1921/2021, Dentro la zona rossa: le “piccole Pietroburgo” narrate dagli Offlaga Disco Pax

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Nel mondo di ieri l’espressione zona rossa ebbe una grande fortuna nella politologia e non solo.

La zona rossa corrispondeva a precise coordinate geografiche. Era frutto di una costante sedimentazione politica e culturale, risentiva delle ferite della guerra e delle lotte partigiane, ereditava le esperienze politiche e associative del primo Novecento.

La zona rossa si contraddistingueva per la profonda penetrazione dei valori della Sinistra, per il netto predominio elettorale del Partito Comunista Italiano, la cui organizzazione capillare fu sostenuta dai corposi finanziamenti di Mosca. Essa era localizzata soprattutto nelle regioni dell’Italia centrale: Emilia-Romagna, Toscana, larga parte dell’Umbria, parti consistenti di Liguria e Marche.

A livello nazionale, le subculture, principalmente rossa e bianca (afferente alla Democrazia Cristiana), descritte dettagliatamente da Ilvio Diamanti in “Mappe dell’Italia politica” (2009) non si limitano alla sola politica o all’amministrazione del territorio ma sconfinano nella cultura, nelle reti di solidarietà financo nelle relazioni sociali dai livelli più complessi a quelli più molecolari. Nella vita di tutti i giorni.

Le Italie: rossa, bianca e non solo…

Il libro, che si sviluppa a partire dall’interesse di ricerca per la continuità nel voto in alcune particolari aree del Paese, ha il pregio di cogliere la vera essenza della politica ovvero l’essere un’attività onnicomprensiva e totalizzante della vita umana, fortemente in simbiosi con il contesto locale dove germoglia e che rivendica in senso distintivo e marcatamente oppositivo (caratteristica che si rivedrà nel “sindacato del Nord”, la Lega).

Questa sostanziale interdipendenza tra politica e territorio corrisponde ad una fase particolare della politica italiana che Diamanti identifica nella “politica del territorio”. Vanno di pari passo: le energie, il capitale sociale del territorio alimenta la politica che a sua volta contratta con Roma le condizioni più favorevoli per il suo nido.

Sempre Diamanti giustamente precisa, tuttavia, quanto i confini delle rispettive zone fossero ben più frastagliati e sconnessi di come si potrebbe presumere a un esame sommario.

Nella rossa Toscana c’è la bianca Lucchesia, nel Veneto del bianco fiore c’erano Belluno, Rovigo (più vicina, come Mantova, al PSI che al PCI per la forte componente del voto bracciantile) e Venezia storicamente a sinistra, nelle Marche, erroneamente considerate un insieme unitario, resistevano solide macchie nere (Macerata e Ascoli Piceno), quindi c’era Imperia saldamente DC nella rossa Liguria, mentre il Nord-Ovest e parte del Sud mal sopportavano partiti dominanti oscillando tra l’uno e l’altro partito.

Sottolineatura doverosa, senza dimenticare nemmeno le grandi città come Torino, Milano, Roma e Napoli dove il panorama politico era ancor più sfaccettato.

La sopravvivenza della zona rossa

Sebbene, come Diamanti ricostruisce, ci siano state fasi nuove della politica italiana, di lontananza, distacco, di abbandono del territorio, di primato della comunicazione sulla politica, soprattutto con la venuta e l’affermazione di Forza Italia, al netto dell’autorevole controtendenza segnata dalla Lega che ha condotto una nuova politicizzazione del territorio, la zona rossa si è saputa perpetuare.

La subcultura rossa, a trent’anni dalla caduta del Muro e nonostante la svolta della Bolognina, è ancora viva, alimenta la sopravvivenza elettorale degli eredi del PCI, testimoniata dalle larghe vittorie di Bonaccini (che, secondo Leonardo Tirabassi sul Sussidiario, e autore anche a Il Tazebao, ha costruito un “Pd riformista e dinamico, simile al primo Renzi ma ben radicato nella sua terra”) e di Giani; conferme nelle roccaforti rosse, pur minate dalla progressiva penetrazione del Centrodestra che ha vinto in Liguria, Umbria e in molti comuni di Toscana (ne ha parlato Tito Barbini, ex sindaco di Cortona) ed Emilia-Romagna.

Un affresco ben riuscito di un territorio della zona rossa alle prese con la sua (pesante) eredità comunista e la tormentata transizione nei tempi moderni è “Socialismo Tascabile (Prove tecniche di trasmissione)” degli Offlaga Disco Pax, gruppo new wave reggiano attivo dal 2003 al 2014.

Piccola Pietroburgo

“Nel paese
Dove è nata Orietta Berti
C’è Piazza Lenin
Ed in mezzo, un busto di Lenin
Se uno ci pensa
Non ci può credere”

È l’inizio di “Piccola Pietroburgo”, una delle più celebri di “Socialismo Tascabile”, dedicata al paese di “novemila anime alle porte di Reggio Emilia” dove la sinistra governa senza centro. A rimarcare quanto ancora (l’album è del 2005) si racconta di come in paese fosse stato chiuso l’unico cinema e allora i cittadini si sono autorganizzati con un circolo ricreando uno spazio di aggregazione e cultura: “i soci sono centinaia, tutti volontari, come alla festa dell’Unità”.

È uno spaccato, malinconico e struggente, della vita nella ex zona rossa dove però ancora permangono le tradizioni consolidate, alle quali, nonostante il trapasso verso una nuova età politica, basata sull’immagine, non si rinuncia volentieri. Anzi. Era, ed è, quella la forza, ammirabile, invidiabile, del PCI.

Il busto di Lenin sopravvive come reliquia, monito, icona laica che si contrappone alla rimozione forzata compiuta nei paesi dell’ex blocco sovietico (per saperne di più sui rapporti PCI-Est Europa, con focus sulla Romania). È il caso della Praga, cupa, materiale, avviata verso una forzata occidentalizzazione, ritratta in “Tatranky”.

“Cerco le tracce dell’immobilismo del regime
Ma vedo solo le ferite della modernità occidentale
E nessuna testimonianza degli errori
Degli orrori
E delle ingenuità marxiste
Si esprime ai miei occhi”.

Dura requisitoria – tutt’altro che lontana dalla verità – soprattutto negli affondi sui capitali esteri che si sono fiondati voracemente sul paese, come su tanti altri. L’americanizzazione anche di quelle società, del resto, è stata un momento irrinunciabile, conseguente allo sbriciolamento dell’URSS, ma ha prodotto degli scossoni non indifferenti e una transizione tutt’altro che lineare.

Intimo, a tratti allucinato, è il brano “Khmer Rossa” dedicato al complesso amore con la giovanissima Ylenia che “si era data completamente all’idea/Un po’ estemporanea di cambiare il mondo” in cui per la prima volta il protagonista dubita del Socialismo.

Non si può non citare “la nostra splendida toponomastica” di “Robespierre” (gli Offlaga Disco Pax la definirono “la nostra “Smell’s like teen spirit”), infarcita di riferimenti alla cultura di massa e alla storia, dal referendum sul divorzio fino a Space Invaders, nella quale sono citate appunto le vie Carlo Marx e via Rivoluzione d’Ottobre dove c’è la banca “non più locale”, a rimarcare la forte penetrazione di quei valori in tutta la vita. Nei mesi scorsi “Robespierre” è stata aggiornata in “Viruspierre” in riferimento alla pandemia.

Ironico e autoironico, fluido e ugualmente ermetico, verista, nostalgico perché intimo e anche sofferto, polemico, provocatorio, sicuramente ispirato. Pop perché i riferimenti sono a una cultura di massa ma a tinte saldamente rosse. “Socialismo Tascabile” è un affresco sentimentale di quella provincia rossa spiazzata dal mondo post-89 e pur ancora, testardamente, ritrosa rispetto ad una modernità che proprio non le va giù. E che tutto sommato fa anche bene a rigettare.

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