Trent’anni senza l’URSS: questioni aperte

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Spunti e riflessioni a margine del convegno internazionale della Fondazione Craxi sui trent’anni dalla caduta dell’URSS

Trent’anni dopo la transizione non si è ancora esaurita. La “riconfigurazione dello spazio post-sovietico rimane incompleta”, riprendendo un passaggio di Simona Merlo, e i suoi confini fumosi. I conflitti etnico-religiosi sono riesplosi, soprattutto alla periferia dell’ex Unione. Per limitare i danni del collasso di una potenza che deteneva il controllo sull’area geostrategica per eccellenza la risposta è stata, ed è, la leadership autoritaria di Putin, confermato ancora una volta dalle recenti elezioni per la Duma, con buona pace dei supporter di Navalny e del voto elettronico. Un arroccamento della Russia per cercare di mantenere il controllo sulle aree dell’ex URSS fermando il progressivo avanzamento della NATO pur non disdegnando le sortite in nuovi scenari, a cominciare dal Mediterraneo, violando la storica ellisse degli idrocarburi.

La “transizione dei trent’anni” (Giovanni Orsina) merita dunque un dibattito approfondito ed è ciò che ha offerto la Fondazione Craxi nel convegno internazionale “Il 1991 e l’Europa a trent’anni dal crollo dell’URSS” di lunedì 8 novembre, con il patrocinio del Ministero della Cultura.

Nel corso del convegno gli ospiti hanno ricostruito il dibattito interno ai partiti socialdemocratici e riformisti europei con particolare attenzione alla SPD che per i paesi del blocco immaginava un “progetto paneuropeo”, un’assimilazione gentile, una cooperazione stabile ma “con densità differenti” (Michele di Donato).

Si è evidenziata anche la diversità di vedute in seno alla macchina del potere americana sulla Perestrojka: Casa Bianca e servizi dibattono sulla figura di Gorbačëv, sugli obiettivi, su quella non era vista come una “revisione tattica e non strategica” per rallentare la crisi e, comunque, non come una “revisione ideologica”. Da notare come, ha riferito Paolo Wulzer, l’amministrazione USA si sia resa progressivamente conto che il processo attivato si fosse rivolto contro lo stesso Gorbačëv e del “potere dissolutivo delle nazionalità dentro l’URSS”.


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