Nucleare, AIN: “Includere in Tassonomia europea”

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Pubblichiamo la lettera dell’Associazione Italiana Nucleare inviata ai Deputati italiani al Parlamento Europeo per includere il nucleare nella Tassonomia.

Nei giorni scorsi l’Associazione Italiana Nucleare (AIN) ha inviato ai Deputati italiani al Parlamento Europeo una lettera per sollecitare l’inserimento del nucleare nella Tassonomia europea.

Questi i passaggi significativi

“Il dibattito che si è acceso in sede comunitaria sull’inclusione o meno della generazione di energia da fonte nucleare nel Regolamento Delegato sulla Tassonomia ci induce a rivolgerci a Lei e ad altri membri italiani del Parlamento Europeo, per richiamare ulteriormente la vostra attenzione sulla rilevanza di questo tema per l’industria italiana, presente nella nostra Associazione con molteplici realtà.

In particolare, vorremmo sottolineare alcuni aspetti a nostro avviso rilevanti:

  1. Scopo dichiarato della Tassonomia è evidenziare agli investitori le attività ecosostenibili che possono favorire il Green Deal. La scelta di tali attività dovrebbe quindi essere basata esclusivamente su valutazioni tecnico-scientifiche, e non su considerazioni politiche, che piuttosto entreranno in gioco, insieme con le debite valutazioni economiche, nella fase delle scelte finali da parte degli organismi, nazionali e/o comunitari, ad esse preposti. Escludere a priori una tecnologia che, come risulta anche dal rapporto preparato sul tema dal Centro Comune di Ricerca dell’Unione Europea, non ha impatti ambientali più gravosi delle altre tecnologie ecosostenibili appare pertanto una forzatura aprioristica del mercato e delle scelte nazionali di ciascun Paese membro.
  2. La trasformazione energetica richiede senza alcun dubbio innovazione, e quindi supporto finanziario alla stessa. Oggi assistiamo ad un fiorire di nuove proposte, anche da parte di investitori privati, miranti a combinare nucleare e rinnovabili per ottimizzare i futuri sistemi energetici. Particolare attenzione si concentra su modelli economici basati sugli Small Modular Reactors, che possano integrarsi con le fonti rinnovabili non programmabili per assicurare continuità nella generazione elettrica, ma anche produzione di calore per scopi industriali o produzione di idrogeno da utilizzare anche per la decarbonizzazione del settore dei trasporti. È importante che questa spinta all’innovazione nel settore nucleare, che per la prima volta vede in campo anche i capitali privati, non venga soffocata sul nascere, ma sia piuttosto incoraggiata ed indirizzata tramite la Tassonomia.
  3. Anche se l’Italia a suo tempo ha operato la scelta di non autorizzare nuove centrali nucleari sul proprio territorio, non si può ignorare che in un mercato europeo dell’energia sempre più interconnesso, il posizionamento competitivo dell’industria italiana non sarà più dettato solo dalle scelte di politica energetica nazionale. Non è un caso che le nostre aziende continuino a partecipare con successo a progetti nucleari al di fuori dell’Italia, dove meglio possono far valere la loro elevata competenza tecnologica: valga per tutti l’esempio del programma ITER, ove l’industria italiana si è posizionata tra i maggiori fornitori di componenti e servizi.

Sulla base di queste considerazioni, riteniamo importante che anche il nostro Paese, attraverso i suoi rappresentanti in Parlamento, esprima in questo frangente sostegno alla promozione dell’innovazione come chiave per la transizione energetica, non precludendo la strada ad una fonte che dal punto di vista tecnico può offrire un prezioso contributo e che dal punto di vista industriale può dare significativo spazio di crescita alle nostre aziende.

Il Regolamento Delegato recentemente sottoposto all’approvazione del Parlamento, ignorando nucleare e gas non ha consentito di fatto ai legislatori una valutazione bilanciata dell’intera problematica. Auspichiamo che, come annunciato, la Commissione provveda al più presto a porre riparo a ciò, pubblicando entro novembre la proposta di Regolamento Complementare inerente nucleare e gas, in modo da consentire al Parlamento di completare la propria valutazione complessiva. Se ciò non dovesse accadere, riteniamo che la ratifica del Regolamento Delegato da parte dei Governi nazionali, ed in particolare da parte del Governo italiano, dovrebbe restare sospesa”.

Minopoli: “Anche i Nobel avrebbero il dovere della verità”

Oggi, in una lettera a Il Foglio, il Presidente di AIN Umberto Minopoli (intervenuto a Il Tazebao a settembre) confuta alcune critiche al nucleare mosse dal Nobel per la Fisica Giorgio Parisi.

“Il Nobel Parisi (Corriere della Sera) fa due affermazioni sul nucleare, sorprendentemente, sciatte e distoniche con la sua competenza. Primo: «il nucleare attuale, dice Parisi, è ancora quello dell’incidente di Chernobyl». Falso. Quello di Chernobyl era un tipo di impianto esistente in pochissimi esemplari: 8, e tutti solo nella ex Urss e nei suoi satelliti, su 542 (allora) impianti nucleari nel mondo. L’incidente ucraino del 1986, il più studiato e analizzato (dall’Onu e dalle sue agenzie di esperti) delle catastrofi artificiali umane, è accertato che fu dovuto a due fattori, esclusivi e irripetibili, in altri impianti e fuori dal contesto sovietico: le specifiche tecniche uniche di quell’impianto, pensato a scopo bellico (esempio, il “coefficiente positivo”, che generò l’incontrollabilità o l’assenza di contenimento esterno); l’errore umano (che rasentò la follia), inconcepibile e irripetibile, fuori dal contesto di governance di quel regime.

Seconda affermazione: «il nucleare si può fare, afferma Parisi, solo in zone lontane da persone. Quindi non nell’urbanizzata Italia». È un’affermazione, mi permetto, un po’ alla Catalano, per un Nobel. Ci sono 442 (oggi) impianti nucleari (e 54 in costruzione) in 33 paesi del mondo. Tra i più urbanizzati della Terra. E non in deserti disabitati. Per localizzare una centrale nucleare, strano che Parisi lo ignori, si devono rispettare standards, norme precise, regole e obblighi di distanza, validi e controllati in tutto il mondo. Da autorità internazionali legittimate allo scopo. Anche l’urbanizzata Italia, per 20 anni, ha avuto 4 centrali nucleari operative (dei cui MW oggi avremmo avuto un gran bisogno). I nuovi impianti avanzati di cui oggi si parla (che, il professore controlli, non sono più dei «disegni» ma macchine pronte che stanno entrando sul mercato), addirittura, migliorando la sicurezza, migliorano i criteri della distanza. Il professor Parisi dovrebbe ricordare che nell’urbanizzata Italia i morti (a centinaia) per incidenti in impianti industriali o energetici sono stati, invece, in dighe, centrali elettriche fossili, impianti chimici che, se fossero valse le regole di sicurezza di una centrale nucleare, non ci sarebbero stati. Anche i Nobel avrebbero il dovere della verità”.

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