Renversement des alliances in Estremo Oriente: Cina, Giappone, Corea del Sud insieme. Una risposta a Trump (e a Kim e Putin)

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Blocchi in costruzione. Una piccola, grande “rivoluzione diplomatica” anti-Trump (e in previsione contro i suoi soci) in Estremo Oriente.

Il Tazebao – Due notizie spostano prepotentemente l’attenzione verso l’Estremo Oriente. Secondo fonti europee, riportate dal Welt am Sonntag, la Cina starebbe valutando la partecipazione alla “coalizione dei volenterosi”, lanciata da Sir Keir Starmer a partire dal celebre vertice di Londra, per mantenere la pace in Ucraina. Se e quando, visto il rinnovato impegno di Londra, pace alla fine sarà. Una missione Onu di peacekeeping, una delle tante alla quale la sapiente diplomazia di Beijing partecipa e che servono a irrobustire i legami nei contesti chiave; sono, secondo quanto riportato dal pregevole Royal United Services Institute for Defence and Security Studies (RUSI), oltre 20 le missioni Onu (ne è membro da oltre 50 anni) alle quali la Repubblica popolare cinese partecipa e ha partecipato, completando l’obiettivo di un contingente di 8 mila elementi. Tuttavia, la notizia della possibile partecipazione è stata smentita quest’oggi da Guo Jiakun, portavoce del Ministro degli Esteri, confermando al tempo stesso l’impegno costruttivo della Cina nel processo di pace. Del resto, il controllo dell’informazione è decisivo, la guerra è guerra di informazioni, le informazioni aiutano lo sforzo bellico.

Secondariamente, si è assistito alla nascita di un promettente blocco economico tra Cina, Giappone e Corea del Sud, tre potenze industriali, laboriose ed esportatrici, danneggiate, come Italia e Germania, dal clima di incertezza e protezionismo alimentato da Trump, unite dalla necessità di contenere il vicino nordcoreano che si riarma, al solito con il placet di Trump stesso.

Questa cooperazione triangolare è favorita dalla vicinanza geografica, dalla già esistente integrazione economica tra i sistemi, dall’ampia disponibilità di risorse e di manodopera e, soprattutto, da comuni radici culturali che hanno portato a una fioritura artistica unica al mondo. Alla spiccata attitudine al lavoro, inoltre, si associano la ferma adesione al comando, alla gerarchia sociale, all’interesse nazionale. Più che una religione il confucianesimo resta un principio ispiratore di un ordine sociale e, nonostante la modernità che preme, conserva un peso e le altamente colte e competenti classi dirigenti, cinesi e non solo, ne sono, sempre e comunque, ispirate.

Il caso cinese dimostra, inoltre, come sia possibile saldare al debordante sviluppo economico, che ha portato all’elevazione materiale milioni di poveri, dopo il “lungo secolo dell’umiliazione”, una conservazione non retrograda di tratti tipici, senza disperdere un patrimonio unico ma proiettandolo nella modernità. Del resto, la Cina stessa ha avuto ondate di modernizzazione, come, già nell’anno Mille, con l’opera del “riformista” Wang Anshi. Allo stesso modo, la straordinaria cultura giapponese è frutto di quella cinese transitata attraverso la penisola coreana e protetta dall’insularità dell’arcipelago nipponico (ad eccezione dell’importantissima missione olandese a Nagasaki).

Tornando all’accordo, significativa la dichiarazione di Takeshi Iwaya sul mantenimento della pace nella penisola coreana come «responsabilità condivisa», significativa anche la dichiarazione sull’Ucraina sempre del Ministro degli Esteri giapponese, secondo il quale «qualsiasi tentativo di cambiare unilateralmente lo status quo con la forza non sarà tollerato in nessuna parte del mondo». Significativo che questi tre paesi inizino a percepire la Corea del Nord – in anticipo sul clima da fine ciclo storico – come apertamente ostile.

Un accordo economico ma già politico salutato, comprensibilmente, con note positive nientemeno che da Global Times, che titola così: «Il dialogo trilaterale sincero fornisce un nuovo riferimento per la pace e lo sviluppo regionali».

Cina e Giappone hanno, con impegno reciproco e tempo, normalizzato le relazioni e, come riportato dall’agenzia Xinhua, il commercio bilaterale è aumentato di oltre 300 volte e si è mantenuto al livello elevato di 300 miliardi di dollari per 15 anni consecutivi, con un investimento bilaterale accumulato che ha raggiunto quasi 140 miliardi di dollari.

A differenza del colosso cinese, Giappone – il terribile omicidio dell’ex primo ministro Abe riporta al clima degli anni ’20 e ’30 prima della svolta militarista – e Corea del Sud sono reduci da anni complessi. Il tentativo di golpe, come dal Tazebao anticipato, nasceva, più che dal voler tentare un improbabile attacco alla Corea del Nord, dalla necessità di sganciarsi da una tutela americana percepita, correttamente, come nociva, vista anche la sfrontata vicinanza di Trump alla Corea del Nord e alla Russia.

È pur vero che il Giappone ha una solida cultura e tradizione industriale, nata con la fine del bakumatsu e con la modernizzazione guidata dall’alto sotto la restaurazione Meiji, coeva a quella avvenuta in altri paesi nati dalle proprie rivoluzioni nazionali, condotta in Germania da Bismarck e dal grande Cavour in Italia (e troppo presto interrottasi).

Pur reduce da un trentennio complesso, il Giappone conserva intatto e in mani giapponesi un apparato industriale di prim’ordine, erede diretto dei conglomerati industriali altamente integrati (zaibatsu) e della spiccata razionalizzazione del lavoro.

Il punto di fondo è proprio questo: Cina e Corea del Nord mal si sopportano, la Corea del Nord sarà l’elemento “dinamico” dell’Estremo Oriente (come un secolo fa fu il militarista Giappone), favorito dal nulla osta americano (negli anni ’90 già non si opposero allo sviluppo atomico).

Come in una bella ring composition, si torna all’inizio: la Cina, al contrario di quanto afferma, per ora, il mainstream (sia quello di Repubblica sia quello della contronarrazione), non è “filo-russa”, ma coglie perfettamente tutti i pericoli derivanti dall’abbraccio tra Trump, colui che sfalda l’ordine internazionale a suon di dazi, e Putin, che già tre anni fa ha avviato una fase di revisione forzata e manu militari degli assetti, scontrandosi con un’agguerrita muraglia euro-atlantica. La Cina il suo gioco, costruisce una valvola di sfogo.

Ancora una volta si può vedere in azione la tattica, prettamente anglosassone, dell’alternanza di una fazione al potere a seconda dell’obiettivo di medio termine da colpire per conservare l’egemonia mondiale. Del resto, la convergenza tattica tra Stati Uniti e Russia non è una novità: si materializzò anche negli anni ’30 con Franklin Delano Roosevelt, nonostante i diversi orientamenti dei rispettivi governi; oggi è facilitata perfino sul piano ideologico dalla convergenza tra il nazional-populismo di Trump e di Putin, entrambi figli degli anni ’80, entrambi esito della perestrojka. Infatti, vengono “ammirati” da leader populisti e rivenduti come modello per far breccia nell’elettorato piccolo-borghese e pauperizzato, desideroso di “uomini forti” e di “riscatto”. Ma a Pechino si studia.

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