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Mundus furiosus

Crisi permanente? I will survive! Se la crisi è la cifra del nostro tempo ci dobbiamo attrezzare

Il rischio è l’anima del mercato ma anche del tempo presente. Perché ci dobbiamo premunire e come contro le attuali e future crisi.

“Mutando riposa”
Eraclito [1]

Le crisi non sono passeggere. Alle gestazioni pazienti seguono eruzioni rovinose con strascichi sovente di lungo periodo e ricadute frequenti e ugualmente rovinose. Le crisi o, comunque, gli eventi che comportano ripercussioni variegate sulle società sono la costante del tempo presente. Invero, se si mettono a fuoco, se si ricompongono in sequenza cronologica le crisi risultano ben più durature dei cosiddetti periodi di pace o stabilità. In spregio a qualunque pretesa di razionalità della storia o di promessa di un approdo sicuro verso una qualche forma di ordine globale, dal 2001 al 2021, prima e non solo nella pandemia, si sono susseguite più crisi finanziarie, più crisi diplomatiche, più crisi ambientali (i territori sono fragili) che periodi di “stabilità”. Il terrore globale rimane una minaccia latente al pari delle prossime pandemie. Come non citare, inoltre, la crisi che risucchia, da dieci anni, secondo alcuni osservatori dall’assassinio di Hariri (2005) [2], il Mediterraneo? Come non citare quell’isola che ad oggi, Taiwan, è la Danzica del XXI Secolo [3]? Le crisi sono permanenti. È il Mundus Furiosus.

Le magnifiche sorti e progressive del mondo post-89 ancora devono appalesarsi sul palcoscenico della storia, che non è certo finita [4] con la caduta del (pen)ultimo muro. Ogni pretesa di uno sviluppo sereno, prevedibile, uniforme è naufragata. Il modello democratico che aveva vinto fuori casa sta rischiando una sonora batosta tra le mura amiche. Le contraddizioni sguazzano. La storia si è dimostrata, ancora una volta, irrazionale perché la presunzione di razionalizzarla è del tutto illogica. Questo, anche perché, si confonde la storia come resoconto di fatti, più o meno slegati tra loro, con le narrazioni, appunto razionali, che sono ben altro e che conservano fin troppe trappole. I fatti che si cercano di analizzare hanno un’origine lontana. Le informazioni su di essi sono parziali o alterate, le distorsioni e le semplificazioni troppo frequenti, le sensazioni, le impressioni hanno più peso del calcolo freddo. Per non parlare del problema delle fonti. Il raziocinio non interpreta le complessità del reale. E per questo gli eventi, le crisi appaiono inconoscibili e lontane e si entra in un circolo vizioso.

Nel Mundus Furiosus la vita umana è sottoposta a scariche, non mortali, ma a bassa intensità e costanti. Non un male fulmineo e incurabile ma un insieme di malanni che acciaccano, debilitano, devastano lentamente corpi sempre più affranti, perché fiaccati dalla crisi, docili, perché deprivati di ogni prospettiva di lotta e di stabilizzazione. Tutto questo si porta dietro le ovvie ricadute sulla psiche, sui comportamenti, ricadute che si sono solo adesso iniziate a sondare dopo l’ennesima grande crisi, la pandemia [5].

Crisi globali, risposte locali (insufficienti) e alternative non di massa

Di fronte a questi sussulti permanenti, che alcuni visionari avevano comunque tratteggiato, sarebbe stata auspicabile una qualche forma di risposta, di resistenza, di controreazione. Invero, negli strati più periferici non ci sono state. Le crisi quindi non solo appaiono inconoscibili per le loro origini – banalmente ancora non è chiaro come sia nato il celeberrimo virus coronato – ma sono ingovernabili, di non facile soluzione, con una fine sempre più distante (altro che uscita dal tunnel).

A qualcosa ha portato rinunciare alla Politica (“Non avevate a tirare le monetine!” ripete Bonini), a qualcosa ha portato cancellare i corpi intermedi quale camera di compensazione tra una pluralità di interessi. Adesso non c’è modo di mediare, non c’è modo di attutire il colpo, di contrattare migliori condizioni se non a livello di singoli o singole entità o comunità.

Se negli anni ’60 il futuro era una highway, oggi è una strettoia di montagna. Eppure, c’è modo di sopravvivere ai marosi e di prosperare, nei limiti del possibile. Tutto parte da una previsione oculata delle crisi e dal tamponarne in anticipo i danni. Le aziende si dotino di strumenti finanziari adeguati e programmazioni scadenzate, prevengano i rischi con prodotti assicurativi solidi (approfondiremo dettagliatamente nel prosieguo), ugualmente gli individui facciano piani pensionistici alternativi, tengano sempre pronte nuovi business qualora gli attuali vengano colpiti. Non è facile, ma ci si può ancora fare.

Bibliografia
Dello stesso autore

30 aprile 1993 – Perché tutto è iniziato lì – Il Tazebao

La montagna, la crisi, le sfide, l’occasione (irripetibile) delle Olimpiadi 2026. Baselga pensa al domani – Il Tazebao

“Non godrò più di questa bellezza…” Il ricordo intimo, umano e artistico del Maestro Franco Zeffirelli a cura del figlio Pippo – Il Tazebao


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Mundus furiosus

Taiwan, un nuovo scenario di guerra?

In un articolo comparso sul Foglio del 19 aprile, si riprende uno scritto di Niall Ferguson su Bloomberg a proposito della crisi, sempre esistita ma recentemente riemersa con vigore, tra Repubblica Popolare Cinese e Repubblica di Cina (meglio nota come Taiwan).

L’isola di Taiwan, un tempo conosciuta da noi col nome di Formosa, è stata occupata dal Kuomintang in fuga dopo la sconfitta nella Seconda guerra civile (1945-1949) contro il Partito Comunista di Mao Zedong, e posta di fatto sotto protettorato americano. Per un ventennio, quindi, questa piccola isola è servita da baluardo anticinese e anticomunista nel contesto della guerra fredda, fino all’avvio della normalizzazione dei rapporti sino-americani nel 1971-72, che ha avuto quale prerequisito il riconoscimento da parte di Washington del governo di Pechino quale unico rappresentante della nazione cinese e la conseguente rottura dei rapporti con Taipei (1979).

Ciononostante, gli USA continuano tutt’oggi a fornire a quest’ultima armi ed equipaggiamenti militari con la motivazione ufficiale di proteggerla da un’eventuale invasione cinese, in quella che viene chiamata “l’ambiguità strategica” degli americani, le cui relazioni con Taiwan sono regolate da una generica affermazione di “preoccupazione” per Taiwan in caso di guerra, contenuta nel Taiwan Security Act.

Frattanto, per ironia della storia, il Kuomintang che ha governato per circa trent’anni con la legge marziale in nome dell’anticomunismo più acceso, oggi è divenuto sostanzialmente filo-cinese e, all’opposizione del Partito Progressista Democratico, ha tra i punti del suo programma una distensione e una riappacificazione almeno parziale con la Repubblica Popolare. Merita inoltre sottolineare, di passaggio, che una frazione del Kuomintang (quella rimasta fedele agli ideali democratici e socialisteggianti di Sun Yat-sen) rimase in Cina nel 1949 costituendosi in Comitato Rivoluzionario e andando a costituire una delle otto organizzazioni partitiche legalmente riconosciute in Cina; le altre sono l’Associazione Cinese per la Promozione della Democrazia, l’Associazione di Costruzione Nazionale Democratica della Cina, il Partito Democratico Cinese dei Contadini e dei Lavoratori, la Lega Autogovernativa e Democratica di Taiwan, la Lega Democratica Cinese, il Partito della Cina per l’Interesse Pubblico e la Società 3 Settembre.

Negli ultimi tempi, nell’ambito delle rinnovate ostilità nel Mar Cinese Meridionale, la Cina ha aumentato la spesa pubblica destinata alla difesa nazionale e ha condotto varie manovre nei pressi di Taiwan, non rinunciando mai, nella retorica dei discorsi ufficiali, alla volontà di riunificare l’isola al continente. Ciò ha fatto temere a molti analisti americani che Pechino potrebbe tentare un’invasione armata di Taiwan entro 5 o 10 anni. Il cambiamento di amministrazione negli Stati Uniti dalla presidenza Trump (che vedeva in Taiwan una pedina fondamentale nell’esercizio delle pressioni sulla Cina) alla presidenza Biden non ha apportato cambiamenti significativi nella situazione. Come ben sintetizzato da Elvio Rotondo nel suo articolo La priorità degli USA è nell’Indo-Pacifico. I dossier ancora aperti, pubblicato su Il Tazebao del 29 marzo, la vendita di armi a Taiwan da parte degli USA ha un significato non solo strettamente militare, ma anche politico. Servono infatti «a mantenere elevata la credibilità delle forze armate taiwanesi e ricordare a Pechino che il prezzo di un attacco a Taiwan potrebbe essere troppo alto». Seppur non ci sia opinione univoca su quest’ultima ipotesi, certamente è assodato che la conferenza di Anchorage di fine marzo abbia segnato un ulteriore punto a sfavore del riavvicinamento tra Pechino e Washington, dove molti sono stati i motivi di dissenso: Tibet, Hong Kong, uiguri, Taiwan, Mar Cinese e anche commercio e crisi sanitaria.

Per concludere con il paragone di Ferguson, è probabile che Taiwan possa diventare il nuovo Belgio del 1914 o la nuova Polonia del 1939, nel senso che può diventare il focolaio di un nuovo conflitto mondiale. In effetti, molti sono gli scenari bellici nel mondo e i venti di guerra sono purtroppo tornati a spirare ben oltre il Medio Oriente. Si tratta di vedere se prevarrà la tattica delle volpi o quella dei ricci.