Se adesso proprio tutto è medicina

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Lo studio del biopotere, una forma di potere che si espande all’ambito della vita, permette di prendere coscienza di quei sistemi, talvolta sofisticati, di regimentazione dei corpi e di sviluppo programmatico delle vite, di illuminare i dispositivi usati per “vestire” la persona (dressage) e “inquadrare” ovverosia circoscrivere la sua possibilità di azione entro spazi precisi e prevedibili (quadrillage). La nascita del biopotere è coeva all’affermazione definitiva dello stato centralizzato che sopprime l’arcipelago di potere del Medioevo. Il biopotere risponde all’esigenza di governare una massa indefinita di persone, sempre più sradicata dalle campagne e stipata nelle città, che, per sua stessa natura e composizione, appare passiva ma imprevedibile. Si preoccupa di conoscerne quanti più particolari possibili, cerca di garantire condizioni di vita generalmente migliori. Da qui, appoggiandosi a Weber, nasce una saldatura tra le discipline-tecnico e le esigenze di predittività sulle masse. Gli studi sul biopotere vivono una straordinaria fioritura con Foucault che analizzando il piano Beveridge ne ricostruisce la genesi dai lebbrosari, all’Hôpital général fino alle prigioni e le punizioni somministrate.

La pandemia porta l’intensità e la diffusione del biopotere su livelli nuovi e globali che meritano profonda riflessione politica e filosofica.

La medicamentalizzazione della vita, l’ingresso della medicina e del medico, prima relegato a un ruolo saltuario e rigorosamente intimo con il paziente, a pieno titolo e prepotentemente nel discorso pubblico e politico appare in tutta la sua virulenza oggi ma è, in verità, un processo di lungo periodo, accelerato negli ultimi decenni. Anche in altre epoche storiche la massa che, citando “Massa e potere” (Masse und Macht, 1960) di Elias Canetti, attende “un capo che dovrà esserle mostrato”, si è affidata ad una ristretta élite, militare o religiosa a seconda delle epoche, capace di governare l’eccezione salvaguardando il bene più prezioso, la vita, a fronte di un nemico, più o meno visibile, che la minaccia.

Giorgio Agamben su Quodlibet registra una riemersione del conflitto tra i tre tradizionali poteri dell’Occidente ovvero cristianesimo, capitalismo e scienza e che la protagonista del conflitto odierno sia la medicina, la meno “dommatica” e più “pragmatica” perché il suo “oggetto immediato è il corpo vivente degli esseri umani”. Essa imposta la sua narrazione in “senso gnostico-manicheo”: bene contro male, malattia contro guarigione “i cui agenti cultuali sono i medici e la terapia”. Come ogni culto si fa onnicomprensiva: “la vita intera degli esseri umani deve diventare in ogni istante il luogo di una ininterrotta celebrazione cultuale” e in più, a differenza del cristianesimo, non c’è una prospettiva altra ma una crisi permanente.

In questo caso, oltre al debordare della medicina in ogni ambito della vita pubblica e privata, cambia radicalmente l’uomo ma, del resto, riprendendo Ivan Illich, ogni corpo è un corpo storico: “Ogni momento storico è incarnato in un corpo specifico” e il contributo della medicina nella sua costruzione è lampante. Questo processo graduale ma continuativo di medicamentalizzazione ha reso più l’uomo più docile, più spaventato, più disposto accettare ogni decisione dell’autorità politico-medica purché presa per preservare la vita e scacciare lo spettro della morte. Sempre Illich: “L’insistenza del medico sulla sua esclusiva capacità di valutare e risolvere le crisi individuali lo sposta simbolicamente nei pressi della Casa Bianca”.

La morte per secoli è stata parte insopprimibile della vita umana. Nelle raffigurazioni medievali era orrorifica e macabra, talvolta ironica compagna nella “Danza della morte”, certamente democratica perché soggiogava tutti dai servi ai papi. Era un passaggio obbligato per la vera vita secondo l’escatologia cristiana. Era la maliziosa giovane donna che si avvicina al Principe Fabrizio “pudica ma pronta ad essere posseduta” nel capolavoro di Tomasi di Lampedusa. Cotidie morimur, scriveva ancor prima Seneca. La sofferenza non era desiderabile allora ma in qualche modo rendeva simili al divino incarnato, al Christus patines da cui sgorga quel sangue umano che tanta rivoluzione aveva indotto nell’arte.

Da cura a prevenzione perenne, da persona a potenziale malato, da uomo a insieme di dati biometrici che possono prevederne lo sviluppo e le alterazioni, presenti e future, sue o dei suoi figli. I corpi diventano, insomma, dei “costrutti sintetici intessuti di TAC e curve di rischio” secondo David Cayley, che ricostruisce il pensiero di Ivan Illich e lo espande. Si arriva ad “un’intensa auto-algorittimizzazione” che cambia la vita e in sostanza l’uomo. Dove possa portare non è ancora dato saperlo ma è una trasformazione da seguire. Sicuramente l’uomo è meno uomo e la vita meno vita ma, nonostante gli sforzi, si continuerà a morire. Di covid o di malattie autoimmuni, anche in questo caso non è dato saperlo.

Riferimenti
  1. M. Foucault, “Storia della follia nell’età classica” (1961), “Nascita della clinica” (1969) e “Sorvegliare e punire” (1975).
  2. E. Canetti, “Massa e potere” (1960).
  3. G. Agamben, “La medicina come religione”, Quodlibet, Una voce (2 maggio 2020).
  4. I. Illich, “Tools of conviviality” (1973) e “Limits of Medicine” (1976).
  5. D. Cayley, “Questions about the current pandemic from the point of view of Ivan Illich” (8 aprile 2020).

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