Capitò un giorno di Fenici…rapida nave negra

Beirut dopo l'esplosione del 4 agosto. Foto di Rashid Khreiss (da unsplash)
Beirut dopo l'esplosione del 4 agosto. Foto di Rashid Khreiss (da unsplash)

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«Capitò un giorno di Fenici, scaltra
gente e del mar misuratrice illustre,
rapida nave negra, che infinite
chiudea in sé stessa bagattelle industri».
Odissea, XV, 516 e successivi [1].

Ha una posizione propizia e al tempo stesso critica. Tra monti e mare. Tra legno e vitigno. È approdo e punto di partenza, in onore alla sua forte genitura di fini navigatori. Santi forse, visto il concentrato di religioni, ce ne saranno stati, navigatori non sono mai mancati. E, in effetti, anche di libanesi – come allora di Fenici che fondarono Cartagine ma anche Cadice capendo prima della Perfida Albione l’importanza di quello Stretto – dispersi per il mondo, e non più solo nell’ecumene mediterranea, ce ne sono. Donde anche le evoluzioni degli equilibri in seno alla popolazione libanese, le ricadute politiche, i tentativi di ricucitura.

Dal tempo degli Egizi e degli Hittiti – non s’è mai capito chi abbia vinto a Qadesh perché ognuno la racconta come preferisce, di certo c’è che si sono buttati contro tanti carri, nemmeno fosse la battaglia di Kursk – è terra contesa, di scontro ma anche di confluenza tra le civiltà. È rimasta tale anche oggi. Imperi e fedi, vecchie e nuove potenze, Occidente e Oriente.

Del resto, delle risorse libanesi ne avevano bisogno tutti. Legno in primis. Che poi non sarà stato nemmeno facile convincerli a vendere a buoni prezzi. Perché nella mercatura non li batteva nessuno. Se n’era reso conto pure Omero – la finzione omerica [2] – che li chiamava Sidonii e che nella fandonia di Odisseo raccontata a Eumeo diventano suoi rapitori. Un Fenicio che batte di astuzia Odisseo. Incredibile, ma non troppo a pensarci bene. Epperò, Eumeo dai Fenici ha avuto le sue rogne. Ma, del resto, senza quel rovescio del destino, a causa di una donna, fenicia anche lei, non sarebbe diventato un servo fedele di un padrone furbetto. Quante storie in questo mare!

Un paese così non può che aver sedimentato più anime, più inflessioni che in tempi recenti e con straordinaria lungimiranza hanno conosciuto una sintesi affascinante nella Costituzione del 1946. Cristallizzazione non scritta di una stratigrafia etnico-religiosa ed esempio di bilanciamento da far impallidire il liberalismo nostrano. Ovviamente, come dimostra anche la lunga guerra civile conclusa con gli accordi di Ta’if, il percorso è stato tutt’altro che lineare ma l’evidenza, il far collimare tra identità religiosa e politica, o meglio ancora il riconoscere l’identità religosa come base politica è notevole.

Su queste colonne del Libano, inoltre, si è parlato come anticipatore degli sviluppi del Medioriente, come cartina di tornasole [3], e si è rilevato come dall’omicidio di Hariri sia ricomciato un grande chaos di cui ancora oggi non si vede la fine. Anche per questo guardare al Libano è propedeutico a comprendere le sorti di tutto il mare nostrum.

E l’Italia?

Sebbene i rapporti siano stati fecondi e duraturi, in Italia del Libano si è tornati a parlare solo il 4 agosto 2020 al momento della drammatica esplosione, e ovviamente solo per quello. Eppure, la storia delle relazioni tra i due paesi rivieraschi è lunga.

Come non citare il soggiorno dell’Emiro Fakhr ad-Din II – lui, druso ma cresciuto da un anziano maronita e dialogante con tutte le altre identità naturaliter, proteso all’Europa più che a Istanbul e considerato essenziale per la storia del Libano – a Firenze nel 1613-1614 [4]. Lepanto era passata da non molto ma, si sa, i rapporti tra le due rive, guerre o non guerre, ci sono sempre stati e sempre ci saranno. Nella visione di Cosimo II, forse l’ultimo Granduca veramente influente, doveva servire ad aprire le porte dei mercati mediorientali, sfruttando le ostilità tra l’Emiro e la Sublime Porta, e, magari, anche a liberare la strada per Gerusalemme o sicuramente a trasferire in Toscana il Santo Sepolcro.

Del resoconto del viaggio in Toscana rimangono alcune interessanti tracce nel diario di un membro della corte dell’italianizzato Faccardino. La Torre di Pisa diventa un “minareto inclinato”, il Campanile “un minareto quadrato fatto con marmo colorato”.

E come non citare, ancor prima, la presenza delle repubbliche marinare. A Sidùn – per dirla con De André – c’era Zena. Tutto questo sembra non aver inciso concretamente. Sia colpa dell’indolenza o dell’incultura, non si sa. Macron è andato. L’Italia no.

Bibliografia
  1. La scelta della sontuosa traduzione di Vincenzo Monti del 1810, la prima in italiano, è da ricondursi all’epos che solo un poeta che traduce un poeta può trasmettere;
  2. Senza entrare nel dettaglio del problema, sebbene si parli di Omero, gli sbalzi linguistici, le incongruenze, i molti vuoti narrativi suggeriscono una sedimentazione letteraria durata più secoli. Preferiamo considerare i due poemi frutto del genio di un intero popolo invece che di un singolo poeta.
  3. Il Tazebao, “Il Libano cartina di tornasole del Medioriente. Gianni Bonini e Lorenzo Somigli a colloquio con Maroun El Moujabber”, 23/02/2021.
  4. R. Cuffaro, “Fakhr ad-Din II Alla corte dei Medici (1613-1615): Collezionismo, architettura e ars topiaria tra Firenze e Beirut”.

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