La rosa senza cardo?

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La morte della regina Elisabetta ha rimescolato le carte in Scozia, anche se le continue crisi di governo a Downing Street distolgono l’attenzione da questi delicati equilibri nel Regno.

La morte della Regina nella sua amata residenza scozzese ha piegato il rigido protocollo della Corona. Del resto, il legame della Regina con la Scozia è noto (seppur millantato), senza dimenticare il legame di sangue della famiglia con i re scozzesi Stuart. 

Scelta che si è rivelata corretta: giorni dopo la morte della Regina, i sondaggi registravano un netto calo di supporto all’uscita dal Regno Unito — un forte afflato di fierezza identitaria in una nazione che è a maggioranza antimonarchica e, da un secolo, sempre più indipendentista.

Verso un nuovo referendum?

Nicola Sturgeon, primo ministro dell’SNP, vorrebbe indire un altro referendum per l’indipendenza nell’ottobre 2023. Un mese fa, nel frattempo, il suo partito ha presentato il caso giuridico per l’indipendenza alla Corte suprema scozzese, citando il diritto internazionale, le leggi del 17° e 18° secolo sull’Unione, e anche l’intervento inglese per l’autodeterminazione del popolo kosovaro. La Corte suprema ha approvato il caso, dando il nulla osta.

L’allora primo ministro Liz Truss aveva replicato: “Nonostante l’approvazione della Corte suprema, i patti erano chiari. Avevamo detto che ci sarebbe stato al massimo un referendum a generazione”. E il “Cincinnato” Bojo, la cui ombra aleggia sempre su Downing Street, negli ultimi anni ha rilasciato dichiarazioni ancora più autoritarie, rinfocolando le spinte autonomiste.

Il voto del 2014 e i suoi effetti di lungo periodo

25 anni fa gli scozzesi votarono per ottenere un proprio Parlamento, mentre, nonostante una campagna elettorale brillante per l’indipendenza si sono divisi 55,3% contro un 45,7% nel referendum del 2014.

Pur tuttavia, la campagna elettorale del 2014 ha portato a un fermento culturale, che ha aperto anche un nuovo capitolo per l’SNP, stabilmente primo partito scozzese dagli anni Novanta.

Oltre alle differenze linguistiche, gli scozzesi hanno sempre avuto un’informazione di marca spiccatamente britannica: i media tendono, infatti, a trattare argomenti che riguardano l’Inghilterra al plurale.

Dal canto loro, gli scozzesi hanno iniziato a domandarsi di chi si parla quando si dice “we”.

Nonostante la creazione di una BBC Scotland, gli scozzesi non avevano un apparato mediatico proprio ben sviluppato.

Il nodo politico

Il referendum del 2014 ha accelerato anche lo sviluppo di una coscienza politica, in costante aumento, mentre la rappresentazione a Westminster diminuisce.

Il patto fatto con la Corona d’Inghilterra, infatti, era basato su un delicato equilibrio di poteri: ai delegati a Londra venivano approvate tutte le leggi senza nessun tipo di dibattito, e le élites erano state messe alla gestione delle colonie – il patto era già venuto meno con la creazione del Commonwealth.

Un tentativo di compensazione era stato fatto a metà degli anni Novanta, in vista del peggioramento delle condizioni economiche, con quello che chiamano il Parlamento ‘devoluto’.

Nel 2014, votare significava anche considerare la possibilità di un’eventuale Brexit con la consapevolezza che gli inglesi avrebbero messo il veto a un eventuale ingresso scozzese nell’UE. Come ha dimostrato l’esito del referendum per la Brexit in Scozia, anche su questa questione la nazione diverge per opinione dal resto del Regno Unito. Un altro duro colpo per la rappresentazione democratica nazionale a Londra. I sondaggi hanno evidenziato che, nei momenti di crisi, l’opinione pubblica vira verso l’uscita dal Regno Unito.

L’inflazione ha portato alle proteste del personale sanitario, che ha ricevuto aumenti comunque insufficienti rispetto all’aumento del costo della vita. Nel frattempo, il governo inglese pare troppo instabile per poter reggere un’Unione in crisi.

Un’indipendenza impossibile?

Gli scozzesi dovranno soppesare la questione: un’eventuale indipendenza lascerebbe il Paese senza alleati esterni. Un ingresso nella NATO sarebbe necessariamente approvato dai membri per non lasciare scoperto il backyard inglese, anche nell’ottica di guerra, ma la nazione non ha una propria difesa, né potrebbe mettere in piedi un apparato militare in breve tempo. Il mercato, inoltre, è dipendente da quello britannico per più della metà delle esportazioni (in aumento nel post-Brexit).

Con davanti un inverno duro e una situazione geopolitica non facile per gli alleati anglosassoni, gli scozzesi potrebbero volersi sganciare dalla politica estera ed energetica e dalla pubblica amministrazione britannica, che sono proprio fra le materie in cui la Scozia non ha una sua politica.

Negli anni il supporto per l’indipendenza è in costante aumento, specialmente fra i giovani. Fra un anno i toni di Londra potrebbero spingere i numeri oltre la soglia della maggioranza.

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