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“Non godrò più di questa bellezza…” Il ricordo intimo, umano e artistico del Maestro Franco Zeffirelli a cura del figlio Pippo

Pippo Zeffirelli: “Il Maestro, lucido e fervido fino alla fine. Il cinema? Cambiato radicalmente negli ultimi anni”

Il Maestro Franco Zeffirelli si è spento il 15 giugno 2019. Un lutto enorme per la città di Firenze e per tutto il mondo dell’Arte, orfano di uno dei protagonisti del Novecento. La pandemia e le restrizioni hanno bloccato, inoltre, come tutto il mondo della cultura, la Fondazione Zeffirelli, da anni attiva nei locali dell’ex Tribunale di Piazza San Firenze e impegnata nella tutela e nella promozione dello sconfinato patrimonio artistico del Maestro. La collezione ospita oltre 250 opere di Zeffirelli tra cui bozzetti di scena, disegni e figurini di costumi e ricostruisce un percorso artistico unico attraverso teatro di prosa, l’Opera in musica e il Cinema.

Per onorarne la memoria ma anche per offrire uno sguardo privilegiato sul mondo della cultura, oggi più che mai chiamato a ripensarsi, e del cinema, accogliamo Pippo Corsi Zeffirelli, figlio adottivo del Maestro e Presidente della Fondazione Zeffirelli.

“Nonostante i problemi fisici era rimasta la sua grande mente, sempre fervida e produttiva, è stato vigile e attento, creando e lavorando fino all’ultimo. La sua perdita è stata straziante! È difficile, quasi impossibile, pensare che non sia più tra di noi. La sua presenza era preziosa sia per tutti quelli che gli volevano bene che per tutto il mondo delle arti visive.

Zeffirelli è stato un creatore di grandi spettacoli e ha divulgato immagini di grande eleganza e armonia. Apprezzato per il suo lavoro a livello internazionale. Ha diffuso quelle che sono le nostre grandi tradizioni culturali italiane”.

Zeffirelli ha saputo trasferire il classico nella modernità e ha saputo anche, sulla scorta delle modificazioni profonde in seno alla Chiesa, rinnovare il messaggio della Fede, rendendolo ancora più universale. Oggi, alla luce di un Pontificato innovativo come quello di Francesco, si veda solo il viaggio in Iraq, i suoi film sono attuali come non mai.

“Zeffirelli è sempre stato un uomo di fede ma, come tutti noi, con molte contraddizioni. Credeva e ha applicato nella vita gli insegnamenti del cristianesimo. È stato un artista capriccioso, ma umanamente è sempre stato umile e con tutti generoso.

I suoi film “Fratello Sole, Sorella Luna” e “Gesù di Nazareth” hanno ricevuto moltissimi elogi anche da parte degli ambienti cattolici. In una lettera, facendo riferimento al film del “Gesù”, gli scrissero che aveva fatto più lui con quel film che il Vaticano stesso”.

Il primato del digitale ha invaso anche il campo del cinema. Le preferenze, le modalità, i tempi, le modalità di fruizione, il pubblico stesso sono cambiati. Lo dimostra una volta di più l’affermazione di Netflix, scombina tutto ciò che era cinema per noi.

“Negli ultimi vent’anni il cinema ha avuto una radicale trasformazione. Il cinema d’autore è praticamente scomparso. Il nostro cinema non esiste più perché abbiamo perso quella cultura da cui nasceva: dai grandi romanzi classici e dai grandi scrittori. I risultato di quella temperie culturale sono film che a distanza di molti anni si rivedono con lo stesso ardore e passione della prima volta e che non stancheranno mai.

Il cinema di oggi è stimolato dai grandi effetti speciali – spettacolari si! – ma spesso vuoti di contenuto, privi di umanità. Che messaggio lasciano nella nostra psiche? Che riflessioni stimolano in noi?

Proprio per questo penso che il cinema di oggi, a differenza di quello del passato, non lascerà grandi tracce. Per tornare al lavoro del Maestro ripenso al film “Callas Forever”, un bel film ben confezionato, ben recitato, con attori di primo calibro, ma non più in linea con i gusti del pubblico.

Sono fiducioso però: nella cultura i cicli di alto e basso ci sono sempre stati. Ci sarà un nuovo Rinascimento: del resto, le cose belle, per la maggior parte, proliferano nei momenti più bui della nostra storia”.

Nonostante le chiusure la Fondazione ha continuato a mantenere attivo e fruibile il patrimonio artistico di Zeffirelli. Ultimo evento, molto pregevole, quello dedicato a Dante in occasione del Dantedì.

“Non ci fermeremo a quello. Proseguiremo con altre iniziative nel segno di Zeffirelli: Shakespeare, Pirandello, gli autori e le opere con cui si è confrontato il genio di Zeffirelli.

Nonostante la chiusura, obbligata dalla pandemia, il nostro lavoro non è fermato e non si ferma. C’è tanto rammarico perché ci è saltata la pronazione anche internazionale. In compenso stiamo progettando una mostra in Oman per dicembre e ci facciamo un augurio di poter riprender presto le nostre attività”.

Il Maestro si è spento a 96 anni. Un suo ultimo ricordo?

“Me lo ricordo nel nostro giardino della casa di Roma dove trascorreva parecchie ore della sua giornata, amava i suoi cani e curava personalmente i fiori. Ultimamente, in un tiepido pomeriggio del mese di maggio, mi disse: guardati intorno, ammira tutta questa meraviglia, io, a breve, non avrò più la possibilità di godere di tutta questa bellezza”.


Ringraziamo sentitamente Pippo Zeffirelli per averci concesso questa intervista e speriamo quanto prima di poter tornare ad ammirare i frutti del genio del Maestro presso la Fondazione di Piazza San Firenze.

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Il populismo è in crisi o è in crisi la democrazia? Risponde Orsina – Il Tazebao

Soli, ansiosi e “assuefatti al distanziamento”: come siamo dopo un anno di pandemia (iltazebao.com)

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Interviste

Un primo bilancio del Tazebao con Lorenzo Somigli [video]

Il Tazebao – La pratica dell’obiettivo

Il Tazebao continua a strutturarsi e a crescere. Mentre puntiamo alla qualità dei nostri contenuti valorizzando punti di vista originali e poco noti stiamo implementando i nostri strumenti di comunicazione. Lorenzo Somigli, giornalista e fondatore del blog, ha fatto una panoramica dello sviluppo di Tazebao annunciando anche alcune novità.

Il video è a cura di Fotocronache Germogli con cui siamo lieti di collaborare.

Lorenzo Somigli racconta Il Tazebao a Vitanews.it – Il Tazebao


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Interviste

Daniele Lazzeri (Nodo di Gordio): “L’intervento della Russia come mediatore, il supporto dalla Turchia ed il sostegno di Israele sono stati un elemento decisivo per la fine del conflitto”

Intervista esclusiva di Daniele Lazzeri, Chairman di Nodo di Gordio, alla rivista azera Zerkalo.

Daniele Lazzeri, Chairman del think tank Il Nodo di Gordio ha rilasciato un’interessante intervista alla rivista Zerkalo. Questo un’estratto dell’intervista concessa a Zaur Mehdiyev.

Come sa, il 10 novembre è terminata la guerra di 44 giorni nel Nagorno-Karabakh. L’Azerbaigian ha restituito sotto il suo controllo una parte significativa delle terre precedentemente occupate. Il resto verrà gradualmente restituito dalla parte armena del conflitto.

Quanto è stata naturale la vittoria dell’Azerbaigian?

“Non c’è nulla di naturale né di scontato quando inizia un conflitto. Nel caso della guerra dei 44 giorni c’è stata però la giusta rivendicazione da parte dell’Azerbaigian dei territori occupati dall’Armenia in Nagorno Karabakh e nei 7 distretti limitrofi. È stata una guerra cruenta con molti morti anche tra i civili anche se è durata solo 44 giorni. Ma alla fine ha prevalso il diritto di Baku a riprendere possesso dei propri territori, così come sancito da numerose risoluzioni internazionali”.

Secondo Lei, cos’è più importante sul campo di battaglia: la tecnica o il coraggio personale di un soldato?

“Non c’è alcun dubbio che nelle guerre moderne, la capacità tecnologica delle forze militari assume una rilevanza centrale. Così come è di fondamentale importanza essere dotati di apparati di intelligence efficienti, soprattutto quando si tratta di combattere guerre asimmetriche. Tuttavia, ci sono ancora conflitti dove il fattore umano è cruciale. In particolare, se sul campo di battaglia si scontrano dei soldati che hanno a cuore la difesa della propria Patria. È questo che distingue un soldato patriota da un mercenario o da un soldato inviato a combattere una guerra in uno Stato lontano da casa e di cui poco gli interessa. I primi fanno la guerra, i secondi semplicemente stanno lavorando…”

Al momento, i generali in Armenia sono in armi contro il Primo Ministro Pashinyan. L’opposizione lo accusa di tradimento e minaccia di vendetta. La parte armena ha possibilità di vendetta?

“Più che di tradimento, a mio avviso il Premier Pashinyan viene accusato di aver perso la guerra. Di non essere stato in grado di difendere i territori occupati. L’impressione è che l’Armenia si senta abbandonata dai suoi alleati storici come Russia e Iran che hanno preso posizioni molto diverse rispetto al passato. Evidentemente qualcosa è cambiato in questi decenni…”

Secondo Lei, perché, in 30 anni di storia del conflitto, la comunità mondiale non ha potuto influenzare l’Armenia (abbiamo parlato anche del genocidio di Khojali) e costringerla a liberare i territori occupati?

“Perché le organizzazioni internazionali hanno dimostrato di essere state superate dalla storia. È sufficiente pensare a tutti i fallimenti dell’ONU in diverse regioni del mondo. Non si può pensare di risolvere le guerre che affondano le proprie radici nel lontano passato con qualche risoluzione internazionale o con minacce di sanzioni. Per dirimere i conflitti che sconvolgono molte popolazioni in molte aree del pianeta servono sostegni e interventi militari”.

Secondo l’accordo trilaterale, le forze di pace russe stanno assicurando il processo di pace di trasferimento delle regioni sotto il controllo dell’Azerbaigian, che era rimasto sotto il controllo dell’Armenia prima della firma dell’accordo.

In che modo ciò ha influito sugli equilibri di potere nella regione?

“L’intervento della Russia come mediatore nella guerra dei 44 giorni, così come il supporto garantito dalla Turchia ed il sostegno di Israele sono stati un elemento decisivo per la fine del conflitto. È chiaro che ora cambieranno gli equilibri in tutto il quadrante di quell’area, a partire dal Caucaso meridionale”.

Per leggere l’intervista completa: https://nododigordio.org/sala-stampa/lintervento-della-russia-come-mediatore-il-supporto-dalla-turchia-ed-il-sostegno-di-israele-sono-stati-un-elemento-decisivo-per-la-fine-del-conflitto-daniele-lazzeri-in-esclusiva-per-l/


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Interviste

Tra digitale e capitali privati. Dove sta andando Poste Italiane?

“La privatizzazione di Poste è stata un (raro) caso di successo. Il sindacato come spazio di confronto tra l’Azienda e il Lavoratore. Sengi Express…”

Per rispondere a questo interrogativo abbiamo contattato il sindacalista Renzo Nardi, segretario regionale FNC UGL comunicazioni Toscana.

Come molti altri settori della nostra economia anche i servizi postali, in generale, hanno dovuto adeguarsi a quello che uno dei fenomeni più profondi del nostro tempo, la digitalizzazione.

Il sistema Poste ha retto? Proviamo a tracciare un primo bilancio

“Anche Poste deve confrontarsi con un consistente e progressivo calo dei ricavi e dei volumi nei servizi postali. Da un lato gli effetti di una crisi economica ancor più acuita dalla pandemia, dall’altro l’inevitabile processo di erosione della corrispondenza cartacea da parte di quella digitale e elettronica, che producono inevitabilmente una crescita dei costi del Servizio Universale. Poste Italiane però in questa situazione dovrebbe rilanciare il servizio, sviluppando e accelerando i processi e i servizi di innovazione, come l’e-commerce per esempio e non limitarsi a percorrere sempre la strada più semplice, quella del taglio dei posti di lavoro. In questa fase, e mi fa piacere sottolinearlo ancor di più dopo il ricordo che ieri avete pubblicato su Marco Biagi, è sempre più fondamentale il ruolo del Sindacato, che non si deve nascondere dietro posizioni ideologiche o di retroguardia, ma deve assumersi le proprie responsabilità, per aprire un confronto serio con l’azienda sulle prospettive industriali e per affrontare, anche con le istituzioni, il tema della regolamentazione del Servizio Universale. Bisogna mantenere e sviluppare quel servizio strategico, anche per il Paese, per garantire qualità e la tenuta dei livelli occupazionali”.

Poste Italiane è un caso interessante di come sapersi aprire ai capitali privati senza perdere la matrice originaria, ovverosia essere un servizio pubblico.

Perché, in questo caso, ha funzionato?

“In Italia quando parliamo di privatizzazioni inevitabilmente si pensa subito a insuccessi e sperpero di denaro. La nostra privatizzazione invece ha avuto successo, contro ogni aspettativa, grazie soprattutto al lavoro e al sacrificio dei lavoratori di Poste. Per noi è fondamentale però che Poste Italiane non sia smembrata, che resti una e una sola realtà senza spacchettanti o cessioni di rami d’azienda e che la quota maggioritaria e di controllo resti in mano allo Stato così come è ora, per garantire equilibrio e fiducia ai lavoratori e ai mercati. Il nostro successo nasce infatti dal nostro impegno su vari terreni, dalla tecnologia all’innovazione, dalla finanza moderna ai servizi sui territori per le imprese e soprattutto per le famiglie. Bisogna continuare su questa strada, cominciata oltre 150 anni fa, per garantire  con equilibrio ricchezza, servizi e soprattutto occupazione”.

Il nostro blog è liberamente ispirato alla rivoluzione culturale. Anche per Poste Italiane la Cina è più vicina…

“Poste Italiane prova a sbarcare in Cina, acquisendo una quota di controllo di Sengi Express. In Poste e nel mondo, la logistica cresce e cerca nuove rotte. Sengi Express garantisce servizi agli operatori dell’e-commerce cinese e offre una gestione completa della logistica su tutto il territorio cinese, diventando così per Poste un importante Hub su un territorio strategico e promettente. Noi stiamo monitorando e vigilando su questa operazione appena conclusa, che dovrebbe portare grossi benefici di crescita all’azienda, sia in termini economici sia, in prospettiva, in termini occupazionali e che potrebbe aprire anche per il mondo sindacale nuovi orizzonti”.

Abbiamo letto molte delle sue uscite di denuncia, tra cui sul Centro Meccanizzato Postale e la campagna vaccinale. Sicuramente i dipendenti hanno continuato, seppur con immense difficoltà, a svolgere il proprio lavoro.

Quali criticità avete riscontrato durante la gestione Coronavirus? Come dovrebbe muoversi l’azienda?

“Prima di parlare di come si dovrebbe muovere l’azienda, vorrei ricordare il sacrificio e l’abnegazione dei dipendenti postali durante la pandemia. Siamo stati sempre aperti e operativi, anche nei momenti più critici e difficili, garantendo un servizio essenziale e spesso, rimanendo l’unico punto di riferimento per la gente. L’azienda si è mossa subito, con una comprensibile impreparazione e difficoltà iniziale. Come Sindacato abbiamo cercato da subito di segnalare le criticità maggiori, con spirito costruttivo e propositivo, nei territori e negli organismi preposti. Molte nostre segnalazioni hanno avuto riscontro, altre purtroppo no o non in tempi consoni. Non bisogna abbassare la guardia ora e bisogna continuare a percorrere la strada della prevenzione e della sicurezza, possibilmente migliorando quello che ancora non sta funzionando o potrebbe funzionare meglio, senza perdere di vista il ruolo fondamentale che Poste e i Lavoratori postali hanno avuto e stanno avendo in questa drammatica situazione. Per questo abbiamo appreso nei giorni scorsi e ne siamo soddisfatti, che le nostre richieste sulle vaccinazioni ai lavoratori postali sono state accolte dalle istituzioni. Speriamo quindi che la campagna vaccinale per i lavoratori postali parta prima possibile, per tutelare e salvaguardare quei lavoratori, che per tutta la pandemia non si sono mai tirati indietro”.


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Interviste

Francesco Giubilei: “La Destra superi la subalternità al pensiero di sinistra”

È uno degli intellettuali della Destra più conosciuti e apprezzati, a livello italiano e internazionale. Il motivo? Un paziente lavoro culturale, che lo ha portato a fondare una casa editrice e una rivista oltre a scrivere già molti libri per la sua giovane età. Tra questi si segnalano “Storia del pensiero conservatore” (2016) e “Conservare la natura. Perché l’ambiente è un tema caro alla destra e ai conservatori” (2020). Francesco Giubilei, Presidente di Nazione Futura e della Fondazione Tatarella, inserito da Forbes tra i 100 giovani under 30 più influenti d’Italia, ci ha fatto il grande onore di analizzare il presente e il futuro delle Destre in Italia.

Un giovane Marcello Veneziani definì Indro Montanelli “presidente della destra che non c’è”. Lui rispose “Mi hanno etichettato come traditore ma in realtà mi considero orfano. Noi di destra ci troviamo spesso senza babbo e mamma”.

Giubilei, oggi, molti potenziali elettori di destra sono ancora senza genitori? Come mai?

“Cercherei di tenere l’analisi su un piano culturale invece che politico. In tal senso, una persona di destra può definirsi figlia di numerosi genitori essendo la storia culturale della destra italiana ed europea ricca di riferimenti; scrittori, giornalisti, editori, letterati, filosofi, pensatori di spicco che hanno contribuito ad arricchire la cultura del Novecento. Potrei citare numerosi esempi (nel libro “Storia della cultura di destra” ho cercato di tracciare un pantheon con le principali figure) ma, al netto dei nomi, c’è un aspetto più profondo da tenere in considerazione e riguarda la necessità da parte della Destra di acquisire una consapevolezza dello spessore culturale alla base del proprio pantheon valoriale superando un ingiustificato complesso di inferiorità che talvolta esiste nei confronti della sinistra”.

Ecco, secondo Lei, ha ancora senso parlare di Destra o Sinistra? O sono categorie superate? Canticchiando Gaber ma attualizzandolo ad oggi, “Cosa è la destra? Cos’è la sinistra?”

“Lo scenario politico negli ultimi anni è radicalmente cambiato, se dopo la vittoria di Trump nel 2016, la Brexit e l’avvento del sovranismo (che ha raggiunto il suo apice con il risultato alle elezioni europee nel 2019), pensavamo di essere entrati in una nuova fase politica destinata a durare a lungo. Il coronavirus ha di modificato il contesto politico in modo epocale. Negli scorsi anni si parlava di un superamento di due concetti orizzontali come destra e sinistra con una contrapposizione verticale (alto/basso, èlite/popolo), oggi assistiamo piuttosto a un trionfo della tecnocrazia, dai virologi ai tecnici chiamati in soccorso della politica che sembra ormai aver perso la propria autonomia sotto numerosi punti di vista. Possiamo utilizzare il termine che preferiamo (destra, conservatori, identitari, sovranisti) ma rimangono i valori e le idee che prescindono dalla terminologia utilizzata: tutela della famiglia, identità italiana ed europea, natura, radici cristiane, senso di comunità, i cosiddetti principi permanenti di prezzoliniana memoria”.

Pasolini a suo tempo asseriva “l’Italia non ha avuto una grande Destra perché non ha avuto una cultura capace di esprimerla”. Ancora oggi molti intellettuali, presunti o tali, affermano perentoriamente che “la cultura è solo di sinistra”. Tuttavia, questa teoria monopolistica è ben smentita dalla realtà. Perché allora questa presunta superiorità intellettuale? Semplice boria o appropriazione della cultura da parte della sinistra? 

“È una tendenza in corso dal 1968 in avanti quando il concetto di egemonia culturale teorizzato da Gramsci nei suoi “Quaderni” si è concretizzato attraverso una sistematica occupazione dei luoghi della cultura da parte della sinistra. Dal mondo dei media alla scuola e all’università fino ai teatri e alle fondazioni, la sinistra è riuscita a costruire una propria struttura di potere che le ha permesso di diffondere una visione della società congeniale ai valori progressisti, in particolare attraverso le nuove generazioni e con l’informazione di massa. Ciò ha fatto sì che si diffondesse uno stereotipo – che non corrisponde al vero – per cui la cultura è monopolio della sinistra. Eppure gli esempi di un’importante cultura conservatrice sono molteplici, basterebbe citare l’autore de “Il Gattopardo” Giuseppe Tomasi di Lampedusa, la pubblicazione della prima edizione italiana de “Il Signore degli anelli” presso Rusconi, l’attività editoriale di Leo Longanesi, lo straordinario lavoro giornalistico di Indro Montanelli e Mario Cervi, i romanzi di Ennio Flaiano e Carlo Sgorlon, le opere filosofiche di Augusto Del Noce… Non faccio un elenco perché risulterebbe incompleto alla luce dei numerosi pensatori che possiamo ascrivere nel novero della cultura delle destre”.

Piero Ignazi, in un articolo su Domani ha affermato che alla destra “si perdona sempre tutto e subito, alla sinistra niente”. Il politologo alludeva al fatto che l’improvvisa svolta europeista della Lega è stata accolta senza particolare clamore mentre, al contrario, si addita ancora il PD di aver tradito i propri padri e valori. Come interpreta questa giravolta? Cinico marketing elettorale o tappa di un percorso culturale di istituzionalizzazione?

“È un tema che abbiamo cercato di approfondire con il dossier realizzato dal nostro think tank Nazione Futura e intitolato “Il progetto Lega Italia. Come cambia il partito di Salvini dal sovranismo all’Europa”. A causa del coronavirus, forme, modalità, parole d’ordine della politica sono cambiate nel giro di pochi mesi. Consapevole di questo nuovo scenario, Matteo Salvini ha accelerato un percorso che era già avviato da vari anni e che potremmo definire la “fase tre”, iniziata con il passaggio da Lega Nord a Lega nazionale e ora con la volontà di costituire un partito di governo a vocazione maggioritaria: la Lega Italia. Ciò ha portato ad alleggerire i toni nei confronti dell’Unione europea e ad avviare un percorso per un nuovo posizionamento nel parlamento europeo. Al netto di un cambiamento rispetto al passato da parte della Lega, è lecito chiedersi se, invece dei sovranisti, non sia stata l’Unione europea ad aver modificato il proprio posizionamento accogliendo molte delle battaglie che hanno caratterizzato il pensiero sovranista negli ultimi anni. Il tema dell’austerity è in tal senso emblematico, anche i più strenui sostenitori dell’austerità sono ora favorevoli a politiche economiche di segno opposto (lo ha sottolineato anche Giovanni Orsina). Emblematica l’intervista rilasciata da Carlo Cottarelli sul quotidiano “la Verità” in cui ha affermato “Non è più tempo di tagli, ma di deficit” definendo “il Mes non essenziale”.

Lega e Forza Italia entrando a far parte dell’esecutivo Draghi dovranno mettere le mani sui 70 miliardi della voce “rivoluzione verde”. Ormai è impellente: la destra deve elaborare un proprio paradigma da anteporre all’ambientalismo globalista stile Greta Thunberg. Lei, nel suo libro “Conservare la Natura: perché l’ambiente è un tema caro alla destra e ai conservatori”, sostiene e propone l’idea di un ecologismo sul solco tracciato da Scruton e Alain de Benoist. Di cosa si tratta?

“Quando parliamo di ambiente dobbiamo partire dal presupposto che la salvaguardia della natura è un tema che dovrebbe stare a cuore a tutti i cittadini a prescindere dalle loro idee e dal colore politico. Negli ultimi anni però, come accaduto con la cultura, è avvenuta una ideologizzazione della tematica ambientale da parte di una precisa area politica che coincide con la sinistra liberal e globalista rappresentata da Greta Thunberg. Un approccio all’ambiente che non tiene in considerazione il concetto di identità, porta avanti una visione neomalthusiana in cui l’uomo viene considerato un nemico della natura e non, secondo l’approccio cristiano, come scritto nella Bibbia, facente parte di un unico grande insieme che costituisce il concetto di creato.

Occorre portare avanti una visione che coniughi ambiente ed economia attraverso un conservatorismo verde che tenga in considerazione le esigenze dei ceti più deboli e al tempo stesso del mondo delle imprese e degli imprenditori. La visione di un ecologismo di stampo conservare nasce dal locale ancor prima che dal globale, parte dalle comunità e dai piccoli centri e non considera la nazione un nemico della tutela ambientale. C’è un’importante storia e tradizione culturale nel mondo conservatore e identitario legata al tema ambientale, occorre che anche la politica di Centrodestra la faccia propria, altrimenti il rischio è che altre aree politiche se ne impossessino definitivamente”.

Concludiamo con la politica estera. Le ultime vicende interne, hanno messo fine alla stagione dei sovranisti e agli auspici di un ritorno ad un’Europa “Vestfaliana”? Quale seme dovrebbe piantare, a questo punto, la destra italiana in merito al futuro dell’integrazione del continente?

“Ci sono due diverse possibilità che si pongono all’Europa per i prossimi anni: o la creazione degli Stati Uniti d’Europa o la nascita dell’Europa delle nazioni. È sotto gli occhi di tutti che l’Unione europea come è stata concepita fino ad oggi non funziona, il fallimento della campagna vaccinale, con i suoi ritardi, ne è l’emblema. Mentre dai noi mancano i vaccini, l’Unione europea ha approvato l’esportazione di più di 34 milioni di vaccini prodotti nel territorio comunitario verso l’estero. Il principale problema dell’Ue è che nasce come un’unione economica ancor prima che storica e culturale dimenticando perciò le comuni radici cristiane e l’esistenza di un’identità europea. Quando si dice che i conservatori sono contrari all’Europa, si dice una falsità, occorre però domandarsi a quale tipo di Europa ci si riferisca, dal canto mio credo nell’esistenza di un’Europa dei popoli, un’Europa in cui possiamo credere, per citare il titolo di un importante manifesto firmato a Parigi qualche anno fa da una serie di intellettuali tra cui Roger Scruton”.

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Interviste

Il populismo è in crisi o è in crisi la democrazia? Risponde Orsina

“Ci sono partiti che rappresentano bene il popolo senza saper governare, altri che sanno solo stare al governo…”

Giovanni Orsina, Direttore della Luiss School of Government, editorialista de La Stampa, è intervenuto a Il Tazebao per analizzare gli ultimi sviluppi nella politica italiana, preludio, forse, di ulteriori modificazioni. Orsina, che è anche Direttore del Comitato Scientifico della Fondazione Craxi, è uno degli osservatori più acuti e apprezzati della politica italiana. Tra i suoi saggi più recenti si segnalano “La democrazia del narcisismo. Breve storia dell’antipolitica” (Marsilio, 2018) e “Il Berlusconismo nella storia d’Italia” (Marsilio, 2013). Così il Professor Orsina.

Zingaretti lascia, Conte si prende il M5S, Giorgetti emerge. E siamo solo all’inizio. Il sistema politico italiano sembra in fibrillazione dopo la nascita del governo Draghi.

“La pandemia, e il governo Draghi come suo esito, hanno cambiato i termini del conflitto politico. Prima si imperniava sul confronto, spesso più teatrale che sostanziale, tra europeisti e sovranisti. L’affievolimento di questa contrapposizione, culminato con il nuovo governo, è da ricondurre anche ai sempre minori spazi di manovra della politica. Certo è che il governo Draghi produce delle ricadute vistose sul sistema partitico. Già con il Conte II, però, c’erano stati dei cambiamenti apprezzabili. Già allora il M5S (di cui ha parlato anche Leonardo Tirabassi) aveva avviato una profonda ricollocazione. La nascita del governo Draghi è anche l’esito di quei processi. Essa, inoltre, apre una crisi esiziale per l’ipotesi di convergenza M5S-PD, mettendo di fatto in crisi l’alleanza che si reggeva sull’anti-salvinisimo. Lo stesso Salvini, dal canto suo, ha fatto saltare completamente lo schema decidendo di appoggiare il governo. Il governo Draghi, che sta facendo tanto cambiare i partiti, è, in fin dei conti, un prodotto della pandemia – e dei fallimenti di Conte nella sua gestione – e, ovviamente, ma sono fattori connessi tra loro, della vittoria di Biden e del programma Next Generation Eu, che segna un cambio simbolico e sostanziale rispetto alle politiche di Austerity”.

Il sistema politico italiano, almeno dopo il trauma di Tangentopoli, sembra essere sempre in una perenne transizione, senza mai pervenire a un equilibrio più o meno duraturo. Lo dimostrano le leadership friabili degli ultimi anni, al netto dell’inossidabile Berlusconi. Quali evoluzioni ci possono essere ancora?

“Gli spazi di discrezionalità della politica vanno a ridursi sempre di più. Stando così le cose viene da domandarsi su cosa si divideranno i partiti nel 2023? L’Italia avrà un debito pubblico elevato, sarà sempre più vincolata per il Next Generation Eu, che allora sarà ben oltre le fasi di avvio. Il Paese sarà ancor più sotto tutela di quanto non sia stato fino ad ora. Al momento, fuori dal governo Draghi è rimasto solo Fratelli d’Italia ma non è chiaro quale opzione nazionale potranno proporre nel 2023. Loro cercheranno ovviamente di farsi sentire, ma con spazi politici sempre più esigui. In linea di massima, la Destra potrebbe riuscire a rappresentare l’Italia produttiva, la Sinistra quella garantita. Anche per questo vedo riproporsi un grave problema per la democrazia. C’è democrazia quando il demos si divide sul kratos. Oggi di kratos in Italia ce n’è poco, e allora su che cosa può dividersi il povero demos? Difficile prevedere come potranno ricollocarsi i partiti o quali reali differenziazioni sapranno proporre. Questo in un Paese sempre più stanco del teatro…”

La vittoria di Biden e quindi il cambio alla guida dell’Impero sta producendo ripercussioni globali. Quindi sul nostro Paese, che dell’Impero è la periferia, e non solo sul nostro. Mentre Trump si sta riorganizzando dentro il GOP assistiamo ad una revisione in seno ai partiti populisti, frutto anche di un declino dei temi forti come la critica all’immigrazione e al modello multiculturale.

Siamo di fronte ad una crisi del populismo?

“In un certo senso sì. Che sia una crisi permanente o solo una pausa è ancora presto per dirlo. Il populismo in Italia è stato anche antieuropeismo e le ultime evoluzioni dell’Europa lo hanno necessariamente messo in crisi ma bisogna aver chiaro da dove origina il populismo. Esso nasceva proprio dall’impossibilità di produrre nuove divisioni della politica, originava da una politica che realmente non c’era, per effetto dell’integrazione con forze sovranazionali che hanno di fatto eroso il potere degli Stati e della politica stessa. C’è una sensazione, soprattutto in certi ceti, di disempowerment. È difficile pensare che questa sensazione possa scomparire del tutto senza lasciare almeno qualche traccia nei partiti e di conseguenza nella società italiana. I temi che il populismo ha proposto in un modo o nell’altro rimarranno o comunque si riadatteranno. In un Paese, come abbiamo detto, che sarà sempre più vincolato e impossibilitato a uscire da questi vincoli, la rabbia, in un modo o nell’altro, dovrà esprimersi. Troverà delle valvole di sfogo, forse irrealistiche, al di là del caso di una crisi ultimativa. Gli esempi nella storia ci sono stati ma in quel caso si tratta un azzeramento complessivo del sistema, non solo politico, e le conseguenze sono pesanti e coinvolgono tutti”.

In un certo senso possiamo dire che il populismo è stato ed è un sintomo e una risposta, magari sbagliata, ad un male che cova nelle nostre società democratiche? Siamo ancora in tempo per curarlo o per prevenire degenerazioni peggiori? Forse si sarebbe potuto evitare con una democrazia più governante?

“Direi proprio di sì. È una risposta alla crisi del politico. Lo si sarebbe potuto evitare frenando i processi di depoliticizzazione che hanno preso avvio alla fine degli anni Settanta, ossia facendo in modo che gli elettori continuassero a sentirsi in qualche modo in controllo dei processi storici. Così non è stato fatto, e ora è difficile tornare indietro”.

Dieci anni dopo ancora un tecnico. In questo arco di tempo la politica italiana non è stata capace di ricostruirsi.

“Ci sono stati diversi tentativi di ricollegare rappresentanza e potere. Quelli del M5S, di Renzi, oggi quasi completamente falliti, e quello di Salvini, non ancora fallito certo ma nemmeno vivo e vegeto. È questo un punto critico per i nostri partiti. Ci sono quelli che rappresentano il popolo, bene o meno bene, ma non riescono a governare. Gli altri invece occupano il potere soltanto perdendo ogni legamene con il popolo: in questo ci sta oltre mezza crisi del PD…”.

Un sentito ringraziamento al Professor Giovanni Orsina, sempre prezioso nell’aiutarci a comprendere i fenomeni socio-politici che sconvolgono il nostro tempo. Ho avuto il piacere di presentare nel 2018 il suo ultimo libro a Firenze, un saggio “La democrazia del narcisismo” che torna oggi di stringente attualità.

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Biopotere Interviste

Soli, ansiosi e “assuefatti al distanziamento”: come siamo dopo un anno di pandemia

Le conseguenze psicologiche della pandemia. Intervista alla Presidente dell’Ordine degli Psicologi Maria Antonietta Gulino.
“Non abbiamo più spazi di decompressione. Preoccupano i giovani sempre più richiusi nel mondo digitale. Senza Salute non c’è Sanità…”

Dopo alcuni mesi, nei quali le conseguenze della pandemia si sono inasprite, abbiamo deciso di ricontattare Maria Antonietta Gulino, Presidente dell’Ordine degli Psicologi della Toscana, già intervenuta nel novembre scorso a Il Tazebao. Queste le sue considerazioni.

Un anno dopo. L’Italia è stata travolta dalla pandemia e ha provato in vario modo a rispondervi: dall’entusiasmo dei primi mesi si è passati allo scoramento che lascia intravedere rabbia latente ma anche rassegnazione.

“Partiamo da un confronto tra la situazione dell’anno scorso e quella attuale. L’anno scorso tutto era nuovo, seppur tragico e sconvolgente, e in quella confusione tutti hanno reagito. Pensiamo a chi cantava dai balconi, a chi diceva che tutto sarebbe andato bene. Rispetto ad allora abbiamo sulle spalle il carico di un anno: non viviamo più in un’eccezione momentanea, questa adesso è la nostra routine. Siamo sempre più confinati, circoscritti, non possiamo fare programmi a medio-lungo periodo. I nostri spazi di decompressione sono azzerati. A questa condizione già complessa si aggiungono le incertezze: con la gestione della pandemia attraverso le zone rosse abbiamo sperimentato un’insicurezza pressoché continua. Questo si ripercuote sulle nostre vite. Aumenta il senso di precarietà, il disagio, la depressione. L’unica differenza, estremamente positiva, è l’inizio della campagna vaccinale che ci ispira un po’ di speranza, al netto delle difficoltà di approvvigionamento. Rispetto a un anno fa è un grande passo avanti. Le persone stanno rispondendo bene”.

2020, Gli scatti dell’agenzia Fotocronache Germogli

Chi sta risentendo di più dell’emergenza senza fine?

“Certamente le categorie più a rischio sono coloro che hanno vissuto il dramma del Covid. Per primi penso al personale sanitario che ha vissuto sulla propria pelle il dramma delle perdite, sia dei pazienti che degli operatori stessi. Sono sempre di più gli operatori che vanno in burnout, che non riescono a reggere più e comprensibilmente, che chiedono di essere trasferiti dalla Terapia Intensiva in altro reparto. Proviamo a metterci nei loro panni: per mesi hanno tenuto duro contro un nemico invisibile, con turni incredibili, senza certezze sulle terapie, senza il vaccino, è normale essere stremati. Sulla stessa linea ci sono coloro che hanno perso una persona cara, un parente, un amico, un collega per colpa del Covid. Ebbene, hanno pesato molto e continuano a pesare quei mesi di assenza, di “sequestro” obbligato e necessario in ospedale, nel quale non solo non ci si può toccare ma nemmeno vedere (fortunatamente i medici e gli infermieri cercano di fare il possibile per mettersi in contatto con pazienti e familiari). Si muore senza nemmeno un ultimo saluto. È terribile per chi sta in ospedale ma anche per i familiari che sono lontani e collegati solo col cellulare. Questo si traduce inevitabilmente in un aumento di ansietà e di depressione”.

Ultimamente è intervenuta su Firenze Spettacolo (I Giovani e la pandemia: vittime o colpevoli?) parlando della condizione dei giovani, considerati (spesso a torto) unici colpevoli della diffusione del contagio.

“È più che giusto parlare anche di loro. Tutti abbiamo perso un anno di vita, loro hanno perso un anno di giovinezza! E per questo molti vanno in crisi: perdono il sonno la notte, perdono la voglia di studiare anche per via della routine imposta dalla dad, si ritirano sempre di più in un mondo digitale avulso dalla relazione. Certo, la didattica a distanza è stata indispensabile nei mesi di trincea ma dobbiamo aver chiaro che non c’è apprendimento senza relazione. Alcune materie si studiano meglio grazie alla relazione con il professore, grazie al confronto con la classe. Tutto può diventare sterile: se non c’è incontro non c’è scambio. La relazione con l’insegnante è determinante, la relazione con i pari è fondamentale. Senza la relazione, i ragazzi sono deprivati della loro possibilità di apprendere in modo costruttivo per la propria sana crescita. Anche per questo l’Ordine degli Psicologi è stato chiaro: dobbiamo fare di tutto per riaprire, in sicurezza, le scuole!”

I single e le coppie

“Altra categoria fortemente colpita. Un po’ per scelta e un po’ per caso, non hanno la possibilità di uscire per incontrarsi ed in questo periodo storico il sentimento di solitudine e di distanziamento dagli altri è avvertito ancor di più. Non è più una scelta di vita. Adesso ci si trova in una “solitudine doppia”. Lo stesso accade agli anziani, spesso confinati a casa a tenere lontano un virus che per loro potrebbe essere letale. Ovviamente anche nei nuclei composti da coppie e famiglie la situazione diventa sempre più critica: i conflitti dentro la coppia, magari già strutturati prima della pandemia, si inaspriscono. Le coppie si trovano a vivere situazioni conflittuali e di stress, non ci sono ricambi, non ci sono i soliti stimoli, solo lavoro (quando c’è, altrimenti la situazione familiare diventa ancora più complessa) e gestione di una routine che diventa un circolo vizioso senza spazi di progettazione e di autonomia personale necessarie per un buon funzionamento delle relazioni di coppia. La componente relazionale deprivata e mutilata dal virus ha tolto il fiato non solo ai nostri polmoni ma anche alla vita delle persone”.

Che tipo di società sta venendo fuori dall’emergenza?

“Vi racconto un episodio che mi ha colpito. Quando sono andata a fare la prima dose di vaccino, ho perso la mia sciarpa nella stanza di accettazione. Poco dopo mi sento chiamare sia dall’infermiera sia da una signora, che mi avvisavano. La sciarpa è rimasta in terra! In altro momento storico, solitamente una di loro l’avrebbe raccolta e portata. Ciò non è avvenuto. Il distanziamento, cui siamo obbligati per necessità sanitaria, sta producendo una sorta di assuefazione, una abitudine a stare distanziati che si è radicata dentro di noi e produce nuovi e adattivi comportamenti. Il contatto fisico è stato congelato. È una modificazione profonda, che lascerà il segno: ci domanderemo sempre di più se ci si può o non ci si può avvicinare, se è bene toccarsi o meno. Un cambio forzato per una società che dovrebbe fondarsi sul senso di comunità e di solidarietà tra esseri umani. Dico spesso che siamo stati disattivati, in modalità off/on che cambia a seconda dei colori delle ordinanze, che siamo mutilati, che è come se ci fossero state state tolte le braccia! Questa disattivazione relazionale sarà ancor più forte sui giovani con ricadute durature. Invito coloro che hanno disagi, diffidenze e chiusure verso il mondo esterno a farsi aiutare. Per uscire dai postumi dell’emergenza occorre anche l’aiuto di professionisti della salute, come lo psicologo”.

Quali provvedimenti chiedete al neonato governo? Quali azioni concrete si dovrebbero approntare?

“Spero che il decisore politico e tutti coloro che si occupano di politiche sanitarie tengano conto di queste necessità e degli sviluppi futuri. I postumi della pandemia devono essere considerati, per agire e agevolare la prevenzione limitando il rischio di cronicità, certamente più dispendiosa per il cittadino e per la società. Ci sono Enti che hanno chiesto di stipulare convenzioni con l’Ordine degli Psicologi della Toscana per aiutare i propri dipendenti e da parte nostra siamo ben lieti di contribuire e dare una mano, mettendo a disposizione le competenze professionali dei nostri colleghi. Ultimamente sono stata invitata in Audizione presso la Commissione III Sanità e Politiche Sociali del Consiglio Regionale per portare avanti il progetto dello Psicologo di Assistenza Primaria che sta a cuore alla nostra Comunità professionale. Non tutti possono rivolgersi ad un professionista privato, non tutti possono permettersi, soprattutto oggi, di sostenere la parcella, ma dobbiamo pensare anche a loro. Tutte le persone vanno ascoltate ed aiutate, il diritto alla Salute è di tutti, lo dice a chiare linee l’OMS. Inoltre il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi ha avviato a settembre un protocollo d’intesa con il Ministero dell’Istruzione per gli Psicologi a scuola, purtroppo non tutte le scuole lo hanno attivato, ma i nostri studenti ne hanno bisogno. Dunque lo Psicologo a Scuola va implementato e potenziato e l’attivazione dello Psicologo di Assistenza Primaria, che si prende cura del cittadino insieme al medico di famiglia, sono i progetti a cui stiamo puntando. Non c’è Sanità senza Salute e non c’’ rilancio dell’Economia se non si attuano progetti e politiche per la Salute delle persone. E la Salute non è solo farmaco, è prendersi cura dei traumi, delle perdite, di un anno di lavoro e di scuola perso”.

Ringraziamo sentitamente la Presidente Maria Antonietta Gulino che nei suoi interventi ci aiuta a chiarire quanto questa pandemia non sia solo sanitaria o economica.

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Interviste Mundus furiosus

Lebanon, the litmus test of the Middle East. Gianni Bonini and Lorenzo Somigli have a conversation with Maroun el Moujabber

Visto il grande interesse, Il Tazebao è lieto di proporre in inglese l’intervista a Maroun El Moujabber uscita ieri. Un sentito ringraziamento a Irene Ivanaj per l’attenta e fedele traduzione.

“Democracy in Lebanon is at risk. Without Christians in the Middle East, fundamentalism is bound to be on the rise. The killing of Hariri? Chaos started with that incident”.

Since the explosion on the 4th August 2020, the world has become aware of Lebanon again, after years of discontinuous attention, as a result of the war in Syria, which unloaded 1 million and a half refugees on a country where 75% of the population already live in poverty, out of 4 million inhabitants. Not bad. Lebanon is fragile, on the verge of continuous instability that, in the last 10 years, has already engulfed countries such as Libya and Syria.

Gianni Bonini and Lorenzo Somigli had a conversation with special guest Maroun El Moujabber, Senior Officer of the Istituto Agronomico di Bari (versione italiana), part of CIHEAM, the Centre International de Hautes études Agronomiques Méditerranéennes. This international organisation founded in 1962 gathers 13 countries of the Mediterrenean and constitutes the crowning jewel of Italian cooperation in the Mediterrenean. Il Tazebao is honoured to host what is actually a lot closer to a geopolitical analysis to an exchange of thoughts, thanks to Maroun’s graciousness. About this topic’s historical background, Gianni Bonini wrote an article for the journal Il Nodo di Gordio, n. 13, January-April 2017 edition, “Where do we go now? A magical potion called Lebanon”. In his book, “Il Mediterraneo Nuovo” (Samizdat, 2018), the institutional framework and reforms are also discussed with Maroun. It was a phase of comparative stability, which deluded one into thinking one could look forward. Sadly, this wasn’t the case, peace in the Middle East is a dream, or a brief pause in the middle of a permanent nightmare.

How did you find Lebanon recently?

We heard from you when you were in Byblos, a couple months ago, for Christmas, and you were very alarmed at the economic crisis and its political implications. 

“Lebanon is going through a deep crisis. Now, 100 years after the birth of Greater Lebanon, there is a very real risk that it might not maintain this form of state for a variety of reasons. The financial crisis was a result of the choices that were made after the war in 1990 and has made the situation worse. The politicians have proved themselves unable to rule in the name of the people, while defending its privileges strenuously. If the situation will remain unchanged, there will be no way out within the democratic framework, while an extreme solution such as a coup wouldn’t stand a chance. The middle class has taken a blow and the political situation is still unstable, the institutional equilibrium is shaky and families are suffering from high interest rates, limited access to financial instruments and restrictions on international transactions”.

We said on more than one occasion that the presence of the Iranian proxy Hezbollah is excessively pervasive in Lebanon. Alert and prized Lebanese American analyst, Raghida Derham, never fails to underline this scourge. Indeed, she launched the alarm on the possibility of a renewed nuclear deal on Biden’s behalf. The first time I was in Lebanon in 2005, during Rafiq Hariri’s funeral rites immediately after the terrorist attack, the seafront promenade in front of Hotel St. Georges  was closed, and I had the opportunity of visiting Sabra and Shatila, and we made a contribution to the nursery on behalf of the Craxi Foundation. At the time, there was an “air of mistrust” among the Lebanese towards the Palestinians who had arrived in 1948 and who at the time were half a million, distributed in different refugee camps. They were considered to have caused the civil war that ended with the Ta’if Agreement in 1990. I remember the Italian ambassador Franco Mistretta, who spoke to us about Hezbollah and feared the crisis that would then turn into the armed conflict of 2006, whose effect was to legitimise the Party of God in Lebanese politics. It is a decisive time.

The financial crisis serves just the purpose of increasing Hezbollah’s popularity…

“The crisis is also a way of putting pressure on Hezbollah. This strategy was put into practice by Donald Trump and his allies, especially in the Gulf, but I wonder if this pressure is likely to hand the country over to Hezbollah. We, the Lebanese, are all suffering, regardless of political and religious affiliation. But Hezbollah is tolerating the situation better than most, and I’ll tell you why. Hezbollah’s supporters are very resilient: their living standards are low on average, and as such they’re able to survive such shocks to the system. Whoever thought they’d manage to organise a revolt against Hezbollah forgot this detail. Hezbollah has been embargoed for years and has managed to build a grey economy: they receive funds from abroad, they have their own banks, and they decide the value of the dollar on the black market. Recent events have made them stronger, and they’re providing assistance. Time is in their favour, they’re also growing demographically. It is deeply rooted around the Israeli borders, in the Tyre area, in the Golan Heights between Lebanon and Syria where the Druze population led by Walid Jumblatt is struggling with political survival, among the peasants in the Bekaa valley and Baalbek, also known as Heliopolis among the Greeks and Romans. In the area around the international airport of Beirut”.

Lebanon has always been influenced by international balances of power in general, and Middle Eastern ones in particular. It’s a sort of litmus test since the times of Sargon the Great, maybe even before then, when the founder of the Akkad dynasty “washed his blades in the Upper Sea”, the Mediterrenean. You rightly noted that Trump, beyond the Abraham Accords that normalised the relationship between UAE, Bahrain and Israel, hasn’t started any new wars, and instead has seeked a normalisation of the relations with Russia and Turkey. Let’s not be misled by the tough talk, the coup against Erdogan in July 2016, blamed on Fethullah Gulen, happened before he was sworn in. USA-Turkey relations were already awful. In these days, the US is building a new outpost in Ain Dewar, around Hasaka, in the North-East of Syria. As the magazine Limes informs us, NATO intends to “send a further 4000-5000 soldiers on the field for military training”.

Does Biden want to continue dealing with the MENA region along the same line that brought about the destruction of the Arab Spring?

“Lebanon is in a strategic position and it’s rich in natural resources, making it an appealing target for regional and global actors. Now more than ever, with the Chinese Silk Road. With this political and financial crisis, the risk of foreign meddling is very real. Every time the government meets to discuss to pass laws on the gas fields in the sea just off our shore our prime minister resigns. It might be a coincidence…

We mentioned the US. I noted they make use of several tactics. A part of the US establishment wants to sever the strategic alliance between Teheran, Baghdad, Damascus and Beirut; another persuasion wants to sever the Sunni axis, starting with Turkey. If I was a European politician I would try to sever ties between Turkey and the Gulf states. After the Second Gulf War, the Middle East was not the most important area to the US. For Trump it was mainly a matter of economic interest. Will the new administration’s strategy be to stamp out specific hotbeds, in accordance with the interest in the Indo-Pacific area? In this vein, Turkey and Iran, as regional powers, play an important role. Turkey has a hold over Central Asian countries that may be useful and want to stand their ground on a regional scale. Iran, in the meantime, is at an intersection with Russia and China and it uses its nuclear arsenal as a deterrent to deal with both. It’s a winning strategy because it uses the weaknesses of its opponents. Iran is also clear on what they can offer the US in order to contrast the rise of China. Russia is on the same path as before the end of the Cold War, adjusting their strength based on specific strategic interests: they keep their backyard under control, holding their own and defending the borders of the late USSR, without forgoing any chance of penetrating warm waters. Indeed, they have solid control over Cyrenaica. In Armenia this was their strategy, placating the Turkish and de facto annexing Yerevan”.

You described a complex puzzle, growing ever more complicated, in the case of Yemen.

On the Red Sea, it is a passage between Europe and the Indo-Pacific. Giulio Sapelli, italian geopolitical analyst, gives China its due weight: demographically a giant, it is still trailing behind in terms of economic and military power. We agree with this view, because we don’t believe in the Silk Road Economic Belt as a strategy, and because we think China’s successes ought to be measured in Africa. We’ll see how the situation with the port of Taranto will evolve, but the Vatican is more worried about Africa. In the continent, Catholicism is up against Chinese colonisation, which exports workforce as well as financial and technological resources. Mesopotamia remains a bridge between Asia and the Euro-Mediterrenean world. The ancient Romans of both the Eastern and Western Empires dealt with it during the times of Crassus and Marc Anthony right up until the times of the caliphate, the Parthians and the Sasanians kept the Eastern front of the Greco-Roman koinè in turmoil. Ottomans kept the peace for a while before Gertrude Bell and Thomas Edward Lawrence came along and the Royal Navy started using oil instead of coal.

“L’Iraq has always been central in conflicts, for the strategic position between East and West, and for its oil reserves. With the Second Gulf War, Americans got involved directly – the bargain aboard the USS Quincy between Ibn al-Saud and Roosevelt took place in February 1945 immediately after Yalta. And the US started behaving like a main player. It might have been a good or a bad move, we’ll be able to tell in 50 years’ time. But I’m living the resulting instability that has involved Arab states heavily. ISIS has started carrying out its military operations, a convenient situation for the various players. IS magically reappeared in Marib while it was under Houthi attack just as the war in Yemen appeared to be losing intensity and on the 11th February the European Parliament adopted the usual humanitarian resolution. We’ll see the Christian component disappear in Lebanon, exactly as has happened in Iraq: in 2003 there were a million and a half in the country, and now there’s fewer than 500,000. Not to mention what happened in Syria and Egypt. No Lebanese politician is doing anything about it, sadly, recently the Church has started to try to do what they can with the help of the Pope. We’re hoping the Biden administration will commit to putting out the hotbeds of ethnic and religious intolerance, because they haven’t stopped growing in the past few years”.

The theme of Christians in the Middle East, the land which saw the first communities of disciples and which preserves its historical and linguistic heritage – in Maaloula they resisted the vicious desecration by ISIS still speaks Aramaic – is central. The West, so sensitive to the rights of Navalny, is indifferent to their fate. A sly sense of secularisation that emptied out European churches and spirit prevails. “Mother Fortress”, a beautiful Italian film about Agnes, a Carmelite nun organising a Syrian aid mission, has seen a subtle boycott because it contrasted too much with the official narrative, the same narrative that made us suddenly withdraw from Damascus in 2012. We can’t let Putin embody Christian interests. But in a few days the Pope is visiting Iraq. 

“There is not a single village in Lebanon where the presence of Christians, of Maronites, doesn’t function as a societal glue. This is what we are, the determining component of the country’s identity as a civil society, without us Lebanon would inevitably lose its cultural and political autonomy that makes it one, a historical mediator between East and West. Before mentioning February 2004, I’m convinced that without the killing of Hariri, the Arab Spring could never have happened. The preparation of chaos started there. Rafiq Hariri was an extraordinary character, he embodied the balance between faiths, the optimism of reconstruction after the civil war, moderate pragmatism and sovereignty, while also being able to talk to global powers. It was a huge loss. But we must move forward, to a socioeconomic framework that might bring a modicum of stability.

This is why I push for a return to agriculture – it’s unbelievable but there is no public planning of the land in Lebanon – for small businesses, or for the employment of women. These are the projects CIHEAM is involved in: stabilising rural areas is important now and critical for tomorrow. The demographic drop comes from afar and does not only involve Christians that will, if the trend doesn’t change, find themselves critically outnumbered. Maybe it is even convenient to European countries if they all migrate to the Old Continent. In my nephew’s school the kids graduating were almost all Christian: 75 out of 100 are already abroad. The coup of the 4th August – I read about the families of the victims protesting in the streets for there to be a court case – has further accelerated the diaspora. We have 8 nephews, 5 are already abroad and the others are waiting to leave. None of them return with a life plan in Lebanon. countrymen, both Sunni and Shi’a, would like to redefine the social equilibrium, to the detriment of the Christian and Druze population, strong in Syria and Israel where they also serve in the military.

Christians have a critical role in Lebanese society, as I already said, because they act as a glue between societal components. Without them, fundamentalism in the Middle East is destined to rise. Europeans, having lost political sway in the Middle East, haven’t understood much if they believe this issue doesn’t concern them. Europe, because of its history and its cultural richness, would have to be invented if it didn’t exist. Let’s hope it regains some awareness of its role in the Mediterrean”.

Thank you Maroun, for this nice and relaxed chat, that is worth much more than other external readings of the Lebanese situation in which you live, a situation which you are able to communicate. He who knows Beirut, cannot forget it and this is an occasion for our readers to go to the heart of Middle Eastern events and history that so directly concern us.

La versione in italiano dell’intervista de Il Tazebao a Maroun El Moujabber
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Il Libano cartina di tornasole del Medioriente. Gianni Bonini e Lorenzo Somigli a colloquio con Maroun El Moujabber

“La democrazia in Libano è a rischio. Senza i cristiani in Medioriente il radicalismo è destinato ad aumentare. L’assassinio di Hariri? Il grande caos è iniziato lì…”

È dall’esplosione del 4 agosto 2020 che il mondo si è di nuovo accorto del Libano, dopo qualche anno di attenzione intermittente, riflesso sostanziale della guerra siriana che ha scaricato sul paese dei cedri 1 milione e mezzo di profughi, con una soglia di povertà che si attesta sul 75% su una popolazione residente di circa 4 milioni. Non male. Un Libano fragile, sull’orlo dell’instabilità perdurante che, da dieci anni, ha già inghiottito paesi come Libia e Siria.

Gianni Bonini e Lorenzo Somigli hanno dialogato con un ospite d’eccezione, Maroun El Moujabber, Senior Officer dell’Istituto Agronomico di Bari del CIHEAM, il Centre International de Hautes Etudes Agronomiques Méditerranéennes, organismo euromediterraneo dal 1962 formato da tredici paesi dell’area, gioiello della cooperazione italiana nel Mediterraneo.

Il Tazebao è onorato di ospitare questa che è molto di più di uno scambio di riflessioni, una vera analisi geopolitica grazie alla disponibilità di Maroun El Moujabber. A questo proposito e per dare la possibilità al lettore di inquadrare il retroterra storico, rimandiamo al pezzo di Gianni Bonini “E ora dove andiamo? Il Libano una pozione magica”, sul n.13 della rivista quadrimestrale Il Nodo di Gordio, gennaio-aprile 2017, ripreso nel suo “Il Mediterraneo Nuovo” (Samizdat, 2018), in cui discutiamo a tutto campo con Maroun di assetti e riforme istituzionali. Era una fase, comunque, di relativa stabilità che illudeva di poter guardare avanti. Così purtroppo non è stato, la pace in Medioriente è un sogno, anzi una pausa fugace dentro un incubo permanente.

Come hai trovato il Libano di recente? Ci siamo sentiti quando eri a Byblos, un paio di mesi fa, per Natale ed eri molto allarmato per la crisi finanziaria e le sue conseguenze politiche.

Il Libano sta vivendo una crisi profonda. Oggi, a cento anni dalla nascita del Grande Libano, c’è il serio pericolo che possa non mantenere questa forma-Stato, per le ragioni più disparate. La crisi finanziaria, frutto delle scelte adottate a partire dalla fine della guerra nel ‘90, ha aggravato il quadro. La classe politica si è dimostrata incapace di governare nell’interesse del popolo ma ha sempre difeso strenuamente i propri privilegi. Se la situazione rimarrà tale, non ci sarà una via d’uscita democratica e, al pari, anche una soluzione estrema come il colpo di stato non avrebbe possibilità. Il ceto medio è stato duramente colpito e non riusciamo a stabilizzare il quadro politico ed il governo del Paese, gli equilibri istituzionali sono traballanti e le famiglie soffrono la restrizione del circuito finanziario ed i tassi bancari troppo elevati, l’impossibilità delle transazioni finanziare con l’estero, anche quelle più banali”.

Si è detto in più di un’occasione che la presenza iraniana tramite Hezbollah è eccessivamente pervasiva. La stessa Raghida Derham, attenta ed apprezzata analista libanese-americana, non manca mai di puntare il dito su questa “piaga”, tanto è vero che ha lanciato l’allarme di un possibile rinnovato nuclear deal da parte di Biden. La prima volta che sono stato in Libano nel 2005, in coincidenza con le esequie di Rafiq Hariri subito dopo l’attentato, il lungomare a Beirut davanti all’Hotel St Georges era chiuso, ebbi modo di visitare Sabra e Shatila, portammo un contributo della Fondazione B. Craxi per l’asilo d’infanzia. Allora tra i libanesi si respirava una forte diffidenza, un eufemismo nel migliore dei casi, verso i palestinesi, arrivati dal 1948 a contare fino a mezzo milione tra i diversi “campi”. Si ritenevano tra i maggiori responsabili della guerra civile chiusa dagli Accordi di Ta’if nel 1990. Ricordo l’ambasciatore italiano Franco Mistretta, passava per andreottiano, che ci parlava di Hezbollah e paventava la crisi che poi sarebbe sfociata nel conflitto armato con Israele del 2006 che in sostanza ha legittimato il ruolo del Partito di Dio nella politica libanese. Oggi è una realtà determinante.

La crisi finanziaria sembra fatta apposta per incidere sulla popolarità di Hezbollah…

“La crisi è anche un modo per fare pressione su Hezbollah, praticato dagli USA di Trump e dai loro alleati soprattutto del Golfo, ma mi domando se questa pressione non rischia di buttare il Paese nelle mani degli Hezbollah. Noi Libanesi stiamo soffrendo, tutti, a prescindere dall’appartenenza politica e religiosa, ma penso che la comunità di Hezbollah sopporti meglio questa situazione e vi spiego perché. La comunità di Hezbollah è molto resiliente, con un livello di vita in generale non elevato, con stili di vita modesti, capace di sopravvivere alle sollecitazioni. Sono meno consumisti, quindi meno esposti a tali eventi. A chi ha pensato di scatenare una rivolta contro Hezbollah sfuggono questi particolari. Hezbollah subisce sanzioni da anni e ha saputo costruire un’economia parallela: ricevono soldi dall’estero, hanno le loro banche, decidono il prezzo del dollaro sul mercato nero. Paradossalmente, ma non tanto, alla luce di queste considerazioni, sono diventati più forti e forniscono assistenza e aiuto alle persone. Il tempo giuoca a loro favore, sono anche demograficamente in crescita. Sono un movimento radicato fortemente ai confini di Israele, nell’area di Tiro, sulle alture del Golan dove a cavallo tra Libano e Siria troviamo i Drusi di Walid Jumblatt alle prese con una complessa sopravvivenza politica, tra i contadini nella valle della Bekaa a Baalbek, l’Heliopolis ellenistica e romana. Nella zona intorno all’aeroporto internazionale di Beirut”.

Il Libano risente da sempre degli equilibri globali, di quelli mediorientali ovviamente in particolare. È un po’ la sua cartina di tornasole fin dai tempi di Sargon il Grande, ma anche molto prima, quando il fondatore della dinastia di Akkad, “lavò le sue armi nel Mare Superiore”, il Mediterraneo naturalmente. Hai giustamente annotato che Trump, indipendentemente dal Patto di Abramo per la normalizzazione delle relazioni tra gli Emirati Arabi e Bahrein da una parte ed Israele dall’altra, non ha fatto nuove guerre, anzi, aggiungiamo, è sembrato cercare una stabilizzazione con Russia soprattutto e Turchia. Non inganni la voce grossa, il golpe di metà luglio del 2016 per rovesciare Erdogan, attribuito a Fethullah Gülen, è precedente alla sua Presidenza, i rapporti erano già guasti. È di questi giorni la costruzione di un nuovo avamposto americano ad Ain Dewar, nei pressi di Hasaka, nell’estremità nord-orientale della Siria, e la NATO ha intenzione, ci informa Limes, “di aumentare a 4-5 mila militari la missione di addestramento in loco”.

Non è che Biden vuole riannodare il filo interrotto dalle, disgraziate per l’area MENA (Middle East North Africa), Primavere Arabe?

“Il Libano ha una posizione geografica strategica e sembra che ci siano risorse naturali ingenti che lo rende appetibile per gli attori globali e regionali. Oggi più che mai con la via della seta cinese. Con la crisi finanziaria e politica rischiamo una penetrazione intrusiva delle potenze straniere. Ogni volta che si riunisce il governo per approvare decreti sui giacimenti di gas naturale di fronte alle nostre coste il primo ministro si dimette. Sarà un caso…

Abbiamo citato gli USA. Rilevo che ci sono diverse tattiche americane, non una sola e univoca. C’è una parte di America che vuole tagliare la continuità geografica tra Teheran, Bagdad, Damasco e Beirut; un’altra invece vuole tagliare la continuità geopolitica del mondo sunnita a partire dalla Turchia. Fossi un politico europeo punterei a interrompere il filo rosso tra Turchia e Golfo.

Dopo la seconda guerra del Golfo per gli americani il Medioriente non era l’area più importante. Per Trump c’era principalmente un interesse economico. La nuova amministrazione punterà a spegnere alcuni focolai visto il grande interesse per l’area dell’Indo-Pacifico? Anche in questa ottica, Turchia e Iran, due potenze regionali, svolgono un ruolo prezioso. La Turchia da un lato ha una proiezione verso i paesi dell’Asia Centrale che possono essere utili e vogliono incassare un nuovo ruolo regionale. L’Iran dall’altro, paese d’incontro anche per Russia e Cina, usa il nucleare, la bomba atomica in fieri, come leva per contrattare con l’una o l’altra parte. È una politica vincente poiché sfrutta le debolezze altrui. Anche loro stanno mettendo in mostra le carte che hanno da offrire agli USA per contrastare la Cina. La Russia dal canto suo ripercorre la strada già battuta prima della caduta del comunismo, calibra la sua forza sulla base di precisi interessi strategici miranti a ricostituire un’ellisse di difesa dei propri confini il più vicina possibile a quella dell’URSS, senza rinunciare alla penetrazione nei mari caldi. Ora è infatti saldamente in Cirenaica. Sull’Armenia ha agito così, tranquillizzando i Turchi e riannettendosi di fatto Erevan”.

Hai descritto un puzzle di difficilissima composizione, sempre più difficile perché è un passaggio obbligato, è il caso dello Yemen sul Mar Rosso, tra l’Indo-Pacifico appunto e l’Europa. Giulio Sapelli, un esperto geopolitico italiano dà il giusto peso alla Cina, un gigante demografico ma ancora indietro sul piano economico e militare. Anche noi la pensiamo un po’ così, non perché non crediamo alla strategia della via della seta, la Silk Road Economic Belt, ma perché al di là della grancassa mediatica riteniamo sia l’Africa il continente su cui misurare la sinologia dell’oggi. Vedremo come finirà la triste storia del porto di Taranto, ma le preoccupazioni del Vaticano partono dal continente nero, dove il Cattolicesimo deve confrontarsi con la colonizzazione cinese, che esporta risorse finanziarie e tecnologiche oltre che proletarie. E la Mesopotamia non si smentisce come cerniera tra l’Asia ed il mondo euromediterraneo: i Romani d’Occidente e d’Oriente ci hanno sbattuto la faccia dai tempi di Crasso e Marco Antonio fino al califfato islamico, Parti o Sassanidi che fossero hanno tenuto in fibrillazione ininterrotta la frontiera orientale della koinè greco-romana. Gli Ottomani le regalarono un po’ di pace prima che arrivassero Gertrude Bell e Thomas Edward Lawrence e la Royal Navy sostituisse il carbone col petrolio.

“L’Iraq è sempre stato centrale nei conflitti, sia per la posizione geostrategica di cerniera appunto tra Mediterraneo ed Asia, sia per le risorse petrolifere. Con la seconda guerra del Golfo, gli americani sono diventati ancora di più protagonisti diretti – gli accordi dell’incrociatore Quincy tra Roosevelt e Ibn al-Saud risalgono al febbraio 1945 subito dopo Yalta – gli attori principali nella zona. E così hanno iniziato a comportarsi. È andata bene o male, lo si giudicherà tra cinquant’anni. Detto ciò, questa instabilità io la vivo sulla pelle. Instabilità che peraltro ricade pesantemente sui paesi arabi.

ISIS adesso ricomincia a operare e fa comodo ai vari contendenti nella zona. Lo Stato Islamico è ricomparso magicamente a Marib sotto attacco degli Huthi proprio mentre la guerra yemenita sembrava scemare d’intensità e il Parlamento Europeo l’11 febbraio adottava la solita risoluzione umanitaria. Assisteremo ad una scomparsa della componente cristiana in seno al Libano come avvenuto in Iraq: nel 2003 erano 1 milione e mezzo, oggi non superano i 500 mila. Per non parlare di quanto successo in Siria o in Egitto. Nessun politico libanese, purtroppo, sta facendo qualcosa in merito, ultimamente la Chiesa sta provando a salvare il salvabile con l’aiuto del Santo Padre. Speriamo che l’amministrazione Biden si impegni a spengere i focolai dell’intolleranza etnica e religiosa che negli ultimi anni non hanno mai smesso di crescere”.

Il tema dei cristiani in Medioriente, la terra testimone delle prime comunità dei discepoli di Cristo, che ne conserva le preziose testimonianze storiche e linguistiche – a Maaloula che ha resistito alla feroce dissacrazione di ISIS-Stato Islamico si parla ancora l’aramaico, la lingua di Gesù – è fondamentale. L’Occidente, così sensibile ai diritti di Navalny, è tuttavia indifferente alla loro sorte, prevale un senso del laicismo e della secolarizzazione subdolo che ha svuotato le chiese e lo spirito dell’Europa. “Mother Fortress”, il bellissimo film italiano sulla madre carmelitana Agnes che organizza i soccorsi in Siria, ha conosciuto un sottile boicottaggio perché non in linea con la narrazione ufficiale, quella che ci ha fatto lasciare Damasco precipitosamente nel 2012. Non possiamo regalare a Putin il testimone della cristianità. Ma tra pochi giorni (5 e 8 marzo) l’Iraq accoglierà Papa Francesco.

“Non c’è villaggio in Libano in cui la presenza dei cristiani, di noi maroniti, non funzioni da collante della comunità. Questo siamo, la componente determinante dell’identità del Paese che lo caratterizza sul piano civile, senza di noi perderebbe irrimediabilmente la sua autonomia culturale e politica che ne fa un unicum, un mediatore storico fra Occidente ed Oriente.

Prima accennavi al febbraio 2005, sono convinto che senza l’assassinio di Hariri, le Primavere Arabe non sarebbero potute accadere. La preparazione del caos è iniziata lì. Rafiq Hariri era un personaggio eccezionale, incarnava l’equilibrio fra le diverse confessioni, l’ottimismo della ricostruzione dopo la guerra civile, il pragmatismo moderato, la sovranità sapendo al contempo relazionarsi con le potenze globali che hanno sempre fatto pressing. È stata una perdita incalcolabile. Ma dobbiamo guardare avanti, all’assetto socio-economico che garantisca un minimo di stabilità. Per questo spingo per il ritorno all’agricoltura – sembra incredibile ma in Libano non esiste una pianificazione pubblica del governo del territorio – per le piccole e medie imprese, per l’impiego delle donne. Sono i progetti in cui è impegnato il CIHEAM: la stabilizzazione rurale è importante adesso e decisiva per il domani.

L’emorragia demografica, è vero, ha un’origine lontana e non tocca solo i cristiani che comunque, se il trend non si arresta, verranno a trovarsi in netta minoranza. Forse ai paesi europei fa pure comodo che migrino verso il Vecchio Continente.

Nella scuola di mio nipote diplomatosi l’anno scorso erano quasi tutti cristiani: 75 su 100 sono già all’estero. Il colpo del 4 agosto – leggo dei parenti delle vittime che protestano in strada per l’andamento dell’inchiesta – ha accelerato ulteriormente la fuga. Abbiamo 8 nipoti, 5 sono già all’estero e gli altri aspettano di partire. I cristiani hanno un ruolo fondamentale nella società libanese, come ho detto, perché riescono a fare da cemento tra le diverse componenti della società, senza di essi il radicalismo in Medioriente è destinato ad aumentare.

Nessuno di questi torna con un progetto di vita in Libano. I connazionali, sia sunniti sia sciiti, vorrebbero approfittarne per ridefinire gli equilibri, a danno dei cristiani e dei drusi, forti in Siria e in Israele, dove svolgono anche il servizio militare.

L’Europa, che purtroppo ha perso peso politico in Medioriente, non ha capito nulla se pensa che il problema non la riguardi. L’Europa, per la sua storia e per la ineguagliabile ricchezza culturale, se non ci fosse…andrebbe inventata. Speriamo riprenda coscienza del suo ruolo nel Mediterraneo”.

Grazie Maroun per questa bella chiacchierata in scioltezza (disponibile anche in inglese) che però vale più di tante letture esterne alla realtà libanese che tu vivi e riesci a trasmettere. Chi ha conosciuto Beirut non la dimentica e per i lettori de Il Tazebao un’occasione per andare al cuore della storia e delle vicende mediorientali che ci riguardano direttamente.

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Interviste Mundus furiosus

1921/2021, Tito Barbini (ex sindaco di Cortona): “La militanza nel PCI era generosità. Renzi…”

Intervista all’ex sindaco di Cortona ed ex assessore regionale Tito Barbini.

Tito Barbini è sindaco di Cortona dal 1970 al 1980. Quindi presidente della provincia di Arezzo. Con quasi 6000 preferenze nel 1990 approda in Consiglio Regionale, ricoprendo gli incarichi di assessore alla sicurezza sociale e quindi, nella legislatura successiva, all’urbanistica. Nel 2004 interrompe la sua carriera politica salvo poi aderire a Liberi e Uguali nel 2018 in aperto contrasto con Matteo Renzi. Oggi, per arricchire ulteriormente lo special sul PCI de Il Tazebao, Tito Barbini ci ha rilasciato la seguente intervista.

“Qualcuno era comunista perché credeva di essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri”, cantava Gaber. Lei perché era comunista?

“Lo diventai durante la mia adolescenza, fu naturale come bere un bicchiere d’acqua, grazie a quel senso di giustizia e di libertà che avevo preso dai miei genitori. Il senso del dovere, poi, con quelle radici profonde e potenti. Erano cose pensate per farmi crescere. Pochi concetti ma che dovevano essere ben chiari. E poi valori, che avrei dovuto tenere sempre presente. La dignità che ho incontrato nella mia Cortona, fin da ragazzo e poi da sindaco, alle Feste della Liberazione e del Primo Maggio quando c’era la distribuzione militante dell’Unità, ai cortei del sindacato o sulle panche di legno delle feste dell’Unità dove non si finiva mai di aspettare la salsiccia e il bicchiere di vino rosso, ma l’attesa non pesava perché si conversava anche con chi non avevi mai visto prima. Ecco, mi viene in mente la generosità della militanza quando la politica era una cosa bella, il senso di comunità. Dopo è arrivato il ’68 e l’impegno nella politica con il movimento studentesco. Sapevi che negli anni sessanta soltanto il 3 per cento dei figli degli operai e dei contadini arrivavano all’università?”

http://iltazebao.com/1921-2021-dentro-la-zona-rossa-le-piccole-pietroburgo-narrate-dagli-offlaga-disco-pax/

Ennesima domanda dal tono nostalgico. La mitologia della Prima Repubblica, ancora oggi, invade i salotti televisivi e il dibattito giornalistico: pare che i selfie di Renzi e Salvini facciano rimpiangere persino Andreotti. Lei che ne era parte integrante, sente la mancanza dei valori e le idee che animano l’arena politica fino a trent’anni fa? Davvero si stava meglio quando si stava peggio?

“Sì, era un’altra stagione della politica e delle istituzioni. Ora bisogna guardare avanti. Speriamo invece di uscire con l’idea di poter costruire un Paese capace di rispondere in futuro, in maniera moderna ed efficace, alle grandi emergenze del nostro tempo. Rafforziamo il nostro straordinario sistema sanitario pubblico e finanziamo finalmente, in modo serio, la ricerca. Ci troviamo di fronte a sviluppi della scienza, della conoscenza che oggi ci consentono di fronteggiare meglio eventi che fino a ieri sembravano non dominabili. E allora, che facciamo? Che risposta dà il mondo politico? E anzi: che cos’è la politica, dopo il coronavirus? Tornerà ad essere tornaconto elettorale, solo arte di arrangiarsi, conservazione di posizioni di potere, oppure può essere un’altra cosa? Per esempio, una grande stagione di innovazione della politica e delle istituzioni”.

Lei nel 2016 ha pubblicato uno dei suoi libri di maggior successo “Quell’idea che ci era sembrata così bella. Da Berlinguer a Renzi, il lungo viaggio” (2016, ASKA Editore). Cinquant’anni di vita politica e istituzionale nel filo di un racconto sul fallimento storico del comunismo. Ecco, mettendo il dito sulla piaga, cosa è andato storto in questo viaggio?

“Rispondo alla domanda con una sola riflessione. Ha ragione Umberto Eco. Anch’io penso che la voglia di rivoluzione non si esaurisce mai. Ho bisogno, ancora oggi, di una grande idea, di un progetto di vita, di una fine non banale, della voglia e della capacità di indignarmi.  Della passione per il cambiamento, infine. Allora, tutto questo ha a che vedere con quella “religiosità laica” di cui parla Eco, riconoscendo un senso del sacro, una propensione alla comunione, o comunque alla sua attesa, che riesce a convivere anche, come nel mio caso, in assenza di religione. Quell’entusiasmo di ragazzino, quando tutto era possibile, è svanito alla luce della storia e dei troppi tradimenti. Per fortuna, però, c’era dell’altro. C’è la nostra storia di comunisti italiani. C’è stato e c’è il tuo rapporto con le persone in carne e ossa. Con gli operai, gli studenti, i contadini. Una ricchezza immensa, che solo la politica in un grande Partito di massa ti poteva donare. Ecco perché è davvero triste la morte di un’idea di cambiamento e di futuro che è stata la mia idea di politica”.

Il comunismo, come il nazismo, si è macchiato di atroci genocidi, dunque si dovrebbe evitare ogni forma di proselitismo: il dispiegarsi delle commemorazioni ed iniziative per il Centenario dalla nascita del PCI ha dato adito a questa perenne ed irrisolta questione. Faziosa polemica o par condicio, a suo avviso?

“No, è sbagliato, storicamente ed eticamente, paragonare il nazismo con il genocidio della Shoah con i crimini del comunismo. Non dei comunisti italiani, tengo a precisare. Certo i comunisti hanno preso atto con troppo ritardo dell’orrore di Stalin o di Pol Pot. Ecco perché preferisco una giornata dei ricordi alla giornata del ricordo. La tragedia delle Foibe e l’Esodo, devono portarci a collocare quegli eventi nella cornice storica del loro accadere, a compimento di una guerra sciagurata, delle violenze dei fascisti italiani e quelle naziste sulla popolazione slovena, riconoscere i crimini che scortarono l’epilogo e i postumi di quel conflitto, le foibe tra quelli, è una forma di rispetto per tutte le vittime. Ho davanti a me un bel libro di Barbara Spinelli sui totalitarismi d’Europa, che racchiude una frase che trovo stupenda: “Siamo nani che camminano sulle spalle di giganti”. I giganti sono le nostre storie, i successivi e contraddittori volti che abbiamo avuto in passato e che ci portiamo dietro come bagagli. Dalle loro alte spalle possiamo vedere un certo numero di cose in più, e un po’ più lontano. Pur avendo la vista assai debole possiamo, con il loro aiuto, andare al di là della memoria e dell’oblio”.

Nell’analizzare la distribuzione dei consensi, molti opinionisti hanno definito il PD come un partito ZTL, visto che i propri voti sono soventemente concentrati nella fasce medio alte della cittadinanza che vive nei centri urbani. È questa la cifra (o il memento mori?) di una sinistra che, perdendo la fiducia dei ceti che storicamente rappresentava, ha smesso di fare la sinistra. Per Lei, con questa sua nuova veste di “polo dei poteri forte”, il Partito Democratico ha tradito i suoi padri?

“No, non solo, il Partito Democratico ha tradito i valori presenti alla sua fondazione. Insomma siamo in presenza di una assuefazione dei fenomeni degenerativi di questi anni che ci coinvolge tutti. Non mi dilungo a indicare tutti i segnali d’allarme che mi vengono dalla memoria e dalla quotidianità. Sono tanti, piccoli e grandi. Metto solo a verbale una cosa: che il clima e la gestione di Renzi, la sua influenza nel PD, hanno ormai generato un personale politico inquietante e con scarsi valori che si richiamano alla sinistra. Ormai non mi preoccupo per me, ma i miei figli e nipoti in quale paese vivranno? Ecco perché il fragile organismo della democrazia italiana ha bisogno di una grande opposizione democratica e se non reagisce vuol dire che ha perso gli anticorpi e può morirne nel sonno”.

In tal senso l’aretino rappresenta un “case study” degno di nota. Nell’ultimo lustro tutte le storiche roccaforti rosse sono state espugnate dal centrodestra: nel 2015 il centrosinistra viene sconfitto alle elezioni amministrative di Arezzo; e, negli anni successivi, le “capitali” delle quattro valli che compongono la provincia (Montevarchi, Sansepolcro, Bibbiena, Cortona) cambiano colore. Qual è la sua diagnosi?

“Renzi ci ha regalato queste sconfitte. Una dopo l’altra. Non mi fate parlare di Cortona. Il mio legame politico e sentimentale con Cortona è così grande che non riesco ad essere lucido e distaccato nell’analisi della sconfitta. Ora sono soltanto triste. I valori che hanno innervato per decenni l’azione di tanti amministratori sono franati definitivamente e le macerie hanno nascosto un patrimonio inestimabile. Forse riusciremo a riprendersi in questa nostra città, sicuramente i giovani riusciranno, con una opposizione intelligente, a guardare al futuro. Un’ultima cosa vorrei dire, riguarda Cortona e tutte le città dove il centro sinistra ha perso. Vi sembra normale che dopo avere portato il PD alla più grave sconfitta della sua storia, Renzi faccia una scissione e crei Italia Viva?”