“La repressione è il nostro vaccino”

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Molto più che in altri, anche recenti, casi la repressione ha colpito la protesta, dura ma civile, dei portuali di Trieste, che però non mollano.

“La repressione è il nostro vaccino”. Urla un Volonté, avviato a una irreversibile scissione mentale – assecondata da una colonna sonora memorabile di Morricone – ma non ancora alienato dal lavoro, e agghindato “all’americana” per presentare le azioni repressive della sua polizia contro il crimine e un terrorismo strisciante. Anno 1970 ma la frase calza a pennello per il momento e non solo per quel vaccino.

“Repressione è civiltà” chiosa il Dottore (l’uso della repressione lo ha privato pure del nome). Adesso il vaccino è civiltà. O quantomeno è il discrimine tra buoni e cattivi cittadini. In attesa del credito sociale l’asiatizzazione delle società occidentali – con tutti gli strappi e le resistenze che caratterizzano i processi storici e sociali – è solo all’inizio e non solo per il filo di perla, che riavvolge il viaggio di Marco Polo e che tanto infastidisce l’Imperatore e il suo imperium talassocratico, ma per un tipo di comando non contendibile, non criticabile, proibito, che cancella l’individualità, che non considera la persona come portatrice di un diritto naturale. Con buona pace di un cammino di libertà e dissenso, che, come già scritto, comincia non nel Novecento, non con i Lumi ma addirittura con l’Editto di Milano.

La repressione, tanto invocata da ducetti piccoli piccoli e aspiranti Beccaris, ha colpito, ma al momento non stroncato, uno dei pochi casi di solidarietà, parola estranea in tempi di rarefazione dei contatti corporali, tra lavoratori. Una lezione di umanità quella di Puzzer e gli altri. La protesta di Trieste, dura ma civile, nel porto della Mitteleuropa e molto attenzionato dal Pnrr, estesasi agli altri porti –non a Livorno dove della solidarietà tra proletari se ne fregano – riprende un cammino di solidarietà nella lotta a lungo interrotto perché i diritti dell’altro sono gli stessi del singolo e il singolo esiste come parte di un contesto.

L’Italia è anticipatrice. Più o meno consapevole. O cavia, notano alcuni di una fase avanzata di capitalismo della sorveglianza, di cui la repressione, il contingentamento, la schedatura sono elementi essenziali. Sicuramente – la storia è piena di varianti e non solo Delta – un dissenso sta emergendo per embrionale o sconnesso che sia. Un’altra storia è ancora possibile?


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