storicamente e fieramente repubblicano. Ma è anche il luogo di nascita di Martin Luther King e delle battaglie per i diritti civili, con un terzo della popolazione di origine afroamericana. Passando di mano ai democratici, la Georgia è stata decisiva nel determinare la vittoria di Biden.

La composizione del voto

Decisiva è stata anche la composizione demografica degli elettori, il cui assetto è cambiato dal 2016. L’età media degli elettori si è alzata, rispecchiando l’aumento delle aspettative di vita.

C’è stato un boom di elettori di origine sudamericana, che hanno raggiunto e superato gli elettori afroamericani. Secondo i sondaggi, fra i sudamericani si è registrato un aumento di supporto per Trump rispetto al 2016 (35%), ma questo evidentemente non è bastato.

Nel frattempo, il 90% degli elettori afroamericani era a favore di Biden. Dati importanti, visto che queste due minoranze insieme arrivano quasi al 30% dell’elettorato. Biden è risultato più popolare fra gli elettori più poveri e quelli più ricchi e fra le donne.

Il presidente uscente era invece il preferito della middle class (50% contro il 48% di Biden) e degli elettori ed elettrici bianchi e non laureati (rispettivamente 64% e 60%). Fra gli elettori indecisi, la maggior parte ha poi supportato Trump.

Questi sondaggi, con il senno di poi, si rilevano attendibili. Biden ha annunciato la campagna elettorale dicendo al suo elettorato afroamericano “Se non votate per me non siete neri!”. E da allora ha tentato di tutto per guadagnarsi il prezioso voto di gruppi etnici in particolare, dalla scelta della Harris alla scelta di “Despacito” come colonna sonora dei raduni dei democratici.

Nonostante Trump si sia creato un bacino elettorale fedelissimo (che secondo Massimo Rocca costituirà una vera e propria corrente), evidentemente non è riuscito a generare trazione fra i voti di protesta che nel 2016 erano stati determinanti.

L’amministrazione si è poi trovata impreparata di fronte al virus e alle proteste Black Lives Matter, permettendo a Biden di rispondere alle domande dei dibattiti presidenziali con “Almeno io ho un piano!”. E a giudicare dalla coalizione che gli si è creata intorno, l’unica cosa certa è che il “piano” sarà un pot pourri di interessi e compromessi.