Taiwan, un nuovo scenario di guerra?

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In un articolo comparso sul Foglio del 19 aprile, si riprende uno scritto di Niall Ferguson su Bloomberg a proposito della crisi, sempre esistita ma recentemente riemersa con vigore, tra Repubblica Popolare Cinese e Repubblica di Cina (meglio nota come Taiwan).

L’isola di Taiwan, un tempo conosciuta da noi col nome di Formosa, è stata occupata dal Kuomintang in fuga dopo la sconfitta nella Seconda guerra civile (1945-1949) contro il Partito Comunista di Mao Zedong, e posta di fatto sotto protettorato americano. Per un ventennio, quindi, questa piccola isola è servita da baluardo anticinese e anticomunista nel contesto della guerra fredda, fino all’avvio della normalizzazione dei rapporti sino-americani nel 1971-72, che ha avuto quale prerequisito il riconoscimento da parte di Washington del governo di Pechino quale unico rappresentante della nazione cinese e la conseguente rottura dei rapporti con Taipei (1979).

Ciononostante, gli USA continuano tutt’oggi a fornire a quest’ultima armi ed equipaggiamenti militari con la motivazione ufficiale di proteggerla da un’eventuale invasione cinese, in quella che viene chiamata “l’ambiguità strategica” degli americani, le cui relazioni con Taiwan sono regolate da una generica affermazione di “preoccupazione” per Taiwan in caso di guerra, contenuta nel Taiwan Security Act.

Frattanto, per ironia della storia, il Kuomintang che ha governato per circa trent’anni con la legge marziale in nome dell’anticomunismo più acceso, oggi è divenuto sostanzialmente filo-cinese e, all’opposizione del Partito Progressista Democratico, ha tra i punti del suo programma una distensione e una riappacificazione almeno parziale con la Repubblica Popolare. Merita inoltre sottolineare, di passaggio, che una frazione del Kuomintang (quella rimasta fedele agli ideali democratici e socialisteggianti di Sun Yat-sen) rimase in Cina nel 1949 costituendosi in Comitato Rivoluzionario e andando a costituire una delle otto organizzazioni partitiche legalmente riconosciute in Cina; le altre sono l’Associazione Cinese per la Promozione della Democrazia, l’Associazione di Costruzione Nazionale Democratica della Cina, il Partito Democratico Cinese dei Contadini e dei Lavoratori, la Lega Autogovernativa e Democratica di Taiwan, la Lega Democratica Cinese, il Partito della Cina per l’Interesse Pubblico e la Società 3 Settembre.

Negli ultimi tempi, nell’ambito delle rinnovate ostilità nel Mar Cinese Meridionale, la Cina ha aumentato la spesa pubblica destinata alla difesa nazionale e ha condotto varie manovre nei pressi di Taiwan, non rinunciando mai, nella retorica dei discorsi ufficiali, alla volontà di riunificare l’isola al continente. Ciò ha fatto temere a molti analisti americani che Pechino potrebbe tentare un’invasione armata di Taiwan entro 5 o 10 anni. Il cambiamento di amministrazione negli Stati Uniti dalla presidenza Trump (che vedeva in Taiwan una pedina fondamentale nell’esercizio delle pressioni sulla Cina) alla presidenza Biden non ha apportato cambiamenti significativi nella situazione. Come ben sintetizzato da Elvio Rotondo nel suo articolo La priorità degli USA è nell’Indo-Pacifico. I dossier ancora aperti, pubblicato su Il Tazebao del 29 marzo, la vendita di armi a Taiwan da parte degli USA ha un significato non solo strettamente militare, ma anche politico. Servono infatti «a mantenere elevata la credibilità delle forze armate taiwanesi e ricordare a Pechino che il prezzo di un attacco a Taiwan potrebbe essere troppo alto». Seppur non ci sia opinione univoca su quest’ultima ipotesi, certamente è assodato che la conferenza di Anchorage di fine marzo abbia segnato un ulteriore punto a sfavore del riavvicinamento tra Pechino e Washington, dove molti sono stati i motivi di dissenso: Tibet, Hong Kong, uiguri, Taiwan, Mar Cinese e anche commercio e crisi sanitaria.

Per concludere con il paragone di Ferguson, è probabile che Taiwan possa diventare il nuovo Belgio del 1914 o la nuova Polonia del 1939, nel senso che può diventare il focolaio di un nuovo conflitto mondiale. In effetti, molti sono gli scenari bellici nel mondo e i venti di guerra sono purtroppo tornati a spirare ben oltre il Medio Oriente. Si tratta di vedere se prevarrà la tattica delle volpi o quella dei ricci.

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