Una nuova “Age of Anxiety”? La biosicurezza sanitaria e l’angoscia nella nostra società

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La biosicurezza sanitaria incide pesantemente sulla psiche di un Paese già solcato da profonde incertezze.

Dopo le luci della Belle Époque, il ‘900 promette il trionfo del progresso scientifico e della razionalità. La crisi di Agadir (1911) sembra invece il preludio alla guerra di massa che già è stata sperimentata tra Russia e Giappone (1904-1905).

L’esordio del Secolo è quanto mai convulso per l’Italietta liberale che solo con la pratica del trasformismo cementa un’Unità poco unitaria e per di più al prezzo di una serpeggiante sfiducia nelle fragili istituzioni. Reduce dalla disastrosa esperienza coloniale in Etiopia, vive anni movimentati che culmineranno con l’assassinio del re.

In contemporanea germogliano le teorie di Einstein sulla relatività (ristretta nel 1905 e generale nel 1915). Grazie a Freud si scopre che l’uomo è molto più profondo e sfaccettato di quanto si pensasse. Ecco perché Joyce inventa l’artificio del flusso di coscienza che rende al meglio la complessità del pensiero umano. Anche per questo si parla di “Age of Anxiety”.

Angoscia e paura

Giova ricordare che l’angoscia è radicalmente diversa dalla paura. Mentre la paura deriva dalla minaccia concreta costituita da un ente determinato, intramondano, chiarisce Heidegger nel suo celeberrimo “Essere e Tempo” l’angoscia si riferisce a qualcosa di non identificabile.

Scrive lo psichiatra von Gebsattel: “L’angoscia ha cessato di essere la questione privata della singola persona. L’umanità occidentale in generale è immersa nell’angoscia e nella paura: un determinato presentimento di minaccia terribilmente incombente sconvolge la certezza ontologica della persona umana” ¹.

L’età dell’angoscia nell’arte

L’arte anticipa questi sentimenti. Il Cubismo scompone la prospettiva che prima era univoca e lineare. Nelle strade di Berlino i personaggi di Kirchener non incrociano mai lo squadro tra di loro. E per restare all’espressionismo tedesco del Novecento – l’arte tedesca è espressionista fin dalla Crocefissione di Grunewald – come non citare le scenografie del “Gabinetto del Dottor Caligari” così contorte, spezzate, taglienti e irregolari. Kubin già vede gli spettri della pestilenza e di un’immane tragedia. Non è un caso che il compianto Daverio parlasse di “Secolo spezzato delle Avanguardie”.

Merito di questi intellettuali è aver chiarito che l’angoscia è una condizione ineliminabile dell’uomo moderno. In ogni epoca. Perché quei tormenti di allora si riscoprono attuali oggi. Quando l’umanità è travolta dall’incedere di un progresso che non fa sconti a nessuno. Quando le restrizioni per la minaccia invisibile del virus cancellano la genetica delle relazioni sociali.

Una società sempre più tormentata

Anche prima dell’emergenza sanitaria la società italiana mostrava dei segni preoccupanti. Si legge nel rapporto CENSIS sul 2019 (pubblicato il 6 dicembre ’19):

(L’incertezza) è una convinzione radicata nella “pancia” sociale del Paese che genera uno stress esistenziale, intimo, logorante, perché legato al rapporto di ciascuno con il proprio futuro, che amplifica la già elevata tensione indotta dai tanti deficit sperimentati quotidianamente e si manifesta con sintomi evidenti in una sorta di sindrome da stress post-traumatico: il 74,2% degli italiani dichiara di essersi sentito nel corso dell’anno molto stressato per la famiglia, il lavoro, le relazioni o anche senza un motivo preciso; al 54,9% è capitato talvolta di parlare da solo (in auto, in casa, ecc.); e per il 68,6% l’Italia è un Paese in ansia (il dato sale al 76,3% tra chi appartiene al ceto popolare); del resto, nel giro di tre anni (2015-2018) il consumo di ansiolitici e sedativi (misurato in dosi giornaliere per 1.000 abitanti) è aumentato del 23,1% e gli utilizzatori sono ormai 4,4 milioni (800.000 in più dal 2015).

Ricadute pesanti sulla salute

Chi perde il lavoro, chi lavora fino allo sfinimento, chi lavora ma solo e da casa e una generale incertezza. La pandemia restituisce un Paese ancor più solo, incerto e ansioso. A questo si assommano le sempre più stringenti restrizioni che la biosicurezza sanitaria² somministra con rigore attraverso i dispositivi di eccezione di cui il DPCM è la leva materiale, sfociando in quella che si potrebbe definire una schizo-cromia.

Lo stress da Coronavirus, come evidenziano i dati elaborati dall’Istituto Piepoli per l’Ordine degli Psicologi, tocca livelli alti. E a ben poco è servita la pausa estiva che, pur permettendo di allentare la tensione, ha creato una polarizzazione tra un’Italia meno stressata, quella più giovane (spesso giudicata come irresponsabile) e una più stressata.

Eloquente il presidente dell’Ordine Nazionale degli Psicologi David Lazzeri che mette in guardia da come questa condizione di ansia permanente possa peggiorare la vita delle persone. “Questo oggi è il rischio che dobbiamo affrontare con programmi di psicologia sociale e di comunità. Dobbiamo impedire che questo stress diffuso e senza risposte intacchi la salute e gli equilibri di vita delle persone, il lavoro, le relazioni”.

http://iltazebao.com/maria-antonietta-gulino-siamo-mutilati-dopo-una-fase-di-ansia-oggi-sta-crescendo-la-depressione-il-nostro-impegno-affinche-il-malessere-non-diventi-cronico/


  1. Testo citato da E. Borgna e riportato in “L’età dell’ansia” su Doppiozero del 26 febbraio 2018;
  2. G. Agamben in “Biosicurezza e politica” pubblicato su Quodlibet l’11 maggio 2020.

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