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Interviste

“Non godrò più di questa bellezza…” Il ricordo intimo, umano e artistico del Maestro Franco Zeffirelli a cura del figlio Pippo

Pippo Zeffirelli: “Il Maestro, lucido e fervido fino alla fine. Il cinema? Cambiato radicalmente negli ultimi anni”

Il Maestro Franco Zeffirelli si è spento il 15 giugno 2019. Un lutto enorme per la città di Firenze e per tutto il mondo dell’Arte, orfano di uno dei protagonisti del Novecento. La pandemia e le restrizioni hanno bloccato, inoltre, come tutto il mondo della cultura, la Fondazione Zeffirelli, da anni attiva nei locali dell’ex Tribunale di Piazza San Firenze e impegnata nella tutela e nella promozione dello sconfinato patrimonio artistico del Maestro. La collezione ospita oltre 250 opere di Zeffirelli tra cui bozzetti di scena, disegni e figurini di costumi e ricostruisce un percorso artistico unico attraverso teatro di prosa, l’Opera in musica e il Cinema.

Per onorarne la memoria ma anche per offrire uno sguardo privilegiato sul mondo della cultura, oggi più che mai chiamato a ripensarsi, e del cinema, accogliamo Pippo Corsi Zeffirelli, figlio adottivo del Maestro e Presidente della Fondazione Zeffirelli.

“Nonostante i problemi fisici era rimasta la sua grande mente, sempre fervida e produttiva, è stato vigile e attento, creando e lavorando fino all’ultimo. La sua perdita è stata straziante! È difficile, quasi impossibile, pensare che non sia più tra di noi. La sua presenza era preziosa sia per tutti quelli che gli volevano bene che per tutto il mondo delle arti visive.

Zeffirelli è stato un creatore di grandi spettacoli e ha divulgato immagini di grande eleganza e armonia. Apprezzato per il suo lavoro a livello internazionale. Ha diffuso quelle che sono le nostre grandi tradizioni culturali italiane”.

Zeffirelli ha saputo trasferire il classico nella modernità e ha saputo anche, sulla scorta delle modificazioni profonde in seno alla Chiesa, rinnovare il messaggio della Fede, rendendolo ancora più universale. Oggi, alla luce di un Pontificato innovativo come quello di Francesco, si veda solo il viaggio in Iraq, i suoi film sono attuali come non mai.

“Zeffirelli è sempre stato un uomo di fede ma, come tutti noi, con molte contraddizioni. Credeva e ha applicato nella vita gli insegnamenti del cristianesimo. È stato un artista capriccioso, ma umanamente è sempre stato umile e con tutti generoso.

I suoi film “Fratello Sole, Sorella Luna” e “Gesù di Nazareth” hanno ricevuto moltissimi elogi anche da parte degli ambienti cattolici. In una lettera, facendo riferimento al film del “Gesù”, gli scrissero che aveva fatto più lui con quel film che il Vaticano stesso”.

Il primato del digitale ha invaso anche il campo del cinema. Le preferenze, le modalità, i tempi, le modalità di fruizione, il pubblico stesso sono cambiati. Lo dimostra una volta di più l’affermazione di Netflix, scombina tutto ciò che era cinema per noi.

“Negli ultimi vent’anni il cinema ha avuto una radicale trasformazione. Il cinema d’autore è praticamente scomparso. Il nostro cinema non esiste più perché abbiamo perso quella cultura da cui nasceva: dai grandi romanzi classici e dai grandi scrittori. I risultato di quella temperie culturale sono film che a distanza di molti anni si rivedono con lo stesso ardore e passione della prima volta e che non stancheranno mai.

Il cinema di oggi è stimolato dai grandi effetti speciali – spettacolari si! – ma spesso vuoti di contenuto, privi di umanità. Che messaggio lasciano nella nostra psiche? Che riflessioni stimolano in noi?

Proprio per questo penso che il cinema di oggi, a differenza di quello del passato, non lascerà grandi tracce. Per tornare al lavoro del Maestro ripenso al film “Callas Forever”, un bel film ben confezionato, ben recitato, con attori di primo calibro, ma non più in linea con i gusti del pubblico.

Sono fiducioso però: nella cultura i cicli di alto e basso ci sono sempre stati. Ci sarà un nuovo Rinascimento: del resto, le cose belle, per la maggior parte, proliferano nei momenti più bui della nostra storia”.

Nonostante le chiusure la Fondazione ha continuato a mantenere attivo e fruibile il patrimonio artistico di Zeffirelli. Ultimo evento, molto pregevole, quello dedicato a Dante in occasione del Dantedì.

“Non ci fermeremo a quello. Proseguiremo con altre iniziative nel segno di Zeffirelli: Shakespeare, Pirandello, gli autori e le opere con cui si è confrontato il genio di Zeffirelli.

Nonostante la chiusura, obbligata dalla pandemia, il nostro lavoro non è fermato e non si ferma. C’è tanto rammarico perché ci è saltata la pronazione anche internazionale. In compenso stiamo progettando una mostra in Oman per dicembre e ci facciamo un augurio di poter riprender presto le nostre attività”.

Il Maestro si è spento a 96 anni. Un suo ultimo ricordo?

“Me lo ricordo nel nostro giardino della casa di Roma dove trascorreva parecchie ore della sua giornata, amava i suoi cani e curava personalmente i fiori. Ultimamente, in un tiepido pomeriggio del mese di maggio, mi disse: guardati intorno, ammira tutta questa meraviglia, io, a breve, non avrò più la possibilità di godere di tutta questa bellezza”.


Ringraziamo sentitamente Pippo Zeffirelli per averci concesso questa intervista e speriamo quanto prima di poter tornare ad ammirare i frutti del genio del Maestro presso la Fondazione di Piazza San Firenze.

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Il populismo è in crisi o è in crisi la democrazia? Risponde Orsina – Il Tazebao

Soli, ansiosi e “assuefatti al distanziamento”: come siamo dopo un anno di pandemia (iltazebao.com)

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Mundus furiosus

Il volto esausto della periferia fiorentina durante la zona rossa

Il 30 ottobre scorso la tranquillità delle notti di Firenze è stata violata da una serie di proteste organizzate in diverse zone del  centro storico.

Un articolo del 1° novembre del Corriere Fiorentino si poneva l’ambizioso obiettivo di fornire una descrizione dei protagonisti di quella notte di disordini che aveva visto un’ampia mobilitazione di giovani provenienti dalle periferie della città. Giovani, alcuni dei quali minorenni, “uniti dall’odio verso le forze dell’ordine” [1].

Sono diversi gli elementi che il quotidiano decide di omettere dalla sua narrazione. Molti dei quali avrebbero probabilmente contributo alla costruzione di un quadro generale delle dinamiche di quella notte: le loro motivazioni, il loro svolgimento, le loro prospettive.

Al di là del tentativo (fallito) di voler individuare e collocare una tale moltitudine all’interno di uno schema predeterminato e stabile ai fini della comprensione dell’ennesima insolita dinamica sociale, il Corriere pare ricordarsi di un elemento che spesso sfugge dal dibattito pubblico cittadino: la periferia fiorentina.

Intese come zone neutrali, talvolta mistiche, le zone periferiche della città hanno deciso, una notte di fine ottobre, di confrontarsi con il centro storico. Le modalità mediante le quali la periferia si è palesata agli occhi di Firenze (quella vera) sono però degne di nota: i protagonisti sono stati i giovani.

Peri-feria. Le molte Novoli – Il Tazebao

Coloro, cioè, che condividono con i loro coetanei di altre parti d’Italia la stessa drammatica percentuale: il 29,7% di disoccupazione giovanile [2] e, in Toscana, il 22% di abbandono scolastico [3]. Caratteristiche che il Corriere avrebbe potuto prendere in considerazione nel suo compito di ricerca di analogie fra i giovani in piazza.

Gli stessi giovani provenienti dai quartieri popolari relegati ai margini della “città vetrina” che l’amministrazione Renzi prima, e quella Nardella poi, hanno deciso di escludere da qualsiasi processo costruttivo collettivo.

È qui implicita la tendenza ad instaurare una distanza fra la Firenze vivibile, a misura di turisti e lussuosi alberghi, e quella marginale, sovrappopolata e decadente.

Si manifesta così un rapporto di sfruttamento e di dipendenza dal centro nevralgico. Una relazione fra i due punti che, quando avviene, percepisce unicamente diversità. Come se ognuno dei due tendesse a guardare l’altro come estraneo. Dove il secondo cerca il proprio posto nel primo consapevole che si tratti di una dimensione dotata di rigidi parametri all’ingresso.

Da quando la Toscana è diventata zona rossa la periferia trasmette una luce differente

Non nel senso che il comune abbia adottato misure finalizzate ad alleggerire la vita dei suoi cittadini. Ma in un’accezione particolare: la periferia è desolante come sempre ma assume sembianze inedite. Sembrano anche essere scomparsi gli elementi che le sono propri: i licenziamenti di massa, gli sfratti, i black out, le fabbriche dismesse, gli autobus che non passano, i tossici.

Nella sua interezza, essa è costituita da una pluralità di componenti che definiscono la sua struttura. La periferia circonda la città, la osserva dagli angoli remoti di un contesto urbano privo di una propria omogeneità. Scruta ogni suo sviluppo, spesso perpetuando l’illusione di sentirsi partecipe di ogni suo cambiamento.

Ma ogni occasione di evoluzione e avanzamento, quando avviene, non è detto sia destinato ad entrambe le componenti della città.

Gli scarsi collegamenti fra centro e periferia determinano una dinamica di lontananza apparentemente irremovibile. Il distacco fra ciò che rimane dentro e ciò che invece è destinato all’esterno innesca un meccanismo di esclusione fra coloro sui quali grava il peso dell’emarginazione. Il centro viene così presentandosi come il luogo “dei pochi per i pochi”.

Questo però, nei periodi di normalità, non si stancava mai di richiedere la manodopera della periferia da impiegare all’interno del suo processo produttivo destinato all’industria turistica. Almeno, così, anche gli esterni avevano la gratificazione di sentirsi interni per almeno otto ore della loro giornata. E così, ancora, riempire gli autobus e i tram per disorientare la monotonia di questa ormai logora città vetrina. Mezzi di trasporto che ora rimangono patrimonio di una ristretta cerchia di salariati “privilegiati”.

Tuttavia anche all’interno dei quartieri non periferici si può scorgere qualche frammento di periferia: ciò può essere inteso come il frutto di un processo di colonizzazione interno che si manifesta in ogni angolo e che basta saper osservare. Desiderosa di strapparsi le vesti che le hanno cucito addosso, l’entità periferica si spinge oltre i luoghi che le sono propri, in quanto attratta dalla perenne fuga dal deserto che la compone.

La periferia è sinonimo di ciò che fa contrasto, ciò che stona, che rompe il contesto generale con cui si rapporta. Da tale punto di vista può esser periferico un luogo, una scuola, un gruppo, un individuo; tutto ciò, insomma, che presenta  caratteristiche che consentono a chi osserva di collocare un certo elemento nella sua struttura sociale d’appartenenza.

Della notte di fine ottobre sembra non esser rimasto nulla. La rabbia espressa in quell’occasione è rientrata nei ranghi. L’appiattimento e la calma apparente danno vita ad un tessuto sociale silenzioso e immobile, relegato ad una specifica area urbana dalla quale ora è impossibilitato ad uscire.

L’ira di quella notte si è dissolta e il vuoto che ha urlato non ha trovato interlocutori capaci di comprenderlo. Per cui si ritira nella sua dimensione di appartenenza, la stessa che lo ha generato e che ora lo accoglie.

A cura di Lorenzo Villani

Bibliografia
  1. “Da Brozzi e dal Mugello, età media vent’anni: chi sono i responsabili degli scontri in piazza a Firenze”, Corriere Fiorentino del 01/11/2020.
  2. Rapporto “Il mercato del lavoro – I trimestre 2020”, ISTAT.
  3. Rapporto Openpolis.
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Sabbia del Tempo

Stefano Bardini (antiquario), Frederick Stibbert (collezionista), due case-museo a Firenze

Una ricostruzione su due figure opposte ma significative per la storia di Firenze: Stefano Bardini e Frederick Stibbert.

Nascono in Toscana, nei primi anni dell’Ottocento, a pochi anni di differenza l’uno dall’altro, due personaggi che saranno emergenti in Firenze per opposti ruoli: l’antiquario Stefano Bardini (Pieve di Santo Stefano, Arezzo, 1836-1922 ), il collezionista Frederick Stibbert (Firenze, 1838-1906). Con in comune la passione per la bellezza e per  l’arte, entrambi cercarono di ricreare nelle loro collezioni, seguendo lo spirito del tempo, una situazione culturale perduta attraverso la selezione di oggetti antichi.

In Firenze, le loro residenze erano collocate, nella toponomastica della città, in luoghi opposti.

Stefano Bardini emerse come pittore in un momento storico pieno di fermenti artistici e culturali. In quel periodo a Firenze nacquero nuovi circoli, club e caffè culturali, frequentati anche da artisti d’Oltralpe, tra  i quali nel 1858 Edgar Degas. Tutti frequentavano il caffè Michelangelo, in via Cavour, dove si riuniva il gruppo dei Macchiaioli al quale apparteneva anche Stefano Bardini. Egli si era formato all’Accademia sotto la giuda di Giuseppe Bezzuoli, caposcuola dei pittori romantici, nel 1866 però incominciò anche l’attività di restauratore di dipinti per interessarsi in seguito anche di archeologia e di oggetti del passato, seguendo una sua naturale evoluzione; a detta dell’antiquario Luigi Bellini: “prima si nasce artisti e poi si diventa antiquari”, ed anche Bardini segui questa metamorfosi, cangiandosi da conoscitore in artista e collezionista.

“Lui è stato il principe degli antiquari e nello stesso tempo, l’antiquario dei principi” così lo definì Alberto Bruschi.

Bardini ebbe contatti con archeologi e storici dell’arte tra cui Bernard Berenson, Frederick Mason, Perkins e Wilhelm von Bode, quest’ultimo fondatore del Kaiser Fredrich Museum con la collaborazione di Bardini come fornitore di opere d’arte.

Tra i suoi clienti collezionisti ricordiamo John Pierpoint Morgan, Henry Clay Frick, Isabella Stewart Gardner, Robert Lehman, il principe Giovanni di Liechtenstein, Figdor di Vienna. Importanti contatti che contribuirono a rafforzare il suo successo come antiquario che faceva tendenza.

L’antiquario Bardini fece della sua abitazione il luogo principale della sua attività, con il deposito, il gabinetto di restauro, e l’esposizione, raccogliendo i frammenti architettonici recuperati dalla demolizione di una parte del centro storico, avvenuto per  la realizzazione di Firenze Capitale. Il tessuto urbano di Firenze fino al 1865 era giunto indenne nella sua configurazione, circondato dalle mura medievali con orti e giardini a ridosso di queste ultime e con i suoi  monumenti pubblici in riferimento storico.

La città subì un nuovo assetto urbanistico atto a creare l’immagine celebrativa per diventare nel 1864 Capitale d’Italia dopo Torino .

L’incarico d’ampliamento urbano fu affidato all’architetto Giuseppe Poggi che realizzò un piano urbanistico capace di interpretare il  nuovo ruolo di Firenze assimilandola alle tendenze estetiche delle altre capitali europee di quel tempo.

La possibilità di dare un nuovo piano urbanistico a Firenze però era già stato previsto durante il periodo imperiale negli anni 1808-1814: la città non subì grandi cambiamenti anche se vi furono soppressioni di chiese e conventi che fecero giungere molto materiale sul mercato antiquario. Bardini non si lasciò sfuggire l’affare e acquistò una notevole e  pregevole raccolta di  opere d’arte.

Fu proprio all’allestimento e all’esposizione delle opere d’arte che Bardini diede particolare attenzione, con accorgimenti che valorizzassero gli oggetti contestualizzandoli nel loro periodo storico, utilizzando veri e propri allestimenti scenografici fino a studiare un colore delle pareti del contesto abitativo in cui dovevano essere collocate. Per questo creò  un blu di particolare cromatismo, il “blu Bardini”, con un pigmento che esaltava i colori delle opere, pitture e  sculture, nello spazio abitativo.

Nelle sue raccolte e nelle sue ambientazioni l’antiquario predilesse il gusto tipicamente fiorentino, con il collezionismo di oggetti dal medioevo a tutto il rinascimento, recuperando tutto il materiale prodotto dalle dismissioni abitative.

Nella sua collezione vanno ricordate opere di Francesco Laurana, Desiderio da Settignano, Giovanni Battista Foggini.

L’antiquario Bardini, la cui attività era ben organizzata, non ebbe collaboratori, ma abilissimi artigiani specializzati nelle varie materie che lui trattava, il suo vasto magazzino comprendeva armi, maioliche, paliotti in cuoio, stemmi e colonne, statue e tessuti e tappeti e dipinti che lui stesso spesso restaurava.

A lui si deve la riproduzione dei mobili nello stile rinascimentale fiorentino, opera di abilissimi artigiani che utilizzarono materiale di recupero, che, esportati in America, ebbero molto successo.

Bardini con il suo arredamento riuscì a colmare la lacuna culturale dei suoi facoltosi clienti ricchi in denaro ma che mancavano di una tradizione storica familiare.

Bardini esportò, imitato da altri antiquari dell’epoca, una notevole quantità di oggetti autentici, mobili, quadri, sculture, maioliche arazzi, tanto da indurre lo Stato italiano a promulgare la legge del 1 giugno 1939 n.1089 “Tutela delle cose d’interesse Artistico e Storico” pubblicata sulla gazzetta ufficiale n 184 dell’8 agosto 1939 e tuttora in vigore.

Con la sua attività Bardini divulgò oltreoceano e in Europa l’immagine mitica dell’Italia e in particolare il gusto del rinascimento fiorentino   contribuendo a suscitare interesse per Firenze e per un turismo di élite fatto di personaggi facoltosi, intellettuali, artisti e scrittori.

Tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento Firenze fu meta prediletta di stranieri che presero la residenza e rappresentarono circa un quarto della popolazione residente, con prevalenza di Inglesi; in un arco di qualche decennio possiamo ricordare Henry James, Edith Wharton, Vernon Lee, D.H.Lawrence, Aldous Huxley, Isadora Duncan, Bernard Berenson, Stibbert Harold Acton e molti altri, nel novero della colonia degli stranieri residenti vanno ricordati  personaggi molto estrosi, collezionisti, dame e famiglie di aristocratici decaduti.

L’antiquariato divenne simbolo di posizione sociale, per una classe che aveva appena acquisito nuova ricchezza e che teneva a presentarsi  in ambienti ricercati per estetica e rapporto col passato arrtistico.

L’antiquario non fu più considerato un semplice commerciante ma diventò un personaggio insolito molto ben accolto in società apprezzato per la cultura e per i suoi modi raffinati: Bardini interpretò perfettamente questo ruolo.

Winckelmann scrisse:

“Le arti dipendenti dal disegno hanno avuto origine, come tutte le invenzioni, dalle cose necessarie, in seguito si manifestò in esse una ricerca di bellezza , alla quale seguì il superfluo: sono questi i tre stadi dell’arte”.

Un inglese a Firenze

Sulla collina di Montughi in opposto a Bardini (antiquario e esportatore di opere d’arte) abitò, negli stessi anni, il collezionista e importatore di opere d’arte Frederck Stibbert, nato a Firenze ma inglese d’origine e dotato di una formazione culturale anglosassone. Fu raccoglitore di armi e armature ebbe un gusto cosmopolita e fu un profondo conoscitore della storia

La catalogazione della sua collezione fu suddivisa cronologicamente con una esposizione storico didattica.

La scenografia delle stanze della villa era stata arricchita da Stibbert con quadri di soggetto storico scelti per valorizzare la collezione delle armi: i manichini rivestiti delle armature, come nel caso della cavalcata, possono essere considerati  come personaggi fantastici di un teatro immaginario ricco del fascino della storia e di una bellezza cruenta.

Stibbert nei suoi lunghi viaggi in Europa e in Oriente importò e arricchì la sua collezione con innumerevoli porcellane, stoffe, armi, gioielli e tutto ciò che colpiva la su fantasia suscitando emozione e desiderio di possesso. Riutilizzò questi oggetti ricostruendo nella sua abitazione un teatro romantico e sentimentale nel quale egli stesso, interagendo con  le sue collezioni, era attore/protagonista. Fulcro del museo furono gli oggetti appartenuti a Bonaparte, provenienti dalla Villa di San Donato e proprietà dei Demidoff.

Napoleone e la simbologia imperiale e scientifica – Il Tazebao

Stibbert fu sicuramente affascinato dalla figura di Napoleone, le cui gesta forse saranno state parte dei racconti della sua infanzia, la cui figura veniva evocata dalla presenza di Luigi Bonaparte, fratello minore di Napoleone, che aveva abitato a meno di un chilometro in linea d’aria sempre sulla collina di Montughi, vicino alla sua residenza.

Stibbert con la sua la raccolta ha voluto fermare il tempo della memoria di un mito, e l’abito più adatto per celebrarlo non poteva che essere il costume che Napoleone aveva indossato in occasione dell’incoronazione a Re d’Italia: mantello in velluto verde con ricami in oro di api segno di operosità e spighe segno di prosperità e l’immancabile N napoleonica, completo di gilet, pantaloni e calze.

Ancora alla fine dell’Ottocento si sentivano gli echi di quello che  Napoleone aveva rappresentato come ideale eroico e umano. La reliquia del personaggio che rievoca la traccia della storia, anche D’Annunzio ne rimase affascinato e raccontò la sua passione napoleonica. Stibbert arricchì la sua casa museo  di quadri che raffigurano lui ed altri membri della famiglia Bonaparte.

Nel Museo sono presenti anche raccolte di vari oggetti in vari materiali cari a Stibbert come le porcellane orientali, i tessuti, gli orologi, bottoni del Settecento, tabacchiere esposti in varie vetrine del museo.

Il gusto eclettico di Stibbert si è spinto oltre in acquisti di altro tipo nella sala della Malachite, si può ammirare un quadro unico esistente a Firenze che raffigura la Monna Lisa di Leonardo da Vinci, considerata fino al 1837 come opera autentica del grande maestro, successivamente invece come eccellente copia su tela, ma da recenti studi, invece, risulterebbe come un’opera dipinta alla fine del 1600. A tale proposito la dottoressa Simona Di Marco, vicedirettore del museo Stibbert sostiene:

“Sono stati usati pigmenti che non potevano essere posteriori al Seicento, in particolare il blu smaltino. Frederick Stibbert acquistò la Gioconda nel 1879 all’asta della collezione Mozzi del Garbo, la tela ha avuto nel tempo dei rimaneggiamenti, rifilata e poi stesa su una tela di dimensioni maggiori, porta evidenti  restauri seguiti nel 1800”.

I Mozzi del Garbo erano una famiglia di mercanti potentissimi per generazioni tesorieri pontici, (a cui apparteneva la nobildonna Teresa di cui Napoleone si era invaghito), il figlio conte Adolfo dopo dissesti economici mise tutta la sua vasta raccolta di opere d’arte in asta nel 1879 e con il numero 150 anche il quadro della Gioconda, che Stibbert acquistò tramite l’antiquario Giuseppe Valmori insieme ad altri quadri tra cui la Maddalena Penitente attualmente attribuita all’Allori.

Il museo Stibbert ha un’importante sezione giapponese che raccoglie una delle raccolte più complete di armature esistenti fuori dal Giappone. Il primo nucleo di acquisti fu fatto presso l’antiquario Jannetti (antiquario personale di Casa Reale dei Savoia ) di Firenze, ma successivamente si rifornì anche da altri antiquari sia italiani che stranieri. Oltre alle armi, la collezione comprende porcellane, bronzi, tessili, costumi e indumenti nobiliari in seta. L’interesse di Stibbert per l’Oriente fu richiamato anche dal particolare momento storico e dall’eclettismo intriso del romanticismo  ottocentesco che aveva coinvolto tutta l’Europa, e che lui aveva avuto occasione di conoscere  nei sui viaggi.

Il gusto per l’oriente coinvolse con un feeling la Toscana e Firenze, fu costituita nel 1859 la scuola di studi orientalistici che faceva parte del Reale Istituto di Studi Superiori. L’Oriente si configurava nella Toscana dell’epoca come un complesso di eterogenee realtà geografiche culturali: Cina, Giappone, Persia, Turchia, l’Arabia, l’Egitto. Elementi che contribuirono a ravvivare i repertori progettuali di architetti e di artisti cristallizzati a Firenze tra neo-medievalismo, neo-rinascimento e neo-classicismo.

L’architettura toscana ebbe degli esempi di orientalismo e per citarne qualcuno possiamo ricordare. La villa Alhambra di Sammezzano costruita dall’architetto e anche proprietario Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona (la famiglia si poteva considerare come la quarta casata fiorentina tra  più ricchi  dopo i Corsini,i Torrigiani, i Rinucci ),il marchese non viaggiò mai in oriente, come si potrebbe pensare,ma il suo castello nacque seguendo il suo sogno d’oriente leggendo molti  testi, e disegnando le piastrelle, stucchi  e tutti gli elementi decorativi che venivano realizzati in loco a pochi chilometri da Firenze,mentre  lui stesso sovrintendeva ai lavori.  Proprio in questa sede  nel 1878, si svolse il banchetto con 100 congressisti del IV Congresso degli Orientalisti,accorsi per visitare un luogo   unico e mitico. Quasi in una gara  che vedeva coinvolti i personaggi più in vista in Toscana anche Frederik Stibbert eclettico per natura fu coinvolto dal gusto orientalista nell’architettura  realizzò così la sala Islamica nella sua abitazione.

Si aprì a Firenze in quel periodo un collezionismo privato che non coinvolse non solo Stibbert all’arte orientale, ma molti viaggiatori toscani e studiosi e tra questi va ricordato Carlo Puini (nato a Livorno nel 1837), accademico linceo, che può essere considerato l’iniziatore dei moderni studi orientali a Firenze.

L’interesse dell’oriente per Firenze fu suscitato durante  la prima missione diplomatica cinese, giunta nel giugno 1870 e anche dalla delegazione ufficiale del governo giapponese a Firenze nel maggio 1875, che si trattene per circa due giorni facendo visita ai principali monumenti e musei della città.

Il gusto per l’oriente coinvolse anche la musica che poi ispirò  a Giacomo Puccini l’opera di Madama Butterlly con le sue successive scenografie.


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Nessuno indietro

“Il nostro dolore invisibile”: Rosaria Mastronardo racconta la sua fibromialgia e l’impegno a favore dei malati

Rosaria è anche facilitatrice dei gruppi di auto aiuto per fibromialgia: “Insieme per superare il dolore”.

Lo descrive così: un “dolore silenzioso e invisibile ma che non ti molla mai”. Rosaria Mastronardo è malata da sette anni di fibromialgia, una malattia di cui si sa molto poco e, ancora, nonostante siano sempre di più le persone affette, non riconosciuta dal Sistema Sanitario Nazionale come malattia cronica. Ciò produce ulteriori aggravi e penalizzazioni per i malati. “Noi malati – aggiunge Rosaria – ancora non abbiamo dei percorsi di diagnosi e di assistenza chiari anche perché, come spesso ci viene detto, non è affatto facile quantificare il dolore, che però per noi è alto, continuativo, spesso insopportabile. Io stessa non ho ricevuto subito la diagnosi di fibromialgia ma abbiamo dovuto procedere per esclusione”.

Il dolore quotidiano non ha impedito a Rosaria di aiutare gli altri come lei: “Sono socia di Cittadinanzattiva e del Coordinamento Toscano dei Gruppi di Auto Aiuto e ho contribuito, previa formazione avvenuta presso il Coordinamento, alla nascita di un gruppo di auto aiuto per le persone con fibromialgia”. Un primo gruppo è nato, infatti, a Firenze nel 2018 ed è denominato “Fibromialgia: Affrontiamola insieme” e “permette la condivisione di dolori, dubbi, esperienze, buone pratiche. Siamo meno soli di fronte al nostro dolore e ci aiutiamo” ricorda sempre Mastronardo, facilitatrice del gruppo. La sede di ritrovo è presso le Baracche Verdi all’Isolotto, grazie al Q4. Prima si riunivano una volta al mese, adesso, con la pandemia, gli incontri si svolgono online ogni quindici giorni. “Abbiamo aumentato la frequenza delle riunioni perché, soprattutto in questo momento abbiamo bisogno della vicinanza dell’altro”. Da questa prima esperienza, amplificatasi grazie al digitale, è nato un secondo gruppo online con persone da tutta Italia: “un chiaro segnale che il metodo funziona”.

Il prossimo 12 maggio sarà la Giornata Mondiale della Fibromialgia, un’occasione per “fare finalmente un salto avanti concreto nella cura e nell’assistenza di noi malati. C’è ancora molto da fare per garantirci una vita dignitosa e un’adeguata qualità della vita. Anche alcune buone iniziative – sottolinea ancora – come la delibera n. 1311 del 28.10.2019, che conteneva ottime indicazioni, come l’attuazione di un percorso regionale di presa in carico, è rimasta lettera morta. Aiutateci – conclude – perché questo dolore non ci permette di vivere!”.

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Biopotere Mundus furiosus

Peri-feria. Le molte Novoli

Un reportage fotografico di Jacopo Canè in esclusiva per Il Tazebao sulle periferie fiorentine. Il primo appuntamento è su Novoli, l’area maggiormente interessata dalle trasformazioni urbane.

Più passati e più modernità. Mescolate in un presente confuso, contraddittorio, sicuramente vitale. Una miscellanea disomogenea [1] e a suo modo stimolante. Novoli è anche questo. Novoli è stata (ed è) uno dei principali centri dell’espansione urbana della città di Firenze.

Dopo anni di continui cambiamenti ha assunto un nuovo volto. Oggi vi sorge la sede del polo delle scienze sociali dell’Università, l’area ex FIAT è rinata in parco, vi è stato trasferito il Tribunale, la tramvia la collega con il centro storico.

Oltre a questi progetti completati ci sono, però, quelli rimasti fermi, che interessano Novoli e non solo. Le grandi partite strategiche come l’ampliamento della pista, lo svincolo di Peretola, l’ammodernamento del mercato ortofrutticolo della Mercafir che la città ha fallito.

Novoli oggi è l’esito di queste profonde trasformazioni [2] e contraddizioni, concepite negli anni ’80 e concretizzatesi nel 2000. Oggi la millenaria San Donato in Polverosa fronteggia la più classica fabbrica novecentesca [3], dialoga con le rovine rimaneggiate di Villa Demidoff [4], smembrata in nome della speculazione del Dopoguerra; il verde affievolisce la pesantezza del cemento.

Analizzeremo le aree cosiddette periferiche della città per cercare di tracciare un bilancio sulle trasformazioni urbane degli ultmi anni ma anche per capire meglio l’impatto della pandemia sul tessuto umano e sociale.

Perché scegliere la fotografia per raccontare la e le città

La fotografia ci offre un punto di osservazione privilegiato sullo sviluppo urbano, documentando, meglio di ogni altro mezzo, la realtà e le sue contraddizioni. Basti pensare al celebre reportage di Gabriele Basilico “Milano. Ritratti di fabbriche” (1978-1980) [5]. Uno studio sulla Milano che usciva dall’industrializzazione e che si stava preparando a diventare la capitale dei servizi. Ciminiere, camini, piazzali colti nella loro “magica sospensione luminosa” [6] disegnano la fisiognomia di una città in transizione. Con rigore ma senza melanconia.

Con “Peri-feria” inizia un reportage di approfondimento fotografico a cura di Jacopo Canè che ringraziamo. Questi alcuni dei suoi scatti che animeranno anche il profilo Instagram de Il Tazebao.


Sono Jacopo Canè e sono un fotografo pubblicitario e di reportage, scopro l’arte della fotografia fin da bambino. Nel corso degli anni ho approfondito la passione del reportage e del fotogiornalismo grazie alla professione dei miei genitori, entrambi giornalisti, coadiuvandola alla fotografia di moda (e pubblicitaria in genere) e a quella di eventi. Dopo tanta gavetta e tanti corsi di formazione, ho deciso di mettermi in proprio, volendo realizzare i progetti secondo il mio punto di vista.
Tramite la fotografia cerco di raccontare delle storie che sono invisibili ai più, raccontare tutti quei dettagli che rendono speciale un evento, un capo o la quotidianità di un luogo. I dettagli sono ciò che rendono speciale ogni storia, e in questo mondo sempre più frenetico, saperli notare è sempre più raro. Adoro raccontare le mie storie con “lentezza”, dando risalto a tutto ciò che rende speciale l’ambito che sto raccontando.

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Bibliografia
  1. Giorgieri P. “Firenze: il progetto urbanistico: scritti e contributi, 1975-2010” (Alinea, 2010), sez. 2, cap. “La frammentazione urbana tra riuso e nuove espansioni senza città”;
  2. Aleardi A. e Marcetti C. “Firenze verso la città moderna” (Comune di Firenze, 2006) pagg. 126-129;
  3. Informatore (Ipercoop), “Firenze operaia e industriale”, novembre 2013, pag. 13;
  4. Chelazzi G. “Il principato fiorentino dei Demidoff” (Macrì, 1998);
  5. “Milano. Ritratti di fabbriche” (SugarCo, Milano) con prefazione di Carlo Tognoli, testi di Carlo Bertelli, Marco Romano e Gabriele Basilico;
  6. Lanza A. “Calvenzi racconta Basilico” su Abitare del 04/10/2017.
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Nessuno indietro

SMN, Sopralluogo di Marco Becattini

La presa di posizione di Marco Becattini, Presidente di Liberamente Abile Sport e Viaggi, sulla stazione SMN.

Un disabile può davvero prendere il treno liberamente? Non è, ancora, così scontato, nemmeno nel capoluogo della Regione Toscana. “Sebbene si siano fatti dei passi avanti significativi negli ultimi anni – afferma Marco Becattini, Presidente di Liberamente Abile Sport e Viaggi – permangono alcune barriere architettoniche, veri e propri percorsi a ostacoli o percorsi obbligati, azioni incomprensibili di inciviltà che ci impediscono di accedere liberamente a quello che è un servizio indispensabile per tutti i cittadini”. Becattini ha effettuato un sopralluogo ieri mattina alla stazione di Santa Maria Novella.

Tra gli aspetti positivi c’è sicuramente il corretto e puntuale funzionamento dell’ascensore che permette dal piano -1 di accedere al piano terra. “Manca però – evidenzia – in prossimità dei binari il tappetino per i non vedenti, utile a maggior ragione adesso con i percorsi che tutelano la sicurezza sanitaria”. A render ancor più complicato l’accesso o l’uscita dalla stazione, inoltre, ci pensano alcuni percorsi non proprio agevoli come quello che conduce alla stazione dei bus, sconnesso e dissestato e quindi “non indicato per chi è su una carrozzina come me ma estremamente pericoloso, per esempio, per un non vedente”.

Proprio per questo Becattini, dopo il sopralluogo alla stazione di Statuto, che ha evidenziato profonde lacune, e quello di oggi a Santa Maria Novella, ha intenzione di proseguire con le altre stazioni cittadine, come Campo di Marte o Rifredi con l’obiettivo di “contribuire al raggiungimento di una completa accessibilità. Spesso – conclude – vorremmo prendere il treno ma è tutt’altro che facile!”

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Nessuno indietro

Statuto (FI), la denuncia di Becattini: “Se sei in carrozzina non prendi il treno”

Becattini non è riuscito ad accedere alla stazione dei treni: “Non ci sono né ascensori né rampe”

Si dice “esterrefatto e sconvolto” Marco Becattini, Presidente di Liberamente Abile Sport e Viaggi, a margine di un sopralluogo alla Stazione dello Statuto, effettuato ieri martedì 9 marzo mattina. “Come ho potuto constatare, purtroppo, una persona con disabilità è completamente impossibilitata ad accedere alla stazione. Ho provato – racconta Becattini – a entrarvi nei due ingressi ovvero su via Giovanni Lami e via Giuseppe Richa ma, con mio sommo stupore, ho scoperto che non ci sono né ascensori, né rampe, nemmeno il più minimo ausilio per chi impossibilitato a usare le gambe. Insomma, una stazione inaccessibile alle persone con disabilità! Si tratta di una stazione importante, in un quartiere tra i più popolosi della città, non è accettabile – incalza – un ritardo del genere in un luogo pubblico. Se sei su una carrozzina non puoi entrare alla stazione dello Statuto”.

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Mundus furiosus

Giornata Malattie Rare 2021, Lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare si illumina

Molti i monumenti di Firenze illuminati per la Giornata Mondiale sulle Malattie Rare

Verde, blu e magenta. Sono i colori scelti per la Giornata Mondiale sulle Malattie Rare che oggi, a partire dalle 18:00 e fino alle 22:00, illuminano lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze, Unità Produttiva Agenzia Industrie Difesa. Grazie a Silfi SPA, oltre allo storico stabilimento di via Reginaldo Giuliani sono illuminate Porta San Niccolò, Porta alla Croce e Porta al Prato. 

Nella foto di copertina l’Assessora all’Educazione e al Welfare del Comune di Firenze Sara Funaro, il consigliere speciale Nicola Armentano, Annalisa Scopinaro, Presidente di Uniamo, Guido De Barros del Forum Associazioni Toscane Malattie Rare, l’Ingegner Antonio Pasqua della Silfi SPA.


Le foto sono state realizzate dall’agenzia Fotocronache Germogli con cui abbiamo avuto (per il racconto fotografico del 2020 e non solo) e abbiamo il piacere di collaborare.

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Sabbia del Tempo

18 febbraio 1743 – Muore a Firenze l’Elettrice Palatina

Il 18 febbraio è un giorno importante per Firenze. In questo giorno, infatti, si commemora un personaggio che noi fiorentini dovremmo ricordare sempre con grande gratitudine.

Se infatti la nostra città è quello splendido diamante che tutto il mondo ci invidia, il merito è principalmente suo, della Principessa Anna Maria Luisa (o Lodovica) de’ Medici, meglio conosciuta come l’Elettrice Palatina, deceduta in un’ala di Palazzo Pitti, per “un’oppressione al petto”, il 18 febbraio del 1743. Si deve infatti a lei, ultima rappresentante del ramo granducale della gloriosa Casata de’ Medici, che in quasi quattro secoli di governo aveva trasformato il capoluogo toscano in una città opulenta oltreché in una capitale di rango europeo, se Firenze non ha subite le spoliazioni che avvengono ad ogni mutazione di governo o di casa regnante.

Anna Maria Luisa nacque l’11 agosto del 1667, secondogenita nonché unica figlia femmina del Serenissimo Granduca di Toscana Cosimo III de’ Medici e della di lui consorte, la bisbetica e bizzosa Margherita Luisa d’Orleans, figlia del Duca Gaston Jean Baptiste d’Orleans, terzo ed ultimo figlio di Enrico IV di Francia e di Maria de’ Medici.

Difficilmente nella storia possiamo trovare una coppia peggio assortita di questa, direi addirittura mal sposata: tanto bigotto, baciapile, puntiglioso, timido e formale era lui, quanto estroversa, maliziosa, festaiola, egocentrica, bisbetica e bizzosa era lei. Fu incurante di tutto e di tutti, persino dei tre figli che il suo dovere di Granduchessa le impose di mettere al mondo con quell’uomo che lei disprezzava perché impostole come marito dalla ragion di Stato e soprattutto dalla volontà del Re Sole, a discapito di pretendenti ben più prestigiosi, come in primo luogo l’affascinante Duca Carlo di Lorena.

Margherita Luisa non accettò mai sia di vivere a Firenze, città da lei considerata non all’altezza del suo rango, sia di inserirsi nella corte medicea, considerata gretta e provinciale a confronto di quella di Versailles donde proveniva. Nonostante la benevolenza e l’affetto del suocero Ferdinando II, che non mancò mai di viziarla con generosi e preziosi doni, per ripicca, contro i suggerimenti dei medici di corte, non perse occasione per mettere a repentaglio le sue gravidanze partecipando a balli forsennati, ad estenuanti cavalcate, ed a battute di caccia, col rischio persino d’abortire. In tutto questo la piccola Anna Maria Luisa fu da lei affidata alle cure di uno stuolo di balie, governanti e istitutori che cercarono di supplire alla meno peggio al suo più assoluto disinteresse nei confronti della figlia, culminato nel 1675 col rientro definitivo di Margherita Luisa a Parigi, senza che da quel giorno quest’ultima avvertisse il minimo desiderio di rivedere la prole e tanto meno l’odiato marito.

Per fortuna però la bambina trovò sia nella nonna, la Granduchessa Vittoria della Rovere, sia nel padre Cosimo III, che ebbe per lei un affetto sincero, tutte quelle attenzioni e quell’amore necessari a farle trascorrere un’infanzia e una giovinezza tutto sommato felici in riva all’Arno.

Quando ebbe raggiunto l’età da marito, il padre, nell’intento di accrescere il prestigio internazionale di casa Medici, riuscì a darla in sposa al Principe Giovanni Guglielmo di Wittelsbach – Neuburg, Elettore Palatino e signore di vasti ed importanti territori sparsi lungo il corso del fiume Reno, noto per essere uno dei personaggi più influenti dell’allora mondo germanico. Il matrimonio venne officiato per procura nell’aprile dell’anno 1691. La novella sposa, accompagnata da un seguito degno di una sovrana, oltrepassate le Alpi dal Brennero, incontrò per la prima volta il consorte nella città austriaca di Innsbruck.

Cosa più unica che rara nei matrimoni regali del tempo, tra Anna Maria Luisa e Giovanni Guglielmo fu amore a prima vista. Dotata di una corporatura alta e slanciata, coi folti capelli neri, gli occhi profondi e dolci, la principessa medicea, grazie anche ai comuni interessi come l’amore per la musica, per l’arte, per la letteratura, per il collezionismo, incantò subito il marito che si innamorò sinceramente di lei.

La fiorentina non faticò neppure ad integrarsi nella sua nuova Corte, nella città di Düsseldorf, attorniata da nobili e funzionari che da sempre esercitavano proprio quell’arte della mercatura, che aveva reso i Medici conosciuti e stimati in ogni parte del mondo.

Dopo aver imparato perfettamente a leggere ed a scrivere in lingua tedesca, l’Elettrice Palatina entrò completamente nel cuore dei suoi sudditi, coi quali condivideva l’amore per le pietanze, le usanze e il modo di vivere locali. Dalle numerose lettere inviate ai suoi cari, in primo luogo al padre Cosimo III, ne emerge il ritratto di una donna felice, che aveva imparato ad amare la sua patria di adozione e dalla quale era sinceramente ricambiata.

Rimasta vedova e senza figli, nonostante alcune gravidanze finite male, Anna Maria Luisa nel 1717 decise di ritornare a Firenze, conscia del fatto che probabilmente per la sua plurisecolare Casata erano ormai arrivati gli ultimi giorni.

Dopo la prematura morte del fratello maggiore Ferdinando, il Gran Principe di Toscana, stroncato dalla sifilide contratta in una scorribanda al carnevale di Venezia del 1696, probabilmente dopo una notte d’amore con la bella cantante Vittoria Tarquini detta “la Bambagia”, non le rimanevano infatti che l’anziano padre ed il fratello minore Gian Gastone, anch’egli, come già Cosimo III, vittima di una pessima scelta matrimoniale che lo lasciò solo, infelice e senza discendenza.

Così, in mezzo ai giochi politici delle potenze di allora, Francia, Spagna ed Austria, Firenze e la Toscana furono dapprima assegnate al Principe Carlo di Borbone, figlio di Filippo V Re di Spagna ed Elisabetta Farnese, ed in seguito, quando quest’ultimo cinse la corona di Re di Napoli, alla Casata dei Lorena nella persona del Duca Francesco Stefano che, a sole due settimane di distanza dalla morte di Gian Gastone de’ Medici, nel luglio del 1737, si fece riconoscere dal Senato Fiorentino, senza mai mettere piede in città, il titolo di ottavo Granduca di Toscana. Un Lorena, proprio un Lorena discendente del suo amato Carlo, sul trono che era stato dell’odiato marito Cosimo III. Bizzarra vendetta postuma della bizzarra Margherita Luisa d’Orleans!

Anna Maria Luisa visse con amarezza e sovrano distacco gli ultimi anni della sua vita. Una sola cosa le stava veramente a cuore, che i nuovi arrivati non disperdessero e depredassero la sua incredibile eredità personale, composta, fra l’altro, dalle eccezionali collezioni di quadri e statue esposte in Palazzo Pitti, agli Uffizi e nelle numerose Ville Medicee disseminate sul territorio della Toscana, da una raccolta di gemme unica al mondo, tra cui il leggendario “Diamante Fiorentino”, da mobili e suppellettili di inestimabile valore, dai preziosissimi libri delle biblioteche Palatina e Medicea, raccolti a partire da Cosimo il Vecchio Pater Patriae e dal di lui nipote Lorenzo il Magnifico, da preziosissimi arazzi, da servizi da tavola e da tutto quanto viene conservato ancora oggi nei più importanti musei di Firenze, visitati ogni anno da milioni e milioni di cittadini del mondo.

Volle pertanto, con una lungimiranza incredibile per una donna di quei tempi, che nella Convenzione da lei personalmente negoziata e sottoscritta coi Lorena, il cosiddetto “Patto di Famiglia”, si stabilisse chiaro e tondo che il nuovo Granduca fosse designato come semplice conservatore di quell’immenso tesoro.

In quanto tale “egli s’impegna a conservare per utilità del Pubblico e per attrarre la curiosità dei Forestieri, gallerie, quadri, statue, biblioteche, gioje et altre cose pretiose”, facendo in modo che “nulla sia trasportato o levato fuori dalla Capitale dello Stato”.

Questa è la ragione per cui ancora oggi Firenze può essere considerata orgoglio della nazione italiana, perla della cultura universale e patrimonio di tutto il genere umano. Ed è questa la ragione per cui noi fiorentini dobbiamo essere grati, immensamente grati alla memoria di questa grandissima donna.

Riposate in pace, Vostra Altezza Elettorale, e grazie per tutto quello che avete fatto per la nostra Firenze.

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Mundus furiosus

“Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare, Storia di un’eccellenza italiana”

È uscito il libro dedicato alla storia e all’importanza dello stabilimento fiorentino
Il libro è edito da Apice Libri ed è a cura del Colonnello Antonio Medica, del Primo Luogotenente Camillo Borzacchiello e del Dott. Matteo Cecchi

Firenze, 4 febbraio 2021Dagli albori dello stato italiano ad oggi, dall’intervento dopo le calamità naturali alle emergenze sanitarie odierne, nei contesti di guerra e di pace. L’officina farmaceutica dello Stato italiano si racconta. Il nuovo libro a firma del Colonnello Antonio Medica, del Primo Luogotenente Camillo Borzacchiello, dal Dott. Matteo Cecchi illustra la genesi, il trasferimento, lo sviluppo, le attività, l’importanza dello Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare. Ripercorre anche il profondo legame con la città Firenze, legame che si è visto soprattutto nel momento del bisogno, come dopo la tragedia dell’alluvione del 1966. Una lunga storia che rende lo stabilimento di via Reginaldo Giuliani un’eccellenza fiorentina apprezzata a livello italiano e internazionale. Una storia che merita di essere conosciuta e riconosciuta.

Il libro “Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare, Storia di un’eccellenza italiana” è impreziosito, inoltre, dalla presentazione a cura del Sindaco di Firenze Dario Nardella, del Direttore Generale dell’Agenzia Industrie Difesa Nicola Latorre e di Nicola Sebastiani, Ispettore Generale di Sanità Militare e dalla postfazione redatta dalla nipote de “il Padre del Chinino di Stato” Dott.ssa Emma Martinotti.

La prima presentazione ufficiale del libro, edito da Apice Libri, sarà online venerdì 26 febbraio. L’evento rientra in una serie di appuntamenti dedicati alla Giornata Mondiale delle Malattie Rare. Il Farmaceutico Militare è una realtà sempre in prima linea per tutte le emergenze, sia straordinarie, come dopo i terremoti del Friuli e dell’Irpinia, sia quotidiane. E le emergenze di oggi sono sì la lotta al Coronavirus, alla quale il Farmaceutico sta contribuendo attivamente fin dai primi mesi, ma anche le malattie rare. È proprio in questo campo che lo Stabilimento si è dimostrato oltremodo presente garantendo a molte persone la continuità terapeutica, grazie alla produzione e alla consegna di farmaci orfani come Niaprazina – Mexiletina – Tiopronina – D-Penicillamina. E la tempestività nell’assunzione di questi farmaci può fare la differenza.

Proprio per rimarcare l’impegno nel garantire la continuità terapeutica, domenica 28 febbraio, in occasione proprio della XIV Giornata Internazionale delle Malattie Rare (abbiamo approfondito anche il tema della disabilità), lo stabilimento di via Reginaldo Giuliani sarà illuminato. L’illuminazione è fornita dalla ditta fiorentina SILFI S.P.A. con il Patrocinio del Comune di Firenze. Collabora all’iniziativa anche Teleidea Impianti.

La foto in copertina realizzata dall’Agenzia Fotocronache Germogli ritrae il Primo Luogotenente Camillo Borzacchiello e Stefano Rollo editore di Apice Libri.