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I tre Moschettieri: Russia, Iran, Cina. Nemico comune, obiettivi, strategie e investimenti diversi

Grazie a Raghida Dergham, fondatrice e presidente esecutivo del Beirut Institute, ricostruiamo alcuni avvenimenti di notevole interesse per gli equilibri del Medioriente e non solo.

Marzo è stato un mese molto movimentato dal punto di vista diplomatico per i paesi del Golfo e del Medio Oriente. L’evento più clamoroso vede come protagonisti i nemici giurati degli USA, ovvero Iran e Cina, che hanno firmato un accordo bilaterale dalla durata di 25 anni e che vedrà cospicui investimenti cinesi in settori chiave della stremata economia iraniana.

Le sanzioni dell’amministrazione Trump

L’8 maggio 2018, l’allora presidente americano Donald Trump, revoca l’adesione del suo paese dall’accordo sul nucleare con l’Iran, il JCPOA, Joint Comprehensive Plan of Action (il Piano d’azione congiunto globale). L’accordo, faticosamente raggiunto dai cinque paesi con diritto di veto alle Nazioni Unite (USA, Russia, Gran Bretagna, Francia, Cina, paesi ai quali si è aggiunta anche la Germania) e promosso dall’Unione Europea, sanciva la sospensione di uno dei più sofisticati sistemi sanzionatori adottati nei confronti di uno stato sovrano, in cambio, da parte del Governo di Teheran, dello smantellamento del piano di sviluppo nucleare perseguito da quest’ultimo a partire dagli anni 2000.

Trump non solo si sfila dall’accordo, ma annuncia e mette in pratica in seguito, aspre sanzioni contro il governo di Teheran: sanzioni primarie e secondarie. Queste ultime non hanno di certo lasciato indifferenti i paesi dell’Unione Europea. Infatti, colpiscono i soggetti fisici e giuridici non americani che intrattengono relazioni commerciali con l’Iran mentre le prime, le sanzioni primarie che colpiscono i soggetti fisici e giuridici americani, non sono mai venute meno, nemmeno con l’accordo del 2015.

L’efficacia delle sanzioni del 2018

In un articolo dal titolo “Six charts that show how hard US sanctions have hit Iran” [1] (“Sei grafici che mostrano quanto duramente le sanzioni statunitensi hanno colpito l’Iran”) pubblicato dalla BBC News e basandosi su dati forniti dalla Banca Centrale iraniana, il PIL iraniano volato a 12,3% in seguito all’accordo sul nucleare, (crescita legata all’industria petrolifera ovviamente), nel 2017, anno in cui la produzione dell’oro nero diminuisce drasticamente, scade fino al 3,7%. Nel 2018 arriva il colpo di grazia per l’economia di Teheran: la contrazione del PIL è del -4.8% e nel 2019 del -9.5%. Lo stesso anno, il tasso di disoccupazione arriva al 16.8%.

Il ripristino delle sanzioni statunitensi nel 2018, in particolare quelle imposte ai settori energetico, navale e finanziario a novembre, ha causato l’esaurimento degli investimenti esteri e ha colpito le esportazioni di petrolio. Le sanzioni impediscono alle società statunitensi di commerciare con l’Iran, ma anche con imprese o paesi stranieri che hanno a che fare con l’Iran.

Quanto sono state efficaci queste sanzioni? Esse non hanno prodotto il risultato sperato dagli USA e dagli altri paesi dell’UE perché l’Iran ha continuato con il suo programma di arricchimento dell’uranio, e per di più, paradossalmente, per il paese non sono state così drammatiche. A tal proposito si veda il contributo di Arti Sangar, avvocato con una vasta esperienza che abbraccia diverse giurisdizioni, tra cui l’Australia, gli Stati Uniti, il Medio Oriente e l’India, per il DRT International Law Firm & Alliance. Nel suo articolo “Sanctions in Iran: How Effective are they?” [2], l’avvocato porta a galla un effetto collaterale delle sanzioni: l’emersione di un florido mercato nero in Iran. Le sanzioni hanno invece spinto gli iraniani ad aprire nuovi e fiorenti mercati neri per beni e servizi proibiti. Hanno anche indotto i leader iraniani a guardare alla Cina e alla Russia per soddisfare il bisogno dell’Iran di capitale straniero. Per esempio, gli iraniani hanno fatto ricorso a banche e società di copertura in tutto il Medio Oriente per aggirare le sanzioni. Inoltre, le banche e le società iraniane ora rimuovono i loro nomi e le loro posizioni dai documenti delle transazioni. Teheran ha anche aumentato gli affari con le nazioni che non sono incluse nell’attuale regime sanzionatorio. La Cina ha quasi cento miliardi di dollari nelle riserve di petrolio e gas iraniane.

Nonostante l’afflusso di capitali dalla Russia e dalla Cina, “le sanzioni continuano a compromettere la capacità dell’Iran di condurre attività economiche regolari sul mercato globale” (“Notwithstanding the capital influx from Russia and China, sanctions continue to impair Iran’s ability to conduct regular economic activity in the global marketplace”). [3]

Si potrebbe quasi dire che il governo di Teheran non sia più in grado, o meglio, non sia più abituato a farsi strada legalmente nel mercato globale e che il mercato nero sia diventata ormai la sua fonte di sostentamento.

Accordo Iran – Cina

Sabato 27 marzo, Cina e Iran firmano una roadmap bilaterale che durerà 25 anni e si porterà dietro investimenti di Pechino in settori strategici di Teheran. La Cina ha le idee chiare in materia: già dal 2016 investe pesantemente in Iran e, in seguito al comportamento ostile dell’amministrazione Trump verso la repubblica islamica, ne è diventato il principale partner commerciale. Da quanto stabilito dall’accordo, Teheran riceverà annualmente venti miliardi di dollari da Pechino, soldi che gli permetteranno di realizzare i propri progetti interni e regionali, incluse strategiche operazioni in Siria, Iraq, Libano e Yemen.

La giornalista libanese-americana Raghida Dergham [4], fondatrice e presidente esecutivo del Beirut Institute e editorialista per The National, si concentra molto sulla tempistica di questo accordo: viene stipulato ed annunciato nei primi cento giorni della presidenza Biden, il quale auspica il ritorno all’accordo del 2015. L’annuncio, dunque, non è casuale: Cina e Russia, ma la prima in particolar modo, non vogliono correre il rischio di perdere un ‘alleato’ così prezioso come la repubblica islamica. Investire in quello che un tempo è stato il cuore dell’impero persiano, significa prima di tutto conquistare una posizione strategica in Medio Oriente, emulando la posizione russa in Siria a supporto del regime di Bashar Al Assad. Perché, in fondo, è questo il desiderio cinese, potersi sedere al tavolo negoziale in qualità di garante e avanzare richieste e condizioni benefiche per il consolidamento della presenza cinese nella regione del Golfo.

Controllando l’Iran, Pechino può puntare anche a quei territori in cui l’influenza iraniana è forte, come nel caso libanese.

Il Libano cartina di tornasole del Medioriente. Gianni Bonini e Lorenzo Somigli a colloquio con Maroun El Moujabber – Il Tazebao

Ma la giornalista Dergham si spinge oltre e chiede al lettore un ulteriore sforzo: la Cina proteggerà militarmente l’Iran se Teheran dovesse inasprire le tensioni nelle acque del Golfo, o se continuasse a sostenere gli attacchi degli Houthi nel vicinato?

Non manca di certo il riferimento alle petro – monarchie. Raghida Dergham sottolinea come nella regione, le monarchie del Golfo, siano una presenza ‘ingombrante’: sempre a marzo il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov “toured the region” [5] (ha messo a ferro e fuoco la regione, ovvero si è lanciato in questo tour diplomatico nel Golfo per discutere della strategia da adottare nei confronti degli USA di Biden). Tappa fondamentale del suo tour, è stata anche Pechino dove ha incontrato la sua controparte cinese per coordinare le strategie dei due paesi per quanto riguarda le relazioni con gli Stati Uniti, gli Stati del Golfo e il Medio Oriente, tra “l’evidente declassamento della regione da parte dell’amministrazione Biden nella sua lista di priorità”. [6]

La Cina è vista dai paesi del Golfo come un possibile argine alle ambizioni iraniane: considerando i progressi nelle relazioni cinesi con le petro-monarchie, Pechino cercherà di ridurre una potenziale e futura escalation. Queste relazioni saranno quindi importanti poiché questi Stati cercano di far leva sul partenariato di Pechino con Teheran per contenere le incursioni dell’Iran nella regione. Solo allora sarà possibile per tutte le parti interessate sognare un grande accordo tra l’Iran e gli Stati Uniti.

Il ruolo della Russia

Come scrive sempre Raghida Dergham:

“China and Russia share frosty relations with the US. Both powers see Iran as an important card to use against the Biden administration”. [7] (“I rapporti della Russia e della Cina con gli USA sono ancora ‘congelati’. Entrambe le potenze vedono l’Iran come una carta importante da usare contro l’amministrazione Biden”).

La Russia vede l’accordo Cina – Iran come complementare alle sue relazioni commerciali con la repubblica islamica.

In più, Mosca, a differenza di Pechino, non dispone di ingenti quantità di denaro: la mano negoziale è l’unica leva su cui può affidarsi al memento. Il suo tentativo di sponsorizzare soluzioni ad alcuni conflitti nella regione è un mezzo efficace per rafforzare la sua presenza in un modo che le permette di competere con Washington. Ha puntato molto su Israele in questo contesto, cercando di diventare un ponte tra Israele, l’Iran e gli Stati arabi.

Mosca, non ritiene che l’amministrazione Biden sia pronta a svolgere un ruolo significativo nella regione e che l’elaborazione di una politica chiara da parte di Washington richiederà tempo, il che crea un’opportunità per Mosca di colmare il vuoto attraverso un’azione rapida e coraggiosa. L’accordo Cina – Iran è fondamentale proprio per questo: sulla scia degli Accordi di Abramo (che continuano a produrre notevoli effetti), voluti da Donald Trump, Vladimir Putin mira a sponsorizzare un accordo tra Iran e Israele. Potrebbe decidere insieme alla Cina di far pressioni sull’Iran affinché si muova in questa direzione.

Dal canto suo, anche Israele dovrà guardare all’Iran con un occhio più benevolo: ora che ha il sostegno della Cina non rappresenta più una minaccia così grande.

Ma l’ostilità tra i due potrebbe anche aumentare per eguagliare le crescenti tensioni tra i rispettivi alleati (Washington e Pechino).

Rimane da vedere come il Dragone cinese riuscirà a perseguire tutti i suoi obiettivi, concentrando le proprie energie e risorse su più fronti contemporaneamente ed evitando di sprofondare nelle sabbie mobili dei deserti politici del Medio Oriente.

Bibliografia
  1. “Six Charts that Show how Hard US Sanctions Have Hit Iran”, BBC News del 09/12/2019.
  2. Arti Sangar, “Sanctions in Iran: How Efferctive are They?”, DRT International Law Firm and Allience;
  3. Ibidem;
  4. Raghida Dergham, “Will China – Iran Deal Change the Middle East?”, The National del 04/04/2021;
  5. Ibidem;
  6. Ibidem;
  7. Ibidem.
Della stessa autrice

C’era una volta – “Connection before Correction” – Il Tazebao

C’era una volta – Pax Mediterranea cercasi – Il Tazebao


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“Comment va la planète mer?” Uno sguardo sul mare nostrum con Sébastien Abis (Club Déméter)

Sébastien Abis: “La Francia ha una vocazione e un’ambizione marittima. Il Ministero del Mare…”

Dice di interessarsi alla geopolitica del mare perché figlio del Mediterraneo, il mare più geopolitico di tutti. E come potrebbe essere altrimenti visto che è per metà francese e per metà italiano, per la precisione sardo: regioni, terre, popoli, sapori essenzialmente mediterranei, centri di un mare per sua natura policentrico. Sébastien Abis è direttore del Club Démeter e ricercatore associato dell’Istituto di Relazioni Internazionali e Strategiche (IRIS), oltre a scrivere per l’Opinion [1]. Nell’ottobre scorso è uscito “Géopolitique de l’agriculture: 40 fiches illustrées pour comprendre le monde” al quale anche lui ha contribuito. I suoi interessi di ricerca sul Mediterraneo permettono di cogliere appieno la complessità geopolitica del “grand bleu”, che chiama in causa i temi dell’energia [2], della stabilità, delle infrastrutture di ogni tipo. Nella sua intervista al programma “Alors, on pense!” condotta da Patrice Romedenne su France Info Abis ha trattato, con competenza e precisione, di questo e altri temi legati alla “marittimizzazione”. Proprio per questo il Tazebao è lieto e onorato di ospitare tradotte alcune delle sue riflessioni.

Lei è direttore del Club Déméter e ricercatore associato presso l’Istituto di Relazioni Internazionali e Strategiche. Può raccontarci qualcosa in più del Club?

“Il club Déméter riunisce aziende del settore agroalimentare, collabora con attori istituzionali e accademici. Stiamo lavorando sui grandi temi della sicurezza alimentare, tra cui, in particolare, una nuova questione: la “marittimizzazione” della sicurezza alimentare. A livello personale, come interessi di ricerca, guardo alle interazioni terra-mare e mi interessa la geopolitica del mare in generale”.

Il mare ha un peso rilevante nell’economia francese

“Per riprendere il titolo del programma mi piace parlare di “pianeta mare” invece che di “pianeta Terra”. Ed è bene dirlo perché la Francia è una grande potenza marittima sebbene abbia avuto un approccio, geopolitico e non solo, prettamente continentale. È bene ricordare che il 4% del PIL francese deriva dall’economia marittima. Siamo abituati a pensare al mare come a un luogo di riposo, al pari della campagna. Non ci rendiamo conto di quante attività economiche e industriali siano ad esso correlate. In verità il mare prevede porti e quindi un’interfaccia dinamica terra-mare. Porti questi che danno alla Francia un’apertura al mondo esterno e, allo stesso tempo, la possibilità di importare risorse necessarie per le città. Dobbiamo “marittimizzare” di più la nostra coscienza perché la Francia che è una grande potenza marittima e perché il nostro rapporto con il mare non può essere solo quello delle vacanze o quello dell’ecologia”.

Per molto tempo abbiamo avuto un Ministero dell’Agricoltura e del Mare. Oggi abbiamo un vero e proprio Ministero del Mare. È un buon segnale?

“Penso che dovremmo considerare questo segnale come la continuazione di un dibattito sul mare che si è intensificato negli ultimi anni in Francia. Il Presidente della Repubblica nel 2019 alle “Assizes de la Mer” tenne un discorso illuminante sostenendo che il XXI secolo sarà un secolo marittimo. Fu un discorso strategico, centrato sulla Francia, ma è stato accolto favorevolmente da molti paesi del mondo. Oggi esiste un certo numero di potenze che stanno “marittimizzando” la loro politica estera, la loro politica di sovranità. Anche la Francia si è informata a questa logica. Quindi, il ritorno del Ministero del Mare durante l’ultimo rimpasto ministeriale del luglio 2020, dopo 30 anni di assenza, deve essere visto anche come il desiderio di avere un ministero che si dedichi al mare in modo completo e trasversale. Questo ministero, in un certo senso, visto che molte tematiche sono condivise con quelle di altri ministeri, è condiviso, è co-costruito. Il fatto che questo Ministero sia riemerso lo si deve anche alla sua capacità di essere trasversale, di favorire la concertazione”.

Quindi non si occuperà solo di pesca…

“Prima avevamo una serie di soggetti che si occupavano del mare, pur appartenendo ai ministeri più disparati. Il ritorno di un Ministero per il Mare, che sarà trasversale come dicevamo, è un chiaro segnale per l’opinione pubblica francese. Il mare viene riconosciuto come un soggetto a sé. Il mare è per sua natura immenso e chiama in causa una lunga serie di temi: ambiente, scienza, geopolitica, sicurezza, digitale che un Ministero come questo dovrà saper considerare singolarmente e nelle varie connessioni. Un Ministero del Mare dovrà esserci sempre, al di là di chi governa il nostro paese, ben oltre l’orizzonte di questa legislatura: la Francia ha una vocazione e un’ambizione marittima. Il compito di questo Ministero sarà quello di riunire e federare i vari attori che operano nel mare con focus sulle professioni legate al mare, sulla loro attrattività ma anche sulla pianificazione territoriale e costiera. In questo ci sarà spazio anche per le tematiche legate alla pesca, all’acquacoltura, in tempi di Brexit è importante visto che molta della pesca francese veniva praticata in acque britanniche. Dobbiamo iniziare a ragionare con un’ottica differente intorno al mare”.

Abbiamo sviscerato diversi temi: acquacoltura, algocultura, turbine eoliche… Vuoi aggiungere altro?

“Sì, solo per riprendere un punto già affrontato, perché è un argomento che mi è caro. La Francia riflette oggi sul problema della sovranità alimentare ma spesso non considera che parte del cibo viene proprio dal mare. Giusto considerare i prodotti della terra ma i francesi consumano pesce!”

E forse un domani anche le alghe…

“È stato detto l’80% delle proteine derivanti dai frutti di mare consumati in Francia sono importate. Una delle possibili leve per rafforzare la nostra sovranità alimentare ruota intorno al pesce, nel produrre più frutti di mare “made in France”. A maggior ragione oggi che chiediamo prodotti tracciati e a filiera corta. Questo sì che è un modo concreto per aumentare la nostra sovranità alimentare. L’economia “blu” non è sempre considerata nella sua dimensione strategica. Non siamo soliti pensare all’economia blu ovvero frutto della pesca o dell’acquacoltura come propedeutica alla sicurezza alimentare. Dobbiamo fare di più per comprendere queste combinazioni cercando di far sì che gli attori della terra siano consapevoli di avere, sempre, un piede nel mare”.

L’intervista è disponibile integralmente qui: https://www.francetvinfo.fr/replay-magazine/franceinfo/alors-on-pense/alors-on-pense-du-mercredi-7-avril-2021_4363317.html

 

Ringraziamo sentitamente Sébastien Abis per aver condiviso con noi la sua intervista permettendoci di comprendere ancor meglio le dinamiche relative al mare.

  1. Segnaliamo tra i vari articoli pubblicati da Abis il seguente: “La sécurité alimentaire mondiale passe aussi par la mer”, del 31/03/2021.
  2. Per approfondire sul tema dell’energia rimandiamo al policy paper da noi tradotto e pubblicato: “Energia & Nord Africa, Il policy paper di Massimo Nicolazzi per NATO Foundation Defense College”.

Sulla Francia abbiamo scritto anche

“Tornare indietro per andare avanti”. Suggestioni sulle memorie del futuro di Emmanuel Macron. Une longue lecture – Il Tazebao

Vive l’Empereur, vive la France! – Il Tazebao


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Energia & Nord Africa, Il policy paper di Massimo Nicolazzi per NATO Foundation Defense College

Grazie al paper di Massimo Nicolazzi redatto per NATO Foundation Defense College Il Tazebao ha l’opportunità di approfondire il tema dell’energia, con un focus dettagliato sul Nord Africa.

L’energia è il principale dei temi globali. Così nella ricca messe di pubblicazioni in merito troviamo spesso fughe in avanti e imprecisioni, soprattutto sulle cosiddette rinnovabili che si prestano purtroppo ad essere il terreno privilegiato di un politicamente corretto facilone. Proprio per questo il Tazebao è lieto, quindi, di tradurre un recente policy paper [1] del NATO Foundation Defense College a cura di Massimo Nicolazzi, uno dei massimi esperti in materia, Presidente di Centrex Italia, dal 2009 al 2014, CEO della capogruppo Centrex Europe Energy & Gas AG ed inoltre, Senior Advisor per la Sicurezza Energetica di ISPI [2] e componente del comitato scientifico di Limes [3]. Della sua produzione consigliamo i più recenti “Elogio del petrolio. Energia e disuguaglianza dal mammut all’auto elettrica” (Feltrinelli, 2019) e il saggio del febbraio di quest’anno sull’idrogeno verde rintracciabile in internet su Rivista Energia [4].

Ringraziamo Massimo Nicolazzi e il NATO Foundation Defense College per averci autorizzato alla sua pubblicazione sul Tazebao.

Il testo integrale del policy background paper

Partiamo dallo scambio delle risorse. Il Nord Africa necessita di energia per alimentare lo sviluppo interno e poi, solo allora, può permettersi di esportarla. Senza esportazioni, però, mancherebbero le risorse per la crescita. La saggezza – i diplomatici direbbero la cooperazione – sarà indispensabile per trovare un corretto bilanciamento.

Questo ci porta a calibrare accuratamente il nostro progetto. In prima istanza a definire se l’investimento e la produzione debbano avere un carattere nazionale o regionale. Gli affari, come spesso accade, sopravanzano la giurisdizione dei singoli stati; pur tuttavia una riflessione ulteriore potrebbe rivelarsi molto utile. Le produzioni locali richiederebbero un livello avanzato di cooperazione interstatale ma, per una questione di potenziale produttivo, i volumi potrebbero contribuire significativamente al saldo import/export garantendo una migliore distribuzione sul territorio degli impianti. Il deserto è vasto ma non infinito e, a causa della bassa potenzialità, l’intensità della luce solare richiede spazi ampi.

Passiamo agli investitori. Siamo di fronte ad un problema per certi versi simmetrico con quello delle dimensioni. Azienda individuale vs un consorzio europeo o comunque dell’Europa meridionale. Al di là delle dimensioni, l’entità dell’investimento in infrastrutture e la necessità di garantire un atterraggio morbido sulla sponda europea per volumi significativi di VRE (Variable Renewable Energy) impone di unire le forze. Questo implica l’apertura di un forum degli importatori in grado di accordare interessi economici e progressi politici.

La scelta della tecnologia da utilizzare impone di tener conto di diversi fattori. Scegliamo celle solari termiche o celle fotovoltaiche? O le due coesisteranno? Oppure, ancora, una nuova combinazione che prenderà il sopravvento nel tempo? La scelta di dove ubicare l’impianto è influenzata anche dalla necessità di stoccaggio. La tecnologia solare termica mostra segni di miglioramento, il fotovoltaico potrebbe fare ricorso alla conversione in idrogeno verde [5] da trasformare in energia. Quest’ultimo processo (denominato “power to power”) può incorrere in alcuni problemi di efficienza ma l’evoluzione tecnologica potrebbe sanarne alcuni.

Il prodotto. Cosa verrà prodotto e consegnato? Solo energia o idrogeno verde in forma liquida ottenuta grazie all’utilizzo degli elettrolizzatori? Parte della risposta sarà nella resilienza della rete all’intermittenza della generazione solare/fotovoltaica. Un’opzione di cui tener conto è la possibilità di convertire in idrogeno verde la produzione in eccesso di ciò che la rete può produrre. L’esportazione dell’idrogeno porterebbe più valore che riconvertirlo in energia. Anche il costo dell’infrastruttura e la sicurezza dell’infrastruttura contribuiranno alla scelta. L’energia avrebbe bisogno di una linea elettrica che attraversi il Mediterraneo; al contrario, l’idrogeno verde, una volta liquefatto, può viaggiare solo in nave. Tuttavia, l’idrogeno verde ha bisogno di acqua per essere prodotto (la tecnologia odierna utilizza nove litri di acqua per produrre 1 kg di idrogeno) e l’acqua logisticamente disponibile può essere scarsa.

Infine, l’infrastruttura per l’importazione. Le radiazioni solari sono per definizione intermittenti (anche nel deserto) e, per questo, una rete che presenta una produzione intermittente di energia deve trovare delle precise forme di adattamento che garantiscano un equilibrio. Questo richiede investimenti e ulteriori sviluppi della capacità di immagazzinamento e degli ulteriori costi di stoccaggio. I costi causati da questa intermittenza possono influenzare il rapporto idrogeno/energia ma anche creare un problema tra produttori e importatori circa la loro ripartizione.

Come affrontiamo la sicurezza energetica nel contesto delle energie rinnovabili nel (e dal) Nord Africa? Una volta il mantra era la sicurezza dell’approvvigionamento, cioè dell’approvvigionamento dei produttori. Chiamiamolo paradigma del ’73. Tuttavia, esso è svanito molto tempo fa. La dipendenza dalle rendite petrolifere ha imposto agli stessi di vendere costantemente. La fornitura è diventata, di conseguenza, affidabile per necessità. L’energia è fonte di sviluppo, non una rendita. Più gli importatori aiuteranno, anche finanziariamente, a trattenere nel Nord Africa una quantità sostanziale dell’energia prodotta, più facilmente si risolverà la questione dell’approvvigionamento.

Dopo un periodo di violenti cambi di regime (come nel caso della Libia), la sicurezza negli approvvigionamenti energetici, di regola, lascia il passo alla sicurezza delle infrastrutture. Il problema principale non è più la sicurezza dagli attacchi tradizionali – i terroristi possono provocare un’interruzione temporanea ma un’interruzione permanente rimane fuori discussione – lo è, invece, la sicurezza tecnologica di una filiera elettrica sempre più complessa e un’adeguata protezione del sistema da attacchi informatici. La sicurezza della rete e delle sue interconnessioni sarà sempre più essenziale per l’energia elettrica nel mondo a venire.

Questo è oggi un argomento di discussione circa la produzione e il consumo di energia in Europa e nel Mediterraneo. È presto per dire quanto di questa discussione sarà terreno della politica e quanto, invece, sarà parte della insopprimibile dialettica capitale privato/pubblica amministrazione. Bisogna, infine, aver chiaro che senza il sostegno pubblico la produzione di VRE non sarebbe nemmeno iniziata, e, ancora, che senza il sostegno pubblico il mercato da solo non produrrà progressi concreti nel progetto di decarbonizzazione.


  1. Il policy paper di Nicolazzi è disponibile qui: https://www.natofoundation.org/wp-content/uploads/2021/03/NDCF-Energy-Strategies-Background-Policy-Paper-Nicolazzi.pdf;
  2. Il contributo più recente su ISPI è “Transizione green: 10 anni di volatilità per il petrolio” del 19/02/2021;
  3. Dei contributi di Nicolazzi segnaliamo l’articolo “L’energia dopo il virus ovvero come surriscaldare il debito pubblico” del 28/12/2020, pubblicato nel numero “Il clima del virus” (12/2020) di Limes;
  4. Massimo Nicolazzi, “Qualche interrogativo da dipanare sull’idrogeno verde” su Rivista Energia, 09/02/2021;
  5. Segnaliamo, sempre di Nicolazzi, “Dopo grid parity e market parity, ecco a voi la hydrogen parity!” su Rivista Energia del 09/02/2021.

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Il Libano cartina di tornasole del Medioriente. Gianni Bonini e Lorenzo Somigli a colloquio con Maroun El Moujabber

“La democrazia in Libano è a rischio. Senza i cristiani in Medioriente il radicalismo è destinato ad aumentare. L’assassinio di Hariri? Il grande caos è iniziato lì…”

È dall’esplosione del 4 agosto 2020 che il mondo si è di nuovo accorto del Libano, dopo qualche anno di attenzione intermittente, riflesso sostanziale della guerra siriana che ha scaricato sul paese dei cedri 1 milione e mezzo di profughi, con una soglia di povertà che si attesta sul 75% su una popolazione residente di circa 4 milioni. Non male. Un Libano fragile, sull’orlo dell’instabilità perdurante che, da dieci anni, ha già inghiottito paesi come Libia e Siria.

Gianni Bonini e Lorenzo Somigli hanno dialogato con un ospite d’eccezione, Maroun El Moujabber, Senior Officer dell’Istituto Agronomico di Bari del CIHEAM, il Centre International de Hautes Etudes Agronomiques Méditerranéennes, organismo euromediterraneo dal 1962 formato da tredici paesi dell’area, gioiello della cooperazione italiana nel Mediterraneo.

Il Tazebao è onorato di ospitare questa che è molto di più di uno scambio di riflessioni, una vera analisi geopolitica grazie alla disponibilità di Maroun El Moujabber. A questo proposito e per dare la possibilità al lettore di inquadrare il retroterra storico, rimandiamo al pezzo di Gianni Bonini “E ora dove andiamo? Il Libano una pozione magica”, sul n.13 della rivista quadrimestrale Il Nodo di Gordio, gennaio-aprile 2017, ripreso nel suo “Il Mediterraneo Nuovo” (Samizdat, 2018), in cui discutiamo a tutto campo con Maroun di assetti e riforme istituzionali. Era una fase, comunque, di relativa stabilità che illudeva di poter guardare avanti. Così purtroppo non è stato, la pace in Medioriente è un sogno, anzi una pausa fugace dentro un incubo permanente.

Come hai trovato il Libano di recente? Ci siamo sentiti quando eri a Byblos, un paio di mesi fa, per Natale ed eri molto allarmato per la crisi finanziaria e le sue conseguenze politiche.

Il Libano sta vivendo una crisi profonda. Oggi, a cento anni dalla nascita del Grande Libano, c’è il serio pericolo che possa non mantenere questa forma-Stato, per le ragioni più disparate. La crisi finanziaria, frutto delle scelte adottate a partire dalla fine della guerra nel ‘90, ha aggravato il quadro. La classe politica si è dimostrata incapace di governare nell’interesse del popolo ma ha sempre difeso strenuamente i propri privilegi. Se la situazione rimarrà tale, non ci sarà una via d’uscita democratica e, al pari, anche una soluzione estrema come il colpo di stato non avrebbe possibilità. Il ceto medio è stato duramente colpito e non riusciamo a stabilizzare il quadro politico ed il governo del Paese, gli equilibri istituzionali sono traballanti e le famiglie soffrono la restrizione del circuito finanziario ed i tassi bancari troppo elevati, l’impossibilità delle transazioni finanziare con l’estero, anche quelle più banali”.

Si è detto in più di un’occasione che la presenza iraniana tramite Hezbollah è eccessivamente pervasiva. La stessa Raghida Derham, attenta ed apprezzata analista libanese-americana, non manca mai di puntare il dito su questa “piaga”, tanto è vero che ha lanciato l’allarme di un possibile rinnovato nuclear deal da parte di Biden. La prima volta che sono stato in Libano nel 2005, in coincidenza con le esequie di Rafiq Hariri subito dopo l’attentato, il lungomare a Beirut davanti all’Hotel St Georges era chiuso, ebbi modo di visitare Sabra e Shatila, portammo un contributo della Fondazione B. Craxi per l’asilo d’infanzia. Allora tra i libanesi si respirava una forte diffidenza, un eufemismo nel migliore dei casi, verso i palestinesi, arrivati dal 1948 a contare fino a mezzo milione tra i diversi “campi”. Si ritenevano tra i maggiori responsabili della guerra civile chiusa dagli Accordi di Ta’if nel 1990. Ricordo l’ambasciatore italiano Franco Mistretta, passava per andreottiano, che ci parlava di Hezbollah e paventava la crisi che poi sarebbe sfociata nel conflitto armato con Israele del 2006 che in sostanza ha legittimato il ruolo del Partito di Dio nella politica libanese. Oggi è una realtà determinante.

La crisi finanziaria sembra fatta apposta per incidere sulla popolarità di Hezbollah…

“La crisi è anche un modo per fare pressione su Hezbollah, praticato dagli USA di Trump e dai loro alleati soprattutto del Golfo, ma mi domando se questa pressione non rischia di buttare il Paese nelle mani degli Hezbollah. Noi Libanesi stiamo soffrendo, tutti, a prescindere dall’appartenenza politica e religiosa, ma penso che la comunità di Hezbollah sopporti meglio questa situazione e vi spiego perché. La comunità di Hezbollah è molto resiliente, con un livello di vita in generale non elevato, con stili di vita modesti, capace di sopravvivere alle sollecitazioni. Sono meno consumisti, quindi meno esposti a tali eventi. A chi ha pensato di scatenare una rivolta contro Hezbollah sfuggono questi particolari. Hezbollah subisce sanzioni da anni e ha saputo costruire un’economia parallela: ricevono soldi dall’estero, hanno le loro banche, decidono il prezzo del dollaro sul mercato nero. Paradossalmente, ma non tanto, alla luce di queste considerazioni, sono diventati più forti e forniscono assistenza e aiuto alle persone. Il tempo giuoca a loro favore, sono anche demograficamente in crescita. Sono un movimento radicato fortemente ai confini di Israele, nell’area di Tiro, sulle alture del Golan dove a cavallo tra Libano e Siria troviamo i Drusi di Walid Jumblatt alle prese con una complessa sopravvivenza politica, tra i contadini nella valle della Bekaa a Baalbek, l’Heliopolis ellenistica e romana. Nella zona intorno all’aeroporto internazionale di Beirut”.

Il Libano risente da sempre degli equilibri globali, di quelli mediorientali ovviamente in particolare. È un po’ la sua cartina di tornasole fin dai tempi di Sargon il Grande, ma anche molto prima, quando il fondatore della dinastia di Akkad, “lavò le sue armi nel Mare Superiore”, il Mediterraneo naturalmente. Hai giustamente annotato che Trump, indipendentemente dal Patto di Abramo per la normalizzazione delle relazioni tra gli Emirati Arabi e Bahrein da una parte ed Israele dall’altra, non ha fatto nuove guerre, anzi, aggiungiamo, è sembrato cercare una stabilizzazione con Russia soprattutto e Turchia. Non inganni la voce grossa, il golpe di metà luglio del 2016 per rovesciare Erdogan, attribuito a Fethullah Gülen, è precedente alla sua Presidenza, i rapporti erano già guasti. È di questi giorni la costruzione di un nuovo avamposto americano ad Ain Dewar, nei pressi di Hasaka, nell’estremità nord-orientale della Siria, e la NATO ha intenzione, ci informa Limes, “di aumentare a 4-5 mila militari la missione di addestramento in loco”.

Non è che Biden vuole riannodare il filo interrotto dalle, disgraziate per l’area MENA (Middle East North Africa), Primavere Arabe?

“Il Libano ha una posizione geografica strategica e sembra che ci siano risorse naturali ingenti che lo rende appetibile per gli attori globali e regionali. Oggi più che mai con la via della seta cinese. Con la crisi finanziaria e politica rischiamo una penetrazione intrusiva delle potenze straniere. Ogni volta che si riunisce il governo per approvare decreti sui giacimenti di gas naturale di fronte alle nostre coste il primo ministro si dimette. Sarà un caso…

Abbiamo citato gli USA. Rilevo che ci sono diverse tattiche americane, non una sola e univoca. C’è una parte di America che vuole tagliare la continuità geografica tra Teheran, Bagdad, Damasco e Beirut; un’altra invece vuole tagliare la continuità geopolitica del mondo sunnita a partire dalla Turchia. Fossi un politico europeo punterei a interrompere il filo rosso tra Turchia e Golfo.

Dopo la seconda guerra del Golfo per gli americani il Medioriente non era l’area più importante. Per Trump c’era principalmente un interesse economico. La nuova amministrazione punterà a spegnere alcuni focolai visto il grande interesse per l’area dell’Indo-Pacifico? Anche in questa ottica, Turchia e Iran, due potenze regionali, svolgono un ruolo prezioso. La Turchia da un lato ha una proiezione verso i paesi dell’Asia Centrale che possono essere utili e vogliono incassare un nuovo ruolo regionale. L’Iran dall’altro, paese d’incontro anche per Russia e Cina, usa il nucleare, la bomba atomica in fieri, come leva per contrattare con l’una o l’altra parte. È una politica vincente poiché sfrutta le debolezze altrui. Anche loro stanno mettendo in mostra le carte che hanno da offrire agli USA per contrastare la Cina. La Russia dal canto suo ripercorre la strada già battuta prima della caduta del comunismo, calibra la sua forza sulla base di precisi interessi strategici miranti a ricostituire un’ellisse di difesa dei propri confini il più vicina possibile a quella dell’URSS, senza rinunciare alla penetrazione nei mari caldi. Ora è infatti saldamente in Cirenaica. Sull’Armenia ha agito così, tranquillizzando i Turchi e riannettendosi di fatto Erevan”.

Hai descritto un puzzle di difficilissima composizione, sempre più difficile perché è un passaggio obbligato, è il caso dello Yemen sul Mar Rosso, tra l’Indo-Pacifico appunto e l’Europa. Giulio Sapelli, un esperto geopolitico italiano dà il giusto peso alla Cina, un gigante demografico ma ancora indietro sul piano economico e militare. Anche noi la pensiamo un po’ così, non perché non crediamo alla strategia della via della seta, la Silk Road Economic Belt, ma perché al di là della grancassa mediatica riteniamo sia l’Africa il continente su cui misurare la sinologia dell’oggi. Vedremo come finirà la triste storia del porto di Taranto, ma le preoccupazioni del Vaticano partono dal continente nero, dove il Cattolicesimo deve confrontarsi con la colonizzazione cinese, che esporta risorse finanziarie e tecnologiche oltre che proletarie. E la Mesopotamia non si smentisce come cerniera tra l’Asia ed il mondo euromediterraneo: i Romani d’Occidente e d’Oriente ci hanno sbattuto la faccia dai tempi di Crasso e Marco Antonio fino al califfato islamico, Parti o Sassanidi che fossero hanno tenuto in fibrillazione ininterrotta la frontiera orientale della koinè greco-romana. Gli Ottomani le regalarono un po’ di pace prima che arrivassero Gertrude Bell e Thomas Edward Lawrence e la Royal Navy sostituisse il carbone col petrolio.

“L’Iraq è sempre stato centrale nei conflitti, sia per la posizione geostrategica di cerniera appunto tra Mediterraneo ed Asia, sia per le risorse petrolifere. Con la seconda guerra del Golfo, gli americani sono diventati ancora di più protagonisti diretti – gli accordi dell’incrociatore Quincy tra Roosevelt e Ibn al-Saud risalgono al febbraio 1945 subito dopo Yalta – gli attori principali nella zona. E così hanno iniziato a comportarsi. È andata bene o male, lo si giudicherà tra cinquant’anni. Detto ciò, questa instabilità io la vivo sulla pelle. Instabilità che peraltro ricade pesantemente sui paesi arabi.

ISIS adesso ricomincia a operare e fa comodo ai vari contendenti nella zona. Lo Stato Islamico è ricomparso magicamente a Marib sotto attacco degli Huthi proprio mentre la guerra yemenita sembrava scemare d’intensità e il Parlamento Europeo l’11 febbraio adottava la solita risoluzione umanitaria. Assisteremo ad una scomparsa della componente cristiana in seno al Libano come avvenuto in Iraq: nel 2003 erano 1 milione e mezzo, oggi non superano i 500 mila. Per non parlare di quanto successo in Siria o in Egitto. Nessun politico libanese, purtroppo, sta facendo qualcosa in merito, ultimamente la Chiesa sta provando a salvare il salvabile con l’aiuto del Santo Padre. Speriamo che l’amministrazione Biden si impegni a spengere i focolai dell’intolleranza etnica e religiosa che negli ultimi anni non hanno mai smesso di crescere”.

Il tema dei cristiani in Medioriente, la terra testimone delle prime comunità dei discepoli di Cristo, che ne conserva le preziose testimonianze storiche e linguistiche – a Maaloula che ha resistito alla feroce dissacrazione di ISIS-Stato Islamico si parla ancora l’aramaico, la lingua di Gesù – è fondamentale. L’Occidente, così sensibile ai diritti di Navalny, è tuttavia indifferente alla loro sorte, prevale un senso del laicismo e della secolarizzazione subdolo che ha svuotato le chiese e lo spirito dell’Europa. “Mother Fortress”, il bellissimo film italiano sulla madre carmelitana Agnes che organizza i soccorsi in Siria, ha conosciuto un sottile boicottaggio perché non in linea con la narrazione ufficiale, quella che ci ha fatto lasciare Damasco precipitosamente nel 2012. Non possiamo regalare a Putin il testimone della cristianità. Ma tra pochi giorni (5 e 8 marzo) l’Iraq accoglierà Papa Francesco.

“Non c’è villaggio in Libano in cui la presenza dei cristiani, di noi maroniti, non funzioni da collante della comunità. Questo siamo, la componente determinante dell’identità del Paese che lo caratterizza sul piano civile, senza di noi perderebbe irrimediabilmente la sua autonomia culturale e politica che ne fa un unicum, un mediatore storico fra Occidente ed Oriente.

Prima accennavi al febbraio 2005, sono convinto che senza l’assassinio di Hariri, le Primavere Arabe non sarebbero potute accadere. La preparazione del caos è iniziata lì. Rafiq Hariri era un personaggio eccezionale, incarnava l’equilibrio fra le diverse confessioni, l’ottimismo della ricostruzione dopo la guerra civile, il pragmatismo moderato, la sovranità sapendo al contempo relazionarsi con le potenze globali che hanno sempre fatto pressing. È stata una perdita incalcolabile. Ma dobbiamo guardare avanti, all’assetto socio-economico che garantisca un minimo di stabilità. Per questo spingo per il ritorno all’agricoltura – sembra incredibile ma in Libano non esiste una pianificazione pubblica del governo del territorio – per le piccole e medie imprese, per l’impiego delle donne. Sono i progetti in cui è impegnato il CIHEAM: la stabilizzazione rurale è importante adesso e decisiva per il domani.

L’emorragia demografica, è vero, ha un’origine lontana e non tocca solo i cristiani che comunque, se il trend non si arresta, verranno a trovarsi in netta minoranza. Forse ai paesi europei fa pure comodo che migrino verso il Vecchio Continente.

Nella scuola di mio nipote diplomatosi l’anno scorso erano quasi tutti cristiani: 75 su 100 sono già all’estero. Il colpo del 4 agosto – leggo dei parenti delle vittime che protestano in strada per l’andamento dell’inchiesta – ha accelerato ulteriormente la fuga. Abbiamo 8 nipoti, 5 sono già all’estero e gli altri aspettano di partire. I cristiani hanno un ruolo fondamentale nella società libanese, come ho detto, perché riescono a fare da cemento tra le diverse componenti della società, senza di essi il radicalismo in Medioriente è destinato ad aumentare.

Nessuno di questi torna con un progetto di vita in Libano. I connazionali, sia sunniti sia sciiti, vorrebbero approfittarne per ridefinire gli equilibri, a danno dei cristiani e dei drusi, forti in Siria e in Israele, dove svolgono anche il servizio militare.

L’Europa, che purtroppo ha perso peso politico in Medioriente, non ha capito nulla se pensa che il problema non la riguardi. L’Europa, per la sua storia e per la ineguagliabile ricchezza culturale, se non ci fosse…andrebbe inventata. Speriamo riprenda coscienza del suo ruolo nel Mediterraneo”.

Grazie Maroun per questa bella chiacchierata in scioltezza (disponibile anche in inglese) che però vale più di tante letture esterne alla realtà libanese che tu vivi e riesci a trasmettere. Chi ha conosciuto Beirut non la dimentica e per i lettori de Il Tazebao un’occasione per andare al cuore della storia e delle vicende mediorientali che ci riguardano direttamente.

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1921/2021, Dentro la zona rossa: le “piccole Pietroburgo” narrate dagli Offlaga Disco Pax

Nel mondo di ieri l’espressione zona rossa ebbe una grande fortuna nella politologia e non solo.

La zona rossa corrispondeva a precise coordinate geografiche. Era frutto di una costante sedimentazione politica e culturale, risentiva delle ferite della guerra e delle lotte partigiane, ereditava le esperienze politiche e associative del primo Novecento.

La zona rossa si contraddistingueva per la profonda penetrazione dei valori della Sinistra, per il netto predominio elettorale del Partito Comunista Italiano, la cui organizzazione capillare fu sostenuta dai corposi finanziamenti di Mosca. Essa era localizzata soprattutto nelle regioni dell’Italia centrale: Emilia-Romagna, Toscana, larga parte dell’Umbria, parti consistenti di Liguria e Marche.

A livello nazionale, le subculture, principalmente rossa e bianca (afferente alla Democrazia Cristiana), descritte dettagliatamente da Ilvio Diamanti in “Mappe dell’Italia politica” (2009) non si limitano alla sola politica o all’amministrazione del territorio ma sconfinano nella cultura, nelle reti di solidarietà financo nelle relazioni sociali dai livelli più complessi a quelli più molecolari. Nella vita di tutti i giorni.

Le Italie: rossa, bianca e non solo…

Il libro, che si sviluppa a partire dall’interesse di ricerca per la continuità nel voto in alcune particolari aree del Paese, ha il pregio di cogliere la vera essenza della politica ovvero l’essere un’attività onnicomprensiva e totalizzante della vita umana, fortemente in simbiosi con il contesto locale dove germoglia e che rivendica in senso distintivo e marcatamente oppositivo (caratteristica che si rivedrà nel “sindacato del Nord”, la Lega).

Questa sostanziale interdipendenza tra politica e territorio corrisponde ad una fase particolare della politica italiana che Diamanti identifica nella “politica del territorio”. Vanno di pari passo: le energie, il capitale sociale del territorio alimenta la politica che a sua volta contratta con Roma le condizioni più favorevoli per il suo nido.

Sempre Diamanti giustamente precisa, tuttavia, quanto i confini delle rispettive zone fossero ben più frastagliati e sconnessi di come si potrebbe presumere a un esame sommario.

Nella rossa Toscana c’è la bianca Lucchesia, nel Veneto del bianco fiore c’erano Belluno, Rovigo (più vicina, come Mantova, al PSI che al PCI per la forte componente del voto bracciantile) e Venezia storicamente a sinistra, nelle Marche, erroneamente considerate un insieme unitario, resistevano solide macchie nere (Macerata e Ascoli Piceno), quindi c’era Imperia saldamente DC nella rossa Liguria, mentre il Nord-Ovest e parte del Sud mal sopportavano partiti dominanti oscillando tra l’uno e l’altro partito.

Sottolineatura doverosa, senza dimenticare nemmeno le grandi città come Torino, Milano, Roma e Napoli dove il panorama politico era ancor più sfaccettato.

La sopravvivenza della zona rossa

Sebbene, come Diamanti ricostruisce, ci siano state fasi nuove della politica italiana, di lontananza, distacco, di abbandono del territorio, di primato della comunicazione sulla politica, soprattutto con la venuta e l’affermazione di Forza Italia, al netto dell’autorevole controtendenza segnata dalla Lega che ha condotto una nuova politicizzazione del territorio, la zona rossa si è saputa perpetuare.

La subcultura rossa, a trent’anni dalla caduta del Muro e nonostante la svolta della Bolognina, è ancora viva, alimenta la sopravvivenza elettorale degli eredi del PCI, testimoniata dalle larghe vittorie di Bonaccini (che, secondo Leonardo Tirabassi sul Sussidiario, e autore anche a Il Tazebao, ha costruito un “Pd riformista e dinamico, simile al primo Renzi ma ben radicato nella sua terra”) e di Giani; conferme nelle roccaforti rosse, pur minate dalla progressiva penetrazione del Centrodestra che ha vinto in Liguria, Umbria e in molti comuni di Toscana (ne ha parlato Tito Barbini, ex sindaco di Cortona) ed Emilia-Romagna.

Un affresco ben riuscito di un territorio della zona rossa alle prese con la sua (pesante) eredità comunista e la tormentata transizione nei tempi moderni è “Socialismo Tascabile (Prove tecniche di trasmissione)” degli Offlaga Disco Pax, gruppo new wave reggiano attivo dal 2003 al 2014.

Piccola Pietroburgo

“Nel paese
Dove è nata Orietta Berti
C’è Piazza Lenin
Ed in mezzo, un busto di Lenin
Se uno ci pensa
Non ci può credere”

È l’inizio di “Piccola Pietroburgo”, una delle più celebri di “Socialismo Tascabile”, dedicata al paese di “novemila anime alle porte di Reggio Emilia” dove la sinistra governa senza centro. A rimarcare quanto ancora (l’album è del 2005) si racconta di come in paese fosse stato chiuso l’unico cinema e allora i cittadini si sono autorganizzati con un circolo ricreando uno spazio di aggregazione e cultura: “i soci sono centinaia, tutti volontari, come alla festa dell’Unità”.

È uno spaccato, malinconico e struggente, della vita nella ex zona rossa dove però ancora permangono le tradizioni consolidate, alle quali, nonostante il trapasso verso una nuova età politica, basata sull’immagine, non si rinuncia volentieri. Anzi. Era, ed è, quella la forza, ammirabile, invidiabile, del PCI.

Il busto di Lenin sopravvive come reliquia, monito, icona laica che si contrappone alla rimozione forzata compiuta nei paesi dell’ex blocco sovietico (per saperne di più sui rapporti PCI-Est Europa, con focus sulla Romania). È il caso della Praga, cupa, materiale, avviata verso una forzata occidentalizzazione, ritratta in “Tatranky”.

“Cerco le tracce dell’immobilismo del regime
Ma vedo solo le ferite della modernità occidentale
E nessuna testimonianza degli errori
Degli orrori
E delle ingenuità marxiste
Si esprime ai miei occhi”.

Dura requisitoria – tutt’altro che lontana dalla verità – soprattutto negli affondi sui capitali esteri che si sono fiondati voracemente sul paese, come su tanti altri. L’americanizzazione anche di quelle società, del resto, è stata un momento irrinunciabile, conseguente allo sbriciolamento dell’URSS, ma ha prodotto degli scossoni non indifferenti e una transizione tutt’altro che lineare.

Intimo, a tratti allucinato, è il brano “Khmer Rossa” dedicato al complesso amore con la giovanissima Ylenia che “si era data completamente all’idea/Un po’ estemporanea di cambiare il mondo” in cui per la prima volta il protagonista dubita del Socialismo.

Non si può non citare “la nostra splendida toponomastica” di “Robespierre” (gli Offlaga Disco Pax la definirono “la nostra “Smell’s like teen spirit”), infarcita di riferimenti alla cultura di massa e alla storia, dal referendum sul divorzio fino a Space Invaders, nella quale sono citate appunto le vie Carlo Marx e via Rivoluzione d’Ottobre dove c’è la banca “non più locale”, a rimarcare la forte penetrazione di quei valori in tutta la vita. Nei mesi scorsi “Robespierre” è stata aggiornata in “Viruspierre” in riferimento alla pandemia.

Ironico e autoironico, fluido e ugualmente ermetico, verista, nostalgico perché intimo e anche sofferto, polemico, provocatorio, sicuramente ispirato. Pop perché i riferimenti sono a una cultura di massa ma a tinte saldamente rosse. “Socialismo Tascabile” è un affresco sentimentale di quella provincia rossa spiazzata dal mondo post-89 e pur ancora, testardamente, ritrosa rispetto ad una modernità che proprio non le va giù. E che tutto sommato fa anche bene a rigettare.

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1921/2021, La storia non sarà gentile [seconda parte]

Speranza e tragedia nell’eterotopia comunista

(Segue da QUI). Lo stalinismo organizzativo insito nel suo modello di partito e indossato nei tic dei sui militanti, dei sui quadri nei dirigenti acquisiva consenso nelle grandi masse e rappresentava qualcosa che non può essere ignorato sia in sede storica che in sede politica.

Il terrorismo ideologico come subcultura si scagliava su chiunque osava criticare il marxismo leninismo e si abbatteva, puntuale e implacabile l’arma della scomunica: diventavi un traditore e, come tale, venivi bollato con la lettera scarlatta del socialdemocratico, del riformista (anche nell’era digitale può esserci uno spazio riformista), del social fascista, del craxiano.

I segretari comunisti rispondevano a Mosca, mentre i partiti socialisti e socialdemocratici alla propria nazione, ma anche perché la sinistra massimalista agiva secondo modalità e principi totalitari, gli altri invece si conducevano bene o male secondo procedure mutuate dalla democrazia liberale.

Nel Pci ha continuato a circolare un’idea leggendaria del ruolo storico del leninismo: più che una opzione politica, una fede che aveva per oggetto l’identità del partito indipendentemente dalle dottrine che professa e dalle politiche che conduce.

Le riflessioni di Pellicani

Sottolinea Luciano Pellicani che il marxismo leninismo, anche nella sua filiale italiana, scagliava, all’ombra dello sharp power sovietico la contestazione globale (e anticristiana) della civiltà occidentale, di cui nulla si sottrasse a una condanna senza appello: né la scienza, né la tecnologia, né lo stato di diritto, né la democrazia parlamentare, né la socialdemocrazia, né, tanto meno, l’economia di mercato. Il risultato è stato un clima ultra-ideologico nel quale non c’era spazio alcuno per il riformismo e per il revisionismo.

E quando a partire dal 1968, sull’onda della contestazione studentesca, il marxismo, nella versione leninista, aveva preso a dilagare e a investire sfere della vita e della condotta un tempo regolate dalla tradizione e dai costumi, lo spirito rivoluzionario sembrò che stesse riportando una vittoria definitiva sul suo nemico di sempre: lo spirito riformista.

Nell’Italia repubblicana pochi a sinistra sfidarono apertamente il massimalismo imperante nei partiti e nei sindacati, nelle università e nei mass media: i socialdemocratici di Saragat e Cariglia, i radicali di Pannella e i socialisti mossi e rianimati da un dark knight epico. Per andare boots on ground, cioè verso un confronto diretto sul terreno dell’ortodossia marxista leninista, non bastavano dissensi ideologici o discussioni colte ma serviva, come ha scritto Ernesto Galli della Loggia, che “qualcuno imbracciasse il fucile e cominciasse a sparare”. Craxi si apprestò a fare proprio questo: “sparò con freddezza mirando al PCI”.

Il Pci ribadiva che non intendeva rinunciare al suo legame organico con l’Unione sovietica e con tutto ciò che essa simbolizzava. E lo faceva con il sostegno di una buona parte degli intellòs che amava definirsi progressista, mentre, in realtà, altro non era che l’erede storica della tradizione giacobina, radicalmente ostile alla libertà dei moderni e, come tale, profondamente e irrimediabilmente reazionaria. Nel tentativo di annullare, in nome di un presunto bene assoluto, lo spirituale e il temporale e stabilire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato e annientare il pensiero critico e la dissidenza.

In un’epoca primordiale rispetto a quella novecentesca ebbe modo di scrivere nel 1882 Vladimir Sergeevic Solov’ëv:

“Il mondo non deve essere salvato col ricorso alla forza […] Ci si può figurare che gli uomini collaborino insieme a qualche grande compito, e che a esso riferiscano e sottomettano tutte le loro attività particolari; ma se questo compito è loro imposto, se esso rappresenta per loro qualcosa di fatale e di incombente,  […] allora, anche se tale unità abbracciasse tutta l’umanità, non sarà stata giusta l’umanità universale, ma si avrà solo un enorme formicaio”.

Intellettuali, sia cattolici sia laicisti, che trovarono nel Partito comunista la loro comfort zone mantenendo la differenza dal partito. I sedicenti indipendenti di sinistra accettarono il valore comunista di assorbire le diversità politiche nella propria linea mantenendole tali, ma subordinandole al riconoscimento dell’egemonia. E l’adesione culturale politica testimoniava, argomenta sempre Pellicani, più fortemente l’influenza comunista sull’opinione pubblica che non la stessa militanza.

Per Berlinguer l’approdo socialdemocratico e riformista era una sorta di peccato mortale e quando dichiarava di costruire il socialismo all’ombra della Nato, enunciato funzionale per salvare e non superare la prospettiva leninista, il Pci manteneva il doppio strato dei finanziamenti sovietici e dell’apparato paramilitare clandestino: una struttura insurrezionale da usare in caso di invasione sovietica come supporto agli invasori. E dava spazio all’azione di esponenti del Kgb in Italia. L’installazione degli euromissili Nato venne ferocemente osteggiata nella parola d’ordine “meglio rossi che morti”. Qualcuno ha dimostrato che era possibile non essere rossi morti, se la libertà nazionale viene difesa con la necessaria fermezza strategica di Bettino Craxi.

L’identità comunista ha preservato una radice profonda nella Rivoluzione d’Ottobre, vista come un grande evento positivo per la storia del mondo nella propaganda che la soppressione nell’Est Europa e in URSS della libertà fosse un danno collaterale o un atto di progresso. L’entità e i modi di quest’influenza sono stati solo in parte evidenziati dalla ricerca storica ma ancor poco recepiti dal senso comune ma stanno nel portato di “una linea astratta”, perché dettata da istanze di potere piuttosto che della lotta di classe. Un Pci che comunque andava a guadagnare posizioni e reputazione democratica all’interno della profonda interazione tra Stato, burocrazia pubblica, grande capitalismo, gruppi sociali o classi come l’ineffabile ceto medio riflessivo.

Il PCI ha trasmesso geneticamente paradigmi e linee d’azione ai suoi eredi diretti: l’uso strumentale del pacifismo nella propaganda antiamericana e antioccidentale, per esempio, così come la demonizzazione dell’avversario o l’antiberlusconismo, divenuto versione aggiornata dell’antifascismo e dell’anticapitalismo, come strumenti di lotta politica.

Di qui l’elaborazione della questione morale e della “diversità” che è il presupposto dell’operazione del 1992-1994. Il nesso tra questione morale e diversità comunista fece rientrare nella discussione politica categorie non politiche, universali, antropologiche e produsse un progressivo allontanamento dalle dinamiche politico-parlamentari chiudendo una forza elettorale così significativa in uno spazio poco utile al confronto e alla ricerca di soluzioni.

Secondo Piero Craveri, la questione morale rappresenta la comparsa dell’antipolitica “nella scena politica italiana”. La critica di Berlinguer si scagliava soprattutto contro i partiti e sembrava anticipare discorsi che diventeranno senso comune dopo Tangentopoli. L’antipolitica come una “patologia eversiva” che Berlinguer e i suoi compagni lanciavano come extraterrestri nel sistema politico italiano, nel quale erano ancora condizionati dai finanziamenti sovietici.

E semmai esistesse una diversità antropologica dei comunisti italiani, era quella che non ammetteva l’irrompere dei sentimenti e dell’individualità nei valori più profondi di libertà personale, nella vita degli individui e nella politica.

Se la delegittimazione verso la sinistra marxista leninista attuata da Craxi era reversibile, perché sarebbe finita nel momento in cui il partito comunista fosse diventato compiutamente democratico, la demonizzazione berlingueriana non ammetteva vie d’uscita: una volta “mutati geneticamente” in leader riformisti e socialdemocratici e o di socialisti liberali non si poteva tornare indietro.

La forza egemone sul terreno del controllo degli spazi ideologico-culturali, cioè il Pci-Pds, ha avuto gli strumenti insieme mediatici e operativi per liquidare le altre (la Dc, il Psi, i partiti laici) come è avvenuto durante Tangentopoli.

Per Craxi una parte dei post PCI aveva in mente qualcosa che non gli poteva piacere perché era quello che i suoi nemici di sempre aveva sempre cercato: niente più comunismo, niente socialismo, ma solo un distinto democraticismo, un politicamente corretto antipolitico e conformista all’unico scopo di essere legittimati a entrare nel governo. Una nuova egemonia post-moderna e post-ideologica, liquida, solo apparentemente buonista e compassionevole, preconizzata da Augusto Del Noce nel volume “Il suicidio della rivoluzione” che avrebbe trasformando il comunismo in una componente della società borghese ormai completamente sconsacrata.

Dopo il 1989 gli Stati nazione sembravano divenire residuali, in attesa della loro scomparsa nella post-storia (non è stato così) che avrebbe dovuto aprire l’età della post democrazia, del post-nazionale, quella della pace universale. Nella democrazia cosmopolita del futuro, non ci sarebbero stati più né nazionali né stranieri, né cittadini né immigrati. Tutti gli umani sarebbero divenuti mobili. È l’abbaglio ideologico del postmodernismo politico argomentato con vis polemica da Pierre- André Taguieff.

Per guadagnarsi un ruolo i dirigenti del post Pci pagarono un ticket cercarono un modello non nella tradizione socialista e socialdemocratica riformista europea bensì nel partito democratico americano, rincorrendo ideali altissimi e riscatto sociale di giustizia fuori sincrono della realtà e dei soggetti che la storia l’hanno abitata prima dell’ideologia comunista e dopo che la grande illusione marxista leninista dimostrò la sua cifra totalitaria. I post comunisti si “liberalizzano” e polverizzano: da un lato si muovono verso l’ideologia dei nuovi diritti umani, della protezione delle minoranze, della libertà di scelta e dall’altro aprono verso la libera concorrenza e l’apertura dei mercati. E in un mondo in cui tutte le differenze si equivalgono, nulla merita di essere protetto dal mercato e tutto può diventare oggetto di commercio nella vulgata acconsenziente che il capitale, nella sua nuova versione iperfinanziaria, non dovesse essere più regolato dalla politica e dalla democrazia rappresentativa.

Craxi e Berlinguer

Nel 1978 Berlinguer rivolgendosi al Psi disse: “Il socialismo italiano non ha costruito una sua cultura pienamente autonoma dalle correnti borghesi né una sua autonoma strategia di cassa. È stato un possente movimento che, cent’anni fa, risvegliò per primo la coscienza dei proletari e mise in moto un grande processo di liberazione umana e politica. Questa è la sua grandezza, purtroppo […] mancò al partito Socialista una elaborazione culturale adeguata”.

Scatenò la reazione Bettino Craxi: “Rispetto alla ortodossia comunista, il socialismo è democratico, laico e pluralista. Non intende elevare nessuna dottrina al rango di ortodossia, non pretende porre i limiti alla ricerca scientifica e al dibattito intellettuale, non ha ricette assolute da imporre. Riconosce che il diritto più prezioso dell’uomo è il diritto all’errore. E questo perché il socialismo non intende porsi come surrogato, ideale e reale, delle religioni positive. Il socialismo nella sua versione democratica ha un progetto etico-politico che si inserisce nella tradizione dell’illuminismo riformatore e che può essere sintetizzato nei seguenti termini: socializzazione dei valori della civiltà liberale, diffusione del potere, distribuzione ugualitaria della ricchezza e delle opportunità di vita, potenziamento e sviluppi degli istituti di partecipazione delle classi lavoratrici ai processi decisionali” (Il Vangelo Socialista, “L’Espresso” 27 agosto 1978).


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1921/2021, La storia non sarà gentile [prima parte]

Speranza e tragedia nell’eterotopia comunista

La coscienza e il pensiero nazionale dovrebbero, soprattutto a Sinistra, liberarsi dai miti sopravvissuti al comunismo, nella cognizione di quanto il comunismo abbia influenzato le vicende politiche dell’Italia ma senza che tutto venga disperso per operazioni di offuscamento della Storia.

“Molta di quella che viene considerata storia è soltanto un mito”, ricorda Elena Aga Rossi. Il mito del PCI come partito nazionale, autonomo da Stalin e da Mosca, il mito della resistenza e della diversità rispetto agli altri partiti comunisti europei, il mito di Gramsci, il mito di Togliatti, il mito di Berlinguer.

Per François Furet “la Rivoluzione d’Ottobre ha chiuso la sua traiettoria storica senza essere stata vinta sul campo di battaglia, ma ha liquidato essa stessa tutto ciò che è stato fatto in suo nome. Nel momento in cui si è disgregato, l’Impero sovietico ha offerto lo spettacolo eccezionale di essere stato una superpotenza senza avere incarnato una civiltà e la sua rapida dissoluzione non ha lasciato nulla: né principi, né codici, né istituzioni, neanche una storia”.

Un valoroso comunista non pentito come Emanuele Macaluso consigliava a chi volesse capire meglio cosa sia stato il comunismo italiano di leggerlo attraverso le biografie delle persone che hanno popolato il suo alveo, “biografie molto ma molto diverse”.

Una dimensione che, aggiungiamo, permette di muoversi secondo un punto di vista diametralmente opposto alla dilagante cancel culture, molto di moda nei salotti liberal di certi campus occidentali, e che assomiglia tanto a una reazione isterica, intrisa di generalizzazioni semplificanti nello stabilire quali processi, avvenimenti, personaggi della storia debbano essere rimossi e quali invece preservati.

L’anomalia della storia italiana del Dopoguerra e del nostro sistema politico rimane l’esistenza, fino alla caduta del muro di Berlino, del più grande partito comunista d’Occidente, che ha ha esercitato un ruolo condizionante nei rapporti, nelle connessioni, nei finanziamenti, nelle “parentele” anche delle formazioni politiche nate da quell’esperienza e che a quella tradizione si richiamano: Pds, Ds e parte del Pd.

È la linea rossa che ha attraversato la vicenda politica, sociale e culturale dell’Italia. La tragedia degli equivoci, che tanto ha pesato sull’evoluzione della democrazia e della sinistra italiana, andrebbe descritta e analizzata ovviamente, per uscire da un certo provincialismo interpretativo italiano anche in chiave geopolitica pre, durante e post Guerra Fredda. Si collocherebbe più adeguatamente l’intera storia dei Pci e la sua indisposizione a perseguire “l’interesse nazionale” dentro i disequilibri dinamici italiani costretti a convivere nel globalismo internazionalista sovietico e nelle contraddizioni universalistiche dell’impero statunitense.

Fu Lenin a fondare la struttura politica sovietica, ben prima che Stalin arrivasse al potere perché, come argomentò Aleksandr Solženicyn “lo stalinismo non è mai esistito, lo inventò nel 1956 il nuovo leader dell’Urss Krusciov per addossare i difetti centrali del comunismo a Stalin e la mossa riuscì”.

Pertanto in questa sede si allude allo “stalinismo” come la pratica operativa marxista leninista del Pci: la sua organizzazione, la sua strategia, i suoi criteri di reclutamento e di socializzazione, di manipolazione. Una commistione mistica di soft e hard power nel senso di una praticità istintiva dell’establishment comunista, riadattata al contesto della società italiane e alla sua struttura sociale e di potere. “Una leadership di minoranze creative composte da un’élite di leader” coesi tra loro che ammette su criteri precisi di professionismo politico una grande mobilità, dimostrata sul campo, ai militanti, verso l’alto e verso le posizioni apicali del partito. Una classe politica che sapeva agire con ostentata indipendenza e libertà di modi e atteggiamenti ed un inossidabile omogeneità in grado di selezionare una classe politico-amministrativa che garantisse le direttive incontestabili del centralismo democratico. Virtù non riscontrabile con la stessa fedeltà (comunista) nelle classi dirigenti degli altri partiti.

Meriterebbe riflettere con pazienza e metodo, come quello di Carroll Quigley, su un tabù mai davvero sviscerato fino in fondo dagli studiosi: il ruolo e il funzionamento dei centri di poteri del Pci nelle sue svolte e nella sua capacità di occupare la scena politica. Si svelerebbero così le sue configurazioni di “famiglia allargata di potere” di governo e sottogoverno. Configurazioni strutturate per network e nella costante presenza nelle cariche amministrative dello Stato, delle regioni degli enti locali, nelle istituzioni culturali, nelle cooperative, nella public diplomacy dentro il capitalismo di Stato e privato (la Fiat ma non solo), negli istituti finanziari, nelle scuole, nelle università, nelle fondazioni, nei centri di ricerca, nell’industria culturale (media editoria cinema e tv, associazionismo, potrei continuare), nella magistratura.

E andando a rintracciare le connessioni imprevedibili e sorprendenti sopravvissute nel simulacro del fantasma comunista dentro gli scenari della globalizzazione post-Guerra fredda scopriremo che nel contesto italiano della prima e seconda repubblica nessun partito e nessuna egemonia culturale ispirata e collusa a quel partito sono riusciti a guadagnarsi un ruolo così pervasivo e condizionante come quello ottenuto dal Pci e dalle ibridazioni a lui sopravvissute. Un modus operandi capace di riplasmare a seconda delle opportunità e delle circostanze la psicologia sociale non solo delle élite, ma anche di interi conglomerati sociali, gruppi ceti e classi: una nuova tribù in nome del proletariato e, all’occorrenza, anche contro il proletariato! I comunisti italiani orgogliosi della loro diversità, in nome della quale si sentono autorizzati ad agire come “attori morali”.

Il partito rivoluzionario fu l’assolutizzazione di una filosofia della storia etico-politica profondamente antagonista verso tutto quello che ispirava i partiti convenzionali: nell’azzeramento di qualsiasi altra opzione ideologica sia da un punto di vista organizzativo, strategico e psicologico. “Fare piazza pulita del vecchio mondo spettrale” (Marx) provocando “un incendio generale per bruciare le vecchie istituzioni europee” (Engels), “la mano di ferro del Partito, mentre distrugge, crea” (Lenin). Una distopia o meglio, riadattando l’elaborazione di Michael Foucault una eterotopia. Le eterotopie hanno la fondamentale caratteristica di essere pervasive della realtà, poiché, in quanto contestazione dello spazio dominante, sono presenti in tutte le società e, nella loro forma più essenziale, definiscono “quegli spazi che hanno la caratteristica di essere connessi a tutti gli altri ma in modo da sospendere, neutralizzare, invertire l’insieme dei rapporti che essi rispecchiano o riflettono”. Un modus vivendi del partito rivoluzionario che nella disciplina partitica idealizzava la spinta alla ribellione al non accettare l’esistente e le attese deluse indotte dalle democrazie liberali. Una strategia spesso ridotta a tatticismo di convenienza.

Il pragmatismo politico comunista declamava che tutto potesse essere cambiato radicalmente, in nome di un presunto bene assoluto. Nella totale opposizione fra comunismo e ordine di cose esistente: l’assedio pantoclastico del marxismo leninismo, nemico interno della civiltà occidentale. Il Pci sapeva concretizzare efficaci procedure di perpetuazione, di cooptazione e di formazione attraverso le quali che sceglieva selezionava, indirizzava, filtrava i canali di reclutamento, pescando i candidati adeguati in quella che, parafrasando Geminello Alvi, si configurava come una “aristocrazia eticista” impegnata in una lotta competitiva per il mantenimento dello status e della sua sedicente cifra di distinzione.  

Nel conformismo attuale, nell’inerzia che tutto è irreversibile, tutto è social media, paradossalmente il far politica del Pci, potrebbe, ispirare una pratica, di argine alla marginalizzazione degenerativa dei post-comunisti che hanno preferito sbarazzarsi, approfittando di garanzie e appoggi internazionali, della loro storia con una velocità ipersonica anziché rivendicarla nelle sue luci e ombre.

Proverò ad approfondire queste suggestioni con uno sguardo di sociologia politica, semplificando per ragioni di economia di spazio a disposizione, le contraddizioni di un “marketing emotivo”, risorsa, vincolo, pendant strumentale dentro la visione del grande cataclisma redentore leninista.

Ci fu quindi il tentativo del PCI di superare il comunismo non approdando alla socialdemocrazia e al riformismo bensì al giustizialismo che incarna l’ambizione messianica e distopica del leninismo che sacrifica la garanzia dei diritti individuali nella doppiezza, nella disinformazione sistematica, nell’emarginazione dei “dissidenti”, nella denigrazione personale degli avversari politici.

Il legame dei comunisti con il marxismo leninismo è arrivato a condizionare i destini della politica nazionale e di milioni di iscritti accesi dal sogno massimalista di una rivoluzione, impregnata di qualunquismo politico e condizionata da impulsi nervosi e schizofrenici. Per troppo troppo tempo il Pci si è ritenuto infallibile ed è apparso incapace di trarre una lezione dai propri errori di percorso, con la conseguenza di trovarsi imprigionato in una continua fuga in avanti, fatta di continue forzature. Perché accadeva (e accade ancora), invece, che la storia si facesse più complessa e richiedesse da parte di tutti la coltivazione di una più accentuata disposizione a imparare di più, acquisire maggior sapere nonché competenze necessarie per vivere in modo riflessivo. Nonostante la maggiore opacità sociale, il Pci ha contribuito a propagandare l’illusione di vivere in un mondo sempre più trasparente, sempre più facile da giudicare e interpretare, da vivere e da controllare, da combattere e soverchiare senza poi avere ben chiaro con cosa sostituirlo o migliorarlo.

Togliatti, nella sua duplicità di padre della Costituzione e contemporaneamente dirigente di primo piano del movimento comunista internazionale, ebbe l’intuizione di alleggerire il lascito gramsciano di tutti i suoi elementi contrastanti rispetto allo stalinismo e si pose l’obiettivo di lavorare per superare la vittoria politica di De Gasperi e della Dc, attraverso l’esercizio dell’egemonia sul piano culturale e quindi con la graduale conquista delle casematte ideologico-istituzionali-giudiziarie del sistema. Su questo piano il Pci, garantito dall’alibi internazionalista è stato di una bravura ineccepibile anche approfittando della distrazione della Dc e poi del Psi e dei partiti laici su questo terreno (Continua…)


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Home Mundus furiosus

L’VIII Congresso del Partito del Lavoro di Corea

Il resoconto dettagliato sull’VIII Congresso del Partito del Lavoro di Corea a cura di Jean-Claude Martini per il Tazebao.

Dal 5 al 12 gennaio si è svolto a Pyongyang l’VIII Congresso del Partito del Lavoro di Corea, quasi cinque anni dopo l’ultimo, che si svolse sempre nella capitale nordcoreana dal 6 al 9 maggio 2016.

L’Associazione di Amicizia e Solidarietà Italia-RPD di Corea ha pubblicato di recente una “maratona” di notizie e dispacci del Congresso, seguito giorno per giorno da chi scrive.

Questa assise è stata particolarmente importante principalmente per tre motivi: l’elezione di Kim Jong Un (osservato speciale di Elvio Rotondo, Country Analyst de Il Nodo di Gordio) a Segretario generale del Partito (prima era “solo” Presidente), carica simbolicamente riservata finora al defunto padre Kim Jong Il (1942-2011), il bilancio fondamentalmente autocritico che è stato svolto lungo tutta la settimana per quanto riguarda il periodo 2016-2020 e i fondamentali indirizzi di politica estera a breve scadenza.

Le particolarità dell’VIII Congresso

Un record fondamentale è stato segnato già nel numero dei delegati partecipanti (5.000): 250 membri permanenti dell’organismo dirigente del VII Comitato Centrale del Partito e 4.750 delegati delle organizzazioni di Partito a tutti i livelli. Tra di essi, si sono contati 1.959 membri permanenti del Partito e quadri politici, 801 quadri dell’amministrazione e dell’economia statale, 408 militari, 44 membri permanenti delle organizzazioni dei lavoratori, 333 personalità dei settori della scienza, dell’insegnamento, della sanità pubblica, della letteratura e delle arti così come dei media, 1.455 militanti d’élite nei lavori sui campi. Di tutti costoro, 501 erano donne, cioè il 10% dell’insieme dei delegati, più altre 2.000 persone a titolo di osservatori e i presidenti del Partito Socialdemocratico, del Partito Chondoista Chongu (religiosi locali) e il capo della Missione di Pyongyang del Fronte Democratico Antimperialista Nazionale, organizzazione rivoluzionaria sudcoreana che opera in clandestinità. Più presenze, quindi, di quante se ne sono avute all’ultimo congresso del Partito Comunista Cinese nel 2017 e addirittura più di quante ne abbia mai radunate il Partito Comunista dell’Unione Sovietica nei suoi ventotto congressi.

L’intervento di Kim

Nelle Conclusioni enunciate l’ultimo giorno del Congresso, Kim Jong Un ha fatto notare: «Che il presente congresso abbia, a differenza dei precedenti, fatto un’analisi e un bilancio spietati del suo lavoro in un’ottica di critica piuttosto che di apprezzamento riveste un’importanza non meno grande dei successi ottenuti nel periodo in questione» (qui il testo integrale del discorso di chiusura e conclusioni). E in effetti egli, già nel discorso di apertura, aveva notato apertis verbis come «sebbene il termine per il completamento della strategia quinquennale per lo sviluppo dell’economia nazionale sia scaduto lo scorso anno, quasi nessun settore economico ha raggiunto il suo obiettivo iniziale ed è tutt’altro che una cosa buona», pur non trascurando, naturalmente, i lati positivi del lavoro svolto negli ultimi cinque anni.

Dall’VIII Congresso del Partito del Lavoro di Corea, il sistema socialista coreano esce non indebolito, come previsto da molti analisti occidentali (Andrej Lankov su tutti), ma rafforzato: dalla “strategia quinquennale per lo sviluppo economico nazionale”, si torna ai dettagliati e rigorosi piani quinquennali dei tempi di Kim Il Sung (che al giornale L’Avanti elogiò la linea autonomista del PSI di Bettino Craxi).

La politica estera alla luce della vittoria di Biden

Non cambia neppure la politica estera del Partito: nel rapporto tenuto dal neo-Segretario Kim Jong Un, il cui testo non è ancora stato reso pubblico, si ribadisce a chiare lettere che gli Stati Uniti «a prescindere da chi è il presidente, rimangono il nemico numero uno» della Corea del Nord, e che questa proseguirà lo sviluppo delle sue forze armate e nucleari. La parata svoltasi nella tarda serata del 14 gennaio, completa di missili a corto, medio e lungo raggio, terra-aria e sottomarini, lanciarazzi, carri armati e blindati di ultima generazione e cospicue divisioni dell’Esercito, lasciano ben intendere quale messaggio la direzione del Partito e dello Stato nordcoreani voglia mandare al neo-eletto presidente americano Joe Biden (sembra ci fosse una preferenza per Donald Trump), prima ancora che alle autorità sudcoreane (il dialogo con le quali è stato apertamente ritenuto «inutile e superfluo» nel suddetto rapporto di Kim Jong Un al Congresso). È stato riaffermato anche il sostegno che la RPDC continuerà ad accordare alle «forze indipendenti e antimperialiste nel mondo», da cui si può ben immaginare un riferimento a Cuba, Palestina, Iran, Hezbollah, Venezuela, Siria e altri paesi, eserciti e autorità invisi alla comunità internazionale, oltre a un sicuro rafforzamento dei rapporti con gli storici alleati Russia e Cina.

Ampio risalto è stato dato infine, in maniera insolita, al discorso del delegato Ri Il Hwan, membro dell’Ufficio Politico del Comitato Centrale del Partito del Lavoro e direttore del Dipartimento di Agitazione e Propaganda del Partito, oltreché membro del parlamento locale (l’Assemblea Popolare Suprema) a cui è stato rieletto alle ultime elezioni svoltesi nel 2019: in questo discorso egli ha messo al corrente il Congresso della proposta di eleggere Kim Jong Un Segretario generale del Partito, proposta che è stata accolta all’unanimità e che fa quindi di fatto decadere il titolo di “Segretario Generale eterno” conferito a Kim Jong Il nell’aprile 2012, pochi mesi dopo la sua morte, e contemporaneamente la carica di “Presidente del Partito” a cui fu nominato Kim Jong Un al Congresso del 2016. Non rieletta negli organismi dirigenti del Partito, invece, la sorella Kim Yo Jong.

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Da Marrakech a Nashville: da sabato 30/01 Salvatore Magazzini alla Galleria d’Arte Mentana

Intervista al Maestro Salvatore Magazzini che sarà ospite della Galleria d’Arte Mentana a partire da sabato prossimo

Marrakech ma anche Nashville, la luce calda e la luce artificiale. Alla Galleria d’Arte Mentana di Firenze sabato 30 gennaio inizierà la sua mostra personale (fino al 18 febbraio). Il Maestro Salvatore Magazzini è intervenuto a Il Tazebao.

Mediterraneo, ora luogo di incontro ora frontiera tra i popoli. Come mai il mare nostrum è così affascinante? “Quello che mi colpisce non è unione tra popoli ma le loro diversità. Non tanto nelle persone quanto nei luoghi, più luminosi, senza orpelli, luoghi essenziali ma anche gli odori e i profumi sono tanto diversi dai nostri”.

Quali città e usanze l’hanno colpita di più? “Le città che più mi hanno colpito sono Matera per l’Italia e Marrakech e Fes per l’Africa. L’usanza che più mi colpisce del mondo arabo è il loro stretto rapporto con il terreno. Infatti si siedono e sdraiano con naturalezza per terra, abitudine estranea per noi occidentali”.

Perché il colore è tanto importante nella sua Arte? Cosa ha influito? “Il colore è importante in tutta la pittura, forse nella mia ancora di più perché non do un’importanza predominante alla forma”.

Nel suo percorso artistico c’è stato anche un passaggio importante negli Stati Uniti. Cosa ha trasmesso quel Paese? Cosa si prova dentro quelle metropoli? “L’esperienza americana è importante nella mia pittura perché mi sono misurato con realtà coloristiche (vedi luce artificiale, neon) distanti dalla mia coloristica abituale. Con il passare del tempo i luoghi che non dipingerei sono sempre meno. Invece che essere selettivo nella scelta dei luoghi sono sempre più aperto verso realtà e culture diverse”.

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Scarica il nuovo Quaderno de Il Tazebao!

A conclusione dell’approfondimento su Bettino Craxi in occasione del ventunesimo dalla scomparsa il Tazebao ha prodotto un documento in cui sono raccolti i contributi pubblicati.

Per scaricare il documento basta cliccare QUI. Dopo quello su Craxi, inizierà un approfondimento dedicato ai 100 anni del PCI. Il quaderno precedente a quello su Craxi il Tazebao ha riproposto l’intervento di Gianni Bonini a Domus Forum 2020 intitolato “Per un’ecologia civica del Mediterrano”.