Massimo Rocca: “Berlusconi antesignano di Trump. I Repubblicani oggi sono il partito degli operai”

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A colloquio con Massimo Rocca, giornalista del Fatto Quotidiano.

“Biden? Inizia la terza presidenza Obama. In USA si è affermata una democrazia familiare. Perché parlo di Berlusconizzazione…”

La sua riflessione sul Fatto Quotidiano ha fornito una lettura originale di USA 2020, ben lungi dal canto dei tifosi di Biden e dal controcanto di chi grida contro presunti brogli a danno di Trump. Massimo Rocca, giornalista ed ex presidente dell’Associazione Stampa Romana, ha sviluppato i concetti espressi nel suo intervento su Il Tazebao.

Prima le tendenze passavano dal centro alla periferia dell’Impero. Dagli USA all’Italia ma non in questo caso almeno. Siamo di fronte a un rischio “berlusconizzazione” per The Donald? “Penso proprio di sì. Chiaramente Trump è stato sconfitto raccogliendo però nel voto popolare un consenso che nessun Repubblicano ha mai avuto. All’interno del Grand Old Party la scelta del trumpismo si è rivelata vincente su tutta la linea. Sarà difficile fare a meno di uno che porta 5-6 milioni in più rispetto alla media delle elezioni precedenti, come sarà quasi impossibile designare un eventuale nuovo candidato inviso a quella che a tutti gli effetti è una corrente trumpiana. In più i flussi elettorali parlano chiaro, di fronte alla vittoria di Biden che si afferma nel voto popolare – come quasi sempre accade ai Democratici nel voto popolare – il Senato dovrebbe rimanere ai Repubblicani mentre alla Camera i Dem perdono addirittura seggi”.

Una modificazione profonda dentro i Repubblicani

Non vi è dubbio che i Repubblicani siano cambiati radicalmente al loro interno. “La scelta di Trump risponde a un mutamento profondo nella base del GOP, che oggi fatichiamo a definire conservatore. È, e non da ora, un partito con un’anima movimentista sempre più accentuata che si propone di rappresentare il cittadino medio contro Washington. In un documentario di Michael Moore si diceva che i Repubblicani fossero coloro che si fanno lo shampoo due volte, come scritto sull’etichetta, mentre i Democratici solo una. Oggi non è più così e queste elezioni dimostrano che quello Repubblicano è diventato a tutti gli effetti il partito dei lavoratori americani”.

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Un partito sempre più populista si potrebbe dire… “Populismo è una categoria da maneggiare con cura. Impossibile non riconoscere che Trump sia stato il punto più avanzato del populismo di destra. Leader come Bolsonaro e Orban lo vedono come il loro riferimento. Ovviamente il populismo americano è ben diverso da quello nostrano e da quello europeo. Persino il primo Theodore Roosevelt aveva dei toni che potremmo etichettare come populistici. È l’America della Frontiera contrapposta a quella di Washington. In qualche modo, per citare un po’ di cultura pop, persino la serie “House of Cards” con Kevin Spacey prevedeva degli sviluppi della politica USA che sono sotto i nostri occhi oggi”.

È vero che la “Democrazia in America” è fortemente maggioritaria ma in questo caso non si rischia un’esclusione comunque di un popolo? “Prima c’era un elettorato che passava da una parte all’altra a seconda di come giudicava i 4 anni precedenti. Oggi si è innestata una profonda contrapposizione ideologica, una lacerazione, ed è difficile riconoscersi in valori comuni e quindi vedere anche quel che c’è di buono in ciò che fa l’avversario”.

Una democrazia sempre meno democratica

Nel suo articolo parla di una “democrazia familiare” che ha soppiantato i meccanismi selettivi dentro i partiti. “In un certo senso si può dire che la famiglia Kennedy sia stata la prima. J.F.K. è stato anche il primo a intuire il peso crescente dei media. Questa tendenza si è poi accentuata negli anni. Non a caso ritengo che quella di Biden sia la terza presidenza Obama, come fosse un figlio adottivo. È un problema, sintomo che in America l’ascensore sociale si sia fermato. Le elezioni sono sempre più costose, anche a partire dalle primarie. I sondaggi costano, la pubblicità costa sempre di più. Questo riduce lo spazio di azione democratica. Non a caso non ci sono più le candidature di partito, permangono solo all’inizio delle primarie ma i candidati poi si devono arrendere contro lo strapotere altrui. Giova ricordare che gli USA non sono una democrazia, sono una Repubblica: hanno creato un sistema di governo governante. Una volta eletti poi, diventa difficile anche governare contro coloro che ti hanno sostenuto fin dall’inizio… Queste elezioni hanno dimostrato che il meccanismo di selezione avrebbe bisogno di un aggiustamento”.

Per tornare all’anomalia italiana, per riprendere un’espressione cara ai politologi. “L’Italia degli anni ’90, proprio perché ha vissuto per prima la crisi determinata dalla caduta del Muro, si è interrogata su come fare una politica senza le ideologie. L’esito è stato Berlusconi. La parabola di Trump è del tutto affine. Non tanto per imitazione ma perché frutto di un processo storico e sociale che precede la politica”.

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