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Mundus furiosus

Il volto esausto della periferia fiorentina durante la zona rossa

Il 30 ottobre scorso la tranquillità delle notti di Firenze è stata violata da una serie di proteste organizzate in diverse zone del  centro storico.

Un articolo del 1° novembre del Corriere Fiorentino si poneva l’ambizioso obiettivo di fornire una descrizione dei protagonisti di quella notte di disordini che aveva visto un’ampia mobilitazione di giovani provenienti dalle periferie della città. Giovani, alcuni dei quali minorenni, “uniti dall’odio verso le forze dell’ordine” [1].

Sono diversi gli elementi che il quotidiano decide di omettere dalla sua narrazione. Molti dei quali avrebbero probabilmente contributo alla costruzione di un quadro generale delle dinamiche di quella notte: le loro motivazioni, il loro svolgimento, le loro prospettive.

Al di là del tentativo (fallito) di voler individuare e collocare una tale moltitudine all’interno di uno schema predeterminato e stabile ai fini della comprensione dell’ennesima insolita dinamica sociale, il Corriere pare ricordarsi di un elemento che spesso sfugge dal dibattito pubblico cittadino: la periferia fiorentina.

Intese come zone neutrali, talvolta mistiche, le zone periferiche della città hanno deciso, una notte di fine ottobre, di confrontarsi con il centro storico. Le modalità mediante le quali la periferia si è palesata agli occhi di Firenze (quella vera) sono però degne di nota: i protagonisti sono stati i giovani.

Peri-feria. Le molte Novoli – Il Tazebao

Coloro, cioè, che condividono con i loro coetanei di altre parti d’Italia la stessa drammatica percentuale: il 29,7% di disoccupazione giovanile [2] e, in Toscana, il 22% di abbandono scolastico [3]. Caratteristiche che il Corriere avrebbe potuto prendere in considerazione nel suo compito di ricerca di analogie fra i giovani in piazza.

Gli stessi giovani provenienti dai quartieri popolari relegati ai margini della “città vetrina” che l’amministrazione Renzi prima, e quella Nardella poi, hanno deciso di escludere da qualsiasi processo costruttivo collettivo.

È qui implicita la tendenza ad instaurare una distanza fra la Firenze vivibile, a misura di turisti e lussuosi alberghi, e quella marginale, sovrappopolata e decadente.

Si manifesta così un rapporto di sfruttamento e di dipendenza dal centro nevralgico. Una relazione fra i due punti che, quando avviene, percepisce unicamente diversità. Come se ognuno dei due tendesse a guardare l’altro come estraneo. Dove il secondo cerca il proprio posto nel primo consapevole che si tratti di una dimensione dotata di rigidi parametri all’ingresso.

Da quando la Toscana è diventata zona rossa la periferia trasmette una luce differente

Non nel senso che il comune abbia adottato misure finalizzate ad alleggerire la vita dei suoi cittadini. Ma in un’accezione particolare: la periferia è desolante come sempre ma assume sembianze inedite. Sembrano anche essere scomparsi gli elementi che le sono propri: i licenziamenti di massa, gli sfratti, i black out, le fabbriche dismesse, gli autobus che non passano, i tossici.

Nella sua interezza, essa è costituita da una pluralità di componenti che definiscono la sua struttura. La periferia circonda la città, la osserva dagli angoli remoti di un contesto urbano privo di una propria omogeneità. Scruta ogni suo sviluppo, spesso perpetuando l’illusione di sentirsi partecipe di ogni suo cambiamento.

Ma ogni occasione di evoluzione e avanzamento, quando avviene, non è detto sia destinato ad entrambe le componenti della città.

Gli scarsi collegamenti fra centro e periferia determinano una dinamica di lontananza apparentemente irremovibile. Il distacco fra ciò che rimane dentro e ciò che invece è destinato all’esterno innesca un meccanismo di esclusione fra coloro sui quali grava il peso dell’emarginazione. Il centro viene così presentandosi come il luogo “dei pochi per i pochi”.

Questo però, nei periodi di normalità, non si stancava mai di richiedere la manodopera della periferia da impiegare all’interno del suo processo produttivo destinato all’industria turistica. Almeno, così, anche gli esterni avevano la gratificazione di sentirsi interni per almeno otto ore della loro giornata. E così, ancora, riempire gli autobus e i tram per disorientare la monotonia di questa ormai logora città vetrina. Mezzi di trasporto che ora rimangono patrimonio di una ristretta cerchia di salariati “privilegiati”.

Tuttavia anche all’interno dei quartieri non periferici si può scorgere qualche frammento di periferia: ciò può essere inteso come il frutto di un processo di colonizzazione interno che si manifesta in ogni angolo e che basta saper osservare. Desiderosa di strapparsi le vesti che le hanno cucito addosso, l’entità periferica si spinge oltre i luoghi che le sono propri, in quanto attratta dalla perenne fuga dal deserto che la compone.

La periferia è sinonimo di ciò che fa contrasto, ciò che stona, che rompe il contesto generale con cui si rapporta. Da tale punto di vista può esser periferico un luogo, una scuola, un gruppo, un individuo; tutto ciò, insomma, che presenta  caratteristiche che consentono a chi osserva di collocare un certo elemento nella sua struttura sociale d’appartenenza.

Della notte di fine ottobre sembra non esser rimasto nulla. La rabbia espressa in quell’occasione è rientrata nei ranghi. L’appiattimento e la calma apparente danno vita ad un tessuto sociale silenzioso e immobile, relegato ad una specifica area urbana dalla quale ora è impossibilitato ad uscire.

L’ira di quella notte si è dissolta e il vuoto che ha urlato non ha trovato interlocutori capaci di comprenderlo. Per cui si ritira nella sua dimensione di appartenenza, la stessa che lo ha generato e che ora lo accoglie.

A cura di Lorenzo Villani

Bibliografia
  1. “Da Brozzi e dal Mugello, età media vent’anni: chi sono i responsabili degli scontri in piazza a Firenze”, Corriere Fiorentino del 01/11/2020.
  2. Rapporto “Il mercato del lavoro – I trimestre 2020”, ISTAT.
  3. Rapporto Openpolis.
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Sabbia del Tempo

Cesare e Ottaviano, le due vie verso la stessa destinazione: l’Impero (parte 1)

La prima parte dell’approfondimento su Cesare e Ottaviano a cura di Alessandro Cosi

Dalla metà del I secolo a.C. fino a circa il 27 a.C. due grandi personaggi nati dalla cultura politica di Roma, Giulio Cesare e Ottaviano Augusto, contribuirono a condurre fuori dalle sue paludose trame politiche l’esausta Repubblica, e puntarono verso un ideale monarchico come alla soluzione dei problemi infiniti che il sistema sociale e legislativo romano aveva prodotto.

La Repubblica romana aveva illuminato almeno per quattro secoli e mezzo la penisola italica guidando popoli e culture diverse verso una filosofia sociale di libertà e uguaglianza, almeno per il significato che avevano tali parole in quel contesto storico.

Ma la nascita di due fazioni contrapposte, aristocratici e populares, attorno alla fine del II secolo a.C., aveva generato scontri e guerre civili che, negli ultimi cento anni, avevano minato la sopravvivenza stessa del sistema romano.

Cesare e Ottaviano non furono i primi ad avvertire l’esigenza di un cambiamento nella Res Publica

Già prima Caio Mario, Silla e lo stesso Pompeo si erano diretti verso un cambiamento dello Stato romano in senso autocratico; ma solo con Cesare e poi più nitidamente con Ottaviano la politica di Roma si proiettò verso l’Impero.

Riproporre un paragone tra i due più grandi e significativi personaggi della fine del I secolo avanti Cristo, Giulio Cesare e Ottaviano Augusto, non è argomento tra i più malleabili; ma le loro esperienze di uomini di Stato, le loro battaglie e il contributo che hanno dato alla costruzione del più grande impero dell’Occidente, non possono essere trascurate o sorvolate con un breve tratteggio.

Le loro vite, per alcuni versi simili, perché tendevano alla ristrutturazione della Repubblica, oberata da problemi più grandi di lei, hanno però evidenziato differenze sostanziali, caratteriali e soprattutto politiche tali da meritare un approfondimento.

La gens Iulia e la sua importanza nella storia romana

Entrambi provengono dall’antica gens Iulia, che si faceva discendere, attraverso il mito, da Venere per un lato (poiché madre di Enea, che si unì al troiano Anchise) e dal re Anco Marzio per l’altro. Sempre la leggenda vuole che il nome della Gens Iulia derivi da Ascanio, detto Iulo dai Latini, figlio di Enea.

Tutti i grandi personaggi del I secolo sono in vario modo legati alla gens Iulia, attraverso matrimoni che conferivano prestigio e fornivano alleanze solide, senza trascurare i considerevoli vantaggi economici: Caio Mario, Cornelio Silla, Gneo Pompeo, Marco Antonio. Giulio Cesare aveva metà del sangue giulio, Ottaviano solo un ottavo.

Ma Cesare aveva nel suo DNA solo sangue nobile, e lo dico ovviamente nel significato che i Romani attribuivano alla nobiltà, l’unica classe sociale che avesse le doti per guidare lo stato, avendo almeno un console tra i propri antenati, visto che il consolato “nobilitava”. La madre Aureliaera degli Aurelii Cotta, vetusta e gloriosa casata. Il giovane Ottavio aveva invece forti contaminazioni equestri, vale a dire plebee (sempre nel senso dato dai Romani ai plebei, cioè popolazione “non nobile”).

La sorella di Cesare, Giulia minore, infatti, sposa il cavaliere Azio Balbo, da cui nasce l’intraprendente figlia Azia, spregiudicata protagonista del suo tempo. Azia a sua volta sposerà un altro cavaliere, per giunta provinciale, di Velitrae, Velletri, quale era Caio Ottavio, compagno d’arme e amico di Cesare. Nelle vene del giovane Caio Ottavio scorre quindi, se i miei ricordi di genetica non m’ingannano, solo 1/8 di sangue nobiliare proveniente dalla gens Iulia. Le origini, nell’arcaica società romana, avevano il loro peso, anche se ai tempi di Cesare certe distinzioni rigide si erano notevolmente affievolite. Basti pensare agli ultimi protagonisti delle vicende politiche: Caio Mario, semplice provinciale di Arpino, che fa carriera nell’esercito, Silla nobile ma decaduto (proveniva dalla gens Cornelia, quella di Scipione, ma da un ramo secondario), Pompeo ricco provinciale del Piceno, con molto sangue gallico tra i suoi antenati, Cicerone anch’egli cavaliere di Arpino.

Per approfondire la conoscenza dei due personaggi, sempre nello spirito di un breve articolo, e quindi necessariamente sintetico, vorrei prendere in esame la gioventù e l’ingresso nella politica, il raggiungimento del potere, il mantenimento del potere, e poche note caratteriali che facciano luce sull’indole e la personalità di Cesare e Ottaviano.

La gioventù

La gioventù dei due è stata molto diversa per tempistica ed esperienza: Cesare faticò molto ad emergere, crebbe sotto l’ala di Caio Mario e rapidamente passò sotto la dittatura di Silla, e come nipote di Mario rischiò la vita; inoltre non aveva mezzi finanziari propri e spese a profusione per la sua carriera, indebitandosi pesantemente. Una gioventù che dissipò tra vizi costosi e lusso, tentando talvolta maldestramente di avvicinarsi al potere, come nel caso della congiura di Catilina, riuscendo però ad uscirne sempre solo l’opportunità di mediare tra i due uomini forti della repubblica, Pompeo e Crasso, creò quello spiraglio di potere che egli cercava con tenacia e con una notevole dose di audacia e spregiudicatezza; così si inventò di sana pianta un nuovo strumento politico, il triumvirato (Varrone lo ebbe a definire tricaranos, mostro a tre teste) nel quale vi entrò come elemento debole, di coesione e ne uscì come il vincitore: riuscì a porsi sullo stesso piano dei due colleghi, senza averne le risorse finanziarie né la fama militare. Tutto questo gli costò anni e anni di guerre e di scontri politici, ma alla fine sovrastò su tutto e tutti. In questo percorso verso il potere assoluto si creò nemici ostinati e una consapevolezza smisurata di se stesso, cose che entrambe alla fine lo condussero a morte.

Caio Ottavio cresce nella familia Iulia quando Cesare è all’apice del potere, poi viene adottato dallo stesso assumendo il nome di Caio Giulio Cesare Ottaviano (di Caio Ottavio, cioè della famiglia Ottavia). Quindi alla morte del prozio, quando ha solo 19 anni, eredita tutte le sostanze di Cesare! Inoltre è il solo a sapere dove Cesare ha messo i fondi, cospicui, per la futura campagna contro i Parti. Il possesso di fondi illimitati ha permesso a Ottaviano di pagare addirittura un paio di legioni personali e di utilizzarle a suo piacimento, un gesto assolutamente fuori dalle regole romane. Cesare a suo tempo fu tormentato per anni da Catone perché aveva arruolato legioni in Gallia senza il permesso del Senato; a Ottaviano nessuno ebbe alcunchè da obiettare. Ma i tempi erano maturi per disinvolte avventure autocratiche.

Il raggiungimento del potere (consolato)

Cesare divenne console a fatica e a 41 anni, in ritardo sulla media romana, che era di circa 30 anni. Per Cesare la strada per il consolato fu dura, irta di ostacoli, e solo con la sua straordinaria audacia politica nel mettere d’accordo due personalità così diverse come Pompeo e Crasso riuscì finalmente, nel 59 a.C., a sedersi sullo scranno più prestigioso di Roma. Da quel momento, grazie alle sue capacità militari e politiche, dominò la scena romana e mediterranea. Ottaviano fu console a 20 anni, fuori dalle regole per il consolato. Quando Cesare morì aveva 19 anni ed era un giovane ufficiale, l’anno dopo era console, una magistratura che ottenne grazie ad una sorta di marcia su Roma. Da questo incipit particolare si può già intuire il grande vantaggio iniziale che ebbe ma anche il suo audacissimo modo di procedere; eppure all’inizio fu sottovalutato da molti politici.

Entrambi, per raggiungere il potere assoluto a Roma furono costretti ad affrontare una sanguinosa guerra civile, Cesare contro Pompeo, Ottaviano contro Marco Antonio. Ma assai diversi furono gli atti che portarono alla fine degli scontri.

Ottaviano s’impegnò in molteplici accordi tra i vari generali che aspiravano al posto lasciato vacante da Cesare, elaborazioni non facili ma nelle quali già emergeva la sua intelligenza politica acuta e concreta. Fu protagonista con Antonio nella battaglia di Filippi contro Cassio e Bruto. Creò poi il II triumvirato con Antonio e Lepido, a imitazione di quello fatto da Cesare. Organizzò la guerra contro Sesto Pompeo in Sicilia e, nonostante il fatto che Lepido avesse in mano le sorti del conflitto, riuscì con un abile apparizione in mezzo alle truppe vittoriose di Lepido, a volgere il controllo delle milizie a suo favore. Riconquistare il favore di 23 legioni senza spargimento di sangue fu una straordinaria dimostrazione di carisma e di astuzia.

Ed infine fu vittorioso ad Azio, col sostanziale aiuto di Agrippa, braccando poi come un levriero Cleopatra e Antonio in Egitto, finché non li spinse al suicidio. Da quel momento finirono le guerre civili che avevano fiaccato la Repubblica, e Roma fu tutta nelle sue mani, pacificata e rafforzata, per decenni.

A Cesare ci vollero anni e infinite battaglie per venire a capo della resistenza offerta dal partito pompeiano, dove si radunavano Catone, Bruto, Cassio, Pompeo e i suoi figli, e al quale aderì lo stesso Cicerone.

In sostanza l’élite politica ed economica di Roma. E questo dopo aver combattuto instancabilmente per otto anni nelle Gallie ed aver condotto la popolazione celtica nell’enclave romana.

Seguono altri approfondimenti…

Bibliografia dell’autore

“Nel cuore della battaglia” (Florence Press, 2008);

“La guerra civile tra Cesare e Ottaviano” (E-Dida 2017);

“Farthan il romano” (Samizdat, 2017);

“L’oro di Tolosa” (E-Dida, 2019).

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Nessuno indietro

“Il nostro dolore invisibile”: Rosaria Mastronardo racconta la sua fibromialgia e l’impegno a favore dei malati

Rosaria è anche facilitatrice dei gruppi di auto aiuto per fibromialgia: “Insieme per superare il dolore”.

Lo descrive così: un “dolore silenzioso e invisibile ma che non ti molla mai”. Rosaria Mastronardo è malata da sette anni di fibromialgia, una malattia di cui si sa molto poco e, ancora, nonostante siano sempre di più le persone affette, non riconosciuta dal Sistema Sanitario Nazionale come malattia cronica. Ciò produce ulteriori aggravi e penalizzazioni per i malati. “Noi malati – aggiunge Rosaria – ancora non abbiamo dei percorsi di diagnosi e di assistenza chiari anche perché, come spesso ci viene detto, non è affatto facile quantificare il dolore, che però per noi è alto, continuativo, spesso insopportabile. Io stessa non ho ricevuto subito la diagnosi di fibromialgia ma abbiamo dovuto procedere per esclusione”.

Il dolore quotidiano non ha impedito a Rosaria di aiutare gli altri come lei: “Sono socia di Cittadinanzattiva e del Coordinamento Toscano dei Gruppi di Auto Aiuto e ho contribuito, previa formazione avvenuta presso il Coordinamento, alla nascita di un gruppo di auto aiuto per le persone con fibromialgia”. Un primo gruppo è nato, infatti, a Firenze nel 2018 ed è denominato “Fibromialgia: Affrontiamola insieme” e “permette la condivisione di dolori, dubbi, esperienze, buone pratiche. Siamo meno soli di fronte al nostro dolore e ci aiutiamo” ricorda sempre Mastronardo, facilitatrice del gruppo. La sede di ritrovo è presso le Baracche Verdi all’Isolotto, grazie al Q4. Prima si riunivano una volta al mese, adesso, con la pandemia, gli incontri si svolgono online ogni quindici giorni. “Abbiamo aumentato la frequenza delle riunioni perché, soprattutto in questo momento abbiamo bisogno della vicinanza dell’altro”. Da questa prima esperienza, amplificatasi grazie al digitale, è nato un secondo gruppo online con persone da tutta Italia: “un chiaro segnale che il metodo funziona”.

Il prossimo 12 maggio sarà la Giornata Mondiale della Fibromialgia, un’occasione per “fare finalmente un salto avanti concreto nella cura e nell’assistenza di noi malati. C’è ancora molto da fare per garantirci una vita dignitosa e un’adeguata qualità della vita. Anche alcune buone iniziative – sottolinea ancora – come la delibera n. 1311 del 28.10.2019, che conteneva ottime indicazioni, come l’attuazione di un percorso regionale di presa in carico, è rimasta lettera morta. Aiutateci – conclude – perché questo dolore non ci permette di vivere!”.

Sulla disabilità abbiamo scritto anche

Da adesso bisogna guardare – Il Tazebao

Rampa Dino Compagni, c’è l’ordinanza: si tratta di “discriminazione indiretta” – Il Tazebao

Alessandra Romano: “L’innovazione nasce in ambienti ad alto tasso di diversità. La scuola? Sia la prima a praticare l’inclusività” – Il Tazebao

Scuola Dino Compagni, ricorso dello Studio D’Ippolito per la rampa. A sostenerlo una raccolta fondi di Quartiere – Il Tazebao


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Energia & Nord Africa, Il policy paper di Massimo Nicolazzi per NATO Foundation Defense College

Grazie al paper di Massimo Nicolazzi redatto per NATO Foundation Defense College Il Tazebao ha l’opportunità di approfondire il tema dell’energia, con un focus dettagliato sul Nord Africa.

L’energia è il principale dei temi globali. Così nella ricca messe di pubblicazioni in merito troviamo spesso fughe in avanti e imprecisioni, soprattutto sulle cosiddette rinnovabili che si prestano purtroppo ad essere il terreno privilegiato di un politicamente corretto facilone. Proprio per questo il Tazebao è lieto, quindi, di tradurre un recente policy paper [1] del NATO Foundation Defense College a cura di Massimo Nicolazzi, uno dei massimi esperti in materia, Presidente di Centrex Italia, dal 2009 al 2014, CEO della capogruppo Centrex Europe Energy & Gas AG ed inoltre, Senior Advisor per la Sicurezza Energetica di ISPI [2] e componente del comitato scientifico di Limes [3]. Della sua produzione consigliamo i più recenti “Elogio del petrolio. Energia e disuguaglianza dal mammut all’auto elettrica” (Feltrinelli, 2019) e il saggio del febbraio di quest’anno sull’idrogeno verde rintracciabile in internet su Rivista Energia [4].

Ringraziamo Massimo Nicolazzi e il NATO Foundation Defense College per averci autorizzato alla sua pubblicazione sul Tazebao.

Il testo integrale del policy background paper

Partiamo dallo scambio delle risorse. Il Nord Africa necessita di energia per alimentare lo sviluppo interno e poi, solo allora, può permettersi di esportarla. Senza esportazioni, però, mancherebbero le risorse per la crescita. La saggezza – i diplomatici direbbero la cooperazione – sarà indispensabile per trovare un corretto bilanciamento.

Questo ci porta a calibrare accuratamente il nostro progetto. In prima istanza a definire se l’investimento e la produzione debbano avere un carattere nazionale o regionale. Gli affari, come spesso accade, sopravanzano la giurisdizione dei singoli stati; pur tuttavia una riflessione ulteriore potrebbe rivelarsi molto utile. Le produzioni locali richiederebbero un livello avanzato di cooperazione interstatale ma, per una questione di potenziale produttivo, i volumi potrebbero contribuire significativamente al saldo import/export garantendo una migliore distribuzione sul territorio degli impianti. Il deserto è vasto ma non infinito e, a causa della bassa potenzialità, l’intensità della luce solare richiede spazi ampi.

Passiamo agli investitori. Siamo di fronte ad un problema per certi versi simmetrico con quello delle dimensioni. Azienda individuale vs un consorzio europeo o comunque dell’Europa meridionale. Al di là delle dimensioni, l’entità dell’investimento in infrastrutture e la necessità di garantire un atterraggio morbido sulla sponda europea per volumi significativi di VRE (Variable Renewable Energy) impone di unire le forze. Questo implica l’apertura di un forum degli importatori in grado di accordare interessi economici e progressi politici.

La scelta della tecnologia da utilizzare impone di tener conto di diversi fattori. Scegliamo celle solari termiche o celle fotovoltaiche? O le due coesisteranno? Oppure, ancora, una nuova combinazione che prenderà il sopravvento nel tempo? La scelta di dove ubicare l’impianto è influenzata anche dalla necessità di stoccaggio. La tecnologia solare termica mostra segni di miglioramento, il fotovoltaico potrebbe fare ricorso alla conversione in idrogeno verde [5] da trasformare in energia. Quest’ultimo processo (denominato “power to power”) può incorrere in alcuni problemi di efficienza ma l’evoluzione tecnologica potrebbe sanarne alcuni.

Il prodotto. Cosa verrà prodotto e consegnato? Solo energia o idrogeno verde in forma liquida ottenuta grazie all’utilizzo degli elettrolizzatori? Parte della risposta sarà nella resilienza della rete all’intermittenza della generazione solare/fotovoltaica. Un’opzione di cui tener conto è la possibilità di convertire in idrogeno verde la produzione in eccesso di ciò che la rete può produrre. L’esportazione dell’idrogeno porterebbe più valore che riconvertirlo in energia. Anche il costo dell’infrastruttura e la sicurezza dell’infrastruttura contribuiranno alla scelta. L’energia avrebbe bisogno di una linea elettrica che attraversi il Mediterraneo; al contrario, l’idrogeno verde, una volta liquefatto, può viaggiare solo in nave. Tuttavia, l’idrogeno verde ha bisogno di acqua per essere prodotto (la tecnologia odierna utilizza nove litri di acqua per produrre 1 kg di idrogeno) e l’acqua logisticamente disponibile può essere scarsa.

Infine, l’infrastruttura per l’importazione. Le radiazioni solari sono per definizione intermittenti (anche nel deserto) e, per questo, una rete che presenta una produzione intermittente di energia deve trovare delle precise forme di adattamento che garantiscano un equilibrio. Questo richiede investimenti e ulteriori sviluppi della capacità di immagazzinamento e degli ulteriori costi di stoccaggio. I costi causati da questa intermittenza possono influenzare il rapporto idrogeno/energia ma anche creare un problema tra produttori e importatori circa la loro ripartizione.

Come affrontiamo la sicurezza energetica nel contesto delle energie rinnovabili nel (e dal) Nord Africa? Una volta il mantra era la sicurezza dell’approvvigionamento, cioè dell’approvvigionamento dei produttori. Chiamiamolo paradigma del ’73. Tuttavia, esso è svanito molto tempo fa. La dipendenza dalle rendite petrolifere ha imposto agli stessi di vendere costantemente. La fornitura è diventata, di conseguenza, affidabile per necessità. L’energia è fonte di sviluppo, non una rendita. Più gli importatori aiuteranno, anche finanziariamente, a trattenere nel Nord Africa una quantità sostanziale dell’energia prodotta, più facilmente si risolverà la questione dell’approvvigionamento.

Dopo un periodo di violenti cambi di regime (come nel caso della Libia), la sicurezza negli approvvigionamenti energetici, di regola, lascia il passo alla sicurezza delle infrastrutture. Il problema principale non è più la sicurezza dagli attacchi tradizionali – i terroristi possono provocare un’interruzione temporanea ma un’interruzione permanente rimane fuori discussione – lo è, invece, la sicurezza tecnologica di una filiera elettrica sempre più complessa e un’adeguata protezione del sistema da attacchi informatici. La sicurezza della rete e delle sue interconnessioni sarà sempre più essenziale per l’energia elettrica nel mondo a venire.

Questo è oggi un argomento di discussione circa la produzione e il consumo di energia in Europa e nel Mediterraneo. È presto per dire quanto di questa discussione sarà terreno della politica e quanto, invece, sarà parte della insopprimibile dialettica capitale privato/pubblica amministrazione. Bisogna, infine, aver chiaro che senza il sostegno pubblico la produzione di VRE non sarebbe nemmeno iniziata, e, ancora, che senza il sostegno pubblico il mercato da solo non produrrà progressi concreti nel progetto di decarbonizzazione.


  1. Il policy paper di Nicolazzi è disponibile qui: https://www.natofoundation.org/wp-content/uploads/2021/03/NDCF-Energy-Strategies-Background-Policy-Paper-Nicolazzi.pdf;
  2. Il contributo più recente su ISPI è “Transizione green: 10 anni di volatilità per il petrolio” del 19/02/2021;
  3. Dei contributi di Nicolazzi segnaliamo l’articolo “L’energia dopo il virus ovvero come surriscaldare il debito pubblico” del 28/12/2020, pubblicato nel numero “Il clima del virus” (12/2020) di Limes;
  4. Massimo Nicolazzi, “Qualche interrogativo da dipanare sull’idrogeno verde” su Rivista Energia, 09/02/2021;
  5. Segnaliamo, sempre di Nicolazzi, “Dopo grid parity e market parity, ecco a voi la hydrogen parity!” su Rivista Energia del 09/02/2021.

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Interviste

Un primo bilancio del Tazebao con Lorenzo Somigli [video]

Il Tazebao – La pratica dell’obiettivo

Il Tazebao continua a strutturarsi e a crescere. Mentre puntiamo alla qualità dei nostri contenuti valorizzando punti di vista originali e poco noti stiamo implementando i nostri strumenti di comunicazione. Lorenzo Somigli, giornalista e fondatore del blog, ha fatto una panoramica dello sviluppo di Tazebao annunciando anche alcune novità.

Il video è a cura di Fotocronache Germogli con cui siamo lieti di collaborare.

Lorenzo Somigli racconta Il Tazebao a Vitanews.it – Il Tazebao


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Biopotere

La decretazione d’urgenza in Italia/3. A cura dell’Avv. Marinari

Terzo e ultimo appuntamento della ricostruzione sulla storia e l’uso della decretazione d’urgenza in Italia a cura dell’Avv. Elisabetta Marinari.

“(…) La democrazia italiana, rinata dopo l’esperienza fascista, che fu corroborata proprio da una routinizzazione di una tendenza già in atto nel precedente periodo liberale, come spiegato eloquentemente da Alfredo Rocco (di cui abbiamo parlato in precedenza), pone precisi limiti alla decretazione emergenziale.

Questa contingentazione si rivede nel numero esiguo di decreti-legge prodotti nelle prime legislature. Dagli 89 che sono stati adottati nelle prime due legislature (uno non fu convertito) si passa ai circa 30 decreti al mese. Dopo questa fase di lievitazione si assiste ad un brusco calo, fisiologico, dovuto al divieto della reiterazione (grazie alla sentenza della Corte costituzionale n. 360 del 24 ottobre 1996), una decisione coerente con il dettato costituzionale, confermato dai numeri: mentre la XII legislatura si era raggiunta la cifra esorbitante di 669 decreti, nella XVI legislatura (2008-2013) si cala ai due al mese.

Un motivo dello scarso ricorso alla decretazione d’urgenza è da ricondurre alla feconda produzione normativa, contestuale al momento edificatorio dello stato italiano, e, come nota Sabino Cassese (che spesso abbiamo consultato per questi approfondimenti), ad una invidiabile rapidità del Parlamento frutto del “continuum maggioranza popolare, maggioranza parlamentare, Governo”. Quando questa catena funziona basta la legge ordinaria. Nei dieci anni che vanno dal 1948 al ’58, infatti, il Parlamento sforna circa 2000 leggi per ogni legislatura.  In quel periodo i decreti-legge servono espressamente per intervenire in ambiti in cui è richiesta rapidità (imposte erariali, di consumo, di fabbricazione, tasse di bollo etc…)”.

L’approfondimento completo è disponibile al sito dell’Avvocato Elisabetta Marinari: https://www.avvocatomarinarifirenze.com/breve-cronistoria-della-decretazione-d-urgenza-parte-3/news/42/2021/2/18


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Mundus furiosus

“Khojaly, la ferita del Caucaso”: nuovo paper de Il Nodo di Gordio

È uscito il nuovo paper del think tank Il Nodo di Gordio che ricostruisce il genocidio di Khojaly (1992)

Segnaliamo la pubblicazione sul nuovo paper del think tank Il Nodo di Gordio di un articolo a firma di Lorenzo Somigli, giornalista e fondatore del blog Il Tazebao. In esso si ricostruisce il terribile massacro di Khojaly, avvenuto la notte tra il 25 e il 26 febbraio del 1992.

Oggi il conflitto in Nagorno-Karabahk ha visto una netta vittoria dell’Azerbaigian ma il cammino, ancora tortuoso e complesso, verso la pace non può prescindere dal riconoscimento di quello che fu un autentico genocidio.

Per ricevere il pdf del paper compilare il modulo al presente link: https://nododigordio.org/paper/khojaly-la-ferita-del-caucaso/

Un sentito ringraziamento al Chairman Daniele Lazzeri (intervistato dalla rivista azera Zerkalo) e tutta la redazione de Il Nodo di Gordio per l’opportunità e per averci permesso di studiare e aiutare a conoscere fatti tanto gravi quanto, ahinoi, sconosciuti ai più.


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Biopotere

La decretazione d’urgenza in Italia/2. A cura dell’Avv. Marinari

Secondo appuntamento sulla decretazione d’urgenza a cura dell’Avvocato Elisabetta Marinari che Il Tazebao è lieto di riprendere.

Dopo il focus sull’Italia liberale l’Avvocato Elisabetta Marinari (confermata Vicepresidente di APICOM Toscana) ricostruisce la storia della decretazione d’urgenza dall’avvento di Mussolini all’edificazione completa dello stato fascista. L’esperienza fascista, come ci mostra l’Avvocato, parte proprio da un uso fin troppo libero della decretazione d’urgenza.

“(…) Il passaggio dall’Italia liberale al Fascismo fu molto più graduale di quanto non si sia abituati a pensare. In primis perché Mussolini ebbe sostegno dalla Monarchia – abbiamo citato nell’ultimo intervento del nostro Studio la mancata attivazione dello stato d’assedio per la città di Roma, provvedimento pur utilizzato spesso negli anni precedenti – ma anche di consistenti porzioni in seno ai partiti, a cominciare dai liberali stessi, sfruttando inoltre la favorevole condizione esterna della scissione in seno al PSI. Uno dei punti di contatto tra lo stato liberale e quello fascista fu appunto la decretazione d’urgenza.

La presa del potere avvenne sì con la Marcia su Roma ma l’edificazione dello stato fascista è stata un’opera complessa per Mussolini. Un momento sul quale è interessante soffermarsi è il 26 maggio del 1925. In quella relazione, il giurista e Ministro di Grazia e Giustizia Alfredo Rocco illustrava dettagliatamente la facoltà del potere esecutivo di emanare norme giuridiche.

Rocco, figlio di una eminente famiglia di giuristi, ricostruisce la presenza della decretazione d’urgenza pur non codificata. Come sottolineato anche da Vassalli, Rocco sottolinea che il numero è cresciuto con il tempo abbracciando sempre più ambiti senza l’opposizione del Parlamento.

Proprio per quanto richiamato sopra il disegno di legge che Rocco presenta e che inaugura sostanzialmente lo stato fascista

“non fa, in sostanza, che codificare l’insegnamento della prevalente dottrina e della giurisprudenza, facendo tesoro dei principi consacrati nel disegno di legge approvato dal Senato del Regno, che in gran parte accoglie e fa propri”.

(…)

L’approfondimento completo è disponibile al sito dell’Avvocato Elisabetta Marinari: https://www.avvocatomarinarifirenze.com/breve-cronistoria-della-decretazione-d-urgenza-parte-2/news/41/2021/2/11


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Nessuno indietro

Rifredi, Becattini: “Rilevo con piacere l’assenza di gravi problemi di accessibilità”

L’ultimo sopralluogo di Marco Becattini alla stazione ferroviaria fiorentina: “A Rifredi prendiamo il treno senza problemi”

“Magari tutte le stazioni ferroviarie della nostra regione fossero come quella di Rifredi!” commenta Marco Becattini, Presidente di Liberamente Abile a margine di un sopralluogo alla stazione del Q5. Al netto di alcune piccole mancanze, infatti, come le guide per le persone non vedenti che sono presenti sì a binari ma non negli scivoli e i bagni (comunque due) difficilmente accessibili, visto che le porte si chiudono troppo velocemente (una lacuna presente anche altrove), non ci sono problemi sostanziali come riscontrati in altre stazioni. “Rispetto a quanto visto a Statuto o a SMN siamo anni luce avanti ed è bene sottolinearlo. Da Rifredi prendiamo il treno”. Becattini proseguirà con altre visite nelle prossime settimane nelle altre stazioni della città e non solo.

Sempre a cura di Becattini

SMN, Sopralluogo di Marco Becattini – Il Tazebao

Statuto (FI), la denuncia di Becattini: “Se sei in carrozzina non prendi il treno” – Il Tazebao


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Biopotere

La decretazione d’urgenza in Italia/1. A cura dell’Avv. Marinari

Primo appuntamento sulla decretazione d’urgenza a cura dell’Avvocato Elisabetta Marinari ripreso con interesse da Il Tazebao.

Chi decide nello stato di emergenza? Con quali strumenti? Per cercare di rispondere a questi interrogativi Il Tazebao è lieto di riprendere alcuni contenuti sulla decretazione d’urgenza redatti dall’Avvocato Elisabetta Marinari, fresca di riconferma come Vicepresidente di APICOM Toscana, e pubblicati integralmente al suo sito.

“(…) Fin dall’Ottocento quella della decretazione d’urgenza è una questione spinosa e contraddittoria. Nello Statuto Albertino (1848) non si faceva esplicita menzione a degli strumenti per lo stato d’emergenza. Lo Statuto Albertino, adottato nel 1861 dall’Italia, divideva il potere legislativo tra tre organi: Re, Camera, Senato. Anche perché il giovane stato italiano si è trovato fin da subito ad affrontare una serie infinita di emergenze che proseguirà fino all’epilogo del 1921 (di cui abbiamo parlato anche qui).

Il ricorso a questi strumenti, pur non disciplinato nello Statuto Albertino, era però assai frequente. I decreti-legge si dividevano in tre tipologie: per la “legislazione generale” a sua volta scissa in quelli per emergenze vere e proprie o per leggi e riforme (in questo caso utilizzato per ovviare al decadimento dei termini), per quella “tributaria” e soprattutto “doganale” (il caso dei “decreti catenaccio” inaugurati dal Ministro delle Finanze Alfredo Magliani) e infine per “lo stato d’assedio”.

Quest’ultimo darebbe adito ad una “dittatura commissaria”, quindi non assoluta, perché comunque non potrebbe circoscrivere le facoltà delle Camere. La definizione dello stato di assedio è lacunosa e incerta ma ciò non ne ha impedito la frequente applicazione. Nel silenzio della Carta, infatti, e nell’incertezza della Giurisprudenza, esso fu disposto per una molteplicità di emergenze.

In via preventiva per le città di Palermo e le province siciliane dopo l’annessione, quindi nel 1894 per i moti anarchici della Lunigiana nelle città di Massa e Carrara e nello stesso anno sempre per le Province siciliane. Un precedente divenuto tristemente noto quello dello stato d’assedio per sedare i moti di Milano del 6-9 maggio 1898 durante il quale si assistette a scende di vero e proprio massacro della popolazione civile.

Un altro caso di applicazione noto è quello successivo al terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908. Nel testo del decreto-legge emanato dal governo Giolitti III si legge:

“Il cataclisma tellurico avvenuto il 28 dicembre 1908 nei territori di Messina e di Reggio Calabria, ha creato una situazione per certi effetti identica e per altri più grave di quella che si verifica nei territorî in stato di guerra”.

A questo seguono altri decreti (per la nomina del commissario, per l’estensione del territorio…) ma nessuno viene convertito. Solo un atto del governo stesso vi porrà fine allo stato d’assedio (…)”.

L’approfondimento completo è disponibile al sito dell’Avvocato Elisabetta Marinari: https://www.avvocatomarinarifirenze.com/breve-cronistoria-della-decretazione-d-urgenza-parte-1/news/40/2021/2/5


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