Come la Ilha Formosa divenne avanguardia tecnologica (e avamposto democratico). Risponde Giuseppe Izzo, Chamber of Commerce Taiwan

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Prima è punto di approdo degli europei nella proiezione verso il Pacifico, conquistata nel Seicento dalla Cina dopo secoli di tira e molla e diffidenze; dunque, base di espansione di quel Giappone imperiale e produttivo, svegliato di getto dalle cannoniere di Perry; poi abbandonata frettolosamente al pari della sua popolazione, che aveva creduto alla guerra giapponese, come ricordano le vicende dei Lin in A City of Sadness (1989). Infine, ultimo rifugio del Guomindang e, per adesso, mai violato dei cinesi.

La Ilha Formosa è naturalmente un punto focale del Pacifico e la condizione di essere un avamposto nella catena di contenimento della Cina la rende ancor più attrattiva; è il destino di quei popoli che siedono sul limes e che non possono, volenti o nolenti, passare al nemico. Ugualmente, i rapporti con la Cina non si limitano alle sole ostilità e provocazioni: la “colonia ribelle” è un partner di prim’ordine.

Parlare di Taiwan è parlare anche della tecnologia e di come essa possa piegare il corso della storia: la tecnologia cambia il prodotto, il processo produttivo, i tempi e la mentalità dell’uomo che la usa. Oggi Taiwan è avanguardia dello sviluppo globale, centro produttivo di semiconduttori, partner essenziale per Stati Uniti, Unione Europea, Cina e Giappone, anche dell’Italia, con cui ha consolidate relazioni.

Per analizzare l’importanza dell’Ilha Formosa, abbiamo contattato Giuseppe Izzo, vicepresidente European Chamber of Commerce di Taiwan e già presidente della stessa per due mandati. Il Dott. Izzo sarà in Italia tra pochi giorni, per intervenire alla sessione “Fra chip e pandemia: cultura, economia e tecnologia fra Taiwan e l’Italia” moderata da Matteo Gerlini, assistente professore all’Università di Siena, anche di recente ospite de Il Tazebao. Queste le riflessioni del Dott. Izzo, in attesa del convegno “Italia-Taiwan: relazioni in divenire”.

Lei ha visto evolvere la realtà taiwanese. Ci racconti quale è stata la sua esperienza e come è stato possibile.

“Sono arrivato qua nel 1991. Taiwan era nel pieno del suo sviluppo: stava evolvendo verso produzioni ad alto valore aggiunto. Nulla avviene per caso, Taiwan ha saputo mettere a frutto l’esperienza tecnologica dei giapponesi che – sì – abbandonano l’isola nel 1949 ma vi lasciano importanti stabilimenti produttivi; furono loro a implementare una scienza produttiva che ha dato frutti e ne dà ancora. Oltre a queste realtà, se ne sviluppano altre e mentre prima si trattava solo di assemblaggio di prodotti, a scarso valore tecnologico, per lo più per aziende americane, a partire dagli anni ’80 Taiwan fa un salto in avanti verso la microelettronica e si pone all’avanguardia dello sviluppo tecnologico. Sono stati abili nello scomporre la catena del valore mantenendo una produzione terziaria per altri e hanno sviluppato in modo esponenziale questo modello. Dall’assemblare radio e altri prodotti di scarso valore sono passati a sistemi complessi come pc, smartphone o auto elettriche: hanno avuto ragione”.

Se è vero, come è vero, che lo sviluppo economico pone le basi per la stabilità di una democrazia: Taiwan è la riprova.

“Sicuramente ne è una base. Ero a Taiwan per le prime, pienamente libere, elezioni nel 1994, fortemente volute dal Presidente (ancora nominato) Lee Teng-hui, che portarono alla sua larga vittoria. Fu un momento vibrante e quell’entusiasmo continua ancora oggi e quell’intuizione di Lee Teng-hui ha permesso l’evoluzione della società taiwanese e tutti noi gli rendiamo merito. Si vota ogni anno, si è sempre in campagna elettorale – come in Italia – e anche qui la politica è un mestiere. Le persone partecipano, si interessano e votano. Tracciando un bilancio di questi quasi trent’anni si può dire che la democrazia ha attecchito bene e gode di buona salute”.

A proposito di chip. Essi sono una parte essenziale delle nuove automobili elettriche, un prodotto completamente diverso da quello attuale, ma in Europa sembra esserci un arretramento…

“Io credo che l’auto elettrica sia il futuro: non domani ma dopodomani. Ci sono ancora molti problemi da risolvere: costi, efficienza, durata, energia e produzione della stessa. Ciò non toglie che le auto elettriche saranno la maggioranza nel lungo periodo e i taiwanesi potranno conquistarsi ancora una volta un posto di primo piano nel mercato globale perché hanno le tecnologie meccaniche ed elettroniche per farlo”.

A Il Tazebao è intervenuto anche l’Ambasciatore Andrea Sing-Ying Lee: “Se cade Taiwan, cade la democrazia”. A colloquio con l’Ambasciatore Andrea Sing-Ying Lee – Il Tazebao

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