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Mundus furiosus

Giornata Malattie Rare 2021, Lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare si illumina

Molti i monumenti di Firenze illuminati per la Giornata Mondiale sulle Malattie Rare

Verde, blu e magenta. Sono i colori scelti per la Giornata Mondiale sulle Malattie Rare che oggi, a partire dalle 18:00 e fino alle 22:00, illuminano lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze, Unità Produttiva Agenzia Industrie Difesa. Grazie a Silfi SPA, oltre allo storico stabilimento di via Reginaldo Giuliani sono illuminate Porta San Niccolò, Porta alla Croce e Porta al Prato. 

Nella foto di copertina l’Assessora all’Educazione e al Welfare del Comune di Firenze Sara Funaro, il consigliere speciale Nicola Armentano, Annalisa Scopinaro, Presidente di Uniamo, Guido De Barros del Forum Associazioni Toscane Malattie Rare, l’Ingegner Antonio Pasqua della Silfi SPA.


Le foto sono state realizzate dall’agenzia Fotocronache Germogli con cui abbiamo avuto (per il racconto fotografico del 2020 e non solo) e abbiamo il piacere di collaborare.

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Mundus furiosus Sabbia del Tempo

1921/2021, L’estero vicino

Vale la pena di riflettere su una delle implicazioni internazionali della fondazione del Partito Comunista Italiano, destinata ad avere un significato notevole nella storia recente.

Analogamente alle scissioni dei partiti socialisti avvenute in altri Paesi d’Europa e del mondo, anche in Italia l’esempio della Rivoluzione d’Ottobre e della nascita dell’Unione Sovietica furono levatori della creazione di un partito per la rivoluzione mondiale, quindi antinomico a quel gioco parlamentare che aveva visto partecipi i socialisti nella definizione di una politica estera italiana.

Il partito comunista italiano era parte non costitutiva ma in un certo senso derivata di un soggetto internazionale, il Comintern appunto, o Terza internazionale se si preferisce. Non erano le vicende italiane a creare il partito, ma l’effetto dirompente di una trasformazione internazionale, che con un messaggio universalistico e un piano di trasformazione globale, si direbbe oggi, si proponeva di giungere in ogni paese ed abbattere lo stato di cose esistenti, perché il proletariato non aveva nazione.

Certamente il partito riprendeva lo spirito delle due precedenti internazionali, organizzazioni che riunivano partiti, gruppi, militanti di ispirazione socialista e prima ancora anarchica; ma a differenza delle antesignane, il Comintern contava su un territorio, su uno stato, su una vittoria incomparabile coi successi elettorali della socialdemocrazia tedesca che aveva invece rappresentato il nerbo della Seconda internazionale.

Sebbene nel 1921 la reazione staliniana fossa ancora ben lontana e non definibile, il centro del Comintern era ovviamente a Mosca, e lì guardavano i partiti comunisti anche quando, come in Italia, arrivavano al termine di una serie di occupazioni, lotte e rivolte senza esito rivoluzionario.

Per la prima volta si creavano legami transnazionali fra due Paesi, Italia e Russia, al di fuori dei canoni sino ad allora sperimentati. Legami di Partito, con una gerarchia destinata a divenire sempre più marcata con la politica grande russa di Stalin, fino allo scioglimento del Comintern nel 1943: pro bono pacis dei nuovi alleati del dittatore del Cremlino, gli Stati Uniti e il Regno Unito, dopo la rottura del precedente legame con la Germania nazista.

In quel 1921, anche in Italia, il legame transnazionale rappresentato dal Comitern traduceva un progetto politico che appunto travalicava i confini nazionali e quindi, per definizione, lo stesso concetto di politica estera sino ad allora conosciuto. Anche se il partito comunista italiano dovrà attendere fino alla Liberazione per sperimentare un’eteroclita stagione di governo – certamente non rivoluzionario – dobbiamo ritornare a quel passaggio storico per datare l’ingresso della società e della politica italiana nel Secolo Breve, se si vuole, o in quell’estero vicino consustanziale alla politica russa.

O ancora, secondo un datato saggio di Arno Mayer purtroppo mai tradotto in italiano, nel “wilsonismo contro leninismo”, tassello sul quale si costruì in seguito il sistema della Guerra Fredda. Ma nel 1921 Woodrow Wilson era giunto alla conclusione della sua presidenza, dove aveva cercato di rispondere al messaggio universalistico della Rivoluzione d’Ottobre con una costruzione di principi basata sulle nazioni e sul destino manifesto di quella americana. Ovvero di una nazione ben più conosciuta dagli italiani rispetto alla più vicina ma esotica Russia, perché lido di approdo di una lunga emigrazione nella quale però, invece della fine dello sfruttamento promessa in Unione Sovietica, si trovava la dura realtà sociale del capitalismo in ascesa.

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Mundus furiosus

Myanmar, il colpo di stato e il peso delle potenze straniere

Ricostruiamo la situazione del Myanmar alla luce del recente colpo di stato dei miliari.

La Birmania, ufficialmente Repubblica dell’Unione di Myanmar, è situata tra la penisola Indiana e la penisola Indocinese. Ha una popolazione di oltre 51 milioni di abitanti ed è un Paese composto da 135 gruppi etnici.

Il gruppo etnico probabilmente più noto, viste purtroppo le notizie degli ultimi tempi, è la minoranza di religione islamica dei Rohingya, gruppo non riconosciuto dal governo birmano e considerato una delle minoranze più perseguitate al mondo. Molti di questi gruppi (in particolare Chin, Kachin, Karen, Arakan, Shan) sono in uno stato di ricorrente conflitto con il Governo e hanno costituito gruppi armati più simili a eserciti che a milizie rivoluzionarie.

Il 1° febbraio, a seguito dell’esito delle elezioni generali, vinte dal partito National League for Democracy (NLD) di Aung San Suu Kyi, l’esercito, con un colpo di stato, è tornato al potere e ha dichiarato lo stato di emergenza per un anno. Nelle elezioni i militari avevano subito una dura sconfitta: l’USDP ha vinto solo 33 dei 476 seggi disponibili, mentre l’NLD ne ha vinti 396.

Le forze armate avevano appoggiato l’opposizione, che chiedeva la ripetizione del voto, sostenendo brogli molto diffusi. La commissione elettorale ha rifiutato queste accuse dichiarando che non c’erano prove a sostegno di queste affermazioni.

Il colpo di stato è stato inscenato nel momento in cui si sarebbe dovuto riunire per la prima volta il nuovo Parlamento. Esponenti dell’opposizione, tra cui la leader de facto Aung San Suu Kyi, e attivisti della società civile sono stati messi agli arresti. Il potere è nelle mani del comandante in capo Min Aung Hlaing. I militari hanno riferito che terranno elezioni “libere ed eque” una volta che lo stato di emergenza sarà cessato.

Il Tatmadaw (l’esercito birmano) ha applicato la costituzione che consente ai militari di assumere il controllo in qualsiasi momento e situazione che possa portare “alla disintegrazione dell’Unione, della solidarietà nazionale e alla perdita del potere sovrano”. I militari hanno ritenuto che i presunti brogli nelle ultime elezioni rappresentassero una di queste situazioni.

Le reazioni al colpo di stato dei militari

Il Regno Unito, l’UE e l’Australia sono tra i paesi che hanno condannato il colpo di stato. Il segretario generale dell’Onu António Guterres ha dichiarato che si tratta di un “grave colpo alle riforme democratiche”. Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha minacciato di ripristinare le sanzioni. Tuttavia, la Cina ha bloccato una dichiarazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che condannava il colpo di stato.  I vicini, tra cui Cambogia, Thailandia e Filippine, hanno affermato che si tratta di una “questione interna”.

Mentre gli Stati Uniti e altri paesi denunciano il colpo di stato, la Cina ha la possibilità di rafforzare la sua influenza. Ma i generali del Myanmar sono partner difficili.

Dopo che Aung San Suu Kyi e la National League for Democracy (NLD) avevano vinto le elezioni parlamentari del 2015 e il nuovo Parlamento dell’Unione controllato dall’NLD si era insediato nell’aprile 2016, l’ex presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, aveva rimosso la maggior parte delle sanzioni statunitensi, sebbene rimanessero in vigore una serie di restrizioni non economiche, tra cui l’embargo sulla vendita di armi e restrizioni sui visti per alcuni funzionari. L’amministrazione Trump ha proseguito su un percorso simile, accogliendo con favore l’aumento dei legami con il Myanmar ma mantenendo le sanzioni su alcuni individui e restrizioni su alcune pratiche/attività.

L’interesse della Cina

La Cina rimane il principale partner commerciale del Myanmar, anche se lo scorso anno il suo più grande investitore straniero è stato Singapore. Anche Giappone, Corea del Sud e Thailandia hanno investito nel paese, rendendolo molto meno isolato di quanto non lo fosse durante i decenni di governo militare. La Cina ha svolto un ruolo importante nello sviluppo economico del Myanmar attraverso le relazioni commerciali bilaterali dal 1988. Per il Myanmar, 73a economia al mondo, le relazioni bilaterali con la Cina, seconda economia mondiale, sono molto importanti.

Derek Mitchell, ex ambasciatore americano in Myanmar e ora presidente del National Democratic Institute ha dichiarato che “la Cina considera senza dubbio (il Myanmar) nella sua sfera di influenza. Sono (i cinesi) molto diffidenti nei confronti dell’influenza americana nel paese”. Il governo cinese, ha aggiunto, vede il colpo di stato come “un momento di opportunità” per minare le influenze degli Stati Uniti e di altre nazioni asiatiche nel paese.

Tuttavia, secondo quanto riportato dal NYT, il colpo di stato pone sfide anche per la Cina. Il leader cinese, Xi Jinping, aveva coltivato legami politici molto stretti con Aung San Suu Kyi e il suo partito (NLD). In qualità di leader civile del Myanmar, Aung San Suu Kyi ha fatto più visite in Cina che in qualsiasi altro paese straniero. Xi è andato in Myanmar nel gennaio dello scorso anno – il suo ultimo viaggio all’estero, prima della pandemia di coronavirus – e ha firmato una raffica di accordi, tra cui progetti ferroviari e portuali che fanno parte del programma cinese “Belt and Road” per espandere i corridoi economici verso l’Oceano Indiano (un corridoio economico Cina-Myanmar nello Stato di Rakhine per collegare la provincia cinese dello Yunnan all’Oceano Indiano.)

Adesso però i generali del Myanmar potrebbero risultare partner difficili poiché hanno tenuto isolato il paese per tantissimi anni.

Il destino di tali progetti è ora avvolto nell’incertezza, e i cinesi detestano l’incertezza, ha detto Bilahari Kausikan, un ex diplomatico di Singapore che è il presidente del Middle East Institute presso l’Università Nazionale di Singapore.

Sebbene la Cina abbia difeso la giunta birmana per decenni, il rapporto è stato tutt’altro che cordiale. Molti generali hanno trascorso anni combattendo i ribelli comunisti, che avrebbero ricevuto finanziamenti generosi, anche se segreti, da Pechino. Gli insorti continuerebbero a ricevere armi e supporto tattico dalla Cina. Quando Xi Jinping ha visitato il Myanmar lo scorso anno, i militari si sono lamentati con lui dei finanziamenti cinesi agli eserciti ribelli.

A proposito delle accuse che molti rivolgono alla Cina, il 18 febbraio 2021, Pechino ha ribadito che la situazione in Myanmar è “qualcosa che la Cina non vuole vedere”. Hua Chunying, portavoce del ministero degli Esteri cinese, ha sottolineato che le accuse secondo cui la Cina stia aiutando la giunta militare del Paese del sud-est asiatico sono “nient’altro che dicerie”.

Dal punto di vista militare, nel periodo 2014 – 2019, la Cina ha rappresentato il 50% delle principali importazioni di armi del Myanmar, comprese navi da guerra, aerei da combattimento, droni armati, veicoli blindati e sistemi di difesa aerea. Mentre la Russia ha fornito il 17% delle importazioni militari, “principalmente aerei ed elicotteri da combattimento”.

I rapporti con la Russia

SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) conferma che le importazioni di armi del Myanmar per il 2010-19 hanno raggiunto i 2,4 miliardi di dollari, di cui 1,3 miliardi di dollari in armi fornite dalla Cina e 807 milioni dalla Russia.

Gli aerei da combattimento russi, tra le nuove risorse militari del Myanmar, sono MiG-29, SDu-30MK e JF-17 e i velivoli da addestramento K-8, Yak-130 e G 120TP.

Secondo fonti stampa, alcuni giorni prima del colpo di stato, il ministro della Difesa russo, generale Sergei Shoigu, ha visitato il Myanmar per finalizzare un accordo per una nuova fornitura di armi: il sistema missilistico terra-aria Pantsir-S1, droni di sorveglianza Orlan-10E e apparecchiature radar.

Inoltre, Min Aung Hlaing ha visitato la Russia sei volte, tra cui lo scorso giugno per celebrare il 75° Giorno della Vittoria del paese (commemorazione della sconfitta della Germania nazista nella seconda guerra mondiale).

Le importazioni di armi dalla Russia risalgono alla cooperazione tecnico-militare iniziata nel 2001 e successivamente, con l’accordo di cooperazione militare del 2016. Questo ha spianato la strada per l’addestramento in Russia di migliaia di ufficiali militari del Myanmar, oltre 6.000 fino al 2019. Molti ufficiali birmani parlerebbero fluentemente il russo.

Il Myanmar è il principale hub di collegamento per l’Asia meridionale, l’Asia orientale e il Sud-est asiatico ed è anche collegato con il Golfo del Bengala e l’Oceano Indiano.

Oltre a condividere un confine di 2165 km, la posizione geopolitica e geostrategica del Myanmar è molto rilevante per la Cina.

Le navi cinesi devono navigare attraverso lo stretto di Malacca, soprattutto nel caso delle importazioni e delle esportazioni di olio combustibile verso i mercati globali, rotta dispendiosa in termini di tempo e strategicamente rischiosa. L’utilizzo del porto di Kyaukpyu, dello stato di Rakhine, ridurrebbe la dipendenza della Cina dallo stretto di Malacca ed espanderebbe il suo commercio.

In contrasto con la crescente influenza della Cina in Myanmar, l’India ha intrapreso diversi progetti, in particolare il Kaladan Multi-Model Project, un progetto da 484 milioni di dollari che collega via mare il porto dell’India orientale di Calcutta con il porto di Sittwe nello stato di Rakhine. Nel paese, ci sono anche progetti di Giappone e Russia.

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Interviste Mundus furiosus

Lebanon, the litmus test of the Middle East. Gianni Bonini and Lorenzo Somigli have a conversation with Maroun el Moujabber

Visto il grande interesse, Il Tazebao è lieto di proporre in inglese l’intervista a Maroun El Moujabber uscita ieri. Un sentito ringraziamento a Irene Ivanaj per l’attenta e fedele traduzione.

“Democracy in Lebanon is at risk. Without Christians in the Middle East, fundamentalism is bound to be on the rise. The killing of Hariri? Chaos started with that incident”.

Since the explosion on the 4th August 2020, the world has become aware of Lebanon again, after years of discontinuous attention, as a result of the war in Syria, which unloaded 1 million and a half refugees on a country where 75% of the population already live in poverty, out of 4 million inhabitants. Not bad. Lebanon is fragile, on the verge of continuous instability that, in the last 10 years, has already engulfed countries such as Libya and Syria.

Gianni Bonini and Lorenzo Somigli had a conversation with special guest Maroun El Moujabber, Senior Officer of the Istituto Agronomico di Bari (versione italiana), part of CIHEAM, the Centre International de Hautes études Agronomiques Méditerranéennes. This international organisation founded in 1962 gathers 13 countries of the Mediterrenean and constitutes the crowning jewel of Italian cooperation in the Mediterrenean. Il Tazebao is honoured to host what is actually a lot closer to a geopolitical analysis to an exchange of thoughts, thanks to Maroun’s graciousness. About this topic’s historical background, Gianni Bonini wrote an article for the journal Il Nodo di Gordio, n. 13, January-April 2017 edition, “Where do we go now? A magical potion called Lebanon”. In his book, “Il Mediterraneo Nuovo” (Samizdat, 2018), the institutional framework and reforms are also discussed with Maroun. It was a phase of comparative stability, which deluded one into thinking one could look forward. Sadly, this wasn’t the case, peace in the Middle East is a dream, or a brief pause in the middle of a permanent nightmare.

How did you find Lebanon recently?

We heard from you when you were in Byblos, a couple months ago, for Christmas, and you were very alarmed at the economic crisis and its political implications. 

“Lebanon is going through a deep crisis. Now, 100 years after the birth of Greater Lebanon, there is a very real risk that it might not maintain this form of state for a variety of reasons. The financial crisis was a result of the choices that were made after the war in 1990 and has made the situation worse. The politicians have proved themselves unable to rule in the name of the people, while defending its privileges strenuously. If the situation will remain unchanged, there will be no way out within the democratic framework, while an extreme solution such as a coup wouldn’t stand a chance. The middle class has taken a blow and the political situation is still unstable, the institutional equilibrium is shaky and families are suffering from high interest rates, limited access to financial instruments and restrictions on international transactions”.

We said on more than one occasion that the presence of the Iranian proxy Hezbollah is excessively pervasive in Lebanon. Alert and prized Lebanese American analyst, Raghida Derham, never fails to underline this scourge. Indeed, she launched the alarm on the possibility of a renewed nuclear deal on Biden’s behalf. The first time I was in Lebanon in 2005, during Rafiq Hariri’s funeral rites immediately after the terrorist attack, the seafront promenade in front of Hotel St. Georges  was closed, and I had the opportunity of visiting Sabra and Shatila, and we made a contribution to the nursery on behalf of the Craxi Foundation. At the time, there was an “air of mistrust” among the Lebanese towards the Palestinians who had arrived in 1948 and who at the time were half a million, distributed in different refugee camps. They were considered to have caused the civil war that ended with the Ta’if Agreement in 1990. I remember the Italian ambassador Franco Mistretta, who spoke to us about Hezbollah and feared the crisis that would then turn into the armed conflict of 2006, whose effect was to legitimise the Party of God in Lebanese politics. It is a decisive time.

The financial crisis serves just the purpose of increasing Hezbollah’s popularity…

“The crisis is also a way of putting pressure on Hezbollah. This strategy was put into practice by Donald Trump and his allies, especially in the Gulf, but I wonder if this pressure is likely to hand the country over to Hezbollah. We, the Lebanese, are all suffering, regardless of political and religious affiliation. But Hezbollah is tolerating the situation better than most, and I’ll tell you why. Hezbollah’s supporters are very resilient: their living standards are low on average, and as such they’re able to survive such shocks to the system. Whoever thought they’d manage to organise a revolt against Hezbollah forgot this detail. Hezbollah has been embargoed for years and has managed to build a grey economy: they receive funds from abroad, they have their own banks, and they decide the value of the dollar on the black market. Recent events have made them stronger, and they’re providing assistance. Time is in their favour, they’re also growing demographically. It is deeply rooted around the Israeli borders, in the Tyre area, in the Golan Heights between Lebanon and Syria where the Druze population led by Walid Jumblatt is struggling with political survival, among the peasants in the Bekaa valley and Baalbek, also known as Heliopolis among the Greeks and Romans. In the area around the international airport of Beirut”.

Lebanon has always been influenced by international balances of power in general, and Middle Eastern ones in particular. It’s a sort of litmus test since the times of Sargon the Great, maybe even before then, when the founder of the Akkad dynasty “washed his blades in the Upper Sea”, the Mediterrenean. You rightly noted that Trump, beyond the Abraham Accords that normalised the relationship between UAE, Bahrain and Israel, hasn’t started any new wars, and instead has seeked a normalisation of the relations with Russia and Turkey. Let’s not be misled by the tough talk, the coup against Erdogan in July 2016, blamed on Fethullah Gulen, happened before he was sworn in. USA-Turkey relations were already awful. In these days, the US is building a new outpost in Ain Dewar, around Hasaka, in the North-East of Syria. As the magazine Limes informs us, NATO intends to “send a further 4000-5000 soldiers on the field for military training”.

Does Biden want to continue dealing with the MENA region along the same line that brought about the destruction of the Arab Spring?

“Lebanon is in a strategic position and it’s rich in natural resources, making it an appealing target for regional and global actors. Now more than ever, with the Chinese Silk Road. With this political and financial crisis, the risk of foreign meddling is very real. Every time the government meets to discuss to pass laws on the gas fields in the sea just off our shore our prime minister resigns. It might be a coincidence…

We mentioned the US. I noted they make use of several tactics. A part of the US establishment wants to sever the strategic alliance between Teheran, Baghdad, Damascus and Beirut; another persuasion wants to sever the Sunni axis, starting with Turkey. If I was a European politician I would try to sever ties between Turkey and the Gulf states. After the Second Gulf War, the Middle East was not the most important area to the US. For Trump it was mainly a matter of economic interest. Will the new administration’s strategy be to stamp out specific hotbeds, in accordance with the interest in the Indo-Pacific area? In this vein, Turkey and Iran, as regional powers, play an important role. Turkey has a hold over Central Asian countries that may be useful and want to stand their ground on a regional scale. Iran, in the meantime, is at an intersection with Russia and China and it uses its nuclear arsenal as a deterrent to deal with both. It’s a winning strategy because it uses the weaknesses of its opponents. Iran is also clear on what they can offer the US in order to contrast the rise of China. Russia is on the same path as before the end of the Cold War, adjusting their strength based on specific strategic interests: they keep their backyard under control, holding their own and defending the borders of the late USSR, without forgoing any chance of penetrating warm waters. Indeed, they have solid control over Cyrenaica. In Armenia this was their strategy, placating the Turkish and de facto annexing Yerevan”.

You described a complex puzzle, growing ever more complicated, in the case of Yemen.

On the Red Sea, it is a passage between Europe and the Indo-Pacific. Giulio Sapelli, italian geopolitical analyst, gives China its due weight: demographically a giant, it is still trailing behind in terms of economic and military power. We agree with this view, because we don’t believe in the Silk Road Economic Belt as a strategy, and because we think China’s successes ought to be measured in Africa. We’ll see how the situation with the port of Taranto will evolve, but the Vatican is more worried about Africa. In the continent, Catholicism is up against Chinese colonisation, which exports workforce as well as financial and technological resources. Mesopotamia remains a bridge between Asia and the Euro-Mediterrenean world. The ancient Romans of both the Eastern and Western Empires dealt with it during the times of Crassus and Marc Anthony right up until the times of the caliphate, the Parthians and the Sasanians kept the Eastern front of the Greco-Roman koinè in turmoil. Ottomans kept the peace for a while before Gertrude Bell and Thomas Edward Lawrence came along and the Royal Navy started using oil instead of coal.

“L’Iraq has always been central in conflicts, for the strategic position between East and West, and for its oil reserves. With the Second Gulf War, Americans got involved directly – the bargain aboard the USS Quincy between Ibn al-Saud and Roosevelt took place in February 1945 immediately after Yalta. And the US started behaving like a main player. It might have been a good or a bad move, we’ll be able to tell in 50 years’ time. But I’m living the resulting instability that has involved Arab states heavily. ISIS has started carrying out its military operations, a convenient situation for the various players. IS magically reappeared in Marib while it was under Houthi attack just as the war in Yemen appeared to be losing intensity and on the 11th February the European Parliament adopted the usual humanitarian resolution. We’ll see the Christian component disappear in Lebanon, exactly as has happened in Iraq: in 2003 there were a million and a half in the country, and now there’s fewer than 500,000. Not to mention what happened in Syria and Egypt. No Lebanese politician is doing anything about it, sadly, recently the Church has started to try to do what they can with the help of the Pope. We’re hoping the Biden administration will commit to putting out the hotbeds of ethnic and religious intolerance, because they haven’t stopped growing in the past few years”.

The theme of Christians in the Middle East, the land which saw the first communities of disciples and which preserves its historical and linguistic heritage – in Maaloula they resisted the vicious desecration by ISIS still speaks Aramaic – is central. The West, so sensitive to the rights of Navalny, is indifferent to their fate. A sly sense of secularisation that emptied out European churches and spirit prevails. “Mother Fortress”, a beautiful Italian film about Agnes, a Carmelite nun organising a Syrian aid mission, has seen a subtle boycott because it contrasted too much with the official narrative, the same narrative that made us suddenly withdraw from Damascus in 2012. We can’t let Putin embody Christian interests. But in a few days the Pope is visiting Iraq. 

“There is not a single village in Lebanon where the presence of Christians, of Maronites, doesn’t function as a societal glue. This is what we are, the determining component of the country’s identity as a civil society, without us Lebanon would inevitably lose its cultural and political autonomy that makes it one, a historical mediator between East and West. Before mentioning February 2004, I’m convinced that without the killing of Hariri, the Arab Spring could never have happened. The preparation of chaos started there. Rafiq Hariri was an extraordinary character, he embodied the balance between faiths, the optimism of reconstruction after the civil war, moderate pragmatism and sovereignty, while also being able to talk to global powers. It was a huge loss. But we must move forward, to a socioeconomic framework that might bring a modicum of stability.

This is why I push for a return to agriculture – it’s unbelievable but there is no public planning of the land in Lebanon – for small businesses, or for the employment of women. These are the projects CIHEAM is involved in: stabilising rural areas is important now and critical for tomorrow. The demographic drop comes from afar and does not only involve Christians that will, if the trend doesn’t change, find themselves critically outnumbered. Maybe it is even convenient to European countries if they all migrate to the Old Continent. In my nephew’s school the kids graduating were almost all Christian: 75 out of 100 are already abroad. The coup of the 4th August – I read about the families of the victims protesting in the streets for there to be a court case – has further accelerated the diaspora. We have 8 nephews, 5 are already abroad and the others are waiting to leave. None of them return with a life plan in Lebanon. countrymen, both Sunni and Shi’a, would like to redefine the social equilibrium, to the detriment of the Christian and Druze population, strong in Syria and Israel where they also serve in the military.

Christians have a critical role in Lebanese society, as I already said, because they act as a glue between societal components. Without them, fundamentalism in the Middle East is destined to rise. Europeans, having lost political sway in the Middle East, haven’t understood much if they believe this issue doesn’t concern them. Europe, because of its history and its cultural richness, would have to be invented if it didn’t exist. Let’s hope it regains some awareness of its role in the Mediterrean”.

Thank you Maroun, for this nice and relaxed chat, that is worth much more than other external readings of the Lebanese situation in which you live, a situation which you are able to communicate. He who knows Beirut, cannot forget it and this is an occasion for our readers to go to the heart of Middle Eastern events and history that so directly concern us.

La versione in italiano dell’intervista de Il Tazebao a Maroun El Moujabber
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Il Libano cartina di tornasole del Medioriente. Gianni Bonini e Lorenzo Somigli a colloquio con Maroun El Moujabber

“La democrazia in Libano è a rischio. Senza i cristiani in Medioriente il radicalismo è destinato ad aumentare. L’assassinio di Hariri? Il grande caos è iniziato lì…”

È dall’esplosione del 4 agosto 2020 che il mondo si è di nuovo accorto del Libano, dopo qualche anno di attenzione intermittente, riflesso sostanziale della guerra siriana che ha scaricato sul paese dei cedri 1 milione e mezzo di profughi, con una soglia di povertà che si attesta sul 75% su una popolazione residente di circa 4 milioni. Non male. Un Libano fragile, sull’orlo dell’instabilità perdurante che, da dieci anni, ha già inghiottito paesi come Libia e Siria.

Gianni Bonini e Lorenzo Somigli hanno dialogato con un ospite d’eccezione, Maroun El Moujabber, Senior Officer dell’Istituto Agronomico di Bari del CIHEAM, il Centre International de Hautes Etudes Agronomiques Méditerranéennes, organismo euromediterraneo dal 1962 formato da tredici paesi dell’area, gioiello della cooperazione italiana nel Mediterraneo.

Il Tazebao è onorato di ospitare questa che è molto di più di uno scambio di riflessioni, una vera analisi geopolitica grazie alla disponibilità di Maroun El Moujabber. A questo proposito e per dare la possibilità al lettore di inquadrare il retroterra storico, rimandiamo al pezzo di Gianni Bonini “E ora dove andiamo? Il Libano una pozione magica”, sul n.13 della rivista quadrimestrale Il Nodo di Gordio, gennaio-aprile 2017, ripreso nel suo “Il Mediterraneo Nuovo” (Samizdat, 2018), in cui discutiamo a tutto campo con Maroun di assetti e riforme istituzionali. Era una fase, comunque, di relativa stabilità che illudeva di poter guardare avanti. Così purtroppo non è stato, la pace in Medioriente è un sogno, anzi una pausa fugace dentro un incubo permanente.

Come hai trovato il Libano di recente? Ci siamo sentiti quando eri a Byblos, un paio di mesi fa, per Natale ed eri molto allarmato per la crisi finanziaria e le sue conseguenze politiche.

Il Libano sta vivendo una crisi profonda. Oggi, a cento anni dalla nascita del Grande Libano, c’è il serio pericolo che possa non mantenere questa forma-Stato, per le ragioni più disparate. La crisi finanziaria, frutto delle scelte adottate a partire dalla fine della guerra nel ‘90, ha aggravato il quadro. La classe politica si è dimostrata incapace di governare nell’interesse del popolo ma ha sempre difeso strenuamente i propri privilegi. Se la situazione rimarrà tale, non ci sarà una via d’uscita democratica e, al pari, anche una soluzione estrema come il colpo di stato non avrebbe possibilità. Il ceto medio è stato duramente colpito e non riusciamo a stabilizzare il quadro politico ed il governo del Paese, gli equilibri istituzionali sono traballanti e le famiglie soffrono la restrizione del circuito finanziario ed i tassi bancari troppo elevati, l’impossibilità delle transazioni finanziare con l’estero, anche quelle più banali”.

Si è detto in più di un’occasione che la presenza iraniana tramite Hezbollah è eccessivamente pervasiva. La stessa Raghida Derham, attenta ed apprezzata analista libanese-americana, non manca mai di puntare il dito su questa “piaga”, tanto è vero che ha lanciato l’allarme di un possibile rinnovato nuclear deal da parte di Biden. La prima volta che sono stato in Libano nel 2005, in coincidenza con le esequie di Rafiq Hariri subito dopo l’attentato, il lungomare a Beirut davanti all’Hotel St Georges era chiuso, ebbi modo di visitare Sabra e Shatila, portammo un contributo della Fondazione B. Craxi per l’asilo d’infanzia. Allora tra i libanesi si respirava una forte diffidenza, un eufemismo nel migliore dei casi, verso i palestinesi, arrivati dal 1948 a contare fino a mezzo milione tra i diversi “campi”. Si ritenevano tra i maggiori responsabili della guerra civile chiusa dagli Accordi di Ta’if nel 1990. Ricordo l’ambasciatore italiano Franco Mistretta, passava per andreottiano, che ci parlava di Hezbollah e paventava la crisi che poi sarebbe sfociata nel conflitto armato con Israele del 2006 che in sostanza ha legittimato il ruolo del Partito di Dio nella politica libanese. Oggi è una realtà determinante.

La crisi finanziaria sembra fatta apposta per incidere sulla popolarità di Hezbollah…

“La crisi è anche un modo per fare pressione su Hezbollah, praticato dagli USA di Trump e dai loro alleati soprattutto del Golfo, ma mi domando se questa pressione non rischia di buttare il Paese nelle mani degli Hezbollah. Noi Libanesi stiamo soffrendo, tutti, a prescindere dall’appartenenza politica e religiosa, ma penso che la comunità di Hezbollah sopporti meglio questa situazione e vi spiego perché. La comunità di Hezbollah è molto resiliente, con un livello di vita in generale non elevato, con stili di vita modesti, capace di sopravvivere alle sollecitazioni. Sono meno consumisti, quindi meno esposti a tali eventi. A chi ha pensato di scatenare una rivolta contro Hezbollah sfuggono questi particolari. Hezbollah subisce sanzioni da anni e ha saputo costruire un’economia parallela: ricevono soldi dall’estero, hanno le loro banche, decidono il prezzo del dollaro sul mercato nero. Paradossalmente, ma non tanto, alla luce di queste considerazioni, sono diventati più forti e forniscono assistenza e aiuto alle persone. Il tempo giuoca a loro favore, sono anche demograficamente in crescita. Sono un movimento radicato fortemente ai confini di Israele, nell’area di Tiro, sulle alture del Golan dove a cavallo tra Libano e Siria troviamo i Drusi di Walid Jumblatt alle prese con una complessa sopravvivenza politica, tra i contadini nella valle della Bekaa a Baalbek, l’Heliopolis ellenistica e romana. Nella zona intorno all’aeroporto internazionale di Beirut”.

Il Libano risente da sempre degli equilibri globali, di quelli mediorientali ovviamente in particolare. È un po’ la sua cartina di tornasole fin dai tempi di Sargon il Grande, ma anche molto prima, quando il fondatore della dinastia di Akkad, “lavò le sue armi nel Mare Superiore”, il Mediterraneo naturalmente. Hai giustamente annotato che Trump, indipendentemente dal Patto di Abramo per la normalizzazione delle relazioni tra gli Emirati Arabi e Bahrein da una parte ed Israele dall’altra, non ha fatto nuove guerre, anzi, aggiungiamo, è sembrato cercare una stabilizzazione con Russia soprattutto e Turchia. Non inganni la voce grossa, il golpe di metà luglio del 2016 per rovesciare Erdogan, attribuito a Fethullah Gülen, è precedente alla sua Presidenza, i rapporti erano già guasti. È di questi giorni la costruzione di un nuovo avamposto americano ad Ain Dewar, nei pressi di Hasaka, nell’estremità nord-orientale della Siria, e la NATO ha intenzione, ci informa Limes, “di aumentare a 4-5 mila militari la missione di addestramento in loco”.

Non è che Biden vuole riannodare il filo interrotto dalle, disgraziate per l’area MENA (Middle East North Africa), Primavere Arabe?

“Il Libano ha una posizione geografica strategica e sembra che ci siano risorse naturali ingenti che lo rende appetibile per gli attori globali e regionali. Oggi più che mai con la via della seta cinese. Con la crisi finanziaria e politica rischiamo una penetrazione intrusiva delle potenze straniere. Ogni volta che si riunisce il governo per approvare decreti sui giacimenti di gas naturale di fronte alle nostre coste il primo ministro si dimette. Sarà un caso…

Abbiamo citato gli USA. Rilevo che ci sono diverse tattiche americane, non una sola e univoca. C’è una parte di America che vuole tagliare la continuità geografica tra Teheran, Bagdad, Damasco e Beirut; un’altra invece vuole tagliare la continuità geopolitica del mondo sunnita a partire dalla Turchia. Fossi un politico europeo punterei a interrompere il filo rosso tra Turchia e Golfo.

Dopo la seconda guerra del Golfo per gli americani il Medioriente non era l’area più importante. Per Trump c’era principalmente un interesse economico. La nuova amministrazione punterà a spegnere alcuni focolai visto il grande interesse per l’area dell’Indo-Pacifico? Anche in questa ottica, Turchia e Iran, due potenze regionali, svolgono un ruolo prezioso. La Turchia da un lato ha una proiezione verso i paesi dell’Asia Centrale che possono essere utili e vogliono incassare un nuovo ruolo regionale. L’Iran dall’altro, paese d’incontro anche per Russia e Cina, usa il nucleare, la bomba atomica in fieri, come leva per contrattare con l’una o l’altra parte. È una politica vincente poiché sfrutta le debolezze altrui. Anche loro stanno mettendo in mostra le carte che hanno da offrire agli USA per contrastare la Cina. La Russia dal canto suo ripercorre la strada già battuta prima della caduta del comunismo, calibra la sua forza sulla base di precisi interessi strategici miranti a ricostituire un’ellisse di difesa dei propri confini il più vicina possibile a quella dell’URSS, senza rinunciare alla penetrazione nei mari caldi. Ora è infatti saldamente in Cirenaica. Sull’Armenia ha agito così, tranquillizzando i Turchi e riannettendosi di fatto Erevan”.

Hai descritto un puzzle di difficilissima composizione, sempre più difficile perché è un passaggio obbligato, è il caso dello Yemen sul Mar Rosso, tra l’Indo-Pacifico appunto e l’Europa. Giulio Sapelli, un esperto geopolitico italiano dà il giusto peso alla Cina, un gigante demografico ma ancora indietro sul piano economico e militare. Anche noi la pensiamo un po’ così, non perché non crediamo alla strategia della via della seta, la Silk Road Economic Belt, ma perché al di là della grancassa mediatica riteniamo sia l’Africa il continente su cui misurare la sinologia dell’oggi. Vedremo come finirà la triste storia del porto di Taranto, ma le preoccupazioni del Vaticano partono dal continente nero, dove il Cattolicesimo deve confrontarsi con la colonizzazione cinese, che esporta risorse finanziarie e tecnologiche oltre che proletarie. E la Mesopotamia non si smentisce come cerniera tra l’Asia ed il mondo euromediterraneo: i Romani d’Occidente e d’Oriente ci hanno sbattuto la faccia dai tempi di Crasso e Marco Antonio fino al califfato islamico, Parti o Sassanidi che fossero hanno tenuto in fibrillazione ininterrotta la frontiera orientale della koinè greco-romana. Gli Ottomani le regalarono un po’ di pace prima che arrivassero Gertrude Bell e Thomas Edward Lawrence e la Royal Navy sostituisse il carbone col petrolio.

“L’Iraq è sempre stato centrale nei conflitti, sia per la posizione geostrategica di cerniera appunto tra Mediterraneo ed Asia, sia per le risorse petrolifere. Con la seconda guerra del Golfo, gli americani sono diventati ancora di più protagonisti diretti – gli accordi dell’incrociatore Quincy tra Roosevelt e Ibn al-Saud risalgono al febbraio 1945 subito dopo Yalta – gli attori principali nella zona. E così hanno iniziato a comportarsi. È andata bene o male, lo si giudicherà tra cinquant’anni. Detto ciò, questa instabilità io la vivo sulla pelle. Instabilità che peraltro ricade pesantemente sui paesi arabi.

ISIS adesso ricomincia a operare e fa comodo ai vari contendenti nella zona. Lo Stato Islamico è ricomparso magicamente a Marib sotto attacco degli Huthi proprio mentre la guerra yemenita sembrava scemare d’intensità e il Parlamento Europeo l’11 febbraio adottava la solita risoluzione umanitaria. Assisteremo ad una scomparsa della componente cristiana in seno al Libano come avvenuto in Iraq: nel 2003 erano 1 milione e mezzo, oggi non superano i 500 mila. Per non parlare di quanto successo in Siria o in Egitto. Nessun politico libanese, purtroppo, sta facendo qualcosa in merito, ultimamente la Chiesa sta provando a salvare il salvabile con l’aiuto del Santo Padre. Speriamo che l’amministrazione Biden si impegni a spengere i focolai dell’intolleranza etnica e religiosa che negli ultimi anni non hanno mai smesso di crescere”.

Il tema dei cristiani in Medioriente, la terra testimone delle prime comunità dei discepoli di Cristo, che ne conserva le preziose testimonianze storiche e linguistiche – a Maaloula che ha resistito alla feroce dissacrazione di ISIS-Stato Islamico si parla ancora l’aramaico, la lingua di Gesù – è fondamentale. L’Occidente, così sensibile ai diritti di Navalny, è tuttavia indifferente alla loro sorte, prevale un senso del laicismo e della secolarizzazione subdolo che ha svuotato le chiese e lo spirito dell’Europa. “Mother Fortress”, il bellissimo film italiano sulla madre carmelitana Agnes che organizza i soccorsi in Siria, ha conosciuto un sottile boicottaggio perché non in linea con la narrazione ufficiale, quella che ci ha fatto lasciare Damasco precipitosamente nel 2012. Non possiamo regalare a Putin il testimone della cristianità. Ma tra pochi giorni (5 e 8 marzo) l’Iraq accoglierà Papa Francesco.

“Non c’è villaggio in Libano in cui la presenza dei cristiani, di noi maroniti, non funzioni da collante della comunità. Questo siamo, la componente determinante dell’identità del Paese che lo caratterizza sul piano civile, senza di noi perderebbe irrimediabilmente la sua autonomia culturale e politica che ne fa un unicum, un mediatore storico fra Occidente ed Oriente.

Prima accennavi al febbraio 2005, sono convinto che senza l’assassinio di Hariri, le Primavere Arabe non sarebbero potute accadere. La preparazione del caos è iniziata lì. Rafiq Hariri era un personaggio eccezionale, incarnava l’equilibrio fra le diverse confessioni, l’ottimismo della ricostruzione dopo la guerra civile, il pragmatismo moderato, la sovranità sapendo al contempo relazionarsi con le potenze globali che hanno sempre fatto pressing. È stata una perdita incalcolabile. Ma dobbiamo guardare avanti, all’assetto socio-economico che garantisca un minimo di stabilità. Per questo spingo per il ritorno all’agricoltura – sembra incredibile ma in Libano non esiste una pianificazione pubblica del governo del territorio – per le piccole e medie imprese, per l’impiego delle donne. Sono i progetti in cui è impegnato il CIHEAM: la stabilizzazione rurale è importante adesso e decisiva per il domani.

L’emorragia demografica, è vero, ha un’origine lontana e non tocca solo i cristiani che comunque, se il trend non si arresta, verranno a trovarsi in netta minoranza. Forse ai paesi europei fa pure comodo che migrino verso il Vecchio Continente.

Nella scuola di mio nipote diplomatosi l’anno scorso erano quasi tutti cristiani: 75 su 100 sono già all’estero. Il colpo del 4 agosto – leggo dei parenti delle vittime che protestano in strada per l’andamento dell’inchiesta – ha accelerato ulteriormente la fuga. Abbiamo 8 nipoti, 5 sono già all’estero e gli altri aspettano di partire. I cristiani hanno un ruolo fondamentale nella società libanese, come ho detto, perché riescono a fare da cemento tra le diverse componenti della società, senza di essi il radicalismo in Medioriente è destinato ad aumentare.

Nessuno di questi torna con un progetto di vita in Libano. I connazionali, sia sunniti sia sciiti, vorrebbero approfittarne per ridefinire gli equilibri, a danno dei cristiani e dei drusi, forti in Siria e in Israele, dove svolgono anche il servizio militare.

L’Europa, che purtroppo ha perso peso politico in Medioriente, non ha capito nulla se pensa che il problema non la riguardi. L’Europa, per la sua storia e per la ineguagliabile ricchezza culturale, se non ci fosse…andrebbe inventata. Speriamo riprenda coscienza del suo ruolo nel Mediterraneo”.

Grazie Maroun per questa bella chiacchierata in scioltezza (disponibile anche in inglese) che però vale più di tante letture esterne alla realtà libanese che tu vivi e riesci a trasmettere. Chi ha conosciuto Beirut non la dimentica e per i lettori de Il Tazebao un’occasione per andare al cuore della storia e delle vicende mediorientali che ci riguardano direttamente.

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Sabbia del Tempo

18 febbraio 1743 – Muore a Firenze l’Elettrice Palatina

Il 18 febbraio è un giorno importante per Firenze. In questo giorno, infatti, si commemora un personaggio che noi fiorentini dovremmo ricordare sempre con grande gratitudine.

Se infatti la nostra città è quello splendido diamante che tutto il mondo ci invidia, il merito è principalmente suo, della Principessa Anna Maria Luisa (o Lodovica) de’ Medici, meglio conosciuta come l’Elettrice Palatina, deceduta in un’ala di Palazzo Pitti, per “un’oppressione al petto”, il 18 febbraio del 1743. Si deve infatti a lei, ultima rappresentante del ramo granducale della gloriosa Casata de’ Medici, che in quasi quattro secoli di governo aveva trasformato il capoluogo toscano in una città opulenta oltreché in una capitale di rango europeo, se Firenze non ha subite le spoliazioni che avvengono ad ogni mutazione di governo o di casa regnante.

Anna Maria Luisa nacque l’11 agosto del 1667, secondogenita nonché unica figlia femmina del Serenissimo Granduca di Toscana Cosimo III de’ Medici e della di lui consorte, la bisbetica e bizzosa Margherita Luisa d’Orleans, figlia del Duca Gaston Jean Baptiste d’Orleans, terzo ed ultimo figlio di Enrico IV di Francia e di Maria de’ Medici.

Difficilmente nella storia possiamo trovare una coppia peggio assortita di questa, direi addirittura mal sposata: tanto bigotto, baciapile, puntiglioso, timido e formale era lui, quanto estroversa, maliziosa, festaiola, egocentrica, bisbetica e bizzosa era lei. Fu incurante di tutto e di tutti, persino dei tre figli che il suo dovere di Granduchessa le impose di mettere al mondo con quell’uomo che lei disprezzava perché impostole come marito dalla ragion di Stato e soprattutto dalla volontà del Re Sole, a discapito di pretendenti ben più prestigiosi, come in primo luogo l’affascinante Duca Carlo di Lorena.

Margherita Luisa non accettò mai sia di vivere a Firenze, città da lei considerata non all’altezza del suo rango, sia di inserirsi nella corte medicea, considerata gretta e provinciale a confronto di quella di Versailles donde proveniva. Nonostante la benevolenza e l’affetto del suocero Ferdinando II, che non mancò mai di viziarla con generosi e preziosi doni, per ripicca, contro i suggerimenti dei medici di corte, non perse occasione per mettere a repentaglio le sue gravidanze partecipando a balli forsennati, ad estenuanti cavalcate, ed a battute di caccia, col rischio persino d’abortire. In tutto questo la piccola Anna Maria Luisa fu da lei affidata alle cure di uno stuolo di balie, governanti e istitutori che cercarono di supplire alla meno peggio al suo più assoluto disinteresse nei confronti della figlia, culminato nel 1675 col rientro definitivo di Margherita Luisa a Parigi, senza che da quel giorno quest’ultima avvertisse il minimo desiderio di rivedere la prole e tanto meno l’odiato marito.

Per fortuna però la bambina trovò sia nella nonna, la Granduchessa Vittoria della Rovere, sia nel padre Cosimo III, che ebbe per lei un affetto sincero, tutte quelle attenzioni e quell’amore necessari a farle trascorrere un’infanzia e una giovinezza tutto sommato felici in riva all’Arno.

Quando ebbe raggiunto l’età da marito, il padre, nell’intento di accrescere il prestigio internazionale di casa Medici, riuscì a darla in sposa al Principe Giovanni Guglielmo di Wittelsbach – Neuburg, Elettore Palatino e signore di vasti ed importanti territori sparsi lungo il corso del fiume Reno, noto per essere uno dei personaggi più influenti dell’allora mondo germanico. Il matrimonio venne officiato per procura nell’aprile dell’anno 1691. La novella sposa, accompagnata da un seguito degno di una sovrana, oltrepassate le Alpi dal Brennero, incontrò per la prima volta il consorte nella città austriaca di Innsbruck.

Cosa più unica che rara nei matrimoni regali del tempo, tra Anna Maria Luisa e Giovanni Guglielmo fu amore a prima vista. Dotata di una corporatura alta e slanciata, coi folti capelli neri, gli occhi profondi e dolci, la principessa medicea, grazie anche ai comuni interessi come l’amore per la musica, per l’arte, per la letteratura, per il collezionismo, incantò subito il marito che si innamorò sinceramente di lei.

La fiorentina non faticò neppure ad integrarsi nella sua nuova Corte, nella città di Düsseldorf, attorniata da nobili e funzionari che da sempre esercitavano proprio quell’arte della mercatura, che aveva reso i Medici conosciuti e stimati in ogni parte del mondo.

Dopo aver imparato perfettamente a leggere ed a scrivere in lingua tedesca, l’Elettrice Palatina entrò completamente nel cuore dei suoi sudditi, coi quali condivideva l’amore per le pietanze, le usanze e il modo di vivere locali. Dalle numerose lettere inviate ai suoi cari, in primo luogo al padre Cosimo III, ne emerge il ritratto di una donna felice, che aveva imparato ad amare la sua patria di adozione e dalla quale era sinceramente ricambiata.

Rimasta vedova e senza figli, nonostante alcune gravidanze finite male, Anna Maria Luisa nel 1717 decise di ritornare a Firenze, conscia del fatto che probabilmente per la sua plurisecolare Casata erano ormai arrivati gli ultimi giorni.

Dopo la prematura morte del fratello maggiore Ferdinando, il Gran Principe di Toscana, stroncato dalla sifilide contratta in una scorribanda al carnevale di Venezia del 1696, probabilmente dopo una notte d’amore con la bella cantante Vittoria Tarquini detta “la Bambagia”, non le rimanevano infatti che l’anziano padre ed il fratello minore Gian Gastone, anch’egli, come già Cosimo III, vittima di una pessima scelta matrimoniale che lo lasciò solo, infelice e senza discendenza.

Così, in mezzo ai giochi politici delle potenze di allora, Francia, Spagna ed Austria, Firenze e la Toscana furono dapprima assegnate al Principe Carlo di Borbone, figlio di Filippo V Re di Spagna ed Elisabetta Farnese, ed in seguito, quando quest’ultimo cinse la corona di Re di Napoli, alla Casata dei Lorena nella persona del Duca Francesco Stefano che, a sole due settimane di distanza dalla morte di Gian Gastone de’ Medici, nel luglio del 1737, si fece riconoscere dal Senato Fiorentino, senza mai mettere piede in città, il titolo di ottavo Granduca di Toscana. Un Lorena, proprio un Lorena discendente del suo amato Carlo, sul trono che era stato dell’odiato marito Cosimo III. Bizzarra vendetta postuma della bizzarra Margherita Luisa d’Orleans!

Anna Maria Luisa visse con amarezza e sovrano distacco gli ultimi anni della sua vita. Una sola cosa le stava veramente a cuore, che i nuovi arrivati non disperdessero e depredassero la sua incredibile eredità personale, composta, fra l’altro, dalle eccezionali collezioni di quadri e statue esposte in Palazzo Pitti, agli Uffizi e nelle numerose Ville Medicee disseminate sul territorio della Toscana, da una raccolta di gemme unica al mondo, tra cui il leggendario “Diamante Fiorentino”, da mobili e suppellettili di inestimabile valore, dai preziosissimi libri delle biblioteche Palatina e Medicea, raccolti a partire da Cosimo il Vecchio Pater Patriae e dal di lui nipote Lorenzo il Magnifico, da preziosissimi arazzi, da servizi da tavola e da tutto quanto viene conservato ancora oggi nei più importanti musei di Firenze, visitati ogni anno da milioni e milioni di cittadini del mondo.

Volle pertanto, con una lungimiranza incredibile per una donna di quei tempi, che nella Convenzione da lei personalmente negoziata e sottoscritta coi Lorena, il cosiddetto “Patto di Famiglia”, si stabilisse chiaro e tondo che il nuovo Granduca fosse designato come semplice conservatore di quell’immenso tesoro.

In quanto tale “egli s’impegna a conservare per utilità del Pubblico e per attrarre la curiosità dei Forestieri, gallerie, quadri, statue, biblioteche, gioje et altre cose pretiose”, facendo in modo che “nulla sia trasportato o levato fuori dalla Capitale dello Stato”.

Questa è la ragione per cui ancora oggi Firenze può essere considerata orgoglio della nazione italiana, perla della cultura universale e patrimonio di tutto il genere umano. Ed è questa la ragione per cui noi fiorentini dobbiamo essere grati, immensamente grati alla memoria di questa grandissima donna.

Riposate in pace, Vostra Altezza Elettorale, e grazie per tutto quello che avete fatto per la nostra Firenze.

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Biopotere Mundus furiosus

Draghi e la crisi dei Cinque stelle, partito rivoluzionario da operetta

Leonardo Tirabassi, giornalista de Il Sussidiario, analizza per noi le evoluzioni della politica italiana fino al neonato governo Draghi.

Queste note che seguono le devo ad un suggerimento del professor Sapelli al Sussidiario (è ovvio invece che tolgo a lui la responsabilità anche indiretta delle stesse).

Tornare a Marx per capire cosa vuol dire il governo Draghi dentro i fatti del mondo, la crisi epocale che stiamo vivendo dall’osservatorio Italia e dagli avvenimenti domestici, tornare a leggere i suoi testi, a quel “18 Brumaio di Luigi Bonaparte” come indicato. In quell’opera maestoso risultava il lavorio di ricercare categorie politiche e del movimento sociale, con l’obiettivo di decifrare l’andamento caotico e sconnesso degli avvenimenti dal febbraio 1848 al dicembre del 1851, districandosi tra passioni, interessi, personalismi e idee.

Non sono all’altezza del compito, né per conoscenze storiche e tantomeno per acume. Ma i suggerimenti, più modestamente le suggestioni, sono potenti e qui di questo stiamo scrivendo. Non di una applicazione delle categorie marxiane al presente, ai fatti dei nostri giorni, all’avvicendarsi dei professori come Presidenti del consiglio italiano.

Tre sono i punti da capire

I Cinque Stelle, i governi Conte, l’incarico a Mario Draghi. Tre le dinamiche da tenere sotto osservazione. I fatti italiani, l’Unione Europea, che cosa sta succedendo nel mondo nell’epoca della pandemia, dell’ascesa al potere mondiale da parte della Cina e di Biden, della nuova presidenza americana. Questo era il metodo dei classici. Aveva ben visto Tocqueville quando sosteneva che le circostanze occasionali non possono essere spiegate attribuendole al caso, al risultato di un singolo evento. Ci ricorda qualcosa? Il caso semmai rimanda alla complessità della realtà, alla stratificazione degli interessi, al labirinto della storia. Che appunto va decifrata.

Suggestione per suggestione, ho scelto una metafora per descrivere la situazione del paese, la sfera armillare. Oggetto affascinante, amato dai principi rinascimentali. A Firenze, oltre a quella sulla facciata della chiesa di Santa Maria Novella, ce ne è una bellissima di grandi dimensioni costruita per volere di Ferdinando I de’ Medici, presso il Museo della Scienza. La sfera rappresenta la “macchina universale” del mondo secondo le concezioni elaborate da Aristotele e perfezionate da Tolomeo. Al centro il globo terrestre, immobile, ma racchiuso come in una prigione da un sistema di diversi anelli ad illustrare la struttura geometrica dell’universo, con l’equatore celeste, i tropici e i cerchi polari artici. Un altro anello rappresentava l’eclittica, cioè la traiettoria apparente annuale del sole intorno alla terra. Terra al centro, ma ingabbiata da altre sfere invisibili che ne determinano però il movimento.

E così è adesso, a parte l’immobilità. Possiamo anche crederci al centro del mondo, ma in realtà sopra di noi e a prescindere dalle nostre volontà, siamo dentro dinamiche che non vediamo né tantomeno controlliamo, che agiscono, influiscono sulla nostra povera orbita locale e forse la determinano.

Il M5S e la scelta di Conte

E per capirci qualcosa, partiamo dalla fine. Dal saluto di Conte, dalla conferenza stampa di addio dal tavolino apparecchiato davanti al Parlamento. “Auspico un governo politico che sia solido e abbia sufficiente coesione per operare quelle scelte politiche, eminentemente politiche perché le urgenze del Paese richiedono scelte politiche non possono essere affidate a squadre di tecniche”. Siamo al paradosso. Abbiamo un presidente del consiglio uscente, un professore, che invita il nuovo designato – un super tecnico dal profilo politico – a formare un governo politico e non tecnico. Fatto inusuale per due motivi, il primo di etichetta istituzionale, ormai diventata desueta, perché teso a invadere il campo delle scelte altrui. Ma non è questo l’elemento importante, il fatto è che Conte è un primo ministro né eletto, né leader di un partito, né un tecnico, cioè un esperto di chiara fama nel suo settore, né un civil servant. È assolutamente un signor nessuno, fatta salva la sua educazione e il suo buono, ma non eccelso, curriculum. Cioè non ha nessun titolo e prerogativa che giustifichi il suo incarico. Ed è straordinario, cioè risulta completamente nuovo, il motivo per cui è diventato Presidente del consiglio.

A che si deve allora la sua nomina allora? Al fatto che i Cinque Stelle, partito di maggioranza relativa uscito vincitore dalle elezioni, non disponevano di nessun leader in grado di svolgere quel ruolo istituzionale che desse le garanzie per compiere appieno le sue funzioni e fosse gradito al Presidente della Repubblica, cui spetta il compito di nominare il Presidente del Consiglio. Risposta insufficiente.

Perché si è arrivati a questa scelta allora? Perché i Cinque stelle non hanno messo uno dei loro a capo del governo? Ne avevano il diritto per prassi. Perché hanno accettato l’indicazione del presidente? (In verità hanno provato a resistere).

Il motivo è assolutamente semplice. Perché i Cinque Stelle non volevano né sapevano fare quello che avevano promesso. Aprire il parlamento come una scatoletta di tonno. Perché non erano e non sono, tanto più adesso, quello che dicevano di essere, cioè un partito rivoluzionario!

Sono in realtà un movimento di opinione confuso e velleitario, anche populista, sintomo di un malessere profondo del paese che non si sente, in una sua gran parte, più rappresentato dai partiti – mi scuso per l’iperbole – esistenti. I Cinque Stelle, per scomodare Marx per così poco, sono “l’apparenza della responsabilità”, che hanno “speculato in modo volgare sulla volgarità delle masse”. Hanno sostituito la gente al popolo, come il primo populismo sostituiva alle classi il popolo e a questo la plebe. Grillo e Casaleggio nel partito del Vaffa hanno reclutato la famosa gente tenuta assieme dalla “psicologia dell’escluso” e del livore proponendo non progetti politici, ma “metamorfosi magiche”. Come diceva Marx, hanno promesso al popolo le miniere della California senza muoversi da Parigi, perché la plebe si fa affascinare dalle trasfigurazioni semantiche, da ogni tipo di “deviazioni sentimentali” (Marx). E che cosa è oggi infatti la promessa di abolire la povertà, e il mito della decrescita felice?

Così i nostri sedicenti rivoluzionari senza autorevolezza si sono piegati all’autorità del sovrano, del Presidente, perché incapaci di dare un fondamento alla loro eccezionalità, di trasformarla in nuova norma fondamentale. In parole povere, non sono riusciti a riscrivere la costituzione formale perché non hanno cambiato quella materiale. Hanno infatti messo al suo posto una finzione, la maschera della rottura. L’eccezione ha lasciato il campo quindi al provvisorio, al casuale, al variabile, alla contingenza. Ed ecco le maggioranze multicolori che hanno sostenuto il governo.

Equilibrio precario spacciato dai Cinque Stelle, ormai senza bussola ed innamorati dei seggi in parlamento più che della rivoluzione, per normalità. E qui sta la contraddizione del loro operato e della situazione del primo e tanto più del secondo Conte che grazie alla pandemia ha ricercato la sua legittimazione attraverso i Dcpm, forzando un meccanismo d’emergenza e trasformandolo in routine. Con il risultato di svuotare non solo il Parlamento, ma lo stesso Consiglio dei ministri, cioè il “club di discussione” (Marx) per eccellenza, l’unico organismo costituzionale in grado di trasformare le diverse idee e interessi in norma e progetto.

Ed ecco però il ricercare e trovare da parte di Conte una nuova fonte di legittimazione, quel popolo a cui si appellava a reti unificate, che però non l’aveva mai eletto. L’eccezionalità questa volta si manifesta come tale. Con il coronavirus, Conte butta alle ortiche la maschera della normalità e svela l’eccezionalità della sua posizione e la sua autonomia, anche ai padrini della Casaleggio e company. La strategia del rinvio adottata dal presidente del consiglio, moderno “tutore della moltitudine” (Marx), è la dimostrazione manifesta del paradosso rappresentato dalla sua ricerca del carisma al servizio del rimando, votata al rallentamento, e non ad un’accelerazione e velocizzazione come ci si aspetterebbe dei processi decisionali anche da dei giacobini in sedicesimo al potere, tanto più in una situazione di straordinarietà vera.

Conte è la dimostrazione plastica della debolezza politica della “testa” del movimento 5Stelle. Per di più, come dimostra la sua ingloriosa fine, perde coscienza di dove risieda la sua vera e reale forza, nella sua debolezza appunto, perché la nuova legittimazione popolare è effimera, nasce dalla paura dell’epidemia, è difensiva. Ma Conte si illude di disporre di un reale potere, e forza la mano ma il giochino si può rompere appena un bambino discolo indichi la nudità del re. Perché l’alleanza con il PD, Leu ed Italia Viva non è una maggioranza organica dotata di un qualche straccio di idea. Non è in grado di condurre il paese nelle due scadenze importanti che ci stanno davanti. L’approntamento di un piano per l’utilizzo del Recovery Fund con la relativa gestione dei rapporti con i partner europei, in testa Germania e Francia, e in secondo costruire una maggioranza in parlamento per eleggere il futuro Presidente della Repubblica, figura istituzionale diventata nel corso degli ultimi mandati cardine per il funzionamento delle istituzioni. Non è in grado, insomma, di disegnare una politica economica e del lavoro in un’epoca di trasformazioni eccezionali, ma se non può indicare la strada di un processo politico ed economico, come può, in affanno un governo che perde pezzi ogni giorno, trovare una maggioranza istituzionale per l’elezione del Presidente della Repubblica?

Le due opzioni per il governo giallorosso

Per prevenire l’attacco di Renzi, la maggioranza giallorossa aveva davanti due strade. La prima, riportare la situazione straordinaria nei binari della normalità politica magari a pandemia allentata e dimostrarsi allo stesso tempo capace di dare al paese un’idea di governo organico non raccattaticcio e contingente. Ed è quello che ha tentato di fare Zingaretti, ma a parole, senza contenuti, in modo cioè apparente, in realtà basando l’accordo per il futuro solo sulla volontà concreta di gestione dei fondi europei, cioè sul consenso creato ancora una volta sulla conservazione e sulla spesa pubblica. Gli mancava però un elemento centrale, il consenso di chi detiene i cordoni della borsa.

Salvini nella crisi precedente aveva provato maldestramente un’altra strada, tornare alle urne, togliere ai 5S il governo del paese per volontà popolare, rendendo così la sovranità al paese.

Oppure, questa era la seconda possibilità, qualcuno poteva rompere il gioco, svelare il meccanismo, portare allo scoperto lo stato comatoso del sistema attuale dei partiti, comprese le anime belle dei Cinque S. Ed è quello che è successo.

Perché Mario Draghi

Draghi allora è la vera eccezione. A presiedere il governo, il Presidente della Repubblica sceglie, in accordo con l’Europa, una personalità dal curriculum anche americano, il tecnico per eccellenza che si fa politico, che spazza via la moneta poco buona. La sua forza sta nel fallimento politico del Parlamento, ratificato dal voto di fiducia nelle Camere e trae la sua legittimazione da tre fonti, una formale, il Presidente della Repubblica e le altre sostanziali. Ma in un Italia con un debito pubblico spaventoso, un’economia in difficoltà, con il ricorso giudicato necessario da parte di tutti i partiti, anche dai rivoluzionari 5 Stelle, ai soldi dell’Unione Europea, risultano ben più importanti le altre due fonti di legittimazione materiale, l’Europa appunto, ed i mercati. L’andamento dello spread è qui a dimostrarlo, a riprova di chi sia Draghi.

Di nuovo, dopo Ciampi e Monti, l’Italia sceglie l’eccezione, sempre in nome dell’Europa. In poche parole abbiamo il privilegio di sceglierci il commissario, ci commissariamo dall’interno, questa volta addirittura abbiamo scelto il presidente della Troika!

Da qui due derivano due domande, ma può un paese, un sistema complesso, essere governato sempre in uno stato eccezionale? E possiamo demandare, dal governo Ciampi in poi, parti di sovranità all’esterno?

Solo i fatti da oggi dimostreranno la capacità di Draghi di muoversi tra Scilla e Cariddi, tra i dettati dall’estero e le esigenze nazionali, sempre nell’ambito delle compatibilità razionali e ricercando le alleanze necessarie.

Il professor Sapelli è chiaro a questo proposito, la transizione verde è la nuova sfida epocale che unisce rapporto con il pianeta, riorganizzazione dei processi produttivi secondo il doppio input ecologico e della rivoluzione informatica, e del lavoro su scala globale, disegnando la cornice dei nuovi conflitti geopolitici.

Ma nel frattempo si stanno già combattendo le battaglie su nuovi fronti lontanissimi dal cannocchiale della politica italiana. Lo scontro per l’accaparramento delle risorse e delle rotte artiche, l’astrostrategia – si veda Elon Musk – mentre anche i droni sembrano mandare in soffitta anche la vecchia guerra, perché lo stato moderno, dall’epoca moderna in poi, è nato e forgiato sui campi di battaglia europei. E se cambia il modo di fare la guerra, cambia anche lo stato.

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Mundus furiosus

Governo Draghi, Craxi (FI): “Fine di ogni equivoco internazionale e chiara rotta atlantica”

Stefania Craxi, Senatore di Forza Italia, ha commentato così l’atteso discorso di oggi di Mario Draghi.

“Il richiamo allo spirito repubblicano, a personaggi della nostra storia risorgimentale e al valore imprescindibile della politica, sono gli aspetti che più mi hanno colpito nell’intervento del Presidente Draghi” ha dichiarato Stefania Craxi, intervistata da Il Tazebao lo scorso mese in occasione del nostro special.

“Nel discorso non è emersa solo la ovvia consapevolezza dell’eccezionalità del momento, testimoniata tra l’altro dalla costituenda maggioranza, ma anche una chiara visione, senza ambiguità e senza tentennamenti, delle crisi e delle sfide internazionali del nostro tempo con una netta scelta di campo e di alleanze nel naturale solco atlantico che contraddistingue la nostra storia: una scelta che segna una sostanziale ropture con il recente passato e la fine di ogni equivoco.

Lo stesso richiamo alla centralità degli Stati nazionali in un contesto di feconde e proficue relazioni internazionali ed europee lascia ben sperare in un cambio di postura, senza complessi e senza subalternità, dell’Italia. Significativi anche i passaggi sul tema del rispetto dei diritti dell’uomo, delle disuguaglianze e sulle transizioni epocali in atto nel mondo del lavoro”.

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Sabbia del Tempo

Foibe, una memoria comune da coltivare ogni giorno

Giampaolo Giannelli, coordinatore regionale dell’Unione Istriani per la Toscana, riferisce sul lavoro svolto nei mesi per contribuire alla memoria delle Foibe.
A conclusione proponiamo il brano del compositore Stefano Burbi per commemorare la tragedia delle Foibe.

I primi di ottobre del 2020 sono stato nominato Coordinatore regionale per la Toscana dell’Unione degli Istriani; temporaneamente, in attesa che venga scelta una figura adatta per l’Emilia-Romagna, mi occupo anche del territorio emiliano romagnolo.

L’Unione degli Istriani – Libera Provincia dell’Istria in Esilio è la principale organizzazione di esuli istriani in Italia. È nata nel 1954 ed ha sede a Trieste, Palazzo Tonello. Non finirò mai di ringraziare il Presidente Massimiliano Lacota e la Giunta, che hanno avuto fiducia in me onorandomi con questa nomina.

Io non ho parenti istriani, ma da sempre sono stato sensibile ed attento osservatore delle vicende del confine orientale. Il mio è stato quindi inizialmente un approccio storico, di persona che non capiva perché vi fosse stato in Italia un oblio durato decenni sui fatti tragici di tanti nostri connazionali che hanno subito un destino tanto tragico. Si parla di cifre, purtroppo, importanti: tra i 10 ed i 12.000 nostri connazionali infoibati o comunque uccisi, e di almeno 350.000 italiani che sono stati costretti all’esodo per non cadere vittima della furia cieca dei partigiani comunisti titini della ex Jugoslavia, spesso fiancheggiati da partigiani italiani. Le vicende, quindi, hanno interessato tanti nostri connazionali, costretti, a cavallo della fine della Seconda Guerra Mondiale, a fuggire dalle loro case in Istria, lasciando tutto, per affrontare un destino incerto e spesso avverso.

Mi ero quindi ripromesso, quando vi fossero state circostanze possibili, e, soprattutto, quando avessi avuto tempo disponibile, di fare qualcosa di concreto per far conoscere ai tanti che ancora ignorano, queste vicende di un nostro passato che non può né deve essere dimenticato.

Dopo uno studio durato circa tre anni mi sono messo in contatto con la sede dell’Unione degli Istriani e così, dopo due, chiamiamoli, “stages di prova”, sono stato scelto. Tra le tante associazioni di esuli presenti nel panorama nazionale la scelta è ricaduta sull’Unione degli Istriani perché si tratta di una associazione seria, totalmente apolitica, che rifugge a compromessi dedicandosi anima e corpo ogni giorno dell’anno a divulgare, con competenza e professionalità quanto accaduto in quei tragici anni.

Il ricordo di Norma Cossetto

Da subito ho iniziato a svolgere un’attività concreta. Il 17 ottobre 2020 infatti, ho avuto l’opportunità di rappresentare l’Unione degli Istriani (indossando con onore e commozione la storica fascia della Libera Provincia dell’Istria in esilio) alla cerimonia di inaugurazione del parco dedicato a Norma Cossetto a Siena dall’amministrazione comunale.

Per coloro che non lo sapessero, Norma Cossetto è una giovane martire istriana, insignita della Medaglia d’Oro al Valor Civile dal Presidente Ciampi nel 2005. Norma fu torturata, violentata, gettata nella foiba di Villa Surani da parte dei partigiani jugoslavi. Aveva 23 anni. La sua unica colpa? Essere figlia di un dirigente locale del P.N.F. e non essersi voluta “convertire” ai comunisti jugoslavi. Norma Cossetto è un po’ il simbolo del dramma e dell’orrore del periodo. A lei sempre più amministrazioni comunali dedicano vie, piazze, parchi.

In questi mesi di incessante lavoro sono riuscito a stringere importanti legami e collaborazioni, che hanno già dato risultati importanti e magari insperati anche fino a poco tempo fa. Nel Mugello, Borgo San Lorenzo, Dicomano, Pelago, Rufina, hanno celebrato in vari modi, grazie al nostro impulso, il Giorno del Ricordo (10 febbraio di ogni anno, istituito con legge del 2004 sotto la presidenza Berlusconi) seppur con tutte le restrizioni da Covid. Sempre nel Mugello Firenzuola e Scarperia San Piero celebrano da anni il giorno del Ricordo ed hanno due lapidi dedicate ai martiri delle foibe.

È per fortuna lungo l’elenco delle amministrazioni con le quali in questi mesi abbiamo stretto una importante sinergia. Sperando di non dimenticare nessuno vorrei ricordare Pisa (un plauso alla Vicesindaco Raffaelle Bonsangue per il suo impegno) Siena, Pistoia, i comuni di Signa, San Casciano Val di Pesa, Carrara, Massa, Arezzo, Fiesole.

Una nota di merito al Comune di Firenze per la fresca intitolazione dei giardini di Via Isonzo a Norma Cossetto grazie all’impegno dell’Assessore Martini.

Questi mesi abbiamo anche incontrato i Prefetti di quasi tutte le province toscane, ricevendo ovunque un’accoglienza più che amichevole.

La strada da fare è ancora tanta

Cosa manca ancora? Direi soprattutto due cose. La prima, un impegno a livello nazionale per giungere finalmente alla revoca della onorificenza (purtroppo) conferita nel 1967 dall’allora Presidente Saragat a Tito, che non merita certo tale titolo, essendo stato ormai accertato dalla storia come l’uccisore di tanti italiani. E manca, ancora, un percorso all’interno di tutte le scuole di ogni ordine e grado, affinché il dramma delle foibe e dell’esodo sia conosciuto ed insegnato in maniera adeguata. Solo allora potremo dire che il cerchio si sta per chiudere. Perché le tante sacche negazioniste e/o giustificazioniste ancora presente devono essere emarginate in modo tale che non possano più nuocere.

Non possono esistere, nel 2021, vittime di serie A e di serie B, vittime onorate ed altre ignorate. Non è concepibile assistere a spettacoli vergognosi come l’esposizione della bandiera della Jugoslavia di Tito che campeggiava al CPA di Via Villamagna Firenze, per di più nel Giorno del Ricordo, in evidente dileggio delle vittime della violenza titina.

L’Unione degli Istriani continuerà sempre più a far conoscere quanto accaduto, anche con viaggi di conoscenza, indirizzati tanto ad amministratori locali che a studenti ed insegnati. Conoscere, per non dimenticare e tramandare. Ora e sempre.

Il brano del compositore Stefano Burbi per commemorare le vittime delle Foibe

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1921/2021, Dentro la zona rossa: le “piccole Pietroburgo” narrate dagli Offlaga Disco Pax

Nel mondo di ieri l’espressione zona rossa ebbe una grande fortuna nella politologia e non solo.

La zona rossa corrispondeva a precise coordinate geografiche. Era frutto di una costante sedimentazione politica e culturale, risentiva delle ferite della guerra e delle lotte partigiane, ereditava le esperienze politiche e associative del primo Novecento.

La zona rossa si contraddistingueva per la profonda penetrazione dei valori della Sinistra, per il netto predominio elettorale del Partito Comunista Italiano, la cui organizzazione capillare fu sostenuta dai corposi finanziamenti di Mosca. Essa era localizzata soprattutto nelle regioni dell’Italia centrale: Emilia-Romagna, Toscana, larga parte dell’Umbria, parti consistenti di Liguria e Marche.

A livello nazionale, le subculture, principalmente rossa e bianca (afferente alla Democrazia Cristiana), descritte dettagliatamente da Ilvio Diamanti in “Mappe dell’Italia politica” (2009) non si limitano alla sola politica o all’amministrazione del territorio ma sconfinano nella cultura, nelle reti di solidarietà financo nelle relazioni sociali dai livelli più complessi a quelli più molecolari. Nella vita di tutti i giorni.

Le Italie: rossa, bianca e non solo…

Il libro, che si sviluppa a partire dall’interesse di ricerca per la continuità nel voto in alcune particolari aree del Paese, ha il pregio di cogliere la vera essenza della politica ovvero l’essere un’attività onnicomprensiva e totalizzante della vita umana, fortemente in simbiosi con il contesto locale dove germoglia e che rivendica in senso distintivo e marcatamente oppositivo (caratteristica che si rivedrà nel “sindacato del Nord”, la Lega).

Questa sostanziale interdipendenza tra politica e territorio corrisponde ad una fase particolare della politica italiana che Diamanti identifica nella “politica del territorio”. Vanno di pari passo: le energie, il capitale sociale del territorio alimenta la politica che a sua volta contratta con Roma le condizioni più favorevoli per il suo nido.

Sempre Diamanti giustamente precisa, tuttavia, quanto i confini delle rispettive zone fossero ben più frastagliati e sconnessi di come si potrebbe presumere a un esame sommario.

Nella rossa Toscana c’è la bianca Lucchesia, nel Veneto del bianco fiore c’erano Belluno, Rovigo (più vicina, come Mantova, al PSI che al PCI per la forte componente del voto bracciantile) e Venezia storicamente a sinistra, nelle Marche, erroneamente considerate un insieme unitario, resistevano solide macchie nere (Macerata e Ascoli Piceno), quindi c’era Imperia saldamente DC nella rossa Liguria, mentre il Nord-Ovest e parte del Sud mal sopportavano partiti dominanti oscillando tra l’uno e l’altro partito.

Sottolineatura doverosa, senza dimenticare nemmeno le grandi città come Torino, Milano, Roma e Napoli dove il panorama politico era ancor più sfaccettato.

La sopravvivenza della zona rossa

Sebbene, come Diamanti ricostruisce, ci siano state fasi nuove della politica italiana, di lontananza, distacco, di abbandono del territorio, di primato della comunicazione sulla politica, soprattutto con la venuta e l’affermazione di Forza Italia, al netto dell’autorevole controtendenza segnata dalla Lega che ha condotto una nuova politicizzazione del territorio, la zona rossa si è saputa perpetuare.

La subcultura rossa, a trent’anni dalla caduta del Muro e nonostante la svolta della Bolognina, è ancora viva, alimenta la sopravvivenza elettorale degli eredi del PCI, testimoniata dalle larghe vittorie di Bonaccini (che, secondo Leonardo Tirabassi sul Sussidiario, e autore anche a Il Tazebao, ha costruito un “Pd riformista e dinamico, simile al primo Renzi ma ben radicato nella sua terra”) e di Giani; conferme nelle roccaforti rosse, pur minate dalla progressiva penetrazione del Centrodestra che ha vinto in Liguria, Umbria e in molti comuni di Toscana (ne ha parlato Tito Barbini, ex sindaco di Cortona) ed Emilia-Romagna.

Un affresco ben riuscito di un territorio della zona rossa alle prese con la sua (pesante) eredità comunista e la tormentata transizione nei tempi moderni è “Socialismo Tascabile (Prove tecniche di trasmissione)” degli Offlaga Disco Pax, gruppo new wave reggiano attivo dal 2003 al 2014.

Piccola Pietroburgo

“Nel paese
Dove è nata Orietta Berti
C’è Piazza Lenin
Ed in mezzo, un busto di Lenin
Se uno ci pensa
Non ci può credere”

È l’inizio di “Piccola Pietroburgo”, una delle più celebri di “Socialismo Tascabile”, dedicata al paese di “novemila anime alle porte di Reggio Emilia” dove la sinistra governa senza centro. A rimarcare quanto ancora (l’album è del 2005) si racconta di come in paese fosse stato chiuso l’unico cinema e allora i cittadini si sono autorganizzati con un circolo ricreando uno spazio di aggregazione e cultura: “i soci sono centinaia, tutti volontari, come alla festa dell’Unità”.

È uno spaccato, malinconico e struggente, della vita nella ex zona rossa dove però ancora permangono le tradizioni consolidate, alle quali, nonostante il trapasso verso una nuova età politica, basata sull’immagine, non si rinuncia volentieri. Anzi. Era, ed è, quella la forza, ammirabile, invidiabile, del PCI.

Il busto di Lenin sopravvive come reliquia, monito, icona laica che si contrappone alla rimozione forzata compiuta nei paesi dell’ex blocco sovietico (per saperne di più sui rapporti PCI-Est Europa, con focus sulla Romania). È il caso della Praga, cupa, materiale, avviata verso una forzata occidentalizzazione, ritratta in “Tatranky”.

“Cerco le tracce dell’immobilismo del regime
Ma vedo solo le ferite della modernità occidentale
E nessuna testimonianza degli errori
Degli orrori
E delle ingenuità marxiste
Si esprime ai miei occhi”.

Dura requisitoria – tutt’altro che lontana dalla verità – soprattutto negli affondi sui capitali esteri che si sono fiondati voracemente sul paese, come su tanti altri. L’americanizzazione anche di quelle società, del resto, è stata un momento irrinunciabile, conseguente allo sbriciolamento dell’URSS, ma ha prodotto degli scossoni non indifferenti e una transizione tutt’altro che lineare.

Intimo, a tratti allucinato, è il brano “Khmer Rossa” dedicato al complesso amore con la giovanissima Ylenia che “si era data completamente all’idea/Un po’ estemporanea di cambiare il mondo” in cui per la prima volta il protagonista dubita del Socialismo.

Non si può non citare “la nostra splendida toponomastica” di “Robespierre” (gli Offlaga Disco Pax la definirono “la nostra “Smell’s like teen spirit”), infarcita di riferimenti alla cultura di massa e alla storia, dal referendum sul divorzio fino a Space Invaders, nella quale sono citate appunto le vie Carlo Marx e via Rivoluzione d’Ottobre dove c’è la banca “non più locale”, a rimarcare la forte penetrazione di quei valori in tutta la vita. Nei mesi scorsi “Robespierre” è stata aggiornata in “Viruspierre” in riferimento alla pandemia.

Ironico e autoironico, fluido e ugualmente ermetico, verista, nostalgico perché intimo e anche sofferto, polemico, provocatorio, sicuramente ispirato. Pop perché i riferimenti sono a una cultura di massa ma a tinte saldamente rosse. “Socialismo Tascabile” è un affresco sentimentale di quella provincia rossa spiazzata dal mondo post-89 e pur ancora, testardamente, ritrosa rispetto ad una modernità che proprio non le va giù. E che tutto sommato fa anche bene a rigettare.